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Una stracciatella con Cortàzar

16 dicembre 2019

Il cielo si era richiuso, era passata la tempesta.

Il tempo di un brusco ballo solitario ed era andata via indignata, per chi l’aveva spiata senza ammirazione dietro fessure serrate e diffidenti. Con setole pungenti aveva inciso strie per i pericoli scampati e dipinto arazzi di rigagnoli e di pozze, di foglie e di detriti urbani.

Tra le sue quattro mura Leyla era tornata al suo primo nome e non guardava fuori. Quel giorno aveva galleggiato tra le note senza contare il passaggio delle ore. Era rimasta al chiuso, tra le luci ambrate e gli incensi, aveva ripreso le letture sospese, aspettando senza affettazione. Spettinata e distesa tra le cose incompiute e il gatto immaginario a cui avrebbe voluto accarezzare il collo.

Un cielo avverso non poteva spaventarla. Ciò che l’atterriva erano i percorsi a senso unico, i vicoli ciechi su cui sarebbe stato difficile fare retromarcia. Per questo nel bel mezzo di una conversazione, o di una passeggiata, di un pranzo, di una visita al museo, durante una proiezione al cinema, tirava fuori senza preavviso le sue domande incaute, rischiose di ottenere chiarimenti.

Ecco tornare lo scorcio del rione Monti, in fondo al quale rosseggiò un giorno, stupefacente e lontana, una delle due quadrighe sul colmo dell’Altare della Patria. Era davvero infuocata e avrebbe meritato l’omaggio di una fotografia esperta. Ma lei non era attrezzata, e non era proprio il momento di perdersi in capziose distrazioni.

Quella volta, sì, affettò noncuranza, annunciando che presto avrebbe cambiato casa. Lo disse avendo al fianco qualcuno che teneva invece ferma la speranza di mettere radici, lo disse per insinuare l’idea che, fino all’ultimo, si può sradicarsi senza averne a soffrire, per suggerire che lo sradicamento sia, tutto sommato, una buona cosa. E che senza radici autoimposte si resta liberi dal pregiudizio e si tengono lontane le paure che offuscano la comprensione del reale.

La quadriga della Libertà in fiamme glielo confermava in un tramonto che si tratteneva dallo svanire, divorato da un cielo via via più scuro, in una Roma sempre più rossa, aliena. Eradicata.

La confermò nel proposito suggerendole di chiedere se, il giorno in cui si fosse trasferita in una roulotte sotto un tetto di pini a picco su un mare ai confini dell’umanità, oppure in cima a un palazzo, uno di quelli là attorno, anzi: quello con la prua a triangolo proprio lì davanti, con la terrazza affacciata sulla loro serata straniera, se arrivato quel giorno avrebbe ricevuto le sue visite almeno di tanto in tanto. La risposta la soddisfò parzialmente e il cameriere intervenne a sollevarla dall’impaccio. Li richiamò in sala, dove era stato servito il loro tavolo. La risposta escludeva l’eremo marinaro.

Passata la tempesta, Leyla aveva cambiato definitivamente nome. Per strada rimanevano le foglie, i rami e le cartacce ma intanto il letto aveva biancheria fresca di bucato e tutto era di nuovo pulito e rassettato. Lei se ne stava pigra, spettinata e scomposta. Non aspettava visite e il suo animo limpido si beava di distrazioni ambrate. La lettura di Cortàzar per esempio, compagnia perfetta perfino in assenza di gatti. Un punto per la roulotte, o anche banalmente per un pulmino rosso simile a quel Fafner.

Tra le meditazioni ecologiche di un certo Lucas, in un paragrafo esemplare per stile e contenuti, Cortàzar affermò:

Un paesaggio, una passeggiata nel bosco, un tuffo in una cascata, un sentiero tra le rocce, possono appagarci esteticamente solo se ci viene assicurato il ritorno a casa o in albergo, la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, l’erotismo che tutto riassume e ricomincia.

E, ancora:

Un libro, una commedia, una sonata, non hanno bisogno di ritorno a casa né di doccia; è là che tocchiamo l’apice di noi stessi, dove siamo il massimo che possiamo essere.

Lei classificò quel paragrafo tra i vaticini, ne subì l’autorevolezza, sentì nitidamente la solida mano di Cortàzar accarezzarle il collo.

Tornò a immaginare la propria misantropia appagata dentro un superattico in centro città, tra i libri e le visite frequenti delle amicizie disponibili solo entro ristretti raggi.

Verso l’ora di cena la sua identità era definitivamente acclarata. Si preparò una stracciatella con brodo di dado, due uova e tre cucchiai di grana padano. Aveva deciso di mangiare perché, pur non avendo mai guardato dalle finestre per l’intera giornata, era convinta che fuori si fosse fatto buio.

Aveva appoggiato il libro a tavola accanto alle posate e stava portando alla bocca un bicchiere di vino, quando qualcuno che aveva piantato le sue radici nella sabbia e che andava e veniva senza avarizia di chilometri da quella che aveva eletto la sua casa, le inviò un’immagine piena di splendore.

Era l’aspetto attuale del mare che si frangeva sulla barriera di scogli. Colto nell’attimo in cui, spettinato e disteso tra le onde e il tramonto, probabilmente pago dei giochi con la tempesta e le sue raffiche a cento all’ora, tutt’altro che indispettito, lanciava al cielo schizzi e spruzzi di allegria.

Le venne da pensare: È lì che voglio vivere.

Accarezzò il dorso di Cortàzar e per una volta fu lei a parlargli: Un libro, una commedia, una sonata, potrei procurarmele anche dove mi ritrovassi appagata esteticamente. E, allora, tornando a casa per la doccia lustrale, la cena o il vino, le chiacchiere dopo la cena, il libro o le carte, e per l’erotismo che tutto riassume e ricomincia, sono sicura che arriverei a toccare apici ben più alti di qualsiasi superattico in centro città.

Cortàzar alzò il mento sporco di stracciatella e non disse nulla non trovando niente da ribattere, o forse perché aveva la bocca piena.

82.4

25 aprile 2014

[TRELeggi dall’inizio]

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Diario
Giovedì 24 aprile
7.53       Sveglia, col sole. Il telefono dichiara trentatré email e sessantadue messaggi chat non letti. Ricezione del sessantatreesimo, per un totale di novantasei messaggi che non leggerò nemmeno oggi. Buongiorno a Ottantadue, che è ancora a letto. Lui apre prima un occhio, poi un altro. Si gira verso il muro. Decide di restare a letto.
8.30       Dopo aver perso un estenuante tira-e-molla, vado da sola al bar per un caffè e una sfoglia riccia. Sempre molto buona, ma inizia a perdere il suo fascino iniziale: inizio a considerarla la “solita” colazione.
8.55       Parcheggio in vista della spiaggia, lascio in auto la busta col cornetto a portar via. Scendo e mi addentro in un’area di sosta pedonale, dove mi accorgo di una quantità esorbitante di giardinieri al lavoro sopra le aiuole, le siepi e gli alberi che contornano il lungomare. Mi osservano, continuano a lavorare, si fermano, parlottano, tornano al lavoro. Mi immergo nella lettura, seduta su un muretto. Dopo qualche tempo noto che i giardinieri si sono avvicinati. Mi guardo attorno, ci siamo solo io e loro. Decido di tornare frettolosamente in macchina mentre dedico un sospiro interiore al paradiso dal quale mi allontano.
9.36       Trovo Ottantadue in strada, sta andando di nuovo al cimitero. Ci salutiamo, proseguo per il residence.
9.38       Durante la manovra di parcheggio, due telefonate in sequenza. La prima la fa Gigi: stasera non c’è più bisogno di aiuto per cucinare, basta essere da lui alle otto. Richiamo subito e propongo a più riprese di portare vino o dolce, ottengo un sistematico rifiuto. Presentarsi affamati è l’unico requisito richiesto. Scendo e saluto un ennesimo giardiniere, anzianotto, rubizzo e tondeggiante, che tenta una conversazione: “Stiamo infiorando ’nu poco, giusto per abbellimento”. Gli sorrido graziosamente ma proseguo marziale nella mia traiettoria. È in arrivo la bella stagione, il caldo si fa pungente. Noto che in pochi giorni mi è diventato piacevole rientrare nell’appartamento in ombra.
10.41     Ottantadue torna dal cimitero, concitata conversazione. Quindi ci dirigiamo insieme in direzione della spiaggia, dove il sole forte è alternato dal vento a nuvole in movimento. Ottantadue si impegna a misurare la lunghezza della spiaggia in chilometri, basandosi su complesse triangolazioni tra la distanza presunta tra sé e il monte dalla cima più in vista e il punto da misurare. Mi addormento, Ottantadue mi risveglia subito. Sbuffo, ma dopo poco giochiamo a bocce con dei grossi sassi bianchi, finché non si rannuvola.
12.52     Pranzo al tavolino di un bar all’aperto: insalata e hot-dog con salse, patatine fritte e caffè. Nei tempi morti giochiamo a tris sulla tovaglia di carta, ben presto punteggiata dalle tracce dell’immancabile piovasco quotidiano.
15.48     Gelato: pistacchio e cioccolato, fragola e kiwi, senza panna. Ho rifiutato assaggi non richiesti.
16.15     Quarantacique minuti in auto sotto la pioggia per raggiungere un centro turistico non lontano. Appena fuori dall’area di influenza del golfo splende il sole. Passiamo, in sequenza, il Bar “La Vela”, il ristorante “Il Veliero” e l’albergo “Il Gabbiano” mentre nello specchio d’acqua davanti a noi gli stessi simboli trovano incarnazione in elementi reali. Un effetto didascalico che sconfina, secondo entrambi, nel kitsch.
17.00     Stazioniamo al porto del paese appena raggiunto, senza più voglia di visitare alcunché. Trascorriamo il tempo necessario a riprenderci dal mal d’auto dato dai tornanti, sdraiati su un prato ai piedi di casette dai colori pastello. Coi talloni lambiti dall’acqua, giacciamo contornati da vecchietti che si consultano in dialetto e deliziati dalle prove microfono effettuate su un palco montato nella piazzetta principale per i festeggiamenti del venticinque aprile. Dopo mezz’ora ripartiamo alla volta di Grottini.
18.30     Rientro in residence, preparazione per la cena.
20.00     Cena: Vino rosso. Impepata di cozze, spaghetti ai frutti di mare, pesci alla griglia, dolce pasquale fatto in casa, gelato. Parole, risate. Accetto, per una volta volentieri, una richiesta di amicizia su facebook da uno dei commensali. Ottantadue è presente in corpo e in spirito, ma non parla moltissimo, sembra concentrato su qualche ragionamento dei suoi.

A metà mattinata, con l’abitacolo che profumava tutto di cornetto appena sfornato, dalla strada principale ho impegnato la curva della traversa che porta al residence e mi sono ritrovata davanti Ottantadue, di spalle, così in mezzo alla via, che se non fossi un tipo prudente alla guida l’avrei messo sicuramente sotto. Ho rallentato, lui si è fatto di lato senza guardare. Mi sono affiancata a passo d’uomo, qualcosa non andava.

Sembrava arrabbiato, prendeva a calci il terreno sollevando nuvole di polvere. Mi arrivava un mugolio stridulo, ho abbassato di più il finestrino, era proprio lui l’origine. Stava piangendo.

Siamo entrati insieme nell’area di parcheggio, ho spento il motore e sono scesa, indecisa se correre ad abbracciarlo. Era quello che avrei voluto fare, ma non ero sicura che fosse consentito dal suo codice comportamentale, in momenti come quello.

Dietro mia domanda diretta mi ha spiegato che, dopo la visita alla tomba della donna ultracentenaria, un altro uomo, suppergiù della sua stessa età, si è dato da fare ripulendo tutto, lapide e dintorni, e sostituendo i fiori che Ottantadue aveva raccolto al bordo della strada (papaveri, margheritine, certi grappoli violetti, perfino due piccoli girasoli ammaccati) con certi mazzolini tronfi che puzzavano delle misture coi quali li impestano di solito i fiorai.

Ma l’onta peggiore l’aveva subita dalla conversazione silenziosa che si era svolta tra l’uomo e la donna che giaceva tre metri più in basso. Non aveva udito parole, non avrebbe potuto dal suo posto d’osservazione, nascosto dietro lo spigolo della tomba della famiglia Motta – mi chiese se la ricordavo (e come no: “Pensa, questa famiglia qui… è tutta Motta!” Mi aveva fatto ridere appena quarantott’ore prima). Ottantadue però era sicuro di aver colto un notevole grado di intimità tra i due. Sentendosi tradito, si era allontanato covando un risentimento che non sapeva bene come spiegare o tantomeno sfogare.

“Non fa niente”, l’ho rincuorato. Si è fatto prendere docilmente dal gomito e convincere a venire con me in spiaggia. Camminando gli ho offerto il cornetto che avevo comprato per lui. Ha smesso di tirare su col naso e l’ha mangiato in due bocconi. Un paio di passi e ha rotto il silenzio con una voce completamente trasformata:

– Senti come canta questa rana, o sarà un rospo?

– Non è un rospo, né una sola rana, è un’invasione di rane, non ti sei accorto che gracidano di continuo, giorno e notte, ovunque?

Non se n’era accorto prima, ma quella scoperta adesso occupava tutto il campo delle sue riflessioni. E allora, senz’altro, andava bene così.

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[CINQUE]

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82.3

24 aprile 2014

[DUELeggi dall’inizio]

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Diario
Mercoledì 23 aprile
8.34 Sveglia veloce e colazione al bar: caffè e sfoglia liscia, una signora entrata poco prima di me si era portata via tutto il vassoio di ricce, così si è giustificata la proprietaria. Ottantadue ha sorseggiato appena un latte caldo, per aver divorato già un pacco di biscotti davanti alla televisione mentre mi preparavo.
9.35 Ricerca di negozi utili a procacciare regali inutili per gli amici che vedremo questo pomeriggio. Scartata la quasi totalità delle inutilità. Acquistato solamente un cappellino da neonato. Taglia unica, potrebbero riutilizzarlo in famiglia.
9.55 Passaggio in spiaggia sotto minaccia di pioggia incipiente, ma che è iniziata a cadere appena risaliti in macchina.
10.20 Ritorno al residence, senza programmi per il resto della mattinata. Ottantadue ha compiuto una minuziosa manutenzione personale comprendente: doccia, barba, sfumatura di basette, baffi e pizzo, taglio delle unghie di mani e piedi, apposizione di lozioni profumate alcoliche sul 90% della superficie corporea. Ad alcuni urletti ha fatto seguito una accurata vestizione. Io: lettura.
13.30 Pranzo: pastasciutta al ragù di tonno e pomodori pachino, pane, frutta, caffè. Intanto ha smesso di piovere.
16.00 Passeggiata al molo avanti e indietro, salutato Gigi (amico e compagno di gozzovigli dei miei tempi andati), che usciva con il suo gozzetto a ritirare le reti. Rito del gelato, il cameriere ha insistito anche oggi a porgermi un cucchiaino sporco di un gusto del quale non mi interessava conoscere il sapore.
17.20 Piccolo rinforzo della spesa, per la cena: frutta, verdura e platessa surgelata.
17.50 Primo giro di visite. A casa del neonato madre, zie e nonne si passano il bambino. Io e Ottantadue cerchiamo di seguire il ragionamento che fa uno zio (lo stesso Gigi di cui sopra) sulla sua contrarietà alle adozioni di bambini da parte delle coppie gay, ma il suono della sua voce viene sovrastata dai cori e le espressioni di stupore per il singhiozzo, il ruttino, il rigurgitino, la colichetta del piccolo. Il padre siede in un angolo del divano all’ombra. Non partecipa e non commenta. Dopo circa un’ora facciamo per alzarci ma Gigi ci intercetta e ci fa deviare verso casa sua, ovvero il portone accanto. Una volta entrati, Gigi apre il frigorifero e ci offre il pescato del giorno: una ciotola di mitili, un’altra di pescetti misti da friggere o da fare arrosto, due splendide sciabole argentate. Davvero splendide. Fatico parecchio a convincerlo che, benché sia donna, non sono in grado di cucinare il pesce, e che comunque non mi azzarderei a fare esperimenti in un cucinino disastrato come quello del residence. Piuttosto accettiamo l’invito a cena per la sera successiva, anche se dovremo presentarci presto per aiutarlo a cucinare.
20.00 Ci ricordiamo di aver lasciato la spesa in macchina e usciamo di corsa.
20.30 La cena è stata comunque deliziosa. Abbiamo parlato a lungo di Jole e della vita che si svolge a casa sua. Ottantadue sembra non accorgersi neanche di avere dei coinquilini, a me sorge il dubbio che non lo calcolino affatto nell’organizzazione del loro ménage quotidiano: vive più o meno placido, ma comunque indisturbato all’interno dei 36 metri quadrati del locale al piano seminterrato della loro villetta. Che potrebbe prendere fuoco o subire uno dei drammatici allagamenti a cui è soggetta la zona in cui vivono, ad alto potenziale di disastro idrogeologico, senza che ai piani alti se ne accorgano nemmeno. Al ritorno da questa vacanza devo fare due chiacchiere con mia sorella.
22.00 A letto presto, seguita da Ottantadue che non ha rinunciato a una sigaretta e a un goccetto in terrazzo prima di dormire.

 

La sensazione che ho avuto oggi, e della quale ho cercato invano di rendere partecipe Ottantadue, è quella di essere capitati in un periodo dell’anno nel quale il nostro paesino estivo di riferimento non indossa la maschera di località vacanziera.
Il bar sembrava insolitamente affollato, non riuscivo a ricostruire le silhouette a cui ero abituata delle donne che entravano, consumavano e se ne uscivano in tutta fretta, oggi in tailleur grigio o marrone e scarpe con tacco da quattro o al massimo sei centimetri. Di corrispettivi maschili ne ho individuati pochi, per lo più mortificati da completi sformati, mocassini, valigetta al polso e un’insana predilezione per le acconciature tenute ferme da ettolitri di gel effetto-bagnato.
Stavamo seduti a un tavolino interno. Ottantadue fissava la vetrina dei dolci senza battere le ciglia mentre le mie parole venivano a mano a mano sempre più assorbite dallo zucchero al velo della sfoglia liscia (che, per inciso, non mi stava dando le stesse soddisfazioni della riccia). Benché non siamo fratelli di sangue, a un osservatore esterno io e Ottantadue saremmo sembrati figli dello stesso Dio (minore), similissimi per atteggiamento e fissità.
Buona parte della fauna maschile che affollava il bar, ma sempre per una colazione mordi-e-fuggi, era costituita da manovali. “Pezzi” di manovali, in alcuni casi dall’aspetto per niente mortificato dall’irresistibile passione per la stessa manata di gel di troppo tra i capelli che affliggeva la prima categoria di lavoratori osservata.
In spiaggia, poco dopo. Il vuoto assoluto. Non abbiamo trovato nemmeno i bagni, o stabilimenti, quei container prefabbricati, decorati a mano e tappezzati di insegne e manifesti che occhieggiano e mirano ad adescare il villeggiante, gli stessi che ogni estate occupano quasi per intero la lunghissima strisciata di sabbia di quel tratto di golfo.
Tra il grigio del mare e quello del cielo si frapponeva soltanto una macchia disordinata che risaliva velocemente arrampicandosi sui monti alle nostre spalle. L’aria era pulitissima e silenziosissima.
Un uomo con a fianco un cane passeggiava con i piedi a lambire la schiuma formata dalle onde sul bagnasciuga.
Il cane non abbaiava. Il sole non splendeva. Non era estate, insomma, e io e Ottantadue ne eravamo sommamente sollevati.

 

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[QUATTRO]

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82.2

23 aprile 2014

[UNO – Leggi dall’inizio]

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Diario
Martedì 22 aprile
6.45       Sveglia troppo precoce di Ottantadue, rimasto solo per più di un’ora col telecomando in mano nel tinello, dietro mia promessa di portarlo a fare colazione al bar se mi avesse lasciata dormire ancora un po’ in pace.
8.52       Colazione: Per me caffè e sfogliatella riccia con ricotta freschissima, Ottantadue invece ha intinto baffi e pizzo nel latte macchiato, seguito da una ciambella fritta e poi da un’aragostina, ma questa è tornata a me dopo il primo morso. Lo sapevo: a Ottantadue non piace nessun tipo di crema.
9.38       Spesa fatta al primo market incontrato, che esponeva manifestini con su scritto “Svendita per rinnovo locali”. In effetti i locali erano più che fatiscenti e sugli espositori abbiamo trovato a fatica la metà di quello che era scritto nella lista. Ottantadue si è quasi ribaltato, perdendo l’equilibrio sulla discesa in cemento fuori dalla porta di ingresso/uscita mentre riportava indietro il carrello. La ragazza che ci aveva tenuti d’occhio severamente dalla cassa per tutta la durata della spesa, a quel punto mi ha sorriso con un’aria di mesta comprensione sulla quale mi sto ancora interrogando.
10.02     Deviazione dalla spiaggia dove ci stavamo dirigendo per una visita, voluta da Ottantadue, al cimitero locale, dove non abbiamo morti.
10.38     Sosta in spiaggia, dove ho praticamente perso conoscenza sotto il sole. In seguito ho scoperto di essermi scottata fronte e guance. A Ottantadue sono spuntate solo lentiggini.
12.45     Pranzo: Insalata ricca senza mozzarella, e acqua, per me; spaghetti al pomodoro, panino al prosciutto e formaggio, patate fritte tuffate nelle bustine di ketchup e maionese, e Coca-Cola per Ottantadue, che ha lasciato la metà degli spaghetti e tutto il panino ad eccezione del ripieno, mentre io ho lasciato una mancia adeguata come risarcimento per chi avrebbe dovuto ripulire la scena del crimine. Quando ci siamo alzati da tavola ci siamo diretti verso un altro locale dove abbiamo preso due gelati artigianali e due caffè. Anche lì commessi altri crimini simili al precedente, ma meno significativi e non passibili di punizione alcuna.
14.35    Passeggiata sul molo.
15.30    Seconda spesa presso l’Ipermercato del paese. Ottantadue mi ha convinto a prendere il necessario per un barbecue nonostante le previsioni di stasera diano pioggia certa alle 21.00 in punto.
16.45    Riposo in appartamento. Ottantadue ha giocato per due ore ai videogiochi sul tablet. Io avrei potuto dormire, invece ne ho approfittato per iniziare a scrivere il diario della giornata.
19.00     Preparazione della brace.
19.30     Cena: salsicce, costolette di agnello, contorno di pomodorini conditi, vino rosso, pere.
21.00     Pioggia sulla brace, già in via di spegnimento.
 

Quando aveva cinque anni, la madre siculo-normanna di Ottantadue, a seguito di un litigio col marito, era uscita di casa dopo il tramonto sbattendo la porta. Il padre quindi, senza nessun motivo logico, decise che proprio quello era il momento adatto per accorciare la siepe che circondava il giardino della villetta. Fino ad allora era stato un uomo tutto d’un pezzo, ma quella sera, complice il buio e l’estremo nervosismo, la sega elettrica sfuggì dal suo controllo e lo lasciò in terra, piuttosto smembrato e vittima di un’emorragia mortale. Federico fu il primo a trovarlo, venendo a reclamare la cena.

Questo fatto me lo raccontò Jole poco tempo fa, e forse costituisce una concausa di certe visioni fantasmatiche che popolano le notti di nostro fratello. La sua è un’attrazione mista a repulsione, oggi ha preso il sopravvento la prima delle due, incontenibile. Avevo proposto: Andiamo in spiaggia? Ma, appena siamo giunti in vista della strada, mi ha preso per mano e costretta ad attraversare in curva, fortuna che macchine ne passano di rado in questi giorni, portandoci per oltre un’ora a farci risucchiare nell’universo dei non-vivi.

Sembrava che non fosse mai entrato in un cimitero. Era pieno giorno e ci separava dal mare solo un muretto che Ottantadue poteva superare con lo sguardo sollevandosi appena sulle punte dei piedi. Ha voluto sostare tomba per tomba, leggendo tutte le lapidi e trovandone perfino di una donna ultracentenaria. Centouno anni, per la precisione, eternata in un’espressione di suprema strafottenza.

Proprio non c’era campo, Santo o meno, per il mio telefono. Ma era ovvio, la maggior parte dei defunti risultavano nati molto prima della rivoluzione digitale, non avrebbero saputo che farsene. Io stessa non ho risentito dell’inconveniente. Oggi è un giorno feriale e, dalla prima mattina, non ho smesso di ricevere email di lavoro, senza aprirne alcuna. Sono bastati pochi giorni di distacco totale, e in particolare gli ultimi due, nei quali (grazie al mio compagno di viaggio) il tasso di surrealismo ha toccato livelli altissimi, per prendere coscienza di tutta la stanchezza e delle scorie inutili che mi zavorrano la vita quotidiana.

Finalmente sono riuscita a trascinare Ottantadue in spiaggia, una spiaggia sassosa, non curata, coperta da un cielo torbido, ma circondata da un panorama stupefacente: decine di cime che si innalzavano da una nebbiolina rasente all’acqua, e ognuna colorata di un azzurro differente. Leonardo ne sarebbe rimasto folgorato. Ho osservato mio fratello prendere l’espressione beata di quando era ragazzino, ha iniziato a raccogliere sassi, se ne è riempito le braccia e poi è venuto a sporgersi su di me, sdraiata e in stato di semincoscienza per il sonno e il calore, chiedendo: Questi dove li metto? Mi vai a prendere una busta?

Gli fatto gesti con le mani per fargli capire di scansarsi, se non voleva restare orfano anche di una sorella, gli ho detto: Mettili qui, indicando un qualsiasi posto, già pieno di sassi simili a quelli che aveva raccolto, alla sinistra di dove mi ero sdraiata. Ero già pronta a schivare una pioggia di schegge aguzze, ma lui si è accovacciato e, piano piano, li ha deposti uno sull’altro, in silenzio.

Quando ha finito mi ha chiesto se potessi far loro la guardia e, senza aspettare che rispondessi (non ne avevo alcuna intenzione, ero tornata subito a occhi chiusi a farmi cullare dal suono della risacca), ha raggiunto la riva. Dopo poco ho sentito il rumore di un calcio dato a un pallone di cuoio. Ce n’era uno, l’ho visto aprendo un occhio solo, sbiancato e mezzo sgonfio, che adesso navigava parallelo alla costa, e mio fratello, concentratissimo, lo tartassava con un’incessante sassaiola dalla terraferma.

Pluf. Pluf. Pluf. Pluf.

Mi sono addormentata.

Mi ha risvegliato Ottantadue, stava agitando un osso sopra il mio naso. Un osso sano, sembrava una clavicola, forse di maiale, chissà. Io non me ne intendo. Abbiamo convenuto di dargli degna sepoltura, sotto una montagnola formata da tutti i sassi che avevo custodito fino a quel momento, sormontati da una croce composta da due piccole canne fissate una all’altra per tramite di una foglia rubata allo stesso canneto. Al termine dell’operazione eravamo entrambi molto soddisfatti.

– Che ne pensi? Sarà scappato dal cimitero?

Mi ha chiesto a bruciapelo Ottantadue, tornando verso il residence e, inevitabilmente, ripassando davanti alla cancellata dell’Eterno Riposo.

– Può darsi, – gli ho risposto.

– Allora fermati. – E mi ha strattonata per la manica cercando di farmi deviare dal percorso, – Dobbiamo avvertire il Direttore! Poi andiamo via subito.- Quindi ha aggiunto, con tono supplice: – Ti prego.

– Mica esiste il Direttore di un Cimitero. Non credo, per lo meno. Quello che abbiamo visto prima uscendo era il guardiano.

– Oh. Allora è meglio se non diciamo niente. Poveretto, pensa se perdesse il lavoro per colpa di quell’ossicino sfuggito al suo controllo.

La sua espressione era così preoccupata, le sue guance, già deformi per l’alcol e le medicine, ora convergevano verso una bocca estrusa e tanto stretta da diventare gialla. Trattenni una risata, e commentai:

– Hai ragione, meglio non dire nulla.

Stavo per riprendere a camminare, precedendolo, quando Ottantadue mi ha aggirata, si è sporto con testa e busto e ha appuntato i suoi occhi grigio-verdi sopra i miei. Sorrideva.

– Ma guarda che stavo scherzando – ha detto. Si è ficcato le mani in tasca, mi sorpassata saltellando e ha attraversato la strada dell’andata in senso inverso, sempre sulla stessa curva e sempre senza guardare se arrivasse qualche macchina.

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[TRE]

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L -18

1 settembre 2013

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Troppo mare

Immagine di Margot Knight

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Stasera rimare non voglio

Tentenna la penna sul foglio

Mi è presa la briga

Di tirar la riga

Son stanca più di quanto soglio.

Buonanotte.

Défaillances

13 giugno 2013

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Le défaillances in questione non riguardano il sesso, e quindi la Tour Eiffel vista da Marc Chagall non è qui a richiamare problematiche più degne di uno spot.

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Dovrei andarci cauta.

Esco da un periodo in cui non ho fatto altro che inanellare figuracce, ero troppo distratta. Ma, a mia discolpa, invoco i testimoni di un’annata bastarda. Sono una creatura fragile, risento degli sbalzi di clima. A me serve stabilità.  Saprà darmela almeno l’alta pressione?

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La giornata si apre, letteralmente, su uno spettacolare cielo spazzato da invisibili correnti calde e benefiche. In borsa ho un libro bellissimo, non dico quale finché non sarà l’ora. Spingo i pedali e mi allontano. Ho rispolverato la maestria di un tempo nel fare i saliscendi dai marciapiedi, e piegarmi in curva, in lieve derapata. Adesso che ho gomiti e ginocchia esposte, mi eccita anche provare il brivido del rischio, non tanto remoto, di sbucciarmele.

Gioisco delle camere d’aria belle gonfie, del battistrada ruvido che morde l’asfalto, dello scrocchio metallico del cambio, che solletico in base alla pendenza del terreno.

I giorni freddi e piovosi sono alle spalle, hanno lasciato tanto verde qui. Gli alberi. Hanno le punte chiare, si sentono più giovani, come me. Le foglie in basso, invece, si sono fatte scure e grassottelle. Godo di questa vista. Il vento muove le fronde di tutte le essenze insieme, mi ricordano il mare. Sembrano foreste d’alghe guardate con la maschera. Vorrei nuotarci dentro.

In discesa, sollevo i piedi dai pedali e apro le gambe, mi metterei a fare acrobazie. L’aria profuma, chi incrocio mi sorride.

Come si fa a pensare? Come si fa a scrivere in momenti come questi? Costantemente svolgo interi temi, mentre le mani e il corpo sono impegnati a occuparsi di altro. Il problema è trovare il tempo e la voglia di organizzarli in forma di discorso.

Quando le nuvole si accorpano contro l’orizzonte, riunite in forme strane, e assorbono i colori della luce, io punto l’obiettivo. Manovro un po’, forse un po’ troppo, tempo un secondo e le forme di prima sono già tutte sfilacciate. Così i ricordi di giorni monolitici. Bisognerebbe che fossi più tempestiva.

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La prendo a esempio: quella di ieri sarebbe stata una giornata da trascrivere così come si è svolta. Tentar non nuoce, potrei farlo anche a posteriori. Chissà.

A scuole terminate il traffico è spompato e debole. Soltanto l’abitudine mi tiene sulla giusta strada, io la seguo. L’abitudine. Così ho la mente libera e posso guardarmi intorno.

Arrivo al lavoro come dopo una vacanza. Mi metto sotto subito, funziono bene, riesco a reggere tranquilla le emergenze. All’ora giusta vado incontro a Johan davanti al solito baretto. Che poi è il terzo che cambiamo dall’inizio delle lezioni di francese. Sarà per questo. Nel suo ultimo messaggio dice che è qua vicino, ma poi resto mezz’ora a cuocere sotto il sole.

Lo vedo, finalmente. Trotterella sulle strisce pedonali con la testa un po’ inclinata e una smorfia sul viso. Alza un braccio nella mia direzione. Mi spiega: aveva equivocato il posto dell’appuntamento e mi aspettava altrove. Telefono spento per défaillance della batteria, hai voglia a tempestarlo di chiamate e messaggi. Ma non importa, tu guarda che giornata.

Sediamo, io col mio succo di pomodoro, lui con la coca in lattina davanti, e cominciamo. Mi passano accanto colleghi che non mi riconoscono, forse sono mimetizzata dentro la falsa immagine di una coppia straniera a colloquio.

E noi, dagli esercizi di grammatica voliamo subito su Parigi. Ripercorriamo i luoghi che conosco, lui mi aggiorna sui loro cambiamenti. Io gli racconto di un tipo. Uno con la madre ricca, ma che aveva scelto di vivere col padre separato, in mezzo ai ghetti neri. Lì aveva fatto esperienza di scontri con la polizia, visto cose che noi umani, eh. E deciso alla fine -a vent’anni- che solo Londra e Parigi fossero degne del titolo di Città. Uno che mi aveva insegnato come si ballava il rap, come si teneva la bottiglia di Corona tra le dita, camminando, come ci si passava il fumo. Caspita, mi fa Johan. E sorride. Se l’ho più rincontrato? Ma no, non meritava proprio. Pare che a Parigi adesso siano molti i ragazzi benestanti che si atteggiano a straccioni, che il rap si sia incancrenito e sia vissuto come una religione da interi gruppi sociali che, nelle banlieue, si abbeverano dalla nascita alla fonte dell’intolleranza.

Questo mi torna in mente ormai sotto casa, a fine corsa, incrociando la nipotina di un ex-preside. È orgogliosa per essere passata dalla prima alla seconda elementare. Tutti promossi in classe sua, ma c’è un bambino che non si comporta bene, dice le parolacce e ruba le cose degli altri “di nascosto”. Mi spiega che è rumeno, quel bambino. Tanto lo sanno tutti che i rumeni sono ladri.

Prima che si allontani con il nonno dal sorriso imbalsamato, intanto che manovro per piegare la mia bici, non posso che dirle, col tono più gentile che riesco, perché è pur sempre una settenne: “Spero che non siano tutti così, magari qualcuno di loro è anche una brava persona, no?” Non mi risponde, gioca. L’ex-preside ridacchia, mah.

Un uomo che passa ammicca: “Ruba le cose di nascosto!” “Perché è rumeno”, gli ribatto. “Fosse italiano lo farebbe allo scoperto”.

Italiani, poveretti, che la crisi mette al tappeto, e ancora si permettono di atteggiarsi a superiori. Ma si capisce. Mentre il paradosso per la Grecia consiste nel tornare allo status di  “Paese emergente”, per l’oscuramento della tv di Stato, io posso ancora entrare in casa e sapere dalla Rai che a Roma, borgata San Basilio, la folla ha linciato gli addetti di un ambulanza in soccorso di un ragazzo accoltellato. Figlio dell’omicida dell’accoltellatore, a sua volta aggressore per futili motivi.

Non c’è pericolo, altro che terzo mondo. Roma è tale e quale a Parigi, in questo.

Ma non riesco a stare, a fare cose, ad ascoltare oltre. Dal balcone si vedono le fronde degli alberi agitate dai soffi lunghi del vento. La sera è accogliente, e proprio non avrei alcuna voglia di pensare. Mi sento così stabile.

Colpa dell’alta pressione, immagino.

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Notizie dall’ANTA – Fumata nera

11 marzo 2013

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Tubonero.

3) L’indispensabile tubino nero

Nel guardaroba di una donna non dovrebbe mai mancare un tubino nero. Un pezzo per tutte le occasioni. Ero donna già da parecchio quando mi resi conto di dovermi adeguare in vista della consacrazione definitiva ai fottuti riti sociali. Ero cresciuta ma ancora giovane e sciocca, mi affrettai a procurarmelo. Avevo qualche chance di indossarlo per un aperitivo, o per un invito a cena estemporaneo.

Appena riemersa da una lunga nuotata in mare, in pieno agosto, presi il mio primo cellulare con le mani bagnate e lo accostai all’orecchio, tra ciocche di capelli grondanti acqua salata. Quando risposi a mio padre, non ero pronta a ricevere i suoi singhiozzi. Non ero pronta alla morte di mio nonno. Non ero pronta in genere a un funerale. Per questo, tornata a Roma con il primo volo, stordita e dispiaciuta, indossai senza pensarci troppo quel tubino nero, che si rivelò a tutti gli effetti indispensabile.

Nonno apprezzava le belle donne, così mio padre, così mio figlio. Pensando a loro, mi rendo conto del perché, con tutto il testosterone di famiglia in circolo, anch’io sia a tratti tanto mascolina.

Le rare volte che ci incontravamo, lui mi lusingava esclamando sempre che invece di crescere stavo ringiovanendo. E faceva arrossire me e le mie cugine con commenti compiaciuti sulle nostre gambe, se ci presentavamo in gonna. Per il resto è stato una persona molto a sé. Nei discorsi teneva banco (parlando di politica o del Papa) e raccontava molte barzellette (ancora sui politici e sul Papa). A noi nipoti pensava sempre e solo nonna, coi suoi sorrisi e le buste passate di nascosto (“Non farti vedere da nonno”) con dentro ventimila lire.

Per la durata della messa funebre mi sentii a disagio. Il nero lo indossavo, e in un’unica soluzione, proprio come la tonaca di un prete.

Il punto è che fino al giorno prima mi aggiravo pressoché nuda e senza pensieri sotto il sole, spostandomi dall’asciugamano all’onda e viceversa, tutta sensualità e vigore. Ora quel tubino addosso metteva in mostra gambe abbronzate e tornite dal nuoto e una pelle tanto scura da smarrirsi sullo sfondo della chiesa buia, e che rabbrividiva nella sua aria fresca. Non era quella l’immagine giusta per un funerale. Pareva un affronto alla morte.

A mio nonno, però, credo sarebbe piaciuta.

Indossai lo stesso vestito poche altre volte, via via che perdevo avi, sempre in piena estate. Ora sta lì appeso nell’armadio. Guai a guardarlo. Guai a guardare così lontano, fino ad agosto, mese tanto sfigato.

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§§§

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Nemmeno è iniziata primavera. Ma intorno il mondo sembra non riuscire a pensare a sé stesso vivo e vegeto ancora solo tra qualche settimana. Visti da fuori sembriamo tutti coinvolti in un grande e caotico Conclave, dove ciascuno ha il diritto/dovere di dire la sua e sarà molto difficile trovare un accordo tra noi. Per ritrovarci chi, poi, a rappresentarci? Io sono allergica, moltissimo, al Super Rappresentante Universale, caro G. Ho i piedi ben piantati in terra e ti confesso che in certi momenti, realizzando che il tempo continua a rotolare in discesa, ho delle visioni tutt’altro che felici di quello che mi aspetta.

Ma tu mi avevi detto di

raccontare fatti, e basta. Nessuna riflessione, nessun pensiero, nessun sentimento eccetera: semplice racconto di fatti.

e ho disatteso in pieno questa regola. Fumata nera per oggi, mi dispiace.

Pertanto, prima di andare a cercare di capire, con gli ovvi limiti dovuti alla mia estraneità ai termini economici, una interessante discussione tra due cardinali del web, mi permetto di cadere ancora più in basso:

 

Si fece avanti un maggio senza cielo

Che non ricordava niente

Che non era mai stato prima

Che, paziente,  un dodicesimo chiedeva

D’attenzione. E finì esausto per lasciare

L’ abito nero al mese che seguiva.

Ma Giugno non ebbe cuore di indossarlo

Tutti quei grilli strepitanti addosso

E i fiori già sbocciati e il suono giallo dell’onda

Che lo spingeva al largo. Dovette dagli retta:

Chiamò a gran voce Luglio

E in fretta e furia gli porse la staffetta.

Quello, da un anno sotto il tabellone degli arrivi,

I tacchi conficcati nel terreno, attese

L’occasione col vestito in mano, per regalarlo

Al primo che scendesse giù da un treno.

Ma era così nero che fece notte presto,

E da un binario morto sbucò Agosto.

Che nudo e solo lo usò come lenzuolo

In una camera a ore, nascosto tutto un mese

Senza più speranza e senza più luci accese

Quando arrivò un Settembre sconosciuto

Gli disse di afferrare l’abito e di stringerglielo

Forte al collo, lui non avrebbe chiesto aiuto.

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Fashion victims

5 gennaio 2013

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Io e il signore qui sopra, nel primo giorno di saldi.

L’efficienza di un sistema elettorale: da Talete, passando per il Caso e i Salti quantici

29 dicembre 2012

Paolo, come avrai modo di capire, ieri l’ho  sparata un po’ abbondante.

In effetti, mentre rispondevo a te avevo un altro post in cottura, e tutti i fornelli occupati. Così, ho messo il proposito in frigo, chiuso con tappo ermetico e l’ho lasciato decantare una notte.

Il guaio adesso è che fuori c’è un sole meraviglioso, che io voglio viverlo sulla mia pelle, che il vento mi chiama, come sempre mi chiama e io, da che sono nata, gli rispondo: Arrivo! E non lo lascio mai solo, quel vento egocentrico, senza i miei capelli da sbatacchiare tutto intorno alla testa, finché non si forma un nido d’aquila e la gente comincia a guardarmi strano. (Io da sola, fisicamente, non riesco a starci mai, c’è sempre questa “gente” intorno, in una città come Roma. Ancora ancora quando abitavo a due passi dal mare, ma anche la spiaggia d’inverno, non è che fosse proprio il deserto.)

Quindi la faccio breve: proprio ieri mattina, mentre meditavo in pigiama su come impegnare utilmente la  bella giornata che si annunciava fuori dallo schermo, leggevo l’ottima newsletter elettronica de Le Scienze, alla quale sono abbonata. L’impressione che ho, di solito, durante lo svolgimento di queste colazioni da giorno festivo, è sempre quella di trovarmi sul greto di un fiume e di dover necessariamente saltellare di sasso in sasso, senza fermarmi troppo in situazioni scivolose, pena il tuffo nell’acqua freddissima, per riuscire a portarmi sulla sponda nel momento esatto in cui il caffé avrà raggiunto il suo effetto di risveglio dell’adrenalina e io sarò pronta a lavarmi-vestirmi-agitarmi-in-tutte-le-direzioni, utili o meno utili (ma poca differenza fa. In fondo).

L’efficienza del caso. Ma tu guarda la scienza, ma guarda. Alcuni studiosi hanno applicato le dinamiche dei sistemi complessi ad un ipotetico Parlamento virtuale, riscontrando che la massima efficienza si raggiunge quando un certo numero di parlamentari vengono estratti a sorte tra cittadini che non fanno parte di partiti politici.

Il risultato ha mostrato anche che i processi basati sul caso, fondamentali in tanti problemi fisici, sono utili anche in campo socioeconomico tramite strategie che prevedono scelte casuali.

Ecco. Allora mi sono detta, saltando sopra un altro sasso scivoloso, “Certo che io eliminerei tutti i partiti, se ne vedrebbero di bei risultati”. Ma la democrazia è una questione complessa, tanto che i più furbi e capaci se ne sono impadroniti al punto da renderla incomprensibile alla maggioranza della gente (proprio quella che incontro per strada quando invece ne farei tanto a meno). “E quindi si voterà col porcellum, checacchio!” e ho cercato qualcosa di più sull’argomento “efficienza del sistema elettorale”. A dire la verità, a me che non sono un’economista, la questione è apparsa un tantino complicata.

1-s2.0-S026137940000007X-gr2Immagine tratta da http://www.sciencedirect.com

Numerosi studi che ormai risalgono ad almeno una decina di anni fa (ma da allora la situazione è soltanto peggiorata), dicono che

Recent electoral reforms in four countries (Italy, Japan, New Zealand and Venezuela) represent moves away from electoral systems that represented different extreme deviations from efficiency.

Insomma, saltando ancora e cercando di mantenere l’equilibrio, ho riflettuto su quanto anche la politica, scienza sociale, sia sorella minore, come ogni altra scienza, della filosofia. Perché nel frattempo mi ero spostata su Samgha, e letto l’articolo Tempo e coscienza, di Ignazio Licata. ora, chi legge qualche volta i miei farfugliamenti sa che neuroscienze, recherche e questioni affini mi attraggono inesorabilmente. Ci sono caduta, nel fiume freddo. Splash, mezz’ora a bocca aperta.

 […] un atomo assorbe o emette energia ed un elettrone orbitale passa da un livello energetico ad un altro; oppure pensiamo  ai fenomeni di creazione-annichilazione di particelle. Tutti fatti ben noti al tempo degli acceleratori e del bosone di Higgs. La domanda è: quali sono le modalità del salto dell’elettrone da un livello energetico ad un altro? E’ come il passaggio da un gradino ad un altro? In un processo di creazione-annichilazione dove vanno queste particelle? Da dove vengono?  La risposta è nel vuoto quantistico, la versione del mare di Talete della fisica teorica. Questo vuoto è in sé atemporale. O per essere leggermente più tecnici senza abbandonare il gioco della suggestione, è un’entità a tempo immaginario.

Talete dimostrava continuamente di poter essere furbo e capace anche lui come i politicanti d’ogni tempo. I filosofi hanno menti superiori. Una volta guadagnò in una sola stagione come uno sporco capitalista nostrano, speculando molto modernamente sulla previsione di un raccolto di olive eccezionale.

Era davvero un figo. Se ne fregava degli Dei fluviali e osava far deviare i corsi d’acqua durante le battaglie per sorprendere il nemico. Ogni tanto giocava coi triangoli e buttava lì l’altezza delle piramidi davanti a un’uditorio sbigottito.

Triangoli_omotetici

Ci fosse lui, oggi saprebbe risolverla questa questione elettorale, tutta questione di triangoli.

Io a scuola di Talete allora non avevo capito niente ma sto rimediando, Paolo. Ecco, mi ero fermata a quella cosa del principio umido di tutte le cose*, poi mi ero messa a leggere fumetti, ascoltare  musicaccia, bazzicare brutte compagnie (ma non è vero, su!), e di Talete mi sono dimenticata. Mai chiudere un filosofo fuori dalla porta, perché poi rientra dalla finestra.

Errori di gioventù. Talete  era uno da  continuare a frequentare. Intanto perché  con la sua intelligenza  si era proposto al mondo come “primo filosofo”, e poi perché il vecchio Tal era anche un tipo sbrigativo:

– non volle avere figli proprio per amore dei figli. (Io ho cambiato idea di recente. Saremmo andati d’accordo per un bel pezzo di strada però)

– disse che “la cosa più semplice è dare consigli”. (Specie da un blog, ma questo non poteva prevederlo)

– che “la cosa più sgradevole è vedere un tiranno esser potuto invecchiare”. (Ah, che maldipancia)

– che “la morte non è diversa in nulla dalla vita. A chi gli obbiettava perché allora non morisse, rispondeva che era perché non c’era alcuna differenza” (capito la risposta pronta di ieri, Luporenna?)

Nessuno glielo chiese mai, ma all’occorrenza avrebbe saputo dire anche se fosse nato prima l’uovo o la gallina.

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A quel punto mi sono rialzata, ho fatto una doccia calda calda e sono uscita. Cosa che mi appresto a fare adesso, scusa la stringatezza quindi. Mi è venuta voglia di tornare a bussare alla porta di Talete**, magari con una scatola di cioccolatini sotto braccio per farmi perdonare la lunga assenza. Proverei a partire da un testo disimpegnato, ormai sono un bel po’ arruginita, e poi ho tutti quegli ebook da leggere (e poi, ancora, fondamentalmente a me piace il mare, quella grande distesa umida…).

Cochi e Renato – A me mi piace il mare

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*) Talete […] dice che [la “realtà naturale (o una sola o piú di una) dalla quale derivano tutte le altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata”], quel principio è l’acqua (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide”. (Aristotele, Metafisica 983 b)

**) Guérard Cécile – Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche – Ed. Guanda, 2012


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