Domani

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

2/07/2012

Il primo giorno, come una tossicomane in crisi d’astinenza, ho iniziato all’alba a tormentarmi, a darmi da fare. Dopo circa un’ora durante la quale non ricordo di aver nemmeno respirato, mi sono rassegnata a sedere da sola al grande tavolo di legno, che avevo apparecchiato e imbandito per la colazione. Gli altri non accennavano ad alzarsi. Ho iniziato ad allungare lo sguardo oltre il perimetro della terrazza e in quel momento ho sentito fisicamente il peso della strada fatta per arrivare fin qui. La porta di casa dà sulla campagna. Ho sorseggiato il mio caffè e respirato ossigeno aromatizzato alle erbe di campo. Davanti a me si stendeva una macchia verde, sovrastata da un cielo ampio, altissimo, e azzurro d’innocenza.

Sono stata male, lo devo ammettere. Venire da Rosa a Sassari è la mia convalescenza. Lei è partita un paio di giorni prima, io l’ho seguita col traghetto pomeridiano del 28, priva di desideri o di aspettative. Le esplosioni di gioia dei tifosi, durante lo sbarco, per la vittoria della partita degli europei sono stati l’ultimo contatto con ciò che mi lasciavo alle spalle.

Guido è un brav’uomo. Piuttosto bello, come lo sono spesso i sardi. Sempre in movimento, muscoli guizzanti, sguardo libero, mani da lavoratore. Durante la settimana sorveglia i suoi cantieri sulla costa. Torna a casa e ancora non si ferma. Gira per l’orto, aggiusta, sistema cose. Non so se fa così solo perché Rosa ed Emma sono appena arrivate, per dar loro una buona impressione. Ma non mi pare. In queste prime sere si è soffermato fino a tardi a chiacchierare, anche in onore alla mia presenza. È divertente. Racconta delle visite alle grotte, dove si emoziona pensando alla storia che tramandano le rocce. Descrive, come se l’avesse visto coi suoi occhi, il fluire nei secoli del fiume carsico, di come abbia modellato quelle cavità, di come si sia pian piano ritirato, consentendo agli uomini di trovarvi rifugio e lasciare incise nella pietra quelle storie che ancora oggi ce li rendono tanto vicini. Mima, con l’indice un po’ proteso verso il mio naso, il gesto di asciugare la goccia d’acqua che ancora testimonia la trasformazione in corso. Dice che la nostra interruzione sia per la stalagmite millennaria nient’altro che un solletico insignificante. Racconta a me e a Rosa, trasognate, di come nelle giornate di pioggia stacchi del tutto la corrente elettrica e giri per casa con le candele accese. Vuole far vivere ad Emma quell’esperienza, portarla a dormire raccontandole favole sottovoce, fino ad accompagnarla in braccio ai sogni. Guido è come un grande albero, ha radunato queste sue donne sotto la sua chioma e ora le protegge, le vuole curare. Io mi lascio andare, adesso. Continuo a non avere desideri o sogni. Ma nemmeno mi tormentano più gli incubi.

Cinque giorni fa, trascinavo la valigia fuori dalla porta quando incrociai Aldo che scendeva la rampa delle scale. Per un po’ non ebbi alcuna reazione degna di nota. Ci siamo salutati, lui con un sorriso direi franco, pieno. Era sincero? Non saprei dirlo. Ho capito in quel momento di averlo frequentato troppo poco per poterlo interpretare con certezza. Mentre si avvicinava a me ho sentito distintamente un pensiero incitatore “Eccolo, è lui, è lui! Quanto l’hai aspettato? Cogli l’attimo, cogli l’attimo!”

– Vuoi entrare?

– Mi era sembrato che stessi andando via.

– Sono ancora in tempo. Prendiamoci un caffè.

Aldo parve pensarci su solo così, per forma, disse: – Ma sì, prendiamocelo, un caffé –, mi cinse la vita  e delicatamente mi indirizzò verso l’interno dell’appartamento. Quel gesto aprì una doccia di emozioni su di me che mi impregnò all’improvviso di tremore e smarrimento. Poco dopo stavamo seduti ai lati opposti del divano con due tazzine fumanti sul tavolino di fronte.

– Allora, – presi coraggio, – com’è che sei sparito?- Domandai, simulando la massima cordialità.

– Mah, sai, la scuola era finita, qui faceva troppo caldo, abbiamo portato il bambino al mare, giù da noi.

– Ah. Certo – dissi, provando a mantenere la contrattura delle guance che doveva somigliare ad un sorriso.

– Siamo stati un po’ di tempo lì, poi io sono tornato. Sarà ormai un paio di giorni. Devo vedere qualcuno per un lavoro.

– Davvero? Ricominci? – mi stupii, ricordandomi della sua malattia invalidante.

– Forse, vediamo, insomma. Dipende.

Per una frazione di secondo abbiamo incrociato le pupille dilatate, i sorrisi appena spenti dietro le nostre labbra in veloce rilassamento.

– Sembra che io stia molto meglio.

Il silenzio che calò tra noi diceva tutto. Forse avrei desiderato che Aldo fosse più esplicito. Ma mi bastò soltanto quell’accenno per collegare i fatti. Avvicinammo entrambi la bocca alla tazzina.

– E tu? Come te la cavi?

– Benino, lavoro al Mokambo, come cameriera – storsi la bocca, ripensai a come avevo mentito sul mio lavoro all’inizio, per avvicinarlo. Subito dopo però provai vergogna solo per me stessa, per la resa che significava l’aver accettato quel posto, l’aver perso la fiducia. Tutti quegli studi, tutta quell’esperienza, tutti quei curriculm inviati, tutti quei colloqui. Ma durò un attimo, e tornai subito a lui. Si fece strada la lampante consapevolezza che se non ci fossimo incontrati per un caso, Aldo non mi avrebbe mai cercata.

– Scusami, grazie davvero per il caffé, ma devo andare. Magari parliamo un’altro giorno. – Ci alzammo insieme. Lui, come per un ripensamento, afferrò le mie mani e aggiunse, a voce bassa – Non mi sono dimenticato di quella volta.

– No? – mi s’incrinò la voce.

– Mi sono allontanato in questi giorni anche per avere il tempo di capire. – Io lo guardavo fisso negli occhi senza poter parlare.

– Mia moglie, nostro figlio ed io abbiamo trascorso molto tempo insieme. Lei mi portava in giro, sai, ancora non posso riavere la patente, scendevamo in certe calette. Me le indicava e mi chiedeva: “Te lo ricordi qui?” E poi mi sorrideva con aria complice. Ma io non ricordavo nulla di quei posti, né di quello che potevamo avervi vissuto. “Come, non ricordi neanche i filmati?”, lei insisteva. Giravamo per paesini: “Qui eravamo insieme a Tizio e Caio…” No, non me lo ricordavo proprio. Questa storia si ripeté tante di quelle volte che iniziai a preoccuparmi, a domandarmi se in questi anni avessimo guardato lo stesso film, sai come si dice – e sorrise, strappando anche a me un sorriso involontario. – Mi sono domandato chi fosse quella donna, chi fossi io, o meglio, chi fossi diventato.

Mi aspettavo una conclusione a quel ragionamento, ma questa non arrivò.

– Scusami ancora. Adesso devo proprio andare, o farò tardi. Vedrai che troveremo un po’ di tempo per parlare. – Il cuore mi schizzò nel cervello. Tutto qui? Poteva essere? Lui mi lasciò le mani con lentezza, mi baciò su una guancia e si voltò verso la porta.

– Aspetta. – Aldo girò lo sguardo acceso di nuovo su di me, io lo ricevetti come uno schiaffone. Ma proseguii:

– Perché… – mi scesero giù alcune lacrime rapide – Perché quella storia… dello tzatziki, della Turchia. Cos’era? Che scherzo era?

– Ma no, nessuno scherzo. – Lacrimavo ormai apertamente ma lui non fece cenno di riavvicinarsi. – Quando io e Giovanni siamo venuti a casa tua, per un caso stavamo preparando proprio la salsa di yogurt e avevo detto quella cosa senza pensarci, automaticamente, perché, forse non lo sai, ma sono impegnato in politica. C’è questa definizione un po’ vecchiotta, che usiamo tra noi riformisti, “giovani turchi”. Ma in questo periodo non sono neanche più sicuro che la politica tradizionale, quella fatta dai partiti, sia la soluzione giusta per il paese. Ho un figlio e a maggior ragione il nero che ho davanti agli occhi si estende anche al suo futuro. No, non sono affatto sicuro. Di niente. – Aldo scrollò la testa in basso, la voce era discesa in una caverna sotterranea.

Bella coppia di inetti e insicuri saremmo stati. Non ebbi il coraggio di guardarlo andare via, chiusi subito la porta dietro di lui. Continuai a piangere, strisciando lungo le pareti fino al letto. Volevo annientarmi, scomparire. Aldo aveva spuntato l’ultima freccia rimasta al mio arco, quella dell’indipendenza dall’amore altrui. La penultima, quella della dignità, l’aveva spezzata Rolando, il soldatino.

Insieme al nuovo lavoro avevano iniziato ad arrivare gli sms, poi le telefonate di Rolando e Nico, i due che m’avevano investita. Una lusinga per la mia vita grama. Rolando, di nascita francese, un paio di volte è passato a prendermi al locale e siamo finiti subito da me. Dopo, lui si è rivestito in fretta, mi ha salutato senza accennare ad affettuosità, tanto che l’ho preso per la giacca e gli ho premuto forte le mie labbra sulle sue, immobili, finché non mi ha restituito il bacio. Forse, chissà, non ero così importante. O così attraente. Forse ero soltanto un riempitivo. È uno che si annoia tanto nella vita, mi ha detto che sua madre è una famosa gallerista e che lui non avrebbe certo bisogno di lavorare, però da bambino è cresciuto con suo padre nelle banlieu parigine e ha visto già  tutto quello che doveva vedere nella vita. Si è staccato da me con fastidio e ha detto: “Dalle mie parti le donne mica fanno così”. Ma a me stava bene. Anche lui mi serviva, in quel momento. Così, quando m’ha chiesto di andare a ballare con i suoi amici, ho accolto quell’apertura come una manna.

Cenerentola avrebbe avuto meno aspettative su quel ballo. La nuova routine lavorativa era infinitamente noiosa per me: aprire il locale insieme al gestore, girare le sedie da sopra i tavoli, sistemare sopra a questi i fazzoletti, passare dietro al bancone, mettermi il grembiule e accendere la macchina del caffé. Quindi prendere in consegna i cartoni di cornetti che arrivano dal furgoncino, sistemarli in bella mostra dietro la vetrina e accogliere i clienti “Buongiorno! Cosa desidera?” Avevo imparato subito a fare i cappuccini. Sai che vanto. Quel giorno non vedevo l’ora che si facesse sera. L’avevo detto a Rosa che, per una forma di protezione nei miei confronti, si era autoinvitata con il suo nuovo amore.

– Un militare! – Aveva gridacchiato aggrottando la fronte.

– Aspetta di conoscerlo.

– Vabbé, adesso và. Voglio fare un bagno rilassante. Ho delle candele all’essenza di muschio verde di Sassonia, che ristabiliscono la giusta circolazione dell’energia. E’ per affrontare al meglio la serata, ti devo tenere d’occhio.

– Tu, a me? – Esplosi in una risata. – Ti crederei solo se non ti conoscessi.

– Aria! Aria! E trovati qualcosa di decente da mettere addosso, ti vesti sempre in modo così… mascolino.

Il buttafuori era una figura grassottella che stava controluce sulla soglia e indossava un cappellino da baseball ben calato sulla fronte. Ci fece passare senza guardarci in faccia. Attraversammo un cunicolo con un varco laterale illuminato. La guardarobiera sedeva su uno sgabellino e non cambiò espressione nemmeno quando ci vide procedere, tornare indietro, confabulare tra di noi, far la mossa di chiederle indicazioni, confabulare di nuovo, allungarle un mezzo sorriso di scusa, allontanarci in tutta fretta verso il fondo del corridoio. Un altro buttafuori, più alto, più massiccio, spalancò la porta antincendio per farci passare. Ci scontrammo con un muro sonoro, avanzammo tenendoci per mano, nell’eccessiva oscurità del posto. Guido ci seguiva controvoglia.

La pista, attraversata da fasci luminosi, era completamente deserta, fatta accezione per la nostra presenza proprio nel centro. Ai lati del rettangolo, tavolini di metallo su uno sfondo blu elettrico erano occupati da coppie e donne sole. Sembravano stranieri, tutti. In fondo alla sala il bancone di un bar, dove altri avventori si intrattenevano da soli o in coppia, seguiti con discrezione dagli occhi mobili del barman. Ci arrampicammo anche noi su seggiolini alti e scivolosi, ordinando tre Martini.

– Eccoci. Scusa il ritardo. – Rolando e Nico mi baciarono a turno sulla guancia. Mi sentii avvampare nell’oscurità. Dopo una presentazione distaccata si chiusero a parlare tra di loro. Il gruppo, in abiti civili,  era composto da tre uomini e due donne, una delle quali aveva una fede all’anulare sinistro e l’aria stanca. Rosa e Guido rimasero a osservare in disparte. La musica non richiamava, i pochi che azzardavano qualche passo sulla pista apparivano orsi appena usciti dal letargo. Pigri e ubriachi, dondolavano sorreggendosi in coppia, al massimo in terzetti, di generi misti che si disfacevano presto, tornando a sprofondare nelle poltroncine. All’ennesima vista di quel tipo, il viso di Rosa cedette e si sgangherò in una serie di sbadigli. Guido l’abbracciò e scomparvero nel buio delle retrovie.

Nico intanto aveva proposto una gara alcolica, che gli altri due accettarono distrattamente, come fosse un rito abituale delle loro uscite in licenza. Sedevano affiancati al bancone dove io stentavo a mantenere un contegno disinvolto. Brilla e disorientata, immaginai che fosse necessario un maggiore sforzo di integrazione da parte mia. Decisi di tentare.

– Ci sto anch’io! – I riflessi ritardati non mi consentirono di decifrare il linguaggio non verbale dei tre, che a parole si limitarono ad accettare.

– Quattro B52.

– Subito. – Il barman posò sul tavolino i quattro piccoli bicchieri, li riempì di kahlua, bayley’s e grand marnier. Poi accese le loro superfici. Davanti alla vampata indietreggiai. Tutti risero e Rolando mi incoraggiò a buttare giù, con la cannuccia.

– Uno! Aaahhh… – Fecero in coro. Li guardai stranita. Uno?

– Com’è andata?

– Forte, forte – risposi, mezza soffocata.

– Albè, il secondo. – La scena si ripeté. Solo, stavolta non mi lasciai sorprendere e succhiai tutto d’un fiato. La terza volta ero così intontita che avrei poggiato le labbra direttamente sulla fiamma, se Rolando non me l’avesse impedito, spegnendola al posto mio.

– Ué, Nico, forte la botta. La tieni?- fece, rivolto all’amico.

– Sicuro. Non so lei, – e indicò me aggrappata al bordo del bancone, con le orbite in rotazione libera, come una santa in estasi mistica.

– Avanti, su! – Li incitai, per niente certa della mia credibilità.

– Alberto! Vai col quarto!

– Guarda che quella mi rovina il locale.

– Vai, t’ho detto. Ci penso io a lei. – Chissà perché, a me suonò come una dichiarazione d’amore. Non avevo abbastanza sinapsi attive per formulare pensieri complessi ma quella promessa di protezione evocò in me un primordiale senso di benessere e tanto mi bastò.

Il quarto bicchierino non arrivò fino alla mia vista, tutte le fiamme si confondevano insieme e mi parevano un unico incendio minaccioso. Anche sforzandomi, non sapevo più dove indirizzare le mie mani. All’improvviso, mi accorsi di venire trascinata all’indietro, sostenuta per le ascelle. La musica si attutì lasciandomi nelle orecchie un fischio strisciante. Le luci si fecero taglienti e fredde. Vidi aprirsi e chiudersi porte. La posizione del mio corpo nello spazio era arbitraria. Trovarmi in quel bagno piuttosto che dov’ero poco prima, o altrove, era un evento che non potevo collocare in una serie ordinata con ciò che lo precedeva e ciò che sarebbe seguito. Sentii di dover vomitare e cercai di avvertire Rolando di andar via. Forse riuscii ad articolare una frase, non ne ero sicura, quel che era certo era che lui non aveva intenzione di andarsene. La mano sinistra premette forte sotto lo sterno mentre la destra cacciava in fondo alla mia gola due dita divaricate. Ripeté l’operazione due, tre volte. Una volta rimesso, mi si sentii subito meglio. Lui mi voltò. Anche se impresentabile, per i residui e i filamenti di materiale espulso che ancora mi pendevano dalla bocca, gli sorrisi e lo ringraziai, o pensai di farlo.

– Sì, sì, grazie tanto. Guarda che schifo. – Rispose lui armeggiando in basso. Riuscii perfino a provare sensi di colpa ma non feci in tempo a scusarmi come avrei voluto, perché mi accorsi di quello che stava facendo Rolando. Vorrà farmi fare anche pipì? Mi pare eccessivo.

– Ah, ma hai il ciclo.

Mi mise a sedere sulla tazza nella quale un attimo prima avevo cacciato il viso, reggendomi forte perché non cadessi di lato. D’un tratto mi mancò il respiro. Iniziai a scontrarmi naso e bocca con un ostacolo insistente, come un pugno avvolto in un guanto imbottito. Alzai gli occhi su Rolando che mi diceva: – Dai – e compresi.

– No, – dissi ridendo senza freni, – non è proprio il caso. – Lui sbuffo, valutò la situazione e poi abbandonò il proposito.

– Sei una palla. Rivestiti, io torno di là.

Del resto della serata non c’è molto da aggiungere, stando a quello che mi raccontarono Rosa e Guido, arrabbiatissimi: mi ritrovarono sdraiata in terra in bagno e mi riportarono indietro fino a casa.

Il giorno dopo mi alzai alla solita ora, compii i gesti dovuti al bar, tutta impegnata a mantenere la massima lucidità. E ci riuscii. Solo, per ventiquattr’ore persi del tutto la sensibilità al tatto. Parestesia, è il termine tecnico. Col tatto, perdetti anche la sensibilità alle emozioni, pensai ad Aldo ma senza trasporto, riconoscendo la sua stessa menomazione. Per potermi orientare nello spazio dovevo concentrare tutta me stessa. Era vero, si trattava di un’attività faticosissima: inventare una nuova decodifica, che assemblasse insieme i segnali degli altri quattro sensi per dare il corretto significato ai fatti. E i fatti erano in questi termini: quella non era vita. Passato qualche giorno, l’incontro con l’uomo che fino a quel momento avevo creduto di amare mi aprì del tutto gli occhi.

Rannicchiata sopra le lenzuola iniziai a elencare i diversi modi di farla finita. Per fortuna, il telefono squillò una, due, tre volte e continuò a squillare con fastidiosa insistenza finché non decisi di rispondere: era Rosa dalla Sardegna che mi chiedeva di portarle alcune cose di sua figlia che aveva scordato in città. Mi alzai a comando e ripresi la valigia in mano.

Ciliegi, fichi, albicocchi, olivi, viti, fiori di campo, rose, colline basse e fitte nascoste da chiome di pini, di cipressi e altri alberi che non so riconoscere. Adulti, una decina, bambini, mi pare siano cinque. Qualcuno non rinuncia a pulire il terreno, a raccogliere frutta, i più giocano a Saltinmente sotto al portico, i piccoli si rinfrescano nella piscinetta prefabbricata, si preparano e si consumano caffè, ci si sventaglia. Continua l’affluenza di nuove persone, amici o parenti del padrone di casa, ne conto una ventina ormai. Rosa sembra già una di loro. Le chiedo “Sei felice?” mi risponde di sì, convinta. Non oso dubitarne. Qui si sta bene. Verso le otto si accende il grande schermo, ci si sistema, inizia la partita.

Nella confusione, esco nel piazzale. Hanno preparato i tavoli con l’anguria fresca, il vino e il mirto per festeggiare. Lampadine colorate dondolano al vento. Stanno appese a fili elettrici passati di ramo in ramo sugli alberi circostanti lo spiazzo ghiaioso. La televisione lontana gracchia nomi ed azioni per me insensate. Nessuno parla o a volte si sente un sospiro comune, un brontolio, nessuna frase è comprensibile.

C’è la luna, ho bisogno di guardarla, di credere di meritarmi qualcosa di più. Per quello che valgo, per quello che sono. Quanto silenzio, giù nel frutteto. Non so chi sei ma sento di amarti tanto. Forse sei solo il riflesso di me stessa, ma non mi darò pace finché non ti avrò incontrato. Mi abbraccio da sola, c’è una musica che sento solo io, balliamo. Domani tornerò indietro e ti verrò a cercare.

Erykah Badu – Green Eyes

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2 Risposte to “Domani”

  1. melodiestonate Says:

    che bei racconti…….

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