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The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Bianco, lato a sinistra del quadrato

14 novembre 2019

di CRT2

 

 

 

 

Sinceramente sul bianco non ci punterei, troppo debole, troppo delicato, troppo neutro. Non punterei neanche sulla sua durata se applicato come colore su tutto quello che conosciamo. Ma il bianco più che un colore è un concetto di cui riappropriarsi e se così fosse, allora le cose cambiano. Di bianco, antitesi del nero, è pieno il mondo e se da una parte è poco difendibile proprio per la sua delicatezza, dall’altra dovrebbe essere riportato al centro dell’indagine per il suo valore istintivo.

 

Di bianco si può morire, colore vergineo è associato a Santi e Martiri come la “purezza fatta persona”. Essere bianchi dentro e fuori, cioè non sporcati da qualsivoglia tonalità nefanda neanche di striscio, pone la questione come universale, drammatica e in tensione religiosa, al punto da creare storie… anche se di anime pure da parificare al bianco, oggi, in giro, non credo ce ne siano molte.

Un passo dietro l’altro sempre camminando a ritroso sul bianco si arriva appunto alla Santità di cui sopra, bianca per antonomasia e per difenderla e non sporcarla, si preferiva biblicamente immolarsi, un esempio “iconico” per il futuro e peccatore genere umano.

Diciamo che all’Essere, eletto dal destino divino, il colore bianco-puro senza toni aggiunti calza a pennello e lo veste con quella grazia che a noi trasgressori un po’ irrita perché preclusa, e per questo abbiamo tutti, anche senza volere, un intimo rispetto verso questo colore neutro o se preferiamo “non colore”.

Nella modernità il bianco sembra essere associato alla cura nel momento del bisogno, nel senso che fare pulizia dentro e fuori di noi, periodicamente, assomiglia più o meno al tornare puri il più possibile e ripartire, appunto bianchi.

Io non ho più enzimi per digerire il latte e se mi dovesse capitare di scegliere un Cappuccino al bar per colazione, lo ingerisco pur sapendo che non lo dovrei fare perché poi sto male fino a sera. Il mio cervello al solo pensare di buttar giù un bicchiere di latte mi rimanda immediatamente allo stomaco un senso di vomito.

Preferisco la bianca mozzarella, i morbidi di capra (sempre bianchi), Ricotta, Caciotta Crescenza, Camembert… cibo nutriente e bianco che scelgo.

Il tema del nutrirsi o non nutrirsi con un colore è un’indagine sanitaria che per molti mette in discussione la propria intrinseca salute: ci sono individui che devono evitare i cibi verdi soprattutto verdure con una forte presenza di ferro; i cibi rossi riconosciuti come velenosi da certi intestini, mentre una buona dose giornaliera di nero carbone li puliscono… e così via.

Ma il bianco anche nel cibo, come per l’anima e per molte altre cose utili della nostra vita, ha un altro livello che coscientemente possiamo associare, come si diceva all’inizio, alla purezza: avvolti nel bianco ci si sposa; si dorme sonni tranquilli; si proteggono (generalmente) le nostre parti intime. Si scrive meglio su un foglio bianco, si lavano meno le auto bianche, un muro bianco in casa rimanda un senso di pulizia, nei bagni le ceramiche sono quasi sempre bianche candide. Scrivanie, librerie, porte, interno dei cassetti, delle tasche dei pantaloni, il mio cuscino.

Tutto, all’inizio delle nostre storie, passa per il bianco che ahimè poi viene giocoforza interiorizzato, filtrato, ingerito-digerito, espulso perché ormai ha compiuto il suo ciclo di vita e morte, escludendoci dalla santità. Oggi tener duro per restare perennemente sul bianco credo sia impossibile: ieri ho accompagnato mia Nonna al mercato, lo preferisce all’Ipermercato che ha sotto casa. Ha chiesto al banco dei detersivi della “carta igienica”. E la domanda, non scontata, è stata – come la vuole, Bianca? – la risposta di Nonna è stata- No, non bianca perché si sporca subito!” Ça va sans dire!

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Nero, lato a destra del quadrato

31 ottobre 2019

di CRT2

 

 

Il nero, la notte, il buio… spaventano i bambini, ma anche da adulto se sei nel nero più profondo non dovresti muoverti, dovresti star fermo aspettando di capire dove andare quando spunta un po’ di luce che anche se fioca, è comunque importante per mettere un passo dietro l’altro con sicurezza.

 

Se guardo dentro al mio armadio di abbigliamento nero trovo ben poco: un jeans slavato che in origine era nero; un maglione di cotone che avrò, si e no, messo su due tre volte in 10 anni e non mi decido a buttare; una camicia Lacoste (regalo di compleanno indossato una volta); un vestito gessato, da indossare nelle occasioni importanti (tipo un Matrimonio di amici). Un paio di scarpe.

Insomma non scelgo di comprare e indossare spontaneamente il nero pur non avendo nulla in contrario con chi ne fa una bandiera e “sintomatico mistero”, una divisa anche se indossa una T-shirt.

Metto al centro della questione Stilisti e Architetti che, nella maggior parte dei casi (almeno nel mio mondo-frequentato) sul nero fondano uno stile, quasi a distaccarsi dai loro prodotti creativi che di solito indagano, forme, colori, lustrini.

Da anni mi pongo la domanda che non discuto con i diretti interessati e ho deciso di farlo da quando un “personaggio” conosciuto nei miei trascorsi professionali, si faceva incidere all’interno delle camicie nere fatte a sua misura, le iniziali del nome per non “sporcare” con le lettere trapuntate il total black con cui si vestiva.

Nella teoria dei colori in base allo spettro, il nero non viene considerato assenza di colore ma assenza di luce, cioè il corpo che la attrae e la assorbe ci appare nero, mentre il corpo che la riflette totalmente ci appare bianco e ambedue questi estremi contengono tutta la gamma dei colori conosciuti.

Un concetto che in extrema ratio, tra fisica e fisico, diventa una scelta se lo adatti al tuo modo di essere.

Fuori dall’Horror, Latex, pelle attillata o borchiata… funerali, il nero quando portato per fare eleganza e distinguo sembra essere uno “status”, dove l’occhio si ferma perché non ha rimandi colorati, punti di ancoraggio dei ricordi, magari fastidi per aver colto dei toni accesi che stridono con il tuo modo di pensare l’eleganza.

Insomma guardi il nero e ti fermi, non vai oltre, non puoi andare oltre perché non ti viene data la possibilità di farlo dal colore stesso e forse dal soggetto che lo ha scelto.

Con il nero non ci scherzi (non ti viene voglia di farlo), non ci discuti con immediatezza (perché devi trovare prima le parole per farlo), non ti avvicini troppo (mettere distanza è anche utile per inquadrare soggetti che non scelgono sfumature), insomma per chi scrive il nero è pieno di “non” e non di possibilità, anche se non puoi escluderlo dalla realtà.

Ovvio, se vai per sottrazione su tutto gli estremi li trovi e se scegli di rimanerci (negli estremi dico) e ci stai bene è meglio che tu lo faccia, sempre. Ma è sull’uso di questo colore che dovresti stare attento, troppo nero su tutto toglie il fiato, ci riporta indietro all’epoca del buio dentro alla testa e non al rinascimento delle coscienze. Diventa pesante venirti a trovare, sentire, parlare, se stai sempre dentro al nero, diventi ripetitivo, mortale quasi, saresti da evitare se per partito preso professi ideologicamente il nero convincendo chi più chi meno, che tu sai dove sta la luce… ma non lo dici a nessuno perché finché sei tutto nero nel nero, nemmeno si capisce chi sei, cosa vuoi fare, cosa vuoi essere. Sarebbe, forse inutilmente, da consigliarti di cominciare a uscire dal nero per accorgerti che la diversità dei colori esiste, è quasi infinita, ti sta intorno e ti sostiene, non puoi per una legge puramente fisica, eliminarla.

The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Grigio, lato in basso del quadrato

24 ottobre 2019

di CRT2

Non so perché ma da sempre sono convinto che non si dovrebbero aprire le scatole mentali dei ricordi per estrarne qualcosa a piacere, per dovere, o solo per la dimostrazione di aver partecipato a degli eventi. Pena il doversi poi rendere conto che, tra adesso che ricordi a quando i fatti si sono svolti, di tempo ne è passato molto e questo tempo non ritorna. Ma farei un’eccezione per quelle vicende, vissute, che sono state formative e tornano spesso al centro dei tuoi pensieri.

Quello che noi all’epoca chiamavamo il “Grigio” altro non era che un Prof. di “Disegno dal vero”, chiamata così una favolosa e mitica materia inserita nelle discipline delle Scuole Statali d’Arte che, prima dell’unificazione nazionale degli Istituti a direzione artistica, erano categoricamente e assolutamente da non confondere con i Licei d’Arte. Anzi, la rivalità tra chi frequentava allora le due diverse Istituzioni era così forte e accesa da diventare disputa intellettuale – medioevale, appena i due schieramenti si fossero incontrati per discutere la loro primaria formazione con santa, artistica e citazionevole ragione.

Il Grigio per noi della sezione B, era invece il “Quadrato” per la Sez. A e ambedue gli appellativi all’uomo calzano a perfezione quasi spudorata in questo progetto.

Il Grigio era effettivamente sempre vestito di grigio con poche e vaghe declinazioni sul verde, ocra, blu scuro, toni sempre influenzati dal grigio, sempre incravattato e sempre con barba folta e ben curata (grigia ovviamente) e il tutto a pensarci ora poteva essere tridimensionale e spigoloso, tanto il tutto era “in piega”.

Per chi non lo sapesse, nelle ore di Disegno dal vero all’interno di Scuole d’Arte con scarse possibilità economiche, tu eri difronte a vetuste bacheche con dentro di tutto: dalla testa aurea in gesso dell’Apollo greco (caduta dal piedistallo); al fagiano imbalsamato (dalle piume sbiadite); alla conchiglia dell’Oceano indiano in equilibrio su un pezzo di marmitta lucida di una moto, a un contrasto tra still life del metallo e la matericità della madreperla da far emergere sul foglio. Insomma, a parte qualche calco del Canova a misura intera e tolta una statua di donna senza testa ma con un gran culo velato, niente modelle/modelli in carne e ossa nudi difronte a te, e niente che noi studenti non si conoscesse già a memoria come forma e dimensione, anche se non mancava chi per tutto l’anno tentava di uscirne vivo riproducendo per l’ennesima e scontata volta un teschio di bue, posizionandosi su varie e sfumate angolazioni fronte/lato bacheca nei 4 punti cardinali, fino all’ossessione.

Il Grigio Quadrato aveva sempre un sorriso ebete sul volto e pareva ti lasciasse libero di scegliere il tuo soggetto da disegnare, per poi richiamarti all’incapacità di disegnare questo o quello che avevi scelto, facendo battute per lui divertenti ma per noi sempre grigie. Sembrava cercasse un’intesa ideologica con una generazione che fuori dalla Scuola d’Arte andava regolarmente alle manifestazioni di Piazza con l’intento di bruciare tutto, a cominciare dai più facili cassonetti dell’immondizia.

Ti spuntava alle spalle quando meno te lo aspettavi e sempre per dirti che non andava bene quello che stavi facendo: le proporzioni; la prospettiva; i toni del chiaro scuro e sempre prendeva quella sua matita blu/rossa dal taschino della giacca grigia e cominciava a dimostrartelo segnandolo sul tuo foglio che in sintesi, era il tuo quotidiano campo di battaglia dentro al suo territorio. Come, dove e perché tu stessi sbagliando a volte rimaneva un’incognita tanto era intento a segnare rosso e blu senza parlare.

Non saprei dire ora se aveva ragione oppure no, certo è che gli esempi più qualificanti per il Grigio erano opere di alunni che avevano l’onore di essere appese in aula, a futura memoria. Opere che avevano una quantità incredibile dei suoi segni bicolore e il grigio della matita dell’allievo “artista” era solo di contorno o sottofondo… da ignorare, a volte neanche si vedeva.

La vita del Grigio Quadrato era per noi straordinaria solo per una cosa, sua Moglie, anche lei insegnante nella stessa Scuola d’Arte ma in altra materia allora chiamata intellettualmente “Plastica”, poi trasformatasi con la modernità in “Design”.

Questa donna per noi era Dio al femminile, forse era Dio stesso che con un perfetto trucco trasformista ci incantava tutti i santi giorni con tutta la sua grazia, altezza, vistosità, forme esatte, alchemicamente esatte, e mostrate con quel tanto di nonchalance che ti “buttava via la testa”, ti faceva girare gli ormoni a mille e te la faceva sognare sempre, sia a occhi chiusi che aperti. Mentre andava per i corridoi a schiena dritta, un sorriso coinvolgente e un profumo che facevi fatica a dimenticare, tu sapevi che pur avendo un’esatta presenza si sé, questa donna non te la faceva mai pesare, sembrava essere sempre interessata a te, a chi eri, a cosa pensavi, a cosa avresti voluto essere o fare. Insomma ti dava importanza e a certe età questa qualità ti diventa Dio dentro anche se non vuoi.

Il mistero, perché era un vero mistero che poi era la domanda, la grande domanda… sempre la stessa: perché Lei che era Dio aveva scelto un Grigio Quadrato che si esprimeva a segni rossi e blu e battute che dire fredde era dire tanto?

Poi tra noi c’era Michele G., uno di quelli che dovresti spiegare, ma che qui di lui diremo solo una cosa, forse due: era uno che aveva dato un soprannome “slang” a tutti noi il primo giorno che ci aveva conosciuti; uno che nonostante le ore di Disegno dal vero e di Plastica, continuava a dire – “un giorno farò il Giornalista”… riuscendoci.

Michele G. stava sui coglioni al Grigio al punto da essere sempre nei suoi pensieri e se poteva lo avrebbe, anche senza ragione, messo in difficoltà difronte a tutti, lo avrebbe apostrofato con una delle sue fredde e quadrate battute, lo avrebbe annientato dimostrandone l’incapacità di copiare qualunque cosa posta all’interno delle bacheche. Ma non poteva, o meglio non sempre e quindi lo aveva fatto diventare il suo bersaglio quotidiano da non perdere mai di vista.

Per essere divertente, dopo le vacanze di Natale di un terzo anno X, al rientro in classe nella prima ora di Disegno dal vero dove il Grigio ci aspettava sulla porta con sorriso ebete e pronto alla battuta, a Michele G. che entrò in classe più pensieroso del solito e senza salutare, il Quadrato chiese: “Caro il nostro Michele, ma cosa ti ha portato in regalo quest’anno Babbo Natale?” Aspettando poi una risposta su cui architettare una freddura mortale.

Michele, con la spontaneità della nostra età, ma anche con il coraggio e l’incoscienza che ci accompagnava ad ogni passo in quell’epoca, ma anche con aria trasognata ricordando fatti che solo lui poteva aver vissuto quell’anno nel periodo di Babbo Natale, ma anche con sguardo fisso, senza cattiveria difronte al Grigio e un sorriso sincero, libero e santo, disse con emozione: “Tua Moglie”!

Una novità non banale

19 ottobre 2019

CRT2 è un compare collaudato di tante pensate messe in atto qui e su altri blog e coautore, da ultimo, anche della serie I magnifici Sette, progetto V-CRT ospitato da Trattodunione. Si aggira per la blogosfera quasi in incognito, è molto riservato, cosa che merita rispetto, come meritano rispettosi assaggi i suoi testi liminarmente metagrafici, i punti di vista che non cercano applausi ma che anzi, giocano spesso a stridere con il senso comune.

Voilà messieurs-dames, ceci est la nouveauté.

E quindi giovedì prossimo si abbasseranno le luci, incrocerò le mani dietro la schiena e farò un passo indietro, per cedere la ribalta di The Square a CRT2.

Dal 24 ottobre si riparte col quadrato, per cinque stilosissimi episodi.

 

Dave Brubeck – Take Five

 

 

 


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