Posts Tagged ‘Crisi’

L -5

1 dicembre 2013

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Sprecare le occasioni

brent

Il sogno di Brent™

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Quanto salda senti al fianco la fortuna

Da snobbarla senza aver vergogna alcuna?

C’è chi ha avuto un incidente

E non ne è rimasto niente.

Tu ringrazia, e fai meno il deficiente.

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(un altro limerick spurio, variato in AAbbB)

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Ho appena avuto il privilegio di vedere per caso Il sogno di Brent, cartone animato prodotto da Rai Fiction a firma di Andrea Lucchetta. Un piccolo capolavoro, a mio parere, a partire dalla scelta del tema, quello della disabilità e lo sport, trattato con grande capacità di coinvolgimento e realismo, e senza inutili pietismi. Per non parlare della sceneggiatura, del ritmo, della colonna sonora. Da brivido.

Un piccolo dialogo che riprendo a memoria, tra allenatore e protagonista, più o meno recita:

– Smetti di fare l’handicappato!

– Non si dice handicappato, ma “diversamente abile”.

– E tu ti comporti da handicappato, invece, per farti compatire. Conoscevo ragazzi che non sono tornati dopo un incidente, tu hai avuto una seconda possibilità, non sprecarla.

Avevo una cara amica, una volta, che lavorava nella riabilitazione di ragazzi come Brent, e che ha formato la mia idea su questo argomento.

Conosco da vicino la storia di Davide, un piccolo grande uomo.

Da persone come loro avrebbe molto da imparare questo paese sfiduciato e stanco, che di tutto ha bisogno per tentare di cambiare rotta e ripartire, tranne di una “Sinistra” che, ancora più in questo contesto disastrato, mi appare oscena nell’ostentazione del suo glamour patinato. Che, se ti conquista con la sua aria alternativa, poi fa l’handicappata, non sa che farsene delle seconde e terze chances. Che ha sfidato troppe volte la fortuna, nonché la pazienza del suo elettorato.

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L -6

24 novembre 2013

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Condominio e Sentimento

Bremer

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Ne senti tante sull’investitore americano

Che compra la Germania, sorvolando in aeroplano.

Però non è vero niente,

È l’invidia della gente.

Il tedesco è casa sua, ovunque sia di mano.

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Aprì gli occhi e guardò il soffitto. La sua famiglia pensava a lui quanto lui a loro? […] Forse proprio in quell’istante sua moglie si piegava sul tavolo verso i figli con un’espressione seria in volto. Sapete, bambini, se in questo periodo vostro padre è così difficile, così triste e inavvicinabile è perché si vergogna. Si vergogna come qualcuno che per una distrazione ha perso un regalo poco prima di consegnarlo. Questo regalo però non l’ha perduto nel parco e neppure in casa, non gli è caduto dalle tasche e nemmeno l’ha messo da qualche parte che non ricorda: l’ha perso dentro di sé. Per questo è così assente. Giorno e notte si scava dentro. Non avete idea, bambini, dell’oscurità che regna in vostro padre e di come lì in profondità sia quasi impossibile recuperare qualcosa. Ma vostro padre è una buona talpa e ritroverà quanto ha perduto, e così sorgerà dal letto come si sorge dal regno dei morti e allora vi chiamerà con voce allegra, perché quello che vi vorrà mostrare è la sua gioia di vivere. State attenti però. Di tanto in tanto vostro padre fa l’attore e si diverte a fare mostra di cose che non ha. […]

Jan Peter Bremer, L’investitore americano. Ed. L’Orma, 2013

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Certo che non mi aspettavo di ricevere questa notizia proprio adesso. Quando, ormai, avevo detto addio ai sogni di ricchezza.

Ho scoperto che se avessi comprato un appartamento a Berlino nel 2009, quando per alcuni mesi sono stata circuita con telefonate quasi quotidiane da un’addetta italiana di un’agenzia del posto, ed ero quasi arrivata a lanciarmi nell’impresa, quell’appartamento oggi avrebbe raddoppiato la sua rendita. Perché dal 2009, quando anche la Germania è entrata nella crisi, a Berlino gli affitti sono lievitati. L’ho scoperto durante la presentazione de “L’Investitore americano” alla Feltrinelli International vicino a Piazza Esedra, venerdì scorso, qui a Roma.

Io vivo di scrittura.

E, proprio grazie alla pubblicazione nel 2008 del mio primo (e unico) libro per l’Editore Cervigni, “Cosa c’è di vero nelle mele in un mondo senza tentazioni (a detta degli angeli)”, in poco tempo avevo ricevuto dai diritti d’autore un gruzzolo di entità né troppo grande da permettermi di non lavorare più per tutta l’esistenza, né così esigua da poterla scialacquare tutta in vizi. Io, poi, vivo con un avviso di sfratto sul groppone.

La tizia dell’agenzia ce l’aveva messa tutta per convincermi. Ma io mi ero informata per altre vie. E, capito che in Germania si vive così bene che i cittadini hanno tutto da guadagnare dal non avere casa di proprietà (ma, anzi, che chi è in affitto, ha dalla sua tali e tante garanzie da parte dello Stato, e d’altro canto canoni tanto bassi, da potersi permettere di considerare proprie, e tramandandosele generazione dopo generazione, le case altrui), ho desistito.

Poi, di recente, ho letto tutto d’un fiato “L’investitore americano” di Jan Peter Bremer. Catturata dalla descrizione della prostrazione “delirante, quasi paranoica” del protagonista in una sorta di Giornata particolare, ma per nulla stupita del fatto che i Berlinesi se ne infischiano di avere una casa di proprietà. Benché sia italiana, e cresciuta con l’idea che i risparmi vadano nascosti sotto un materasso di mattoni.

C’era Davide Orecchio in libreria, venerdì scorso. Intervistava Bremer in persona col filtro – per il pubblico – del traduttore/editore, Marco F. Solari.

Un bel match.

Si è definito il libro un “romanzo esistenzial-immobiliare”. Si è trattato delle soluzioni stilistiche che configurano il suo andamento circolare, del potere della letteratura che parla dell’impotenza della letteratura, dei virtualmente infiniti rovesciamenti di trama, immaginati dal protagonista, l’ossatura portante del tutto. Si sono svelati con l’autore i retroscena personali del periodo in cui lo scriveva, le vicissitudini parallele, la genesi dell’alter-ego, la tracotanza del vero investitore americano. Conosciuta la conclusione della vicenda reale (e il perché del – tutto sommato – lieto fine, l’unico aspetto che mi ha lasciata insoddisfatta, dove pesa la limitatezza della vita reale, che necessita sempre di scendere a compromessi, utili ma noiosi rispetto ai voli concessi dall’immaginazione).

E sono venuta a sapere che Berlino, oggi, è tutt’altro che una città che “per le sue dimensioni, è troppo vuota”. Ma che, anzi, va popolandosi sempre più. Il problema dell’alloggio si fa sempre più pressante e, ecco il punto interessante, i costi degli affitti sono praticamente raddoppiati dal 2009.

È esploso il turismo e Bremer, quando esce di casa, viene trascinato via dalla folla in direzioni sconosciute. Non può più chiedere un kebab se non ha intenzione di affrontare file di quattro ore o più davanti al chiosco che li vende. E “ogni berlinese è contento che muoia un altro berlinese”, così si libera un appartamento. Più chiaro di così non avrebbe potuto apparirmi che sono una investitrice inetta.

Ora io ogni sera torno a casa, e invece di infilarmi dentro il portoncino, vado a dormire nella carlinga di un vecchio aeroplanino rosso, per farci l’abitudine. L’ho comprato col ricavato del mio unico libro nel 2009, e l’ho parcheggiato nel giardino condominiale. Lo uso come pied-à-terre, mentre aspetto che lo sfratto diventi esecutivo.

Ma il vicinato mi invidia, mi crede una bizzarra milionaria, e io lo lascio fare.

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Capitale da bagagliaio

7 ottobre 2013

Veduta d’interni. Uno sguardo da dentro lo spogliatoio della mia palestra. La commessa del settore moda, che lamentava di essere sull’orlo del licenziamento, lisciava l’orlo della gonna appena ri-indossata a mani aperte, soppesando la rivalutazione della propria immagine riflessa nello specchio dopo tanto sudare. Chissà le conclusioni.

Raccontava, rivolgendosi a qualcuno che non riuscivo a identificare, dietro la selva di vestiti appesi, dentro la nebbia del vapore sollevato dal calore delle nostre docce: Anche in televisione ieri l’ho sentito dire: il crollo dei consumi, la gente che si adatta e ricomincia a rammendare i capi. Io non lo so, ma stamattina sono entrate tutte, le nostre clienti abituali dei Parioli, tutte. Dite la verità, ma per la crisi, chi di noi ha veramente rinunciato a qualche cosa?

(Nel biancore umido si intravedevano forme umane così tanto simili ad altre forme umane, ma immagini di un’uguaglianza dissonante rispetto alle teorie marxiane del valore. Era la classe lavoratrice che parlava, e la sentivo bene, e non considerava il suo lavoro come merce. Grazie anche alle nebbie, ho idee che si stanno facendo fanno sempre più precise sul fallimento delle rivoluzioni del presente.)

Eppure è così. Almeno a Roma, e lontano dai Parioli, forse – ma è sempre meglio non generalizzare-, moltissimi si ingegnano, e si votano al riuso. Alcuni di questi sono Eugenio e Valentina, due miei amici, che presenteranno alla Città dell’Altra Economia la formula del Car Boot Sale.

Ecco la locandina, oggi ne parla pure Weekendout.

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Il 13 ottobre 2013 l’associazione culturale OPIFICIO DELLE ARTI, in collaborazione con CITTA’ DELL’ALTRA ECONOMIA, organizzerà a Roma un “CAR BOOT SALE” che tradotto letteralmente sarebbe “vendita dal bagagliaio della macchina”, ricercando soprattutto lo stesso spirito di convivialità,  di ricerca dell’affare, di riciclo e riuso degli oggetti del Car Boot Market inglese, un mercato estemporaneo di oggetti usati fatto esclusivamente da privati a chi passa di là in cerca di un affare o semplicemente di compagnia.

Un modo ecologico per disfarsi del superfluo. Un modo simpatico per fare pochi euro divertendosi.

Perché lo scopo di chi partecipa è semplicemente quello di liberare casa, soffitta e cantina da ciò che viene conservato perché “ancora buono” ma che non viene usato magari da vent’anni: allora si carica in macchina e si espone al Car Boot Market in cerca di un nuovo proprietario.

Dove? Nello spazio prospiciente la CITTA’ DELL’ALTRA ECONOMIA, area ex Mattatoio a Testaccio, dalle ore 10 al tramonto (per le auto degli espositori l’ingresso è dalle 8 alle 10).

Ma ciò che l’associazione vorrebbe ottenere è soprattutto un punto di ritrovo, un appuntamento fisso, un’atmosfera particolare: perché il vero Car Boot Market è un posto dove si chiacchiera, si beve un caffè insieme, si mangia la crostata portata da casa, si scambiano oggetti, o anche solo idee, o semplicemente si passeggia.

Lo spazio espositivo dei nostri venditori, come abbiamo detto, è il bagagliaio della loro auto più, volendo, un banchetto da picnic dove esporre gli oggetti più ‘preziosi’.

Il costo del posto espositivo è minimo, mentre per i visitatori l’ingresso è libero.

Ma visto che lo scopo della nostra associazione è fare cultura, ecco che il ‘nostro’ Car Boot Market presenta delle peculiarità: un angolo artisti, riservato agli artisti domestici, a chi ha una passione che può essere la pittura, la scultura, la fotografia, ma non ha mai avuto la possibilità di mostrarsi: al nostro Car Boot Market avrà uno spazio completamente gratuito.

Così come un’altra piccola innovazione sarà l’angolo “Scooter Boot Market” riservato a chi non possiede un’auto: piccoli oggetti che si possono portare ed esporre nel bauletto del motorino.

Questo particolare mercatino dell’usato sarà solo il primo di una serie di appuntamenti che si succederanno con cadenza mensile.

 

 

per info:

 

Eugenio Casadio Tarabusi

Presidente Associazione OPIFICIO DELLE ARTI

eugenio.casadiotarabusi@gmail.com

338_5701267

 

 

Valentina Tomada

Organizzatrice CAR BOOT MARKET

valentinabutterfly@gmail.com

333_4968360

 

Eri così carino. Ma v@ff@anc\/|0.

22 marzo 2013

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Un post criptopolitico
(non sono abbastanza -politicamente- liberata).

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effusioni-in-metro.

Guardate, in questi giorni non c’è notizia che non mi stimoli eccessivamente il sistema nervoso.

L’antefatto è sbriciolato nelle pieghe di mattinate molto simili a quella di ieri (ma furono anche pomeriggi). Una decina di persone vestite più o meno bene (camicetta e gonna al ginocchio le donne, camicia stirata, giacca e cravatta gli uomini), gesticolavano mentre parlano di interpellanze, di intrighi nazionali e internazionali, a seconda del periodo nel quale veniva svolto il viaggio.

Il viaggio stesso, dignitoso e squattrinato, veniva fatto in metropolitana. Espressioni scettiche, alzate di spalle, aria di cospirazione.

Ce n’era sempre uno che aveva l’aria di saperne più degli altri e alzava di poco il tono della voce: si andava a contrattare con alcune delle più alte cariche dello Stato. C’era chi aumentava temporaneamente di statura. Il silenzio intorno al gruppetto si allargava, come gli sguardi che sbirciavano le nostre cartelline, le frasi passate a mezza bocca da un passeggero a un altro.

Tutto quello sforzo nella cura della forma (ai luoghi delle istituzioni si deve del rispetto), mentre le ascelle bagnavano le cuciture delle maniche anche in pieno inverno, visto che andavamo dove avremmo dovuto reprimere la rabbia personale per rappresentare in modo equidistante quella di tutti, e quanta fatica solo nel prepararsi mentalmente all’azione.

Andavamo a rappresentare quegli stessi che il più delle volte chiedevano proprio a me di alzare la voce, di battere i pugni sul tavolo (sono una che quando si arrabbia se ne accorge anche l’altro capo del mondo) mentre, un po’ per natura, un po’ per strategia, volevo solo portare a casa i risultati e badavo a far sottoscrivere col sangue impegni ufficiali sopra richieste chiare e precise. Sapendo benissimo che in questo Paese, specie in politica, la parola data vale quanto un fazzoletto per il naso. E ogni volta ricominciare era più faticoso.

Era proprio quella sensazione di fatica che mi si appiccicava addosso anche subito dopo il risveglio, la doccia e i vestiti puliti, che mi obbligava a guardarmi attorno, e stare attenta a non dare nell’occhio in metropolitana.

Perché fino a un minuto prima avevo preparato discorsi e stampe di documenti lavorati a lungo, anche per giorni, con gli altri. Documenti la cui redazione e la cui rappresentanza a volte avevamo strappato a stento dalla zampata dell’opportunista di turno. Uno portato in palmo di mano da gente molto esaurita.

Gente che non necessariamente viveva lontano da Roma, ma si dichiarava distante da quelli che chiamava “i giochi di palazzo”, che accusava me e gli altri di non riuscire a combinare nulla, fingendo di non accorgersi che si succedevano governi su governi e ciascuno demandava il da farsi a quello che l’avrebbe seguito.

Noi continuavamo a tenere il punto, l’unico punto da tenere fisso, quello che ci avrebbe reso giustizia, il riconoscimento di diritti negati che sarebbe dovuto arrivare legalmente, per essere certi che avrebbe resistito nel tempo.

Visto che di bambini si andava a trattare, e tra i numeri da una a tre cifre che a stento la mia coscienza riusciva a sopportare, c’era anche un “due”, le due mie figlie, che non potevo ancora chiamare con quell’appellativo.

Ma neanche lasciare che se ne occupasse un portavoce sbucato da chissà dove, che gridava alla carneficina arringando la folla dal comodo palco della propria indifferenza alla questione.

Non dico che quella linea di condotta sia sempre e in assoluto la migliore, che valga in ogni circostanza, perché le istituzioni sono una bella cosa, ma in astratto. Spesso sono gli accordi presi sottobanco a  regolare il gioco.

Vedi il caso dei Marò, che alla fin fine sono sempre persone, portatrici di diritti universali, coi quali si sta giocando come con dei soldatini di piombo. Che ne so io se hanno ucciso o meno.  Ci sono i tribunali per stabilire le colpe. Le leggi dei Paesi non si parlano? Si fa lavorare la diplomazia.

E io mi ero convinta che dietro alla decisione di non farli ripartire, anche se discutibile, ci fosse stata una strizzata d’occhio tra i due Stati e la bagarre conseguente fosse orchestrata apposta. Macché. La situazione è sfociata comunque in un pasticcio.

Forse a causa di differenze culturali (mettiamo di non aver sentito parlare di retroscena politico/commerciali)?

L’Italia si è andata a impelagare in questa crisi diplomatica in un momento di massima vacanza di autorevolezza al proprio interno e sul piano internazionale. In mezzo al guado del passaggio da un governo tecnico (che politicamente vale meno di niente) a uno ancora da costituirsi, se mai si costituirà.

In questo limbo non era pensabile che alcuno si assumesse la responsabilità di una decisione definitiva, giusta o sbagliata che apparisse agli occhi dell’opinione pubblica. In pratica, un fallimento annunciato fin dall’inizio. La cosa più grave, un giocarsi il tutto per tutto sulla pelle di due uomini, trattati come cavie da laboratorio.

È inaudita, come tante altre cose che avvengono in questi mesi, così che verrebbe voglia di lasciar correre, ma no, non lascio correre: è inaudita questa retromarcia. Olltretutto costituisce l’ennesima ammissione dell’inconsistenza del nostro Paese, l’ennesima riprova che chiunque voglia può manovrarlo come meglio lo aggrada, dall’esterno e dall’interno.

Non sto con i marò, né con gli indiani, sto con quelle regole che gli esseri umani hanno costruito nei secoli, per la sopravvivenza della specie: leggi che valgono per tutti, governi che prendono decisioni per il bene dei cittadini che li hanno eletti. Quella che una volta chiamavano democrazia, e oggi mi sembra sempre più utopia.

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in-metro

Mi ricordo che uno dei nostri, una gran persona, un gran papà, il giovedì sera a volte tornava in treno dalle sue parti, al Nord, dopo quattro giorni trascorsi in Parlamento. Imparai che spesso il giovedì era l’ultimo giorno della settimana lavorativa per un deputato di fuori Roma, ma almeno per il mio amico lo “sbraco” arrivava sempre dopo il lavoro.

Ieri era giovedì, e di mattina nel vagone della metro spiccavano una decina di persone vestite più o meno elegantemente. Spiccavano per la rara occasione di vedere età e decoro riuniti in un’unica persona. Sbarbati di fresco, capello perfetto, camicia stirata, cravatta, occhiali da sole (non da vista: sotto i trenta si usano le lenti) sulla testa.

Uno aveva attirato la mia attenzione di osservatrice indipendente e fuori concorso. Per convincermi a prenderlo in considerazione: “Carino” mi avevano fatto gli occhi, dandomi di gomito.

– Su coni e bastoncelli?

– Immagino. Ma che domande, si parla per metafora.

Accento (forse) veneto, parlava ad alta voce con alcuni pari requisiti della varietà delle interpellanze che gli veniva chiesto di preparare dai più disparati gruppi di elettori di ogni parte d’Italia. Neanche gli altri del capannello facevano molto per cercare di non dare nell’occhio. Il silenzio si andava allargando attorno all’epicentro d’attenzione che costituivano. Alcune donne allungavano le orecchie dandogli a malincuore le spalle. Perché erano proprio carini, bisogna che mi ripeta.

Due loro coetanei capitolini, la barba sfatta, jeans e giubbotto di pelle aperto sulla maglia sformata, gli occhiali scuri pure loro, ma calati sopra gli occhi, si passavano commenti a mezza bocca.

Uno l’ho sentito bene: “Ma vaffanculo”, che forse era detto solo per invidia. Loro a Montecitorio non so se entreranno mai, se nella vita non sceglieranno di lottare in prima persona per qualche diritto leso da difendere.

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Subsonica – Tu menti (cover CCCP)

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