Posts Tagged ‘1982’

82.5

26 aprile 2014

[QUATTROLeggi dall’inizio]

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Diario
Venerdì 25 aprile
6.25       Nel dormiveglia sento chiudere la porta dell’appartamento.
8.00       Ottantadue rientra, si siede e posa un mazzo di fiori di campo sul tavolo in tinello, dove gli ho fatto trovare una colazione casalinga: the, biscotti, pane, marmellata. Mi chiede di tornare a casa, dice che qui non si trova più bene, che ormai è cambiato tutto. Non approfondisco, gli dico solo che sono d’accordo, per motivi diversi dai suoi avverto anche io la stessa sensazione.
10.00     Saldiamo il conto e telefoniamo agli amici: ci scusiamo tanto ma non possiamo trattenerci.
10.30     In macchina Ottantadue si addormenta quasi subito e non si sveglia più fino alla meta. Accesa un po’ di musica, io guido senza fretta e senza interruzioni. Starò con mio fratello finché non torna Jole.

 

Abbiamo caricato i bagagli in macchina e ci siamo messi in moto. Unica breve sosta all’inizio del viaggio, per comprare panini e bibite da consumare in cammino. Ottantadue mi ha aspettata a motore acceso, appena sono scesa mi ha colpita un’ondata di calore radioattivo, i dintorni avevano assunto una colorazione ultravioletta, grazie alla quale gli abiti dei villeggianti e quelli dei residenti erano tornati a somigliarsi molto. Le rane si erano accomodate sullo sfondo, mentre davanti stavano accampati il bom-bom-bom di un basso da discoteca pompato da non lontano, le strilla di bambini e genitori isterici, abbai di cani e rombi di motociclette. Mi girava la testa, sono tornata il prima possibile alla guida.

Grottini, 25 aprile 2014

 

Vincenzo,

quante volte ti ho già chiesto di insistere col Direttore di questo posto, o chi per lui, per fare in modo di allacciare il cimitero alla fibra ottica? Ce l’ha tutto il paese, non dire fesserie, ti sento quando mugoli lassù le tue ridicole scuse: “Non esiste un Direttore, non esiste un Direttore…” La verità è che sei vergognosamente pigro, tu sei una nullità, Vincenzo, come tutti quelli della tua generazione. Non inventarti niente questa volta, o lo so io che Santi faccio scendere dal Cielo! Quant’è vero Iddio ti faccio di nuovo venire a tirare le orecchie nel cuore della notte e stavolta non te la caverai con un paio di visite dallo strizzacervelli. Ti ho detto e ripetuto che non riesco ad allacciarmi al wifi del residence che abbiamo qua davanti, è inutile che ogni volta che passi mi ridai la password, perché, te lo ripeto, non funziona. Non funziona da agosto, o te lo sei scordato? Ormai è quasi un anno e nessuno ha fatto niente per ripararlo, e poi non vedo perché dovrei agganciarmi alle reti altrui come un pirata. Sono arrivata alla mia bella età a tirare le cuoia perché mi sono sempre comportata onestamente. Pagando il giusto, ma pagando sempre, per ciò che mi serviva. Dicendo pane al pane e vino al vino. E seminando calci in culo quando necessario, caro mio! Tuo padre lì in Germania dovrebbe scendere più spesso a darti una raddrizzata, dall’alto dei suoi sessant’anni di lavoro duro. Tu hai preso da quella pappamolla di tua madre, mi sembra chiaro. Ma me lo devi, idiota. O credi che te ne stai a sbafo nel tuo bel paesello per grazia ricevuta? Tu, questa eredità, in qualche modo me la devi ripagare, Vincenzino mio. Quindi: grazie per la passata di straccio e per aver dato una rastrellata al ghiaietto. Ma cerca di risolvere in fretta, non posso vivere così isolata, qui è un mortorio, te lo garantisco. E poi, ultimamente si è fissato con me uno squilibrato, uno dell’età tua. Un gerontofilo, mi pare. Mi porta fiori che sanno di gas di scarico e piscio di gatto, e canta strane canzoni stonatissime, come se non potessi sentirlo. Ma che vuole? Mi sembra di impazzire. Oggi ho dovuto assestare un gran colpo dal basso, per impedirgli di riempirmi nuovamente il vaso di schifezze. Di energie ne ho ancora parecchie, capisci bene. E io da qui, se voglio, ti scateno un casino che neanche te lo riesci a immaginare. Vedi cosa puoi fare, quindi, e fallo presto.

La tua scocciatissima

nonna Alfonsina.
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82.4

25 aprile 2014

[TRELeggi dall’inizio]

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Diario
Giovedì 24 aprile
7.53       Sveglia, col sole. Il telefono dichiara trentatré email e sessantadue messaggi chat non letti. Ricezione del sessantatreesimo, per un totale di novantasei messaggi che non leggerò nemmeno oggi. Buongiorno a Ottantadue, che è ancora a letto. Lui apre prima un occhio, poi un altro. Si gira verso il muro. Decide di restare a letto.
8.30       Dopo aver perso un estenuante tira-e-molla, vado da sola al bar per un caffè e una sfoglia riccia. Sempre molto buona, ma inizia a perdere il suo fascino iniziale: inizio a considerarla la “solita” colazione.
8.55       Parcheggio in vista della spiaggia, lascio in auto la busta col cornetto a portar via. Scendo e mi addentro in un’area di sosta pedonale, dove mi accorgo di una quantità esorbitante di giardinieri al lavoro sopra le aiuole, le siepi e gli alberi che contornano il lungomare. Mi osservano, continuano a lavorare, si fermano, parlottano, tornano al lavoro. Mi immergo nella lettura, seduta su un muretto. Dopo qualche tempo noto che i giardinieri si sono avvicinati. Mi guardo attorno, ci siamo solo io e loro. Decido di tornare frettolosamente in macchina mentre dedico un sospiro interiore al paradiso dal quale mi allontano.
9.36       Trovo Ottantadue in strada, sta andando di nuovo al cimitero. Ci salutiamo, proseguo per il residence.
9.38       Durante la manovra di parcheggio, due telefonate in sequenza. La prima la fa Gigi: stasera non c’è più bisogno di aiuto per cucinare, basta essere da lui alle otto. Richiamo subito e propongo a più riprese di portare vino o dolce, ottengo un sistematico rifiuto. Presentarsi affamati è l’unico requisito richiesto. Scendo e saluto un ennesimo giardiniere, anzianotto, rubizzo e tondeggiante, che tenta una conversazione: “Stiamo infiorando ’nu poco, giusto per abbellimento”. Gli sorrido graziosamente ma proseguo marziale nella mia traiettoria. È in arrivo la bella stagione, il caldo si fa pungente. Noto che in pochi giorni mi è diventato piacevole rientrare nell’appartamento in ombra.
10.41     Ottantadue torna dal cimitero, concitata conversazione. Quindi ci dirigiamo insieme in direzione della spiaggia, dove il sole forte è alternato dal vento a nuvole in movimento. Ottantadue si impegna a misurare la lunghezza della spiaggia in chilometri, basandosi su complesse triangolazioni tra la distanza presunta tra sé e il monte dalla cima più in vista e il punto da misurare. Mi addormento, Ottantadue mi risveglia subito. Sbuffo, ma dopo poco giochiamo a bocce con dei grossi sassi bianchi, finché non si rannuvola.
12.52     Pranzo al tavolino di un bar all’aperto: insalata e hot-dog con salse, patatine fritte e caffè. Nei tempi morti giochiamo a tris sulla tovaglia di carta, ben presto punteggiata dalle tracce dell’immancabile piovasco quotidiano.
15.48     Gelato: pistacchio e cioccolato, fragola e kiwi, senza panna. Ho rifiutato assaggi non richiesti.
16.15     Quarantacique minuti in auto sotto la pioggia per raggiungere un centro turistico non lontano. Appena fuori dall’area di influenza del golfo splende il sole. Passiamo, in sequenza, il Bar “La Vela”, il ristorante “Il Veliero” e l’albergo “Il Gabbiano” mentre nello specchio d’acqua davanti a noi gli stessi simboli trovano incarnazione in elementi reali. Un effetto didascalico che sconfina, secondo entrambi, nel kitsch.
17.00     Stazioniamo al porto del paese appena raggiunto, senza più voglia di visitare alcunché. Trascorriamo il tempo necessario a riprenderci dal mal d’auto dato dai tornanti, sdraiati su un prato ai piedi di casette dai colori pastello. Coi talloni lambiti dall’acqua, giacciamo contornati da vecchietti che si consultano in dialetto e deliziati dalle prove microfono effettuate su un palco montato nella piazzetta principale per i festeggiamenti del venticinque aprile. Dopo mezz’ora ripartiamo alla volta di Grottini.
18.30     Rientro in residence, preparazione per la cena.
20.00     Cena: Vino rosso. Impepata di cozze, spaghetti ai frutti di mare, pesci alla griglia, dolce pasquale fatto in casa, gelato. Parole, risate. Accetto, per una volta volentieri, una richiesta di amicizia su facebook da uno dei commensali. Ottantadue è presente in corpo e in spirito, ma non parla moltissimo, sembra concentrato su qualche ragionamento dei suoi.

A metà mattinata, con l’abitacolo che profumava tutto di cornetto appena sfornato, dalla strada principale ho impegnato la curva della traversa che porta al residence e mi sono ritrovata davanti Ottantadue, di spalle, così in mezzo alla via, che se non fossi un tipo prudente alla guida l’avrei messo sicuramente sotto. Ho rallentato, lui si è fatto di lato senza guardare. Mi sono affiancata a passo d’uomo, qualcosa non andava.

Sembrava arrabbiato, prendeva a calci il terreno sollevando nuvole di polvere. Mi arrivava un mugolio stridulo, ho abbassato di più il finestrino, era proprio lui l’origine. Stava piangendo.

Siamo entrati insieme nell’area di parcheggio, ho spento il motore e sono scesa, indecisa se correre ad abbracciarlo. Era quello che avrei voluto fare, ma non ero sicura che fosse consentito dal suo codice comportamentale, in momenti come quello.

Dietro mia domanda diretta mi ha spiegato che, dopo la visita alla tomba della donna ultracentenaria, un altro uomo, suppergiù della sua stessa età, si è dato da fare ripulendo tutto, lapide e dintorni, e sostituendo i fiori che Ottantadue aveva raccolto al bordo della strada (papaveri, margheritine, certi grappoli violetti, perfino due piccoli girasoli ammaccati) con certi mazzolini tronfi che puzzavano delle misture coi quali li impestano di solito i fiorai.

Ma l’onta peggiore l’aveva subita dalla conversazione silenziosa che si era svolta tra l’uomo e la donna che giaceva tre metri più in basso. Non aveva udito parole, non avrebbe potuto dal suo posto d’osservazione, nascosto dietro lo spigolo della tomba della famiglia Motta – mi chiese se la ricordavo (e come no: “Pensa, questa famiglia qui… è tutta Motta!” Mi aveva fatto ridere appena quarantott’ore prima). Ottantadue però era sicuro di aver colto un notevole grado di intimità tra i due. Sentendosi tradito, si era allontanato covando un risentimento che non sapeva bene come spiegare o tantomeno sfogare.

“Non fa niente”, l’ho rincuorato. Si è fatto prendere docilmente dal gomito e convincere a venire con me in spiaggia. Camminando gli ho offerto il cornetto che avevo comprato per lui. Ha smesso di tirare su col naso e l’ha mangiato in due bocconi. Un paio di passi e ha rotto il silenzio con una voce completamente trasformata:

– Senti come canta questa rana, o sarà un rospo?

– Non è un rospo, né una sola rana, è un’invasione di rane, non ti sei accorto che gracidano di continuo, giorno e notte, ovunque?

Non se n’era accorto prima, ma quella scoperta adesso occupava tutto il campo delle sue riflessioni. E allora, senz’altro, andava bene così.

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[CINQUE]

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82.3

24 aprile 2014

[DUELeggi dall’inizio]

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Diario
Mercoledì 23 aprile
8.34 Sveglia veloce e colazione al bar: caffè e sfoglia liscia, una signora entrata poco prima di me si era portata via tutto il vassoio di ricce, così si è giustificata la proprietaria. Ottantadue ha sorseggiato appena un latte caldo, per aver divorato già un pacco di biscotti davanti alla televisione mentre mi preparavo.
9.35 Ricerca di negozi utili a procacciare regali inutili per gli amici che vedremo questo pomeriggio. Scartata la quasi totalità delle inutilità. Acquistato solamente un cappellino da neonato. Taglia unica, potrebbero riutilizzarlo in famiglia.
9.55 Passaggio in spiaggia sotto minaccia di pioggia incipiente, ma che è iniziata a cadere appena risaliti in macchina.
10.20 Ritorno al residence, senza programmi per il resto della mattinata. Ottantadue ha compiuto una minuziosa manutenzione personale comprendente: doccia, barba, sfumatura di basette, baffi e pizzo, taglio delle unghie di mani e piedi, apposizione di lozioni profumate alcoliche sul 90% della superficie corporea. Ad alcuni urletti ha fatto seguito una accurata vestizione. Io: lettura.
13.30 Pranzo: pastasciutta al ragù di tonno e pomodori pachino, pane, frutta, caffè. Intanto ha smesso di piovere.
16.00 Passeggiata al molo avanti e indietro, salutato Gigi (amico e compagno di gozzovigli dei miei tempi andati), che usciva con il suo gozzetto a ritirare le reti. Rito del gelato, il cameriere ha insistito anche oggi a porgermi un cucchiaino sporco di un gusto del quale non mi interessava conoscere il sapore.
17.20 Piccolo rinforzo della spesa, per la cena: frutta, verdura e platessa surgelata.
17.50 Primo giro di visite. A casa del neonato madre, zie e nonne si passano il bambino. Io e Ottantadue cerchiamo di seguire il ragionamento che fa uno zio (lo stesso Gigi di cui sopra) sulla sua contrarietà alle adozioni di bambini da parte delle coppie gay, ma il suono della sua voce viene sovrastata dai cori e le espressioni di stupore per il singhiozzo, il ruttino, il rigurgitino, la colichetta del piccolo. Il padre siede in un angolo del divano all’ombra. Non partecipa e non commenta. Dopo circa un’ora facciamo per alzarci ma Gigi ci intercetta e ci fa deviare verso casa sua, ovvero il portone accanto. Una volta entrati, Gigi apre il frigorifero e ci offre il pescato del giorno: una ciotola di mitili, un’altra di pescetti misti da friggere o da fare arrosto, due splendide sciabole argentate. Davvero splendide. Fatico parecchio a convincerlo che, benché sia donna, non sono in grado di cucinare il pesce, e che comunque non mi azzarderei a fare esperimenti in un cucinino disastrato come quello del residence. Piuttosto accettiamo l’invito a cena per la sera successiva, anche se dovremo presentarci presto per aiutarlo a cucinare.
20.00 Ci ricordiamo di aver lasciato la spesa in macchina e usciamo di corsa.
20.30 La cena è stata comunque deliziosa. Abbiamo parlato a lungo di Jole e della vita che si svolge a casa sua. Ottantadue sembra non accorgersi neanche di avere dei coinquilini, a me sorge il dubbio che non lo calcolino affatto nell’organizzazione del loro ménage quotidiano: vive più o meno placido, ma comunque indisturbato all’interno dei 36 metri quadrati del locale al piano seminterrato della loro villetta. Che potrebbe prendere fuoco o subire uno dei drammatici allagamenti a cui è soggetta la zona in cui vivono, ad alto potenziale di disastro idrogeologico, senza che ai piani alti se ne accorgano nemmeno. Al ritorno da questa vacanza devo fare due chiacchiere con mia sorella.
22.00 A letto presto, seguita da Ottantadue che non ha rinunciato a una sigaretta e a un goccetto in terrazzo prima di dormire.

 

La sensazione che ho avuto oggi, e della quale ho cercato invano di rendere partecipe Ottantadue, è quella di essere capitati in un periodo dell’anno nel quale il nostro paesino estivo di riferimento non indossa la maschera di località vacanziera.
Il bar sembrava insolitamente affollato, non riuscivo a ricostruire le silhouette a cui ero abituata delle donne che entravano, consumavano e se ne uscivano in tutta fretta, oggi in tailleur grigio o marrone e scarpe con tacco da quattro o al massimo sei centimetri. Di corrispettivi maschili ne ho individuati pochi, per lo più mortificati da completi sformati, mocassini, valigetta al polso e un’insana predilezione per le acconciature tenute ferme da ettolitri di gel effetto-bagnato.
Stavamo seduti a un tavolino interno. Ottantadue fissava la vetrina dei dolci senza battere le ciglia mentre le mie parole venivano a mano a mano sempre più assorbite dallo zucchero al velo della sfoglia liscia (che, per inciso, non mi stava dando le stesse soddisfazioni della riccia). Benché non siamo fratelli di sangue, a un osservatore esterno io e Ottantadue saremmo sembrati figli dello stesso Dio (minore), similissimi per atteggiamento e fissità.
Buona parte della fauna maschile che affollava il bar, ma sempre per una colazione mordi-e-fuggi, era costituita da manovali. “Pezzi” di manovali, in alcuni casi dall’aspetto per niente mortificato dall’irresistibile passione per la stessa manata di gel di troppo tra i capelli che affliggeva la prima categoria di lavoratori osservata.
In spiaggia, poco dopo. Il vuoto assoluto. Non abbiamo trovato nemmeno i bagni, o stabilimenti, quei container prefabbricati, decorati a mano e tappezzati di insegne e manifesti che occhieggiano e mirano ad adescare il villeggiante, gli stessi che ogni estate occupano quasi per intero la lunghissima strisciata di sabbia di quel tratto di golfo.
Tra il grigio del mare e quello del cielo si frapponeva soltanto una macchia disordinata che risaliva velocemente arrampicandosi sui monti alle nostre spalle. L’aria era pulitissima e silenziosissima.
Un uomo con a fianco un cane passeggiava con i piedi a lambire la schiuma formata dalle onde sul bagnasciuga.
Il cane non abbaiava. Il sole non splendeva. Non era estate, insomma, e io e Ottantadue ne eravamo sommamente sollevati.

 

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[QUATTRO]

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82.2

23 aprile 2014

[UNO – Leggi dall’inizio]

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Diario
Martedì 22 aprile
6.45       Sveglia troppo precoce di Ottantadue, rimasto solo per più di un’ora col telecomando in mano nel tinello, dietro mia promessa di portarlo a fare colazione al bar se mi avesse lasciata dormire ancora un po’ in pace.
8.52       Colazione: Per me caffè e sfogliatella riccia con ricotta freschissima, Ottantadue invece ha intinto baffi e pizzo nel latte macchiato, seguito da una ciambella fritta e poi da un’aragostina, ma questa è tornata a me dopo il primo morso. Lo sapevo: a Ottantadue non piace nessun tipo di crema.
9.38       Spesa fatta al primo market incontrato, che esponeva manifestini con su scritto “Svendita per rinnovo locali”. In effetti i locali erano più che fatiscenti e sugli espositori abbiamo trovato a fatica la metà di quello che era scritto nella lista. Ottantadue si è quasi ribaltato, perdendo l’equilibrio sulla discesa in cemento fuori dalla porta di ingresso/uscita mentre riportava indietro il carrello. La ragazza che ci aveva tenuti d’occhio severamente dalla cassa per tutta la durata della spesa, a quel punto mi ha sorriso con un’aria di mesta comprensione sulla quale mi sto ancora interrogando.
10.02     Deviazione dalla spiaggia dove ci stavamo dirigendo per una visita, voluta da Ottantadue, al cimitero locale, dove non abbiamo morti.
10.38     Sosta in spiaggia, dove ho praticamente perso conoscenza sotto il sole. In seguito ho scoperto di essermi scottata fronte e guance. A Ottantadue sono spuntate solo lentiggini.
12.45     Pranzo: Insalata ricca senza mozzarella, e acqua, per me; spaghetti al pomodoro, panino al prosciutto e formaggio, patate fritte tuffate nelle bustine di ketchup e maionese, e Coca-Cola per Ottantadue, che ha lasciato la metà degli spaghetti e tutto il panino ad eccezione del ripieno, mentre io ho lasciato una mancia adeguata come risarcimento per chi avrebbe dovuto ripulire la scena del crimine. Quando ci siamo alzati da tavola ci siamo diretti verso un altro locale dove abbiamo preso due gelati artigianali e due caffè. Anche lì commessi altri crimini simili al precedente, ma meno significativi e non passibili di punizione alcuna.
14.35    Passeggiata sul molo.
15.30    Seconda spesa presso l’Ipermercato del paese. Ottantadue mi ha convinto a prendere il necessario per un barbecue nonostante le previsioni di stasera diano pioggia certa alle 21.00 in punto.
16.45    Riposo in appartamento. Ottantadue ha giocato per due ore ai videogiochi sul tablet. Io avrei potuto dormire, invece ne ho approfittato per iniziare a scrivere il diario della giornata.
19.00     Preparazione della brace.
19.30     Cena: salsicce, costolette di agnello, contorno di pomodorini conditi, vino rosso, pere.
21.00     Pioggia sulla brace, già in via di spegnimento.
 

Quando aveva cinque anni, la madre siculo-normanna di Ottantadue, a seguito di un litigio col marito, era uscita di casa dopo il tramonto sbattendo la porta. Il padre quindi, senza nessun motivo logico, decise che proprio quello era il momento adatto per accorciare la siepe che circondava il giardino della villetta. Fino ad allora era stato un uomo tutto d’un pezzo, ma quella sera, complice il buio e l’estremo nervosismo, la sega elettrica sfuggì dal suo controllo e lo lasciò in terra, piuttosto smembrato e vittima di un’emorragia mortale. Federico fu il primo a trovarlo, venendo a reclamare la cena.

Questo fatto me lo raccontò Jole poco tempo fa, e forse costituisce una concausa di certe visioni fantasmatiche che popolano le notti di nostro fratello. La sua è un’attrazione mista a repulsione, oggi ha preso il sopravvento la prima delle due, incontenibile. Avevo proposto: Andiamo in spiaggia? Ma, appena siamo giunti in vista della strada, mi ha preso per mano e costretta ad attraversare in curva, fortuna che macchine ne passano di rado in questi giorni, portandoci per oltre un’ora a farci risucchiare nell’universo dei non-vivi.

Sembrava che non fosse mai entrato in un cimitero. Era pieno giorno e ci separava dal mare solo un muretto che Ottantadue poteva superare con lo sguardo sollevandosi appena sulle punte dei piedi. Ha voluto sostare tomba per tomba, leggendo tutte le lapidi e trovandone perfino di una donna ultracentenaria. Centouno anni, per la precisione, eternata in un’espressione di suprema strafottenza.

Proprio non c’era campo, Santo o meno, per il mio telefono. Ma era ovvio, la maggior parte dei defunti risultavano nati molto prima della rivoluzione digitale, non avrebbero saputo che farsene. Io stessa non ho risentito dell’inconveniente. Oggi è un giorno feriale e, dalla prima mattina, non ho smesso di ricevere email di lavoro, senza aprirne alcuna. Sono bastati pochi giorni di distacco totale, e in particolare gli ultimi due, nei quali (grazie al mio compagno di viaggio) il tasso di surrealismo ha toccato livelli altissimi, per prendere coscienza di tutta la stanchezza e delle scorie inutili che mi zavorrano la vita quotidiana.

Finalmente sono riuscita a trascinare Ottantadue in spiaggia, una spiaggia sassosa, non curata, coperta da un cielo torbido, ma circondata da un panorama stupefacente: decine di cime che si innalzavano da una nebbiolina rasente all’acqua, e ognuna colorata di un azzurro differente. Leonardo ne sarebbe rimasto folgorato. Ho osservato mio fratello prendere l’espressione beata di quando era ragazzino, ha iniziato a raccogliere sassi, se ne è riempito le braccia e poi è venuto a sporgersi su di me, sdraiata e in stato di semincoscienza per il sonno e il calore, chiedendo: Questi dove li metto? Mi vai a prendere una busta?

Gli fatto gesti con le mani per fargli capire di scansarsi, se non voleva restare orfano anche di una sorella, gli ho detto: Mettili qui, indicando un qualsiasi posto, già pieno di sassi simili a quelli che aveva raccolto, alla sinistra di dove mi ero sdraiata. Ero già pronta a schivare una pioggia di schegge aguzze, ma lui si è accovacciato e, piano piano, li ha deposti uno sull’altro, in silenzio.

Quando ha finito mi ha chiesto se potessi far loro la guardia e, senza aspettare che rispondessi (non ne avevo alcuna intenzione, ero tornata subito a occhi chiusi a farmi cullare dal suono della risacca), ha raggiunto la riva. Dopo poco ho sentito il rumore di un calcio dato a un pallone di cuoio. Ce n’era uno, l’ho visto aprendo un occhio solo, sbiancato e mezzo sgonfio, che adesso navigava parallelo alla costa, e mio fratello, concentratissimo, lo tartassava con un’incessante sassaiola dalla terraferma.

Pluf. Pluf. Pluf. Pluf.

Mi sono addormentata.

Mi ha risvegliato Ottantadue, stava agitando un osso sopra il mio naso. Un osso sano, sembrava una clavicola, forse di maiale, chissà. Io non me ne intendo. Abbiamo convenuto di dargli degna sepoltura, sotto una montagnola formata da tutti i sassi che avevo custodito fino a quel momento, sormontati da una croce composta da due piccole canne fissate una all’altra per tramite di una foglia rubata allo stesso canneto. Al termine dell’operazione eravamo entrambi molto soddisfatti.

– Che ne pensi? Sarà scappato dal cimitero?

Mi ha chiesto a bruciapelo Ottantadue, tornando verso il residence e, inevitabilmente, ripassando davanti alla cancellata dell’Eterno Riposo.

– Può darsi, – gli ho risposto.

– Allora fermati. – E mi ha strattonata per la manica cercando di farmi deviare dal percorso, – Dobbiamo avvertire il Direttore! Poi andiamo via subito.- Quindi ha aggiunto, con tono supplice: – Ti prego.

– Mica esiste il Direttore di un Cimitero. Non credo, per lo meno. Quello che abbiamo visto prima uscendo era il guardiano.

– Oh. Allora è meglio se non diciamo niente. Poveretto, pensa se perdesse il lavoro per colpa di quell’ossicino sfuggito al suo controllo.

La sua espressione era così preoccupata, le sue guance, già deformi per l’alcol e le medicine, ora convergevano verso una bocca estrusa e tanto stretta da diventare gialla. Trattenni una risata, e commentai:

– Hai ragione, meglio non dire nulla.

Stavo per riprendere a camminare, precedendolo, quando Ottantadue mi ha aggirata, si è sporto con testa e busto e ha appuntato i suoi occhi grigio-verdi sopra i miei. Sorrideva.

– Ma guarda che stavo scherzando – ha detto. Si è ficcato le mani in tasca, mi sorpassata saltellando e ha attraversato la strada dell’andata in senso inverso, sempre sulla stessa curva e sempre senza guardare se arrivasse qualche macchina.

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[TRE]

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82

22 aprile 2014

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Per le vacanze di Pasqua avevo proposto a Jole di occuparmi io di Federico, il nostro fratellastro. Era un segnale per invitarla a organizzarsi una vacanza, che Jole ha colto senza riconoscere i miei meriti. Comunque in questo momento si trova in crociera sul Don con il marito.

Lei è il tipo di donna che nemmeno prova a curarsi anche di sé stessa mentre assolve gli impegni che si è presa. È un dato di fatto che Federico, o Ottantadue, chiamatelo come volete voi, per una precisina come lei, costituisca un serio impegno più che un fratello (o fratellastro, sempre come volete voi). Così come è un fatto certo che occuparsene sia stata una scelta di Jole, io non avevo niente in contrario a tirarmelo dentro casa quando nostro padre, sei anni fa, si è risposato con quella gelosissima trans brasiliana, in fondo Ottantadue è innocuo e passa la maggior parte delle sue giornate dormendo.

Sono passata a prenderlo ieri, il giorno di Pasquetta, poco prima di cena. Ormai era solo in casa da quasi ventiquattr’ore, se avessi aspettato ancora un po’ avrei rischiato di dovermelo caricare in macchina a spalla, ma non mi sarebbe convenuto: tra noi corre una differenza di circa trenta centimetri di altezza e di una settantina di chili di peso. Sono stata fortunata, non soltanto era sveglio, ma anche di buon umore. Ridendo e scherzando, siamo arrivati a Grottini con una sola tirata di quattro ore. Ho parcheggiato di fronte all’ingresso del appartamento che affitto di solito quando c’è da portarsi dietro mio fratello, nel residence più collaudato della Penisola, vicino a una cerchia di amici di vecchia data su cui poter contare in caso di necessità. Ottantadue mi ha aiutato portando per le scale i bagagli di entrambi, poi si è seduto a osservarmi andare e venire tra la cucina-tinello e le due camere da letto e, al mio segnale, è stramazzato faccia avanti sul letto che gli avevo assegnato, completamente vestito.

Con mio fratello ho condiviso lo stesso tetto sì e no un anno e mezzo, durante l’adolescenza. Mia mamma (nonché mamma di Jole) iniziava allora ad avere le prime avvisaglie della malattia che se la sarebbe portata via. Federico, che chiamavamo ancora così, da noi era soltanto in transito prima del trasferimento definitivo a Catania, durante la concitata separazione tra mio padre, il genitore acquisito una decina di anni prima, e sua madre, una siculo-normanna che in seguito se l’è tirato su da sola.

Nei miei ricordi era un ragazzone solare, curioso e fiducioso verso il prossimo. Dopo essercelo conteso tutto il giorno, Io e Jole la sera, sdraiate sui nostri letti gemelli, non ci nascondevamo a vicenda di fantasticare su quel cucciolo biondo e dinoccolato, poco più grande di noi, che ci girava impunemente per casa e che dovevamo considerare come un fratello. Gli affibbiammo quel soprannome, Ottantadue, l’anno in cui lo perdemmo di vista, convinte che sarebbe stato per sempre. In seguito cercammo in ogni modo di mantenerci in contatto ma nostro padre fu assai reticente e ci rese la cosa impossibile. Per più di vent’anni, però, restò formalmente sposato con la sua seconda moglie e, alla morte di lei, dovette riprendersi in carico un Federico molto cambiato.

Superato lo choc iniziale, tutti ci abituammo presto alla novità. Come ho già detto, Ottantadue sostanzialmente mangia e dorme. Sogna, tantissimo, e a volte vive i suoi sogni in diretta. Te lo ritrovi attorno che riprende discorsi mai affrontati se non dentro la sua testa, ripiena di nozioni affastellate e di fascinazioni imprevedibili per fatti, persone, oggetti, che studia per giorni senza che nessuno venga mai a saperlo. Appena passa di poco il limite del consentito, basta un richiamo, seguito da un sorriso, e lui ritorna sui suoi passi come se niente fosse.

Forse non saprò mai su cosa è inciampato nel cammino, ma ormai Ottantadue è la persona che è, e mi è impossibile non volergli un gran bene.

Le persone importanti entrano ed escono dalla vita senza dare mai un grosso preavviso. Per questo voglio tenere traccia delle prossime giornate, che non avrebbero alcun significato se non glielo attribuissi io stessa. Come se fosse un gioco, con regole ferree ma non scritte, di quelli nei quali credono i bambini: osservarsi vivere nel momento stesso in cui si stia vivendo. Per vedere un senso anche lì dove, realisticamente, senso non ce n’è alcuno.

[DUE]

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