Non c’è problema

 (un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

13/06/2012

È la formula magica: Non c’è problema, si risolve tutto. Anche dopo otto ore di lavoro, separate da una pausa dai minuti contati, e poi ancora lavoro straordinario. Si sono fatte le otto e mezza, merda. Anche davanti alla prospettiva di altro tempo perso a trascinarmi da un capo all’altro di una metropoli con un sistema di trasporti inefficiente, anche se non ne ho voglia, anche se mi sembra, dopo soli tre giorni, di essermi cacciata in una trappola mortale, non c’è problema. “Lasci, lo consegno io il plico allo spedizioniere” avevo detto, tirando su in un sorriso le mie guance stanche.

E adesso devo camminare, anzi, sbrigarmi. Accanto a me scorre in direzione opposta il muro della caserma. Chissà perché mi sento del tutto indifesa, invece che il contrario, mi opprime il pensiero dell’universo militare, sento vibrazioni di guerra che attraversano la barriera cieca coronata da filo spinato, come se questa fosse la membrana di un altoparlante. Testa e spalle in un unico blocco, sono tutta tensione e rigidità, pronta a scattare al primo scricchiolìo. C’è luce ancora ma incombe l’imbrunire di un giorno caldo, afoso, vissuto dentro un condizionatissimo studio di commercialista. Io sono sensibile agli sbalzi di temperatura, appena messo piede sull’asfalto ho avvertito la pressione interna crollare. Ho barcollato, un attacco di vertigini.

Mi sono detta: ce la devi fare. Uno stipendio serve, purchessia. Strana espressione, l’ho sentita in qualche canzone. Funziona, mi pare in questo caso, purchessia, purche… Porca…! Lo sapevo. Strada semideserta, donna sola, uno sbandato che mi viene incontro sul mio stesso marciapiede. Tento rapidamente il conto delle possibilità di essere soccorsa in caso di bisogno, non ci riesco ma non devono essere molte. Penso che sarebbe brutto cambiare all’improvviso lato della strada, un segno di razzismo che non vorrei che l’altro percepisse. Perché, fino a prova contraria, vale la presunzione di innocenza, no? Quale che sia il suo aspetto, ognuno ha diritto alla propria chance di fiducia da parte del resto del mondo.

Ci ripenso. Se sopravvivo devo essere in grado di fare l’identikit dell’aggressore: giovane, capellone, molto più alto di me e ben piazzato. Lui avanza caracollando e borbottando frasi sconnesse in un’altra lingua. Rivedo la mia compagna di stanza nell’appartamento che affittavamo da studentesse, che per aver dato risposta ad una domanda provocatoria di un barbone sbucato dal nulla all’uscita dalla metropolitana, si era beccata una bottigliata in fronte. Ricordo di come la storia circolasse tra quelli del nostro giro già mezz’ora dopo, di come venne arricchita col passare del tempo di dettagli deprimenti: il fatto che la maggior parte dei pochi passanti fecero finta di non vederla, che lo shock fu tale che non riuscì a far altro che piangere per ore e ore in seguito e, più in là, che le ferite al volto e alla testa le lasciarono cicatrici permanenti e che da quel momento non riuscì più a fidarsi pienamente nemmeno delle persone a lei più vicine, cosicché mollò su due piedi il fidanzato che stava per sposarla per non averlo sentito abbastanza vicino dopo quello che aveva passato. Meno male, penso senza volerlo, almeno non sono fidanzata.

L’uomo è ormai a due o tre metri da me, non posso farci niente se il mio cuore è politicamente scorretto. Mi batte violentemente nelle tempie. Ho la pressione bassa, amico, non infierire. Almeno lascia che svenga naturalmente, non devi fare altro che aspettare, ho già le gambe molli e un rombo nelle orecchie. Sono pronta a vedere tutto nero e dopo qualche attimo perderò conoscenza. Poi, fai pure ciò che devi. Non c’è nulla di cui aver paura, però mi dico. Probabilmente. O forse sì. Come mi baluginano davanti i suoi occhi inquieti, mi giro di scatto e attraverso la strada, tentando di simulare una traiettoria già preordinata ed un’andatura il più possibile rilassata. Cosa difficile, con le ginocchia che minacciano di cedere ad ogni passo. L’uomo ormai alle mie spalle non ha reagito, almeno apertamente. Visto? Non c’era nulla da temere. Ne sono sollevata in senso letterale. Non sento il rumore dei miei passi, mi trasporta il pilota automatico ingranato poco prima e incalzo l’asfalto con una forza insperata nelle gambe. Non mi accorgo, se non all’ultimo momento, del fuoristrada che mi viene incontro dal fondo della via in una sterzata stridente ed ondeggiante.

Il fascio di luce che mi investe appena prima del bolide che lo produce, fa emergere in una visione iperreale figure umane che poco prima non avevo scorto. Ma allora non ero così sola, o no? Quanto ho sbagliato nel gettarmi in mezzo alla carreggiata? Mentre mi si presentano alla mente domande tanto tardive quanto inutili, senza rendermene conto il mondo scivola nel silenzio.

– Ha aperto gli occhi. Come si sente? No, non si muova. Deve avere battuto la testa.

Un viso bruno mi parla da vicino. Non capisco. L’uomo ripete – Come sta?- Invece di rispondere mi guardo attorno. Le facciate dei palazzi sembrano convergere sopra di me. Noto una sensazione di scomodità dura e spigolosa sotto al bacino. Provo a issarmi facendo forza sui gomiti ma mi gira forte la testa. Mi ridistendo. Decido di affrontare la conversazione con lo sconosciuto. Mi sta dicendo che intende chiamare un’ambulanza, mi oppongo decisamente. Ci manca solo che vada ad impantanarmi in un Pronto Soccorso. Metto a fuoco una mimetica, si tratta di un soldato. Sono in due, anzi. L’occhiata divertita del primo mi scavalca e mi rivela la presenza dell’altro dietro di me. Allargo ancora un po’ la visuale. A poca distanza, evidentemente intimorito dalle divise, bisbiglia un piccolo capannello di curiosi. Il fastidio del chiacchiericcio mi infonde la forza necessaria e mi isso seduta.

Affermo di sentirmi bene, ma non ne sono per niente sicura. So di avere lo sguardo sbarrato, ho tutta l’attenzione rivolta al mio interno, per controllare settore per settore la situazione del corpo. Qualche dolore alle giunture in effetti c’è, ma più che altro ho una sensazione di freddo intenso al viso, di più sul naso e sulle guance. Accetto di venir scortata verso “un luogo sicuro”, così ha detto il moro, per farmi riprendere un po’. I due abbandonano la Jeep di traverso al marciapiede e, sorreggendomi uno per lato, mi accompagnano lentamente verso la prima insegna luminosa che incontriamo sulla via.

Circa venti minuti dopo ne esco, rinfrancata da un bicchiere di rosso e qualche assaggio da un tagliere di salumi e formaggi misti. Ho due numeri di telefono nella tasca dei pantaloni. Prima di separarci fuori dal locale, io e i due ragazzi ci salutiamo stringendoci le mani. Prometto di dare notizie e, come se nulla fosse accaduto, riprendo il tragitto interrotto. Sento il fuoristrada mettersi in moto, allontanarsi in direzione opposta alla mia e infine mescolarsi col rumore di fondo del viale trafficato in fondo alla strada.

La sede dello spedizioniere è in un piccolo negozio qua vicino. A quest’ora dovrebbe essere già chiuso ma lo studio per cui lavoro ha da anni concordato delle deroghe per “ritiri in orari particolari”. La commessa mi sta aspettando da un pezzo, devo spiegarle tutto, capirà. La porta si apre solo esercitando una certa pressione, cosa che mi costa parecchio sforzo, adesso. Poso con cura in terra la mia borsa e la valigetta per il trasporto documenti, apro i primi tre bottoni della camicetta (qui dentro si schiatta) e saluto Monica, in soli tre giorni siamo diventate come amiche. Inizio a dettarle i riferimenti della consegna e per fare prima risollevo la valigetta,  l’apro e frugo all’interno per leggere sul documento da inviare i recapiti del destinatario. Una busta vuota, un vecchio post-it scribacchiato, una penna. E nessuna traccia del plico.

– Non lo trovo. Dev’essermi caduto. – Si è perso per strada. Mi sono persa anch’io. Rimango impalata di fronte a lei che si morde il labbro. Devo fregarmene del suo disappunto o della pena che le faccio.

– Torno subito, ce la fai ad aspettare cinque minuti? Eh, mi aspetti?- Sono nel panico, me ne accorgo solo perché mi scopro intenta a inginocchiarmi a mani giunte.

– Però guarda, cinque minuti perché per me è già tardi.

– Ok, vedo di sbrigarmi- Le grido, già in strada, col mucchietto di oggetti personali, raccolti in un gesto, ben stretti sottobraccio.

Mentre svolto nella via dell’incidente, mi pare di notare alcuni fogli sparpagliati, molto malconci. Non mi resta altro da fare che uscire allo scoperto e avvertire i Chiotto Sbarretta. Schiaccio il tasto per comporre il numero di studio e immagino le stanze vuote in cui risuonerà la chiamata. Cerco di indovinare chi potrebbe essere ancora al lavoro in questo momento. Non il vecchio, che alle sette in punto indossa il lungo soprabito e raggiunge la moglie nel loro appartamento una rampa di scale più in alto. Probabilmente ci sarà Giampaolo, accidenti. Del padre ha lo stesso atteggiamento classista e superiore, ancor meno sopportabile per la sua giovane età, così vicina a quella dei suoi collaboratori. Con lui non ho che rapporti formali improntati ad un rigido rispetto della gerarchia che, non dichiarata, aleggia come un dogma in quegli ambienti silenziosi. Spesso lo sento ridere scompostamente con gli amici che passano a trovarlo e con i quali si ritrova a porte chiuse nel proprio ufficio. Suoi coetanei, anche loro poco più grandi di me che invece incontrandomi mi salutano sempre con grande cordialità. È stato Giampaolo stasera a consegnarmi i documenti da portare urgentemente all’agenzia di spedizioni. Sarebbero dovuti partire domattina, non erano ammessi errori. Mi rendo conto che averli distrutti è un fatto molto grave e mi rassegno a subirne le conseguenze.

– Studio Commercialista, sono Ciro.

Meno male, Ciro Novelli. Il ragazzo di studio, il ragioniere tuttofare a cui non pesa tirare tardi quasi ogni sera. Nell’organizzazione piramidale si trova un gradino sopra di me, anche se io sono laureata. Ma condividiamo la sudditanza ai titolari, insieme ad altre due dottoresse madri di famiglia.

Il motorino interrompe la sua corsa quasi impennando sulla ruota anteriore. Il ragazzo salta giù e si leva il casco già slacciato.

– Allora, che hai combinato?

Gli spiego dell’incidente, tralasciando la sosta in osteria. Davanti alla faccia schifata di Ciro divento ancora più nervosa. All’improvviso non voglio dargliela vinta senza combattere. Io stavo solo tornando a casa e loro avevano approfittato della mia disponibilità per risparmiare su una corsa del pony express.

– Ho perso conoscenza per qualche secondo, sai Ciro. Non potevo certo accorgermi se le cose mi cadevano di mano in quel momento. Sono già stata fortunata ad essere aiutata da due militari e non derubata da qualche passante–. Fa finta di non sentirmi. Lo snobbo anch’io e chiamo Monica per dirle di andare a casa.

Si è portato un torcione da campeggio, un vero e proprio faro in miniatura. Utilizzandolo come una falce per la mietitura, avanziamo spediti verso l’incrocio con il semaforo. Zigzaghiamo acciuffando brandelli di documenti con gli occhi impegnati in un continuo cambio di messa a fuoco, rovistando tra sacchetti abbandonati e cacche di cane, intorno ai cassonetti, sopra e soprattutto sotto i marciapiedi, attorno alle caditoie mezze ostruite. Schiviamo automobili, ciclisti e motorini. I pedoni diradano i loro passaggi mano a mano che l’ora si fa più tarda. Anche il traffico, verso le dieci, ormai ha iniziato a silenziarsi.

– D’accordo–, fa all’improvviso Ciro, sollevando lo sguardo vitreo su di me. – Ti do un passaggio alla metro, ora telefono a Chiotto Sbarretta e gli racconto tutto, poi vedremo che fare. Tu domani, mi raccomando, sbrigati a tornare qui. Cerca di venire presto, hai capito?

– E’ una parola-, rispondo io non troppo convinta.

-Bè, non mi sembri in una posizione tale da dettare condizioni, no?

Nemmeno quest’ultima frase mi è piaciuta, fine della complicità tra schiavi di studio. Percorriamo in silenzio il tragitto sotto la guida nervosa e sgarbata di Ciro che non si preoccupa di risparmiarmi buche e dossi. Spero che almeno questo dipenda solo dalla sua miopia. Appena smonto mi saluta asciutto e riparte di corsa.

Resto seduta, rigida come una statua, stazione per stazione per tutto il primo tratto. All’improvviso metto a fuoco la mia immagine riflessa nel vetro di fronte, ancora nella stessa posizione ma in un vagone completamente diverso, come se non avessi fatto della strada a piedi per cambiare treno. Poi mi ritrovo a camminare nel piazzale antistante la fermata, muovo le gambe in avanti per un periodo di tempo indefinito, infine riconosco il portone di casa. Prendo le chiavi, le infilo nella toppa. Buio.

Alle 5:35, lo dice la radiosveglia, spalanco gli occhi. Dietro le tende pan di zucchero di Ikea, la finestra con le serrande alzate dal giorno prima irradia una luce bluastra. È l’alba. Sento voci provenire dalla strada, mi affaccio e riconosco Rosa. Cammina aggrappata al ganzo di turno, ridono e cantano brani di canzoni, poi si baciano continuando a camminare. Ritornano dal concerto di Madonna. Madonna, sei precaria e hai pure una figlia, penso. Il biglietto sarà costato una fortuna, avrà pagato lui per ingraziarsela. Quello lì è la prima volta che lo vedo, da come le afferra il fianco con la mano stretta a morsa finiranno presto a letto. Da qualche parte in città Emma sta dormendo con sua nonna. Prendo una sigaretta, ho un pacchetto superstite ben nascosto nel cassetto dei calzini. L’accendo e aspiro con  forza. Detesto ammetterlo, ma in questo momento mi piace un casino.

Dalle labbra mi sgocciolano fuori parole: Zoccola. Stronzo. Tutti stronzi. Siete tutti merdosamente stronzi. Maledetti. Metto l’accento sull’ultima vocale che mi si strozza in gola: …ìììh. Mentre la brace risale il cilindro di carta e tabacco, mi ascolto dire parole abusate, delle quali mi pento immediatamente: Amore, aaamooreee, torna da me, non vivo più, non ti disturberò, mi metto qui buona buona e aspetto che mi chiami, senza di te io non sono niente.

Alzo lo sguardo al cielo sempre più chiaro, mi guardo attorno sperando che non mi abbia sentita anima viva. Così è. Bene. Non dire cazzate. Ok, era l’ultima volta. E non fumare più, hai già il bruciore in gola che ti annuncia la faringite. D’accordo, ora è tutto sotto controllo.

Oggi è già un altro giorno e non c’è nessun problema, come sempre.

[continua]

C.S.I. – Blu

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