Posts Tagged ‘Rivoluzione’

Un’offerta speciale – CINQUE

30 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
.

[QUATTRO – Leggi dall’inizio]

dito sul collo

.

CINQUE

 .

Cesare fissò a lungo la pioggia che scendeva fuori dai vetri della camera da letto. L’esterno gli appariva compresso, stritolato dalla mole d’acqua che veniva giù. Senza più un fuori al quale rapportarsi, l’interno della sua abitazione gli sembrò più intensamente vivo. Sentiva le pareti respirare, il corridoio risuonare di passi e, provenienti da un altrove indefinibile, sussurri che chiamavano il suo nome.

Eppure lì, oltre a lui, non c’era nessun altro.

Andò in cucina e mise ad abbrustolire due wurstel sopra una bistecchiera. Scostò una sedia dal tavolo e ci crollò pesantemente sopra. Fece il numero di Anna. Il telefono squillò a lungo finché Mimì aprì la conversazione con un “pronto?” squillante.

I minuti passarono e la tensione di Cesare lasciò il posto a un languore che somigliava al ricordo che gli restava della felicità.

Si sentì stanco. Finita la cena, lasciò pentole e stoviglie nel lavandino e andò a coricarsi prima del solito.

A luce spenta, gli occhi stentarono a chiudersi, temendo di incappare per la quarta notte nel solito sogno. Ma, alla fine, fu vinto dall’oscurità.

L’umanità straziata dalla disperazione, da un lato, e il dovere di mantenere inviolata la porta d’accesso al Presidente, dall’altro, avevano aperto uno strappo che Cesar attraversò senza ricucire, fuggendo lontano così come si trovava, nudo e imprudente.

Il vento della Storia cambiò di colpo direzione, e la rivoluzione aprì una notte le sue danze, nel fragore infernale di una discoteca di moda, per l’appunto.

Lei era giovane e in possesso di tutte le prerogative che l’avrebbero facilmente ascritta ai frequentatori abituali, ma un occhio attento avrebbe notato che non apparteneva a quell’ambiente.  Da come si muoveva guardinga, dalla prolungata mancanza di compagnia, dall’avvicinarsi per piccole tappe al tavolo riservato al Ministro e alle sue guardie del corpo. Ma quelli ormai ne avevano bevuto uno di troppo, e mantenevano con crescente difficoltà la concentrazione necessaria al loro compito.

Quanto a Cesar, fu l’unico ad averla puntata da lontano. E non si stupì quando gli passò accanto, anzi, rallentò la respirazione, come se con essa potesse rallentare il tempo, e vedere quel fianco fasciato da una gonna di pelle nera, sfilargli accanto con la morbidezza del ralenty.

Lei gli disse in un soffio:

– Ci sarà un’esplosione.

chinandosi a raccogliere la borsetta cadutale da sotto il braccio, che anche lui si era precipitato ad afferrare.

Il ministro, nella sua lecita serata di riposo, non ebbe ritegno nell’incrociare le proprie dita sopra quelle di lei durante l’operazione di recupero. Con l’altra mano, le sollevò il gomito per aiutarla a risollevarsi. La giovane, come se niente fosse, riprese a parlare mentre controllava il contenuto della borsa.

– Poi, entro un quarto d’ora dovrai essere all’eliporto, prendere o lasciare.

Finalmente sollevò lo sguardo e recitò la parte da professionista. Si dimostrò sorpresa di riconoscere l’uomo pubblico, aprì l’espressione e, per una manciata di secondi, avvolse Cesar in un enigmatico sorriso.

Lui ne comprese il senso e rispose col suo ghigno di cortesia, ma si ritrovò senza la propria parte del copione quando affiorò un secondo strato a staccare alla donna il trucco da sopra la facciata. Uno sguardo, spontaneo, umano, pudico, al quale restò impigliato al punto da non potersene staccare.

La messaggera aveva trasmesso un’offerta di riscatto, il ringraziamento del gruppo per tutte le preziose informazioni date nelle ultime settimane. Prendere o lasciare. Lui prese tutto ciò che gli veniva offerto in quel momento. Offerta inaspettata, a dispetto del periodo già del tutto insolito. Qualcosa di speciale.

La invitò a ballare, dopo aver gettato un’occhiata in cagnesco ai gorilla, scattati in direzione della donna.

Calma. Stava solo cogliendo un’opportunità di conquista, offerta da una bella ammiratrice.

Accennarono a pochi passi discordi, poi presero un ritmo comune. Lei si lasciò cingere la vita e la pantomima prese le forme di un ondeggiamento leggero. Attorno a loro si formò un circolo vuoto, la sala sembrò spalancare le pareti, le luci colorate offrirono a entrambi una scusa per far crescere il rossore.

Lui sbirciava di sottecchi l’intorno e quasi non la guardò per l’intera durata dell’improvvisata danza. Ma le parlava ugualmente, attraverso la calibrata pressione delle dita sul vestito. La donna non reagì subito ma quando, in un sussurro, si scusò e gli sorrise ancora, nell’alzare gli occhi su di lui gli affilò sul collo il profilo dell’unghia, per poi dileguarsi in fretta nel buio oltre la pista.

Cesar tornò a sedersi vacillando. Una lama gli era penetrata nel cervello.

Da quel momento in poi, il senso logico degli eventi prese a sfuggirgli. Iniziò a vivere come osservando sé stesso dall’esterno.

.

[SEI]

.

.

Corsi e ricorsi, pericoli e rimorsi _ Meditazione n.9

27 agosto 2013

Daryl Hannah manifesta contro il fracking

Prologo

E, prima di Daryl Hannah, attivista contro il fracking (la modalità estrattiva di shale gas e oil che galvanizza l’America), nella consueta orgia di immagini televisive (anche fossero orge vere dopo un po’ mi appisolerei), e dunque quasi indistinguibile dal rumore di fondo, avevo sentito la viva voce di una qualche nostra esimia rappresentante istituzionale (con la carica di sotto-reggi-qualche-cosa-ministeriale) esclamare, entusiasta: “la vera novità consiste nel raggiungimento dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti!” Come se fosse una notizia certa, e soprattutto cosa di cui giorire.

Avevo verificato subito: non è (ancora) così.

Proprio qualche giorno fa ho scritto di getto questo post, notando una certa tendenza all’indirizzamento, attraverso i media, dell’opinione pubblica verso una particolare interpretazione dei fatti, su una questione sulla quale invece bisognerebbe stare bene all’erta.

Prefazione

Prima di proseguire, mi piacerebbe tediarvi quel tanto che consenta ai vostri nervi di surriscaldarsi alla temperatura giusta. Facciamo un salto indietro di qualche secolo.

Senza nemmeno scomodare Wikipedia, il comodo volume Classi-Dahl dell’enciclopedia rossa de La Repubblica*, più a portata di mano, riporta:

(il colonialismo) nell’arco degli ultimi quattro secoli di storia è […] un unico fenomeno di lunga durata […] La continuità è rappresentata dalla tendenza espansionistica e dominatrice dell’Europa e la rottura dalla novità che la rivoluzione industriale comporta anche in campo coloniale, oltre che dall’emergere, tra il sec. XIX e il XX, di altre potenze extraeuropee come gli stati Uniti d’America e il Giappone (venuto in contrasto con la Russia zarista che si espandeva in Asia). La caratteristica principale […] è che esso ha adesso come suo raggio d’azione tutto il mondo e agli inizi in modo particolare le Americhe, il sub-continente indiano, l’Indonesia e la costa occidentale dell’Africa e come centro propulsore l’Europa occidentale.

Insomma, la storia spostava il baricentro dalla vecchia Europa alle propaggini più estreme del mondo, avendo come caratteristiche principali

[…] uno sfruttamento meramente parassitario delle terre conquistate […] (o anche) più attivi comportamenti connessi al mercantilismo. […] Il passaggio dalla prima alla seconda fase della colonizzazione corre tra la fine del sec. XVIII e l’inizio del XIX. Si può dire che la rivoluzione industriale sorge anche grazie alle risorse e alle ricchezze accumulate con le attività coloniali […] ed è condizione di una nuova lotta per l’organizzazione, il possesso e il controllo dei territori non ancora sotto pieno dominio coloniale.

Sorvolo su quella che ottimisticamente viene descritta come “fine del colonialismo”, la voce si chiude individuando nella “globalizzazione” il logico propagatore del virus colonialista. Amen e così sia, non c’è limite ai corsi e ai ricorsi, come insegnava Giambattista Vico.

Dissertazione

Questa sarà una delle mie ultime meditazioni agostane (o forse l’ultima), e ne sono piuttosto felice. Per quanto utili a sostenere i momenti di maggiore empasse, non sopporto a lungo la monotonia e la ripetizione. Per questo motivo amo l’avvicendarsi delle stagioni, ma non il fatto che di quattro in quattro continuino a ripetersi. Perché mai non si trova il modo di rendere meno prevedibile questo rotolamento a valle, estate dopo primavera, dopo inverno, dopo autunno, dopo estate ancora? Gli astronomi, dipartita la Hack,  battono la fiacca? Si mettano in moto i rivoluzionari, ohé!
Guardate che dal rumore di fondo riesco a distinguere le vostre voci, o voi che tramate nell’ombra digrignando i denti. So che ci siete, però non combinate niente. Allora fateci questo favore: di quando in quando, come i rivoluzionari francesi del Settecento, datevi da fare per cambiare perlomeno date e nomi, se non all’intero calendario, quantomeno alle stagioni.
Alternatele a gruppi di sei, ad esempio.
Vi costa tanta fatica immaginare di prendere le redini del paese, se non per instaurare la vostra dittatura, alta o bassa che sia, almeno per sferzare col vento di una nuova primavera le sfortunate masse, e istituire, chessò, per una durata massima di sei o sette anni, o fino a nuova rivoluzione, un’alternanza che suoni come questa:

Freddata (gennaio e febbraio),
Sbrinata (marzo e aprile),
Tiepidina (maggio e giugno),
Calorosa (luglio e agosto),
Caduca (settembre e ottobre)
Letargica (novembre e dicembre)?

Io prenderei subito sottobraccio il moschetto dell’avo per sostenere i vostri assalti al Palazzo d’inverno (che andrà ribattezzato Palazzo Letargico), di sicuro.

Perché non riesco a leggere un libro o guardare dall’inizio alla fine un film che non sia meno che anticonvenzionale, non sopporto quelli di genere (quali che siano la trama e l’intreccio), i sequel, i porno (letterari o cinematografici) e i telegiornali. Non per snobismo, sia chiaro, ma per autentica insofferenza, di quelle che fanno venire le bolle.
Dunque, è con una confezione di cortisone sottobraccio, che mi accingo a completare questa meditazione, un autentico atto di autolesionismo, sia perché voi non leggerete mai tutto fino in fondo, sia per il fatto che devo riprendere un argomento già affrontato per smentirmi da sola. Poi deploro gli onanismi mentali.

Ecco il post

Il punto è che ho incontrato un amico, incidentalmente studioso delle tendenze energetiche a scala globale. Sono sempre stata affascinata dagli imperscrutabili disegni sottesi all’apparente estraneità  tra loro di temi come la fame nel mondo e la compravendita di armi, per dirne una, e la conversazione mi è apparsa appena appena più sostenibile di una vertente sulla situazione politica italiana.

Ha domandato (al vento) il mio amico:
– Per quale motivo grazie agli enormi sacrifici degli strati già vessati della popolazione, ci raccontano che la crisi sta finendo, anzi, per alcuni stiamo per risalire la china, ma intanto il debito pubblico è aumentato spropositatamente? Ci stanno forse prendendo per il chiulo?
– Immagino di sì, amico mio-, ho risposto, perché non riesco a credere alle teorie sul complottismo di matrice estera fino in fondo. Le nostre questioni sono piccolezze, se si solleva lo sguardo di qualche migliaio di chilometri.

Parlando parlando, si è proseguito, poi, così:
Altro che complottismo, più adatto a spiegare la situazione in Siria. L’Italia, come tutto il vecchio continente, regione indebolita e avviata alla senilità, storicamente è sempre stato il vaso di Pandora, dunque meglio restarne fuori, in un atteggiamento di osservazione vigile. Al colonizzatore conviene non intervenire, o tutt’al più dare una mano per tenerci frammentati.

Intanto il baricentro del pianeta sembra che veramente rischi di spostarsi nell’Oceano Pacifico, a metà strada tra Stati Uniti e Canada (che vantano riserve ingenenti di shale gas e shale oil e sono del tutto intenzionate a sfruttarlo, in barba ai rischi ambientali et similia e con buona pace degli amici di Daryl Hannah, e potrebbero ritrovarsi, entro poche decine d’anni, monopolisti indisturbati) e Cina, che della loro energia sarebbe la principale acquirente (previa predisposizione di vie adeguate per il trasporto sottomarino, but… where there’s a will, there’s a way).

L’amico mio mi ha detto che già alcune aziende riportano la produzione in patria statunitense, profilando futuri danni per il Medio Oriente che ha, sì, ancora dalla sua scorte di greggio di tutto rispetto, ma non per molto. Avrebbe da temere perfino l’Arabia Saudita, che pure vanta un buon grado di gemellaggio con gli USA, che rischia di trovarsi prima o poi alla porta una pressione demografica insostenibile per gli attuali equilibri socioeconomici del paese.
Per non parlare della Russia, che soffrirebbe non poco della concorrenza dei giacimenti presenti in Polonia e Ucraina (in Francia sembra che, per ora, l’attenzione alle questioni ambientali sia più forte delle prospettive di sfruttamento economico dei suoli).
In definitiva, gli scenari sembrano prossimi a cambiare radicalmente, e non saranno cambiamenti da poco.

E dunque, dato che dalle nostre parti resteremmo ulteriormente defilati rispetto al resto del mondo, perché non cogliere l’occasione, in perfetta autocrazia, non dico per dare una raddrizzata al Sistema, che quella è una chimera, ma almeno per mettere mano alla monotonia delle stagioni?
Voi, rivoluzionari carbonari, non considerereste l’ipotesi di sollevare allora, non dico una Primavera, ma almeno una Tiepidina Italica?
Oppure temete che avreste dei rimorsi?

*) Enciclopedia La biblioteca di Repubblica, Utet 2003

Nel Segno delle due Sicilie

27 luglio 2013
Ricevo dal mio amico Nick Brigante, e vi giro:

Caro Augias,

Ho letto il suo articolo dal titolo “Non era poi tanto male il regno di Ferdinando II di Borbone” , pubblicato a pag. 93 del Venerdì del 26 luglio, nel quale, parlando del libro “Borbonia Felix” di Renata De Lorenzo, contrappone una certa lettura in chiave sudista, diffusa durante durante il 150° dell’Unità d’Italia, agli aspetti critici del Regno dei Borbone che, a detta dell’autrice, frenarono nel Sud il processo di modernizzazione e unificazione avviati nel resto del Paese.

Borboni Augias

Mi sembra che fermarsi a queste puntualizzazioni possa inibire un processo, in corso nelle regioni del Meridione, molto importante per una ripresa seria dell’evoluzione democratica dell’intero paese, e del quale vorrei metterla al corrente.

Sono nato in pieno boom economico, il periodo migliore che si ricordi per l’Italia, no? Lo è stato a tal punto che ho vissuto i miei primi quindici anni in Venezuela al seguito della mia famiglia, emigrata in cerca di fortuna e poi rientrata in Italia con la coda tra le gambe. Oggi gestiamo, con molti sacrifici e minacciati di sfratto, una piccola attività ricettiva nel salernitano, che impiega, oltre me, quasi tutti i miei fratelli e i loro compagni e coniugi.

Come molti ex-ragazzi della mia generazione, nati al Sud e con questo tipo di esperienze alle spalle, non ho concluso gli studi, fermandomi prima del diploma di terza media. A differenza di altri però ho deciso di non tornare emigrante e, dal rientro dal Venezuela, ancora vivo (in ristrettezze e con una certa paura del futuro) in un paesino di poche migliaia di anime del quale conosco ogni luogo, abitante e umore.

Fino a qualche anno fa anche io, come altri, davo per scontato il dover sottostare a un senso di sudditanza e di inferiorità latente nei confronti della popolazione del Centro-Nord Italia, che ho conosciuto durante alcuni viaggi, e soprattutto perché frequenta stagionalmente la nostra paninoteca-birreria.

Sarà perché l’età avanza e perché, specialmente in inverno, non c’è molto da fare in un posto piccolo e decentrato come questo, e quindi leggo molti libri, oggi sono approdato ad autori (partendo da Pino Aprile con “Terroni”)  che trattano in modo approfondito il tema di cui parla nella sua recensione, e le cause delle condizioni sia materiali che psicologiche nelle quali versa la nostra popolazione. E anche grazie all’aiuto di internet (col quale mi immergo in lunghe ricerche negli archivi più disparati) ho conosciuto aspetti meno noti del passato di queste terre e accresciuto l’orgoglio che prima d’ora non ero riuscito a far valere parlando con interlocutori settentrionali.

Insieme alla consapevolezza è sopraggiunta la voglia di rimboccarmi le maniche per diffondere il mio stesso sentimento, e la conoscenza che lo sostiene, a ogni persona che incontro, nel mio paese come nei giri “virtuali” di amici che i social network per fortuna consentono (facendo superare le barriere fisiche, climatiche e infrastrutturali che purtroppo ancora oggi isolano un luogo da un altro perfino tra frazioni dello stesso Comune).

Le devo dire che sono rimasto sorpreso nello scoprire quanti altri si sono già emancipati dai vecchi pregiudizi, seguendo pressappoco il mio percorso. E come la nostra riappacificazione col passato e cel resto d’Italia, stia a poco a poco modificando anche le abitudini mentali altrui, che troppo spesso ancora si affacciano, più o meno consapevolmente, durante le conversazioni tra appartenenti a diverse zone della Penisola.

Io vedo che qualcosa sta cambiando.

Se una turista del nord si ferma sulla soglia del locale, sentendomi suonare alla chitarra classica un brano del settecento napoletano, si avvicina in punta di piedi sorprendendosi che non si tratti di Händel come credeva, e poi si trattiene a parlare, accettando di buon grado il confronto e l’ascolto anche del mio punto di vista sulle varie questioni. C’è la crisi per tutti, e oggi è diffuso da Nord a Sud il desiderio di approfondire, andare oltre i vecchi schemi. Io sono un tipo che si accalora. Da giovane ero capace di partire con certe arringhe che sfociavano in aspri contraddittori, adesso a volte la gente mi ferma subito e mi dice “Ma lo sai che hai ragione?”

Mi viene un po’ da ridere scrivendolo, ma questa situazione quasi mi mette a corto di argomenti.

Anche io credo che l’Unità d’Italia sia qualcosa ancora di là da realizzare, ma mentre a vent’anni mi impuntavo sulla necessità di una rivolta popolare, oggi che ho intorno tanti altri, e soprattutto giovani, che la vedono come me, credo nella possibilità di una vera rivoluzione. Ma che passi per la diffusione della conoscenza della reale storia del nostro paese, e di una cultura non condizionata dal sentito dire, o riferita così com’è riportata superficialmente nei libri di scuola.

Una rivoluzione che ci veda impegnati insieme, gente del Nord, del Centro e del Sud, senza bisogno di combattimenti cruenti ma, condividendo l’ideale di un’uguaglianza piena, soprattutto nella dignità, che porti allo scatto evolutivo necessario per la sopravvivenza dell’intero Paese.

Sempre che la sentenza su Berlusconi abbia le conseguenze che mi auguro, in termini di liberazione da un giogo materialmente insopportabile, il passo successivo potrebbe essere il raggiungimento di quell’ancora mai sperimentato senso di unità nazionale, attraverso la responsabilizzazione del singolo per la realizzazione e la tutela del bene comune. Arrivati a questo, sarà poi molto meno pesante tentare di risollevare l’Italia dal baratro di questi tempi.

A sostegno di questa tesi, e senza voler contrapporre al suo suggerimento di lettura il mio, le vorrei consigliare il libro che in questi giorni ho per le mani:

Eugenio Di Rienzo, “Il Regno delle due Sicilie e le potenze europee, 1830 – 1861”, Ed Rubettino 2012.

Spero che lo legga, e che le venga voglia di recensirlo.

Nick Brigante

Il regno delle due sicilie

[…] Né, infine, è opportuno […] passare sotto silenzio come quell'”unione”, che per vari decenni successivi al 1861 non fu mai davvero “unità”, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale (definito icasticamente, nel maggio del 1863, un dirty affair da un parlamentare inglese), in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande “Piccolo Stato” della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto Pubblico europeo della storia contemporanea.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: