Posts Tagged ‘Madame Bovary’

La depressione della Signora e i meriti tardivi del “nobilotto” di Flaubert

11 novembre 2012

L’anno (scolastico) era iniziato male. C’erano certi genitori che si incontravano e si confrontano. E s’interrogavano tra di loro, questi genitori. E a volte finivano a consolarsi, dicendosi l’un l’altro: Ma tanto era così anche ai miei tempi. Intanto i figli comunicavano: “È sciopero bianco”.

“Ok, ma che significa, te l’hanno detto?” “Non ho capito bene, ma oggi la prof è entrata in aula, si è messa alla lavagna, ha spiegato tutto (dovevi vederla, velocissimamente), poi si è seduta e non ci si è più filati.” “E voi non avete fatto niente?” “Sì: un mio compagno ha provato a chiedere Prof, ma perché ve la prendete con noi? Ma lei si è messa a urlare che siamo degli egoisti e cha la pensiamo esattamente come quelli che sono al Governo e così ci siamo stati zitti e ci siamo messi a farci i fatti nostri”.

Ci sono di quei figli che magari fino a ieri erano vissuti letteralmente in un altro pianeta e che non ne sapevano niente della complessa questione della scuola italiana e, in particolare, della situazione del loro liceo. E non erano stati in grado di spiegarsi meglio, così che qualcuno dei loro genitori aveva a loro volta chiesto spiegazioni ad altri insegnanti, magari amici di famiglia. Ma anche da questi – va detto,con toni molto più pacati –  la stessa spiegazione della prof: In Italia sarebbe dimostrato che i risultati vengono solo suscitando l’indignazione degli studenti e dei genitori, convincendoli a schierarsi dalla parte dei professori e ad appoggiare le loro forme di protesta.

E c’era chi tra i genitori, quasi sempre non facente parte del corpo docente, le considerava proteste “estreme”, che di fatto non ottengono né la complicità, né l’esasperazione degli studenti, ma li danneggiano, privandoli pro tempore del loro già infragilito diritto allo studio,e rafforzando invece la loro idea del fatto che andare a scuola sia una perdita di tempo).

Entro pochi giorni la proposta dell’aumento dell’orario di lavoro era stata cassata dalla bozza di Legge di Stabilità, anche se permanevano molti aspetti da chiarire.

“La prof ha detto che in fondo a lei non cambia niente se avrà più classi e lavorerà di più, ci rimetteranno solo i colleghi più giovani che si ritroveranno senza lavoro. Loro intanto continueranno lo sciopero bianco fino a lunedì prossimo.” Allora qualcuno dei genitori, irritato, aveva fatto (guardandosi prima alle spalle, visto mai ci fosse un prof, ancora più rabbioso, in agguato):  “Ma non li leggono i giornali i vostri professori?” “Boh, intanto partecipiamo all’assemblea”.

Usciti dall’assemblea, gli studenti avevano deciso l’occupazione dell’istituto. Durò ventiquattr’ore, l’occupazione, finché arrivò la Polizia e lo sgombero forzato. “Il Preside è uscito dal cancello e ha detto di guardare su internet quando riaprirà l’istituto, perché prima devono fare le operazioni di … igiene… forse, non ho capito bene.” E poi: “Intanto adesso andiamo all’assemblea che hanno organizzato nel piazzale della chiesa. “Allora cercate di farvi spiegare almeno per cosa state protestando.”

Di ritorno capitò che alcuni dei ragazzi riportassero: “Gli studenti più grandi hanno detto che hanno fallito i loro obiettivi” “Quali erano questi obiettivi, si è capito?” E a quegli studenti, gli stessi che fino al giorno prima erano vissuti letteralmente in un altro pianeta, non restò che fare spallucce davanti ai genitori rassegnati.

Poi, per un caso, lo stesso giorno accadde ancora che qualche genitore andasse ad un incontro in libreria con Piero Dorfles, il giornalista, scrittore e conduttore della trasmissione di Rai3 “Per un pugno di libri”, che riprenderà da gennaio: la RAI ancora una volta non ha soldi (e volontà) da destinare alla cultura. Quel genitore non poté astenersi dal commentare a mezza bocca, col vicino di sedia, “Però, sembra così giovanile, mica come in televisione.” “E nemmeno è così abbronzato, in televisione.” Ma poi si dedicò, com’era sua abitudine, all’ascolto critico.

Dorfles era lì per promuovere il suo libro Il ritorno del dinosauro* e, parlando della difesa della cultura, aveva iniziato, guarda un po’, proprio dalla scuola. Dicendo, grosso modo che l’Italia, di fronte alle sfide della modernità può rispondere producendo solo ciò che, in assenza di altro (non abbiamo pozzi di petrolio o altre particolari competenze che ci distinguono in campo internazionale) da tempo immemorabile le aveva procurato un relativo primato in tema di (presunti, si disse il genitore) benessere e felicità: la cultura. Questo fino all’avvento della mediocrità.

A quel punto accadde che quel certo genitore (un’altra sua abitudine, esercitare i propri diritti) fece una domanda scomoda. Chiese a Dorfles che ne pensasse delle proposte del Governo di insufflare fondi privati nelle casse delle scuole pubbliche, no, perché quel genitore non ne poteva più di questuare per i propri figli una formazione culturale all’altezza della fama della scuola italiana e sentirsi rispondere stancamente “Non ci sono soldi”.

Dorfles, sempre press’a poco, rispose così:

Per completare il discorso sulla formazione culturale del cittadino, dovremmo andare a guardare tutti i comparti che si occupano di cultura e conoscenza, e la scuola è il principale. Se la tv non è un granché, e nemmeno la scuola, è perché investiamo molto poco e non abbiamo consapevolezza dell’importanza di quello che c’è dietro. Se la televisione è importante, la scuola lo è anche di più. La scuola dovrebbe garantire consapevolezza e maturità del cittadino, la scuola il cittadino lo costruisce dalle basi. Solo la scuola pubblica può dare a tutti le stesse possibilità e  limitare le differenze sociali, che pure esistono. Il nostro paese si basa sul fatto che esiste la scuola pubblica, come un diritto costituzionale. In passato si sono incoraggiati afflussi di soldi pubblici nelle scuole private, ora si parla dell’ingresso dei capitali privati nella scuola pubblica.

In teoria, l’iniziativa privata non può che migliorare le cose. Ma chi definisce dove vanno a finire le risorse economiche? E perché dovrebbe applicarsi in un posto dove l’unico scopo è garantire a tutti più apertura, socialità, distribuzione della conoscenza? Ho paura che finirebbe come negli Stati Uniti, dove i privati intervengono, sì, soprattutto nelle università ma anche nelle scuole, quelle di classe, ovvero quelle dove si forma la classe dirigente e della quale a un certo punto della vita ci si potrà vantare di essere andati. Chi frequenta le grandi università americane rimane legato per tutta la vita ad un certo ambiente. Esistono delle fondazioni grazie alle quali i migliori studenti vengono presi e forniti di borse di studio sufficienti a studiare e a viaggiare, e probabilmente diventano i migliori studiosi che abbiamo a disposizione, ma rimangono legati a un’istituzione privata. Ecco, io credo che quando la conoscenza è legata a un’istituzione privata, questa è una conoscenza dimezzata.

Un po’ come la televisione e i giornali. Se uno vive della pubblicità, non può parlar male di chi gli ha pagato il programma, perché alla fine la pubblicità viene ritirata. Lo stesso vale per la scuola. Se un ente privato garantisce un finanziamento, chi ha studiato dovrà accettare, non dico una subordinazione, ma anche solo un controllo intellettuale inconscio per cui non potrà non accettare l’appoggio alle aziende che hanno sostenuto i suoi studi.

È una visione paleomarxista? Non lo so, a me sembra che invece sia una visione democratica. In tutto il resto l’intervento dei privati a me va benissimo. Dalla gestione dei restauri a quello delle aiuole pubbliche. Ma non mi va che il privato entri nei processi educativi pubblici, perché sono… “sacri”. Se nza di essi un paese non è un paese democratico. Se iniziamo a erodere questa dimensione di autonomia e democraticità che ha la scuola pubblica, inserendo degli interessi privati, ho paura che alla fine incideranno nel modo e su cosa si insegna e su quello che faranno pagare a quelli che hanno ricevuto questa formazione.

Quindi, dedusse quel genitore, è un cane che si morde la coda. Quale protesta potrà incidere concretamente su questa situazione, se non esiste una riflessione condivisa, un’opinione basata su studi approfonditi, ma invece si rinnova solo e sempre l’opposizione tra scuole di pensiero, il trincerarsi dietro i pur ottimi principi primi, che il genitore stesso condivide, che non fanno avanzare di un passo un po’ più in là? Forse non era quella la sede, ma Dorfles rincarava, ricordando, più o meno in questi termini che

L’opinione pubblica è distratta, presa più da fini personali che dalla ricerca di una visione progettuale, e questo a causa della mancanza di cultura. Della mancanza di letture, in particolare. Che la scuola insegna solo a leggere e scrivere, non insegna “la lettura”, e di questo “dobbiamo ritenerci tutti responsabili”,

così diceva Dorfles. E come dargli torto. Allora, dato che senza leggere libri o giornali, senza studiare, andare a incontri culturali, si resta soli in compagnia della televisione, i cui contenuti culturali non sono soddisfacenti, aggiungeva di voler proporre una rivolta dello spettatore. Una sorta di sciopero della televisione, come astenersi dal guardare il Tg1 ad esempio.

“Poca cosa”, era capitato di pensare a quel genitore frastornato. Che non guardava più assolutamente nulla in televisione da talmente tanto da non saper risalire a quando aveva cominciato –non certo per snobismo, ma per avere il tempo di poter fare tutte quelle cose che tutti dicono di non avere il tempo di fare, anche quando cercava solo svago o relax (uh, se c’era di meglio)-. E d’altra parte lo stava dicendo anche Dorfles, all’incirca con queste parole: “Si stima che in media una persona passi in media quattro ore al giorno davanti alla TV e poi si lamenti di non avere tempo per la lettura.” Dunque, la televisione avrebbe il compito di riempire il vuoto culturale dei suoi telespettatori. Compito che, a ben vedere, non assolve se non fornendo “pillole”, dichiarazioni lampo di politici a giornalisti prezzolati, che rendono ciascuna delle sette reti nazionali uguale a tutte le altre. Talk show compresi. Un’enorme quantità di tempo trascorso sotto il fuoco di informazioni acritiche e superficiali, rende tutto fuorché cittadini consapevoli.

Quindi quel genitore con la mania delle domande scomode aveva alzato la penna con la quale stava prendendo appunti e aveva chiesto: “Non è che la televisione è un mezzo un po’ obsoleto a cui affidarsi?” E poi si era coperto la testa con tutte e due le mani in attesa della giusta punizione. Ma Dorfles, comprendendo di trovarsi davanti a un genitore giovane (e che soddisfazione, per quel genitore: tanta palestra, tante buone abitudini, il tempo non lasciava tracce, allora!) aveva bonariamente ribattuto:

I giovani a un certo punto invecchiano e scoprono com’è facile sedersi in poltrona. E a una certa età quasi tutti noi diventiamo consumatori televisioni. Si tende a subire, più che a scegliere, il mezzo. Quindi non credo che ci sia la possibilità immediata di un “crollo” della televisione. Io mi chiedo piuttosto se, nel processo nel quale tendono a sovrapporsi i singoli mezzi, non sia possibile che un giorno non saremo costretti a rivalutare la televisione di oggi. Don Chisciotte leggendo troppi romanzi cavallereschi alla fine impazzisce e gli amici decidono di fare un falò dei libri nel cortile. Sia ben chiaro: non è certo il primo caso. Il concetto di libro inteso come limpido e piacevole intrattenimento è abbastanza recente. Se voi rileggete Madame Bovary, c’è un momento in cui la Signora dopo aver avuto una storia con il “nobilotto” del paese, cade in una profonda depressione perché il “nobilotto” l’ha mollata. La suocera scopre che la Bovary passa le sue giornate leggendo i libri che prede alla biblioteca comunale, e subito straccia la tessera della biblioteca: “Cos’è sta storia? Questa donna passa il suo tempo leggendo i romanzi licenziosi e così perde la sua moralità”. La verità è che per molto tempo i romanzi sono stati considerati qualcosa di poco opportuno o meglio di poco edificante. Oggi, se i nostri figli leggono romanzi, noi siamo tutti contenti. Voi capite che il ripetersi di questo processo ci fa immaginare che domani, di fronte a non so quale orrore tecnologico e contenutistico, noi potremmo trovarci a dire: “Che bravo, ha passato la serata guardando la televisione!”

Suscitando l’ilarità e l’applauso di tutti i convenuti.

Sarà, pensò quel genitore. A me sembra che con questa affermazione, si sveli una debolezza che contraddistingue il genere umano.  Quasi una contraddizione con le frasi di apertura del libro di Dorfles: “Pur essendo un dinosauro, però, non mi riconosco affatto nei nostalgici, in chi invoca la “rivoluzione conservatrice”.

Quel genitore pensò pure che la scarsità di tempo non aveva giocato a favore dello svolgimento del dialogo. Perché a quegli incontri con gli autori o non ci si andava affatto, o ci si andava e si cercava il dialogo platonico, lo scambio culturale con lo scrittore, che era pur sempre umano, anche se culturalmente posizionato a ben altri livelli. E si risolse di andare a stringergli la mano e farsi autografare il libro che aveva appena comprato.

Uscendo dalla libreria poi, e respirando un’aria che si muoveva veloce tra i passanti, fresca ed energica, la mente ritornò ad appena un giorno prima. Pensò a quanto ormai era diffusa la tendenza a mitizzare ciò che è meno avanzato tecnologicamente, per paura di perdere qualcosa di quasi sconosciuto ed indistinto. Al punto, a volte, di rischiare di cadere, se non nel ridicolo, quantomeno nella scomodità. Il giorno precedente, infatti, vagando spensierato fra i padiglioni di una fiera, il genitore, che in quel momento si sentiva solo un sé stesso, senza tante altre aggettivazioni addosso, aveva chiesto un caffè al bar. E gli era stato servito dentro una tazzina di carta riciclata, con accanto una sottile paletta di legno tenero per girare lo zucchero. Senza pensarci troppo, dopo aver mescolato, si era portato alla bocca la paletta, per il gesto meccanico di gustare la gocciolina di caffé restata imprigionata. Il ritorno alla natura, certo. E la lingua era rimasta incollata, del tutto asciutta, sulla ruvida superficie del legnetto. Che tra l’altro, in virtù della sua permeabilità, si era egoisticamente succhiato da solo quella preziosa, ultima gocciolina. Così, all’improvviso, il genitore si era ricordato di non essere altro che un genitore in viaggio di lavoro, e che nonstante palestre, letture e buone frequentazioni, il tempo passa, e passa così male. E di come cambiano le cose. E cosa le cambia? Un niente.

.

*) Piero  Dorfles: Il ritorno del dinosauro. Una difesa della cultura. Ed. Garzanti, 2012

.

Daniele Silvestri – Il Colore del Mondo

.

.

.

.

(Ma Silvestri non basta mai

Daniele Silvestri – Insieme )

Infinito Presente /3

27 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

27 Luglio 2012

3. Spegnersi/Sterbere

Del libro ne avevamo già parlato. Quello che mi sgomenta ultimamente è la sensazione, come nel titolo (è il titolo, il titolo più l’immagine di copertina, insieme, che mi hanno spinto a comprarlo) che si stia facendo sempre più buio. È vero, è estate: giornate lunghe, vento caldo (come cantava Alice), aria frizzante. Ma quante ne ho vissute di estati, a volte clamorose. Tutte sfociate in inverni interminabili, col freddo dentro e fuori e vento e pioggia che spazzano tutto via. E poi estati e inverni, e giorni e giorni uno a seguire l’altro. Aspettavo il Natale, e la carta da regalo in terra era quello che restava della meraviglia, l’attimo fuggente era già passato. E subito dopo era già un altro Natale, sempre un po’ meno bello del precedente.

Dicevo del buio, che vedo incombere ora come se fosse quasi inverno. L’attesa di un giorno importante, come riempie il cuore. Ma quel giorno, per quanto pieno sia e come venga tirato da ogni parte per allungarlo e ritardarne la fine il più possibile, è solo un confine. La pagina di un libro, scritta davanti e dietro, parla dell’attesa prima e della rielaborazione poi di quell’attimo, o attimi vissuti, che sono soltanto il bordo tagliente del foglio. Mettiamo che io e te riusciamo a vivere insieme una giornata (oh quanto l’abbiamo aspettata). Adesso non l’attendiamo più, è già trascorsa. Ora che abbiamo realizzato il sogno ci resta la sua rielaborazione, ma ne converrai che non è la stessa cosa del viverlo al presente. Se siamo stati bravi ci siamo lasciati travolgere dai fatti, senza perdere tempo a scattare fotografie. “Ne avremo di tempo per scambiare parole” mi hai detto a un tratto, guardando oltre la mia spalla. Ci racconteremo la vita per non morire della sua assenza. E il buio intorno è lo spegnersi della meraviglia, la fiamma che si fa fioca, il cerino quasi del tutto consumato, è allora che si tentano gesti come gettarsi nel traffico a semaforo rosso. Si narrano storie che sono più vere della vita stessa.

Apro a caso le pagine del libro. Ecco un racconto, che strano, fa giusto al caso mio. Parla di un viaggio mai fatto, del suo non essersi mai svolto come apoteosi della realizzazione, intesa come compimento assoluto della realtà. Tu dici che non conta più il passato, che ora siamo come due persone nuove. Non voglio sentirti ragionare come la Bovary “con la sua incapacità di delineare i contorni di ciò che desiderava”, non tu che mi sei venuta incontro sorridendo sulla banchina, sotto la pioggia, come se mi avessi riconosciuto dopo tanti anni. E invece ero soltanto un uomo che avrebbe potuto essere quello che hai aspettato, oppure un altro a caso. Come facevi a saperlo, e come l’ho saputo io che quella che camminava lentamente verso di me, i tratti del viso indistinguibili, tremando per l’emozione, che mi ha abbracciato respirando forte, senza alcuna esitazione, eri proprio tu? Che cosa conta che sia accaduto veramente? Ora quell’incontro, la sua immagine, la forza che mi da, è diventato il centro della mia esistenza.

Non che io non abbia più una moglie e un figlio, né che tu non tenga a cuore la tua famiglia. Ma “Ich sterbe”, dicesti. Lo mormorasti così piano, in quell’abbraccio sotto l’acquazzone, che ti dovetti chiedere di ripetere che cosa avevi detto. E quando lo compresi, allora ne fui certo, che eri davvero tu. E davvero tutte le albicocche furono solo per noi, metà per uno, una per ogni abbraccio. Un chilo di abbracci e di albicocche solo per noi.

Ho solo due rimpianti, che il resto lo rielaboreremo poi. Un rimprovero per te, ma col sorriso, di non aver più dato seguito all’annuncio, non avermi più letto quella poesia (anche se tante, quante le metà frutta che ci mettevamo in bocca l’uno all’altra, ne abbiamo udite fremere nell’aria, in mezzo ai nostri abbracci interminabili), e uno per me stesso, di non aver finito di raccontare di quella mia intuizione sul nostro incontro che era prossimo e sull’attimo che fugge. Ma a questo ho appena rimediato.

[continua]

Paolo Conte – La Donna della tua Vita


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: