Occhiali Rosa per la sopravvivenza

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

25/06/2012

Oh, non si dorme. Sento la grana del lino di cui sono fatte le lenzuola, mi rende fastidioso appoggiare la guancia sul cuscino. Sento formiche che scaldano la schiena col loro lavoro alacre. Mi sta bruciando, la schiena. Cerco un po’ d’aria, m’alzo di scatto e spalanco la finestra. Vento fresco fa volare capelli e maglietta. Il pavimento pure, è fresco. Sento piacere alle estremità. Funziona. Resto qualche minuto, non ho nulla a cui pensare ma è come se avessi la testa piena zeppa di  bolle di sapone che scoppiano e si riformano di continuo. Mangio anche di meno, dicono che sia per il caldo, a me però non pare. Non ho voglia di perdere tempo a sostentarmi. Non mi interessa vivere. Appena lo realizzo sento subito scivolare una lacrima sulla guancia. Sempre e comunque, sono una povera idiota.

Sono passata di nuovo a una certa stabilità, però. Lavoro come cameriera in un bar a pochi isolati da casa. Devo tornare a letto, allora, conservare le forze, tra poche ore ricomincia la mia nuova routine. Questo sì è un pensiero che mi tranquillizza, sapere di avere un posto nella società, una routine uguale per ogni giorno della settimana. Sempre la stessa, ma molto diversa da quella alla quale ero abituata negli ultimi tre anni, o anche solo da quella dei tre giorni passati allo studio dei commercialisti. Ritorno tra le lenzuola, mi sento improvvisamente stanca, forse riuscirò a dormire. L’immagine che mi raggiunge è quella di Rosa, qualche giorno fa. Rosa che mi abbraccia e mi tiene così stretta che ho la testa incastrata tra il suo collo e la clavicola e un ciuffo di suoi capelli in bocca. Hanno un buon sapore. Tutto di lei sa di buono. La stringo appena appena anche io. Aderisco talmente al suo corpo minuto che per quanto mi sforzi di restituirle il gesto, dei miei avambracci non so cosa farne e restano a dondolare fuori dalle nostre sagome unite.

La sua bellezza non mi suscita altro che voglia di proteggerla, è così da che la conosco. Non l’ho mai invidiata perché somiglia all’idea che tutti hanno di un angelo. Mi ha appena detto con voce tremolante “io mi sposo”, e nei suoi occhi ho letto la richiesta di essere approvata incondizionatamente. Io, è chiaro anche per lei senza che ne faccia cenno, non sono affatto d’accordo con la sua decisione. Eppure adesso, proprio adesso, vorrei che questo abbraccio durasse tutto il tempo necessario per consumare la grande commozione che unisce i nostri corpi.

Ho aspettato tutto il giorno di incontrarla, già dalla mattina mi aveva inviato un sms dal tono serio nel quale mi chiedeva di vederci presto. Adesso so che non ci ha dormito la notte e che davvero era importante per lei questo momento. Ma stamattina non ho voluto darle retta. Ho sbirciato i contenuti del messaggio, giusto per darmi un contegno una volta uscita in strada ma non ero nella migliore disposizione d’animo per coglierne la sfumatura accorata.

Il giorno dopo la terribile serata nella quale ho distrutto i documenti finali di settimane di lavoro del mio ufficio, come un automa mi sono avviata al lavoro mezz’ora prima del solito. Non avevo quasi chiuso occhio e avevo dolori dappertutto. Mi sosteneva solo una febbrile convinzione di essere nel giusto, avanzavo come una martire verso il supplizio estremo. Quando suonai, trovai Giampaolo a porgermi un saluto gelido. Mi disse di accomodarmi nel suo studio e vedendo che restavo in piedi mi invitò a sedere. Gli obbedii, restando in pizzo alla poltrona. Lui invece si stravaccò dietro la scrivania e prese un respiro profondo. Io misi le mani avanti, cominciai  a scusarmi, ma l’aria ferma fu tagliata da un fendente della sua mano aperta che colpì pesantemente il tavolo. “Per cose come questa abbiamo sporto anche denuncia”. Iniziai a sentirmi davvero male. Sudavo freddo e avevo lo stomaco in bocca. Lì per lì non fui abbastanza lucida da tirare fuori il fatto che avevo lavorato in nero. Lui evidentemente lo ricordava bene, perché si alzò di scatto e, così come mi aveva ricevuta ed ascoltata, mi congedò frettolosamente: “Spero vivamente che non ci incontreremo più”. Oh. Addirittura? Non fece nessun cenno all’incidente, nessun commento sul fatto che, forse, avrei potuto essere io a sporgere denuncia. Io però, in quel momento, proprio non ero in me. Fece il gesto di precedermi alla porta, era di colorito terreo e si muoveva in fretta. Mi montò dentro l’urgenza di lanciarmi fuori, l’avrei fatto anche attraverso una finestra se ce ne fosse stata una nei paraggi. Ormai ero un’estranea, e un’indesiderata. Dimenticai le poche cose personali (un’agenda, un paio di penne, il beauty case con spazzolino, dentifricio ed assorbenti, lì non avevo avuto il tempo di attecchire) e me ne andai sfilando davanti all’ex datore di lavoro, tenendo lo sguardo fisso davanti a me e la mascella serrata. Avevo anche tentennato un attimo, indecisa se lasciare, per disprezzo, il misero assegno sul mobile all’ingresso, che mi aveva indicato alzando appena il mento. Ma no, ho pensato. Il conto in banca si sta assottigliando, anche poche centinaia di euro serviranno. E, in fondo, me le sono guadagnate.

Ho iniziato a tornare indietro a piedi. Tanto più mi allontanavo da quel posto, tanto più volevo mettere una distanza enorme tra me e quel brutto frammento di vita. Frapporre tempo anziché chilometri mi sembrò un buon compromesso. Ogni passo che mettevo davanti al precedente arricchiva di dettagli caratteristici la strada anonima che avevo percorso meccanicamente fino al giorno prima: lo stile degli edifici, il tipo di alberi che fiancheggiavano i viali, i vecchi, le donne e gli sfaccendati che affollavano i marciapiedi ed i negozi, riconoscevo lo stesso popolo minuto del quale anch’io facevo parte, ben distante dalla presunzione di superiorità dei due commercialisti. È stata una giornata lunga.

Ho stazionato su panchine, dentro gallerie d’arte, in librerie. Verso le quattro sono pure andata al cinema. Volevo togliermelo da tanto quello sfizio, ho visto in prima visione Il Dittatore con Sascha Baron Cohen. Ho riso tanto, nella sala piena di gente sembrava che potessi battere pacche sulle spalle a tutti, perché eravamo lì tutti insieme senza motivo che ci collegasse gli uni agli altri, seduti uno accanto all’altro a guardare quella pellicola rozza e maleducata. Sono rientrata che era quasi sera, stanca, sfatta, affamatissima. E mi sono data una manata sulla fronte, stavo scordando Rosa! Ho preso la strada del parco giochi, a quell’ora meno calda esce sempre con sua figlia. Emma è stata la prima ad accorgersi di me, mi è corsa incontro con un sorriso pieno di felicità. L’ho presa in braccio ed ho notato Rosa, girata di tre quarti, china sul telefonino con la fronte aggrottata e un’espressione buia. Ma chiusa la conversazione anche lei mi è corsa incontro con una foga tale che, temendo di stare per cadere sotto il peso di lei e della bambina, ho posato quest’ultima a terra e mi sono fatta indietro di un passo.

– Come “ti sposi”? Con chi? Perchè? – Ero confusa. Davvero, non ero pronta a ricevere questa notizia, ma lei, lo devo riconoscere, è fatta così. È una che convince i suoi a farsi pagare prima l’università, poi il DAMS, per finire lasciando tutto a metà, incinta, andando a convivere con un ragazzino senza esperienza della vita, sempre confidente nella generosità dei genitori. Una che dopo sei mesi caccia di casa il padre di sua figlia, perché si prende una cotta per un chitarrista metal, che poi segue in tournee tutta l’estate suonando percussioni e batteria. E ci riesce bene, accidenti a lei, e dopo il parto riprende ad andare in giro portandosi la piccola, ancora lattante, nei camerini dei locali, affidata a questa o quell’altra conoscente, finché non lascia pure il metallaro per…

– …Guido! È fantastico. Lui è diverso da tutti gli altri!

Mi informo: questo Guido è un tizio che l’ha cercata dopo un concerto, l’ha invitata a cena e si è presentato con un mazzo di rose. Non ha cercato di baciarla subito, e si è fatto desiderare perfino per scoparla, l’ha fatta sbavare dieci giorni nell’attesa. Uno che è ingegnere, che vive non a Sassari, ma nelle campagne intorno, in una casetta (“Me l’ha descritta  come una bomboniera!”) in mezzo al niente, con le galline, l’orto biologico e una capretta.

– Pensa che bello, vivere lì, per Emma. –  Emma? A cosa sta pensando? Devo fermarla, mi sono detta. E invece è finita che mi congratulavo con lei, sciogliendomi dalla sua presa, finalmente. Pensando che entrambe siamo due cretine totali. Lei più di me, ma pure io non scherzo. Le ho promesso che quando si trasferirà (prestissimo) andrò a trovarla. I suoi invece non la supportano, non verranno nemmeno al matrimonio. Si oppongono a questa scelta come alle altre, ed è da sempre un’opposizione silenziosa, fatta di non gesti e di non parole. Anche in questo caso hanno preferito aprire un po’ i cordoni della borsa. Con un bonifico si sono quietati  un’altra volta la coscienza.

Sogno… petali che scendono su di me. Petali di una Rosa, una rosa, una rosa, una rosa,…. Sento di volerli far scivolare tra le dita, sdrucciolare schiacciandoli tra loro, sogno petali carichi di rugiada, cadono dal davanzale che fa angolo col mio, quello con la finestra chiusa, mi sporgo per afferrarli, li trattengo in mano, li schiaccio, li sento scivolare tra le dita e scivolo assieme a loro sempre di più, sempre di più in fondo in fondo al buio nero.

[continua]

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