The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Grigio, lato in basso del quadrato

di CRT2

Non so perché ma da sempre sono convinto che non si dovrebbero aprire le scatole mentali dei ricordi per estrarne qualcosa a piacere, per dovere, o solo per la dimostrazione di aver partecipato a degli eventi. Pena il doversi poi rendere conto che, tra adesso che ricordi a quando i fatti si sono svolti, di tempo ne è passato molto e questo tempo non ritorna. Ma farei un’eccezione per quelle vicende, vissute, che sono state formative e tornano spesso al centro dei tuoi pensieri.

Quello che noi all’epoca chiamavamo il “Grigio” altro non era che un Prof. di “Disegno dal vero”, chiamata così una favolosa e mitica materia inserita nelle discipline delle Scuole Statali d’Arte che, prima dell’unificazione nazionale degli Istituti a direzione artistica, erano categoricamente e assolutamente da non confondere con i Licei d’Arte. Anzi, la rivalità tra chi frequentava allora le due diverse Istituzioni era così forte e accesa da diventare disputa intellettuale – medioevale, appena i due schieramenti si fossero incontrati per discutere la loro primaria formazione con santa, artistica e citazionevole ragione.

Il Grigio per noi della sezione B, era invece il “Quadrato” per la Sez. A e ambedue gli appellativi all’uomo calzano a perfezione quasi spudorata in questo progetto.

Il Grigio era effettivamente sempre vestito di grigio con poche e vaghe declinazioni sul verde, ocra, blu scuro, toni sempre influenzati dal grigio, sempre incravattato e sempre con barba folta e ben curata (grigia ovviamente) e il tutto a pensarci ora poteva essere tridimensionale e spigoloso, tanto il tutto era “in piega”.

Per chi non lo sapesse, nelle ore di Disegno dal vero all’interno di Scuole d’Arte con scarse possibilità economiche, tu eri difronte a vetuste bacheche con dentro di tutto: dalla testa aurea in gesso dell’Apollo greco (caduta dal piedistallo); al fagiano imbalsamato (dalle piume sbiadite); alla conchiglia dell’Oceano indiano in equilibrio su un pezzo di marmitta lucida di una moto, a un contrasto tra still life del metallo e la matericità della madreperla da far emergere sul foglio. Insomma, a parte qualche calco del Canova a misura intera e tolta una statua di donna senza testa ma con un gran culo velato, niente modelle/modelli in carne e ossa nudi difronte a te, e niente che noi studenti non si conoscesse già a memoria come forma e dimensione, anche se non mancava chi per tutto l’anno tentava di uscirne vivo riproducendo per l’ennesima e scontata volta un teschio di bue, posizionandosi su varie e sfumate angolazioni fronte/lato bacheca nei 4 punti cardinali, fino all’ossessione.

Il Grigio Quadrato aveva sempre un sorriso ebete sul volto e pareva ti lasciasse libero di scegliere il tuo soggetto da disegnare, per poi richiamarti all’incapacità di disegnare questo o quello che avevi scelto, facendo battute per lui divertenti ma per noi sempre grigie. Sembrava cercasse un’intesa ideologica con una generazione che fuori dalla Scuola d’Arte andava regolarmente alle manifestazioni di Piazza con l’intento di bruciare tutto, a cominciare dai più facili cassonetti dell’immondizia.

Ti spuntava alle spalle quando meno te lo aspettavi e sempre per dirti che non andava bene quello che stavi facendo: le proporzioni; la prospettiva; i toni del chiaro scuro e sempre prendeva quella sua matita blu/rossa dal taschino della giacca grigia e cominciava a dimostrartelo segnandolo sul tuo foglio che in sintesi, era il tuo quotidiano campo di battaglia dentro al suo territorio. Come, dove e perché tu stessi sbagliando a volte rimaneva un’incognita tanto era intento a segnare rosso e blu senza parlare.

Non saprei dire ora se aveva ragione oppure no, certo è che gli esempi più qualificanti per il Grigio erano opere di alunni che avevano l’onore di essere appese in aula, a futura memoria. Opere che avevano una quantità incredibile dei suoi segni bicolore e il grigio della matita dell’allievo “artista” era solo di contorno o sottofondo… da ignorare, a volte neanche si vedeva.

La vita del Grigio Quadrato era per noi straordinaria solo per una cosa, sua Moglie, anche lei insegnante nella stessa Scuola d’Arte ma in altra materia allora chiamata intellettualmente “Plastica”, poi trasformatasi con la modernità in “Design”.

Questa donna per noi era Dio al femminile, forse era Dio stesso che con un perfetto trucco trasformista ci incantava tutti i santi giorni con tutta la sua grazia, altezza, vistosità, forme esatte, alchemicamente esatte, e mostrate con quel tanto di nonchalance che ti “buttava via la testa”, ti faceva girare gli ormoni a mille e te la faceva sognare sempre, sia a occhi chiusi che aperti. Mentre andava per i corridoi a schiena dritta, un sorriso coinvolgente e un profumo che facevi fatica a dimenticare, tu sapevi che pur avendo un’esatta presenza si sé, questa donna non te la faceva mai pesare, sembrava essere sempre interessata a te, a chi eri, a cosa pensavi, a cosa avresti voluto essere o fare. Insomma ti dava importanza e a certe età questa qualità ti diventa Dio dentro anche se non vuoi.

Il mistero, perché era un vero mistero che poi era la domanda, la grande domanda… sempre la stessa: perché Lei che era Dio aveva scelto un Grigio Quadrato che si esprimeva a segni rossi e blu e battute che dire fredde era dire tanto?

Poi tra noi c’era Michele G., uno di quelli che dovresti spiegare, ma che qui di lui diremo solo una cosa, forse due: era uno che aveva dato un soprannome “slang” a tutti noi il primo giorno che ci aveva conosciuti; uno che nonostante le ore di Disegno dal vero e di Plastica, continuava a dire – “un giorno farò il Giornalista”… riuscendoci.

Michele G. stava sui coglioni al Grigio al punto da essere sempre nei suoi pensieri e se poteva lo avrebbe, anche senza ragione, messo in difficoltà difronte a tutti, lo avrebbe apostrofato con una delle sue fredde e quadrate battute, lo avrebbe annientato dimostrandone l’incapacità di copiare qualunque cosa posta all’interno delle bacheche. Ma non poteva, o meglio non sempre e quindi lo aveva fatto diventare il suo bersaglio quotidiano da non perdere mai di vista.

Per essere divertente, dopo le vacanze di Natale di un terzo anno X, al rientro in classe nella prima ora di Disegno dal vero dove il Grigio ci aspettava sulla porta con sorriso ebete e pronto alla battuta, a Michele G. che entrò in classe più pensieroso del solito e senza salutare, il Quadrato chiese: “Caro il nostro Michele, ma cosa ti ha portato in regalo quest’anno Babbo Natale?” Aspettando poi una risposta su cui architettare una freddura mortale.

Michele, con la spontaneità della nostra età, ma anche con il coraggio e l’incoscienza che ci accompagnava ad ogni passo in quell’epoca, ma anche con aria trasognata ricordando fatti che solo lui poteva aver vissuto quell’anno nel periodo di Babbo Natale, ma anche con sguardo fisso, senza cattiveria difronte al Grigio e un sorriso sincero, libero e santo, disse con emozione: “Tua Moglie”!

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5 Risposte to “The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Grigio, lato in basso del quadrato”

  1. frperinelli Says:

    La multidisciplinarietà di CRT2, queste coloriture senza mediazioni che si divertono a disturbare la sensibilità mainstream. Mancavano.
    Bentrovato, amico.

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  2. cartaresistente2 Says:

    Grazie 🙂 senza mediazioni.

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  3. Tratto d'unione Says:

    Se poi Michele è diventato giornalista, vuol dire che è sopravvissuto alla risposta! Che freddi, grigi e spigolosi, quegli anni buttati in una scuola che, ancora oggi, ha come sola e vera risorsa i ragazzi che la popolano. A dispetto della stragrande maggioranza degli insegnanti impegnati per lo più a mortificare e spegnere. E lo dico da madre di un ragazzino scoppiettante, che cerca di resistere nonostante tutto.

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  4. frperinelli Says:

    Michele meriterebbe una carriera da personaggio di una trama un po’ più ampia. Mi sta simpatico, come la maggior parte dei ragazzini che indispettiscono i più, esclusivamente perché sanno vivere la gioia della loro età. Tratto, io sto leggendo “La mamma di Attila. Sostenere la crescita di un adolescente guerriero” di Barbara Tamborini, un agile libretto edito da Solferino. Conforta, illumina e spesso fa sorridere. Consigliato.

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