Archive for the ‘La simulazione è una metodologia conoscitiva (Tzatziki blues)’ Category

Domani

2 luglio 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue /leggi dall’inizio]

2/07/2012

Il primo giorno, come una tossicomane in crisi d’astinenza, ho iniziato all’alba a tormentarmi, a darmi da fare. Dopo circa un’ora durante la quale non ricordo di aver nemmeno respirato, mi sono rassegnata a sedere da sola al grande tavolo di legno, che avevo apparecchiato e imbandito per la colazione. Gli altri non accennavano ad alzarsi. Ho iniziato ad allungare lo sguardo oltre il perimetro della terrazza e in quel momento ho sentito fisicamente il peso della strada fatta per arrivare fin qui. La porta di casa dà sulla campagna. Ho sorseggiato il mio caffè e respirato ossigeno aromatizzato alle erbe di campo. Davanti a me si stendeva una macchia verde, sovrastata da un cielo ampio, altissimo, e azzurro d’innocenza.

Sono stata male, lo devo ammettere. Venire da Rosa a Sassari è la mia convalescenza. Lei è partita un paio di giorni prima, io l’ho seguita col traghetto pomeridiano del 28, priva di desideri o di aspettative. Le esplosioni di gioia dei tifosi, durante lo sbarco, per la vittoria della partita degli europei sono stati l’ultimo contatto con ciò che mi lasciavo alle spalle.

Guido è un brav’uomo. Piuttosto bello, come lo sono spesso i sardi. Sempre in movimento, muscoli guizzanti, sguardo libero, mani da lavoratore. Durante la settimana sorveglia i suoi cantieri sulla costa. Torna a casa e ancora non si ferma. Gira per l’orto, aggiusta, sistema cose. Non so se fa così solo perché Rosa ed Emma sono appena arrivate, per dar loro una buona impressione. Ma non mi pare. In queste prime sere si è soffermato fino a tardi a chiacchierare, anche in onore alla mia presenza. È divertente. Racconta delle visite alle grotte, dove si emoziona pensando alla storia che tramandano le rocce. Descrive, come se l’avesse visto coi suoi occhi, il fluire nei secoli del fiume carsico, di come abbia modellato quelle cavità, di come si sia pian piano ritirato, consentendo agli uomini di trovarvi rifugio e lasciare incise nella pietra quelle storie che ancora oggi ce li rendono tanto vicini. Mima, con l’indice un po’ proteso verso il mio naso, il gesto di asciugare la goccia d’acqua che ancora testimonia la trasformazione in corso. Dice che la nostra interruzione sia per la stalagmite millennaria nient’altro che un solletico insignificante. Racconta a me e a Rosa, trasognate, di come nelle giornate di pioggia stacchi del tutto la corrente elettrica e giri per casa con le candele accese. Vuole far vivere ad Emma quell’esperienza, portarla a dormire raccontandole favole sottovoce, fino ad accompagnarla in braccio ai sogni. Guido è come un grande albero, ha radunato queste sue donne sotto la sua chioma e ora le protegge, le vuole curare. Io mi lascio andare, adesso. Continuo a non avere desideri o sogni. Ma nemmeno mi tormentano più gli incubi.

Cinque giorni fa, trascinavo la valigia fuori dalla porta quando incrociai Aldo che scendeva la rampa delle scale. Per un po’ non ebbi alcuna reazione degna di nota. Ci siamo salutati, lui con un sorriso direi franco, pieno. Era sincero? Non saprei dirlo. Ho capito in quel momento di averlo frequentato troppo poco per poterlo interpretare con certezza. Mentre si avvicinava a me ho sentito distintamente un pensiero incitatore “Eccolo, è lui, è lui! Quanto l’hai aspettato? Cogli l’attimo, cogli l’attimo!”

– Vuoi entrare?

– Mi era sembrato che stessi andando via.

– Sono ancora in tempo. Prendiamoci un caffè.

Aldo parve pensarci su solo così, per forma, disse: – Ma sì, prendiamocelo, un caffé –, mi cinse la vita  e delicatamente mi indirizzò verso l’interno dell’appartamento. Quel gesto aprì una doccia di emozioni su di me che mi impregnò all’improvviso di tremore e smarrimento. Poco dopo stavamo seduti ai lati opposti del divano con due tazzine fumanti sul tavolino di fronte.

– Allora, – presi coraggio, – com’è che sei sparito?- Domandai, simulando la massima cordialità.

– Mah, sai, la scuola era finita, qui faceva troppo caldo, abbiamo portato il bambino al mare, giù da noi.

– Ah. Certo – dissi, provando a mantenere la contrattura delle guance che doveva somigliare ad un sorriso.

– Siamo stati un po’ di tempo lì, poi io sono tornato. Sarà ormai un paio di giorni. Devo vedere qualcuno per un lavoro.

– Davvero? Ricominci? – mi stupii, ricordandomi della sua malattia invalidante.

– Forse, vediamo, insomma. Dipende.

Per una frazione di secondo abbiamo incrociato le pupille dilatate, i sorrisi appena spenti dietro le nostre labbra in veloce rilassamento.

– Sembra che io stia molto meglio.

Il silenzio che calò tra noi diceva tutto. Forse avrei desiderato che Aldo fosse più esplicito. Ma mi bastò soltanto quell’accenno per collegare i fatti. Avvicinammo entrambi la bocca alla tazzina.

– E tu? Come te la cavi?

– Benino, lavoro al Mokambo, come cameriera – storsi la bocca, ripensai a come avevo mentito sul mio lavoro all’inizio, per avvicinarlo. Subito dopo però provai vergogna solo per me stessa, per la resa che significava l’aver accettato quel posto, l’aver perso la fiducia. Tutti quegli studi, tutta quell’esperienza, tutti quei curriculm inviati, tutti quei colloqui. Ma durò un attimo, e tornai subito a lui. Si fece strada la lampante consapevolezza che se non ci fossimo incontrati per un caso, Aldo non mi avrebbe mai cercata.

– Scusami, grazie davvero per il caffé, ma devo andare. Magari parliamo un’altro giorno. – Ci alzammo insieme. Lui, come per un ripensamento, afferrò le mie mani e aggiunse, a voce bassa – Non mi sono dimenticato di quella volta.

– No? – mi s’incrinò la voce.

– Mi sono allontanato in questi giorni anche per avere il tempo di capire. – Io lo guardavo fisso negli occhi senza poter parlare.

– Mia moglie, nostro figlio ed io abbiamo trascorso molto tempo insieme. Lei mi portava in giro, sai, ancora non posso riavere la patente, scendevamo in certe calette. Me le indicava e mi chiedeva: “Te lo ricordi qui?” E poi mi sorrideva con aria complice. Ma io non ricordavo nulla di quei posti, né di quello che potevamo avervi vissuto. “Come, non ricordi neanche i filmati?”, lei insisteva. Giravamo per paesini: “Qui eravamo insieme a Tizio e Caio…” No, non me lo ricordavo proprio. Questa storia si ripeté tante di quelle volte che iniziai a preoccuparmi, a domandarmi se in questi anni avessimo guardato lo stesso film, sai come si dice – e sorrise, strappando anche a me un sorriso involontario. – Mi sono domandato chi fosse quella donna, chi fossi io, o meglio, chi fossi diventato.

Mi aspettavo una conclusione a quel ragionamento, ma questa non arrivò.

– Scusami ancora. Adesso devo proprio andare, o farò tardi. Vedrai che troveremo un po’ di tempo per parlare. – Il cuore mi schizzò nel cervello. Tutto qui? Poteva essere? Lui mi lasciò le mani con lentezza, mi baciò su una guancia e si voltò verso la porta.

– Aspetta. – Aldo girò lo sguardo acceso di nuovo su di me, io lo ricevetti come uno schiaffone. Ma proseguii:

– Perché… – mi scesero giù alcune lacrime rapide – Perché quella storia… dello tzatziki, della Turchia. Cos’era? Che scherzo era?

– Ma no, nessuno scherzo. – Lacrimavo ormai apertamente ma lui non fece cenno di riavvicinarsi. – Quando io e Giovanni siamo venuti a casa tua, per un caso stavamo preparando proprio la salsa di yogurt e avevo detto quella cosa senza pensarci, automaticamente, perché, forse non lo sai, ma sono impegnato in politica. C’è questa definizione un po’ vecchiotta, che usiamo tra noi riformisti, “giovani turchi”. Ma in questo periodo non sono neanche più sicuro che la politica tradizionale, quella fatta dai partiti, sia la soluzione giusta per il paese. Ho un figlio e a maggior ragione il nero che ho davanti agli occhi si estende anche al suo futuro. No, non sono affatto sicuro. Di niente. – Aldo scrollò la testa in basso, la voce era discesa in una caverna sotterranea.

Bella coppia di inetti e insicuri saremmo stati. Non ebbi il coraggio di guardarlo andare via, chiusi subito la porta dietro di lui. Continuai a piangere, strisciando lungo le pareti fino al letto. Volevo annientarmi, scomparire. Aldo aveva spuntato l’ultima freccia rimasta al mio arco, quella dell’indipendenza dall’amore altrui. La penultima, quella della dignità, l’aveva spezzata Rolando, il soldatino.

Insieme al nuovo lavoro avevano iniziato ad arrivare gli sms, poi le telefonate di Rolando e Nico, i due che m’avevano investita. Una lusinga per la mia vita grama. Rolando, di nascita francese, un paio di volte è passato a prendermi al locale e siamo finiti subito da me. Dopo, lui si è rivestito in fretta, mi ha salutato senza accennare ad affettuosità, tanto che l’ho preso per la giacca e gli ho premuto forte le mie labbra sulle sue, immobili, finché non mi ha restituito il bacio. Forse, chissà, non ero così importante. O così attraente. Forse ero soltanto un riempitivo. È uno che si annoia tanto nella vita, mi ha detto che sua madre è una famosa gallerista e che lui non avrebbe certo bisogno di lavorare, però da bambino è cresciuto con suo padre nelle banlieu parigine e ha visto già  tutto quello che doveva vedere nella vita. Si è staccato da me con fastidio e ha detto: “Dalle mie parti le donne mica fanno così”. Ma a me stava bene. Anche lui mi serviva, in quel momento. Così, quando m’ha chiesto di andare a ballare con i suoi amici, ho accolto quell’apertura come una manna.

Cenerentola avrebbe avuto meno aspettative su quel ballo. La nuova routine lavorativa era infinitamente noiosa per me: aprire il locale insieme al gestore, girare le sedie da sopra i tavoli, sistemare sopra a questi i fazzoletti, passare dietro al bancone, mettermi il grembiule e accendere la macchina del caffé. Quindi prendere in consegna i cartoni di cornetti che arrivano dal furgoncino, sistemarli in bella mostra dietro la vetrina e accogliere i clienti “Buongiorno! Cosa desidera?” Avevo imparato subito a fare i cappuccini. Sai che vanto. Quel giorno non vedevo l’ora che si facesse sera. L’avevo detto a Rosa che, per una forma di protezione nei miei confronti, si era autoinvitata con il suo nuovo amore.

– Un militare! – Aveva gridacchiato aggrottando la fronte.

– Aspetta di conoscerlo.

– Vabbé, adesso và. Voglio fare un bagno rilassante. Ho delle candele all’essenza di muschio verde di Sassonia, che ristabiliscono la giusta circolazione dell’energia. E’ per affrontare al meglio la serata, ti devo tenere d’occhio.

– Tu, a me? – Esplosi in una risata. – Ti crederei solo se non ti conoscessi.

– Aria! Aria! E trovati qualcosa di decente da mettere addosso, ti vesti sempre in modo così… mascolino.

Il buttafuori era una figura grassottella che stava controluce sulla soglia e indossava un cappellino da baseball ben calato sulla fronte. Ci fece passare senza guardarci in faccia. Attraversammo un cunicolo con un varco laterale illuminato. La guardarobiera sedeva su uno sgabellino e non cambiò espressione nemmeno quando ci vide procedere, tornare indietro, confabulare tra di noi, far la mossa di chiederle indicazioni, confabulare di nuovo, allungarle un mezzo sorriso di scusa, allontanarci in tutta fretta verso il fondo del corridoio. Un altro buttafuori, più alto, più massiccio, spalancò la porta antincendio per farci passare. Ci scontrammo con un muro sonoro, avanzammo tenendoci per mano, nell’eccessiva oscurità del posto. Guido ci seguiva controvoglia.

La pista, attraversata da fasci luminosi, era completamente deserta, fatta accezione per la nostra presenza proprio nel centro. Ai lati del rettangolo, tavolini di metallo su uno sfondo blu elettrico erano occupati da coppie e donne sole. Sembravano stranieri, tutti. In fondo alla sala il bancone di un bar, dove altri avventori si intrattenevano da soli o in coppia, seguiti con discrezione dagli occhi mobili del barman. Ci arrampicammo anche noi su seggiolini alti e scivolosi, ordinando tre Martini.

– Eccoci. Scusa il ritardo. – Rolando e Nico mi baciarono a turno sulla guancia. Mi sentii avvampare nell’oscurità. Dopo una presentazione distaccata si chiusero a parlare tra di loro. Il gruppo, in abiti civili,  era composto da tre uomini e due donne, una delle quali aveva una fede all’anulare sinistro e l’aria stanca. Rosa e Guido rimasero a osservare in disparte. La musica non richiamava, i pochi che azzardavano qualche passo sulla pista apparivano orsi appena usciti dal letargo. Pigri e ubriachi, dondolavano sorreggendosi in coppia, al massimo in terzetti, di generi misti che si disfacevano presto, tornando a sprofondare nelle poltroncine. All’ennesima vista di quel tipo, il viso di Rosa cedette e si sgangherò in una serie di sbadigli. Guido l’abbracciò e scomparvero nel buio delle retrovie.

Nico intanto aveva proposto una gara alcolica, che gli altri due accettarono distrattamente, come fosse un rito abituale delle loro uscite in licenza. Sedevano affiancati al bancone dove io stentavo a mantenere un contegno disinvolto. Brilla e disorientata, immaginai che fosse necessario un maggiore sforzo di integrazione da parte mia. Decisi di tentare.

– Ci sto anch’io! – I riflessi ritardati non mi consentirono di decifrare il linguaggio non verbale dei tre, che a parole si limitarono ad accettare.

– Quattro B52.

– Subito. – Il barman posò sul tavolino i quattro piccoli bicchieri, li riempì di kahlua, bayley’s e grand marnier. Poi accese le loro superfici. Davanti alla vampata indietreggiai. Tutti risero e Rolando mi incoraggiò a buttare giù, con la cannuccia.

– Uno! Aaahhh… – Fecero in coro. Li guardai stranita. Uno?

– Com’è andata?

– Forte, forte – risposi, mezza soffocata.

– Albè, il secondo. – La scena si ripeté. Solo, stavolta non mi lasciai sorprendere e succhiai tutto d’un fiato. La terza volta ero così intontita che avrei poggiato le labbra direttamente sulla fiamma, se Rolando non me l’avesse impedito, spegnendola al posto mio.

– Ué, Nico, forte la botta. La tieni?- fece, rivolto all’amico.

– Sicuro. Non so lei, – e indicò me aggrappata al bordo del bancone, con le orbite in rotazione libera, come una santa in estasi mistica.

– Avanti, su! – Li incitai, per niente certa della mia credibilità.

– Alberto! Vai col quarto!

– Guarda che quella mi rovina il locale.

– Vai, t’ho detto. Ci penso io a lei. – Chissà perché, a me suonò come una dichiarazione d’amore. Non avevo abbastanza sinapsi attive per formulare pensieri complessi ma quella promessa di protezione evocò in me un primordiale senso di benessere e tanto mi bastò.

Il quarto bicchierino non arrivò fino alla mia vista, tutte le fiamme si confondevano insieme e mi parevano un unico incendio minaccioso. Anche sforzandomi, non sapevo più dove indirizzare le mie mani. All’improvviso, mi accorsi di venire trascinata all’indietro, sostenuta per le ascelle. La musica si attutì lasciandomi nelle orecchie un fischio strisciante. Le luci si fecero taglienti e fredde. Vidi aprirsi e chiudersi porte. La posizione del mio corpo nello spazio era arbitraria. Trovarmi in quel bagno piuttosto che dov’ero poco prima, o altrove, era un evento che non potevo collocare in una serie ordinata con ciò che lo precedeva e ciò che sarebbe seguito. Sentii di dover vomitare e cercai di avvertire Rolando di andar via. Forse riuscii ad articolare una frase, non ne ero sicura, quel che era certo era che lui non aveva intenzione di andarsene. La mano sinistra premette forte sotto lo sterno mentre la destra cacciava in fondo alla mia gola due dita divaricate. Ripeté l’operazione due, tre volte. Una volta rimesso, mi si sentii subito meglio. Lui mi voltò. Anche se impresentabile, per i residui e i filamenti di materiale espulso che ancora mi pendevano dalla bocca, gli sorrisi e lo ringraziai, o pensai di farlo.

– Sì, sì, grazie tanto. Guarda che schifo. – Rispose lui armeggiando in basso. Riuscii perfino a provare sensi di colpa ma non feci in tempo a scusarmi come avrei voluto, perché mi accorsi di quello che stava facendo Rolando. Vorrà farmi fare anche pipì? Mi pare eccessivo.

– Ah, ma hai il ciclo.

Mi mise a sedere sulla tazza nella quale un attimo prima avevo cacciato il viso, reggendomi forte perché non cadessi di lato. D’un tratto mi mancò il respiro. Iniziai a scontrarmi naso e bocca con un ostacolo insistente, come un pugno avvolto in un guanto imbottito. Alzai gli occhi su Rolando che mi diceva: – Dai – e compresi.

– No, – dissi ridendo senza freni, – non è proprio il caso. – Lui sbuffo, valutò la situazione e poi abbandonò il proposito.

– Sei una palla. Rivestiti, io torno di là.

Del resto della serata non c’è molto da aggiungere, stando a quello che mi raccontarono Rosa e Guido, arrabbiatissimi: mi ritrovarono sdraiata in terra in bagno e mi riportarono indietro fino a casa.

Il giorno dopo mi alzai alla solita ora, compii i gesti dovuti al bar, tutta impegnata a mantenere la massima lucidità. E ci riuscii. Solo, per ventiquattr’ore persi del tutto la sensibilità al tatto. Parestesia, è il termine tecnico. Col tatto, perdetti anche la sensibilità alle emozioni, pensai ad Aldo ma senza trasporto, riconoscendo la sua stessa menomazione. Per potermi orientare nello spazio dovevo concentrare tutta me stessa. Era vero, si trattava di un’attività faticosissima: inventare una nuova decodifica, che assemblasse insieme i segnali degli altri quattro sensi per dare il corretto significato ai fatti. E i fatti erano in questi termini: quella non era vita. Passato qualche giorno, l’incontro con l’uomo che fino a quel momento avevo creduto di amare mi aprì del tutto gli occhi.

Rannicchiata sopra le lenzuola iniziai a elencare i diversi modi di farla finita. Per fortuna, il telefono squillò una, due, tre volte e continuò a squillare con fastidiosa insistenza finché non decisi di rispondere: era Rosa dalla Sardegna che mi chiedeva di portarle alcune cose di sua figlia che aveva scordato in città. Mi alzai a comando e ripresi la valigia in mano.

Ciliegi, fichi, albicocchi, olivi, viti, fiori di campo, rose, colline basse e fitte nascoste da chiome di pini, di cipressi e altri alberi che non so riconoscere. Adulti, una decina, bambini, mi pare siano cinque. Qualcuno non rinuncia a pulire il terreno, a raccogliere frutta, i più giocano a Saltinmente sotto al portico, i piccoli si rinfrescano nella piscinetta prefabbricata, si preparano e si consumano caffè, ci si sventaglia. Continua l’affluenza di nuove persone, amici o parenti del padrone di casa, ne conto una ventina ormai. Rosa sembra già una di loro. Le chiedo “Sei felice?” mi risponde di sì, convinta. Non oso dubitarne. Qui si sta bene. Verso le otto si accende il grande schermo, ci si sistema, inizia la partita.

Nella confusione, esco nel piazzale. Hanno preparato i tavoli con l’anguria fresca, il vino e il mirto per festeggiare. Lampadine colorate dondolano al vento. Stanno appese a fili elettrici passati di ramo in ramo sugli alberi circostanti lo spiazzo ghiaioso. La televisione lontana gracchia nomi ed azioni per me insensate. Nessuno parla o a volte si sente un sospiro comune, un brontolio, nessuna frase è comprensibile.

C’è la luna, ho bisogno di guardarla, di credere di meritarmi qualcosa di più. Per quello che valgo, per quello che sono. Quanto silenzio, giù nel frutteto. Non so chi sei ma sento di amarti tanto. Forse sei solo il riflesso di me stessa, ma non mi darò pace finché non ti avrò incontrato. Mi abbraccio da sola, c’è una musica che sento solo io, balliamo. Domani tornerò indietro e ti verrò a cercare.

Erykah Badu – Green Eyes

Occhiali Rosa per la sopravvivenza

25 giugno 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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25/06/2012

Oh, non si dorme. Sento la grana del lino di cui sono fatte le lenzuola, mi rende fastidioso appoggiare la guancia sul cuscino. Sento formiche che scaldano la schiena col loro lavoro alacre. Mi sta bruciando, la schiena. Cerco un po’ d’aria, m’alzo di scatto e spalanco la finestra. Vento fresco fa volare capelli e maglietta. Il pavimento pure, è fresco. Sento piacere alle estremità. Funziona. Resto qualche minuto, non ho nulla a cui pensare ma è come se avessi la testa piena zeppa di  bolle di sapone che scoppiano e si riformano di continuo. Mangio anche di meno, dicono che sia per il caldo, a me però non pare. Non ho voglia di perdere tempo a sostentarmi. Non mi interessa vivere. Appena lo realizzo sento subito scivolare una lacrima sulla guancia. Sempre e comunque, sono una povera idiota.

Sono passata di nuovo a una certa stabilità, però. Lavoro come cameriera in un bar a pochi isolati da casa. Devo tornare a letto, allora, conservare le forze, tra poche ore ricomincia la mia nuova routine. Questo sì è un pensiero che mi tranquillizza, sapere di avere un posto nella società, una routine uguale per ogni giorno della settimana. Sempre la stessa, ma molto diversa da quella alla quale ero abituata negli ultimi tre anni, o anche solo da quella dei tre giorni passati allo studio dei commercialisti. Ritorno tra le lenzuola, mi sento improvvisamente stanca, forse riuscirò a dormire. L’immagine che mi raggiunge è quella di Rosa, qualche giorno fa. Rosa che mi abbraccia e mi tiene così stretta che ho la testa incastrata tra il suo collo e la clavicola e un ciuffo di suoi capelli in bocca. Hanno un buon sapore. Tutto di lei sa di buono. La stringo appena appena anche io. Aderisco talmente al suo corpo minuto che per quanto mi sforzi di restituirle il gesto, dei miei avambracci non so cosa farne e restano a dondolare fuori dalle nostre sagome unite.

La sua bellezza non mi suscita altro che voglia di proteggerla, è così da che la conosco. Non l’ho mai invidiata perché somiglia all’idea che tutti hanno di un angelo. Mi ha appena detto con voce tremolante “io mi sposo”, e nei suoi occhi ho letto la richiesta di essere approvata incondizionatamente. Io, è chiaro anche per lei senza che ne faccia cenno, non sono affatto d’accordo con la sua decisione. Eppure adesso, proprio adesso, vorrei che questo abbraccio durasse tutto il tempo necessario per consumare la grande commozione che unisce i nostri corpi.

Ho aspettato tutto il giorno di incontrarla, già dalla mattina mi aveva inviato un sms dal tono serio nel quale mi chiedeva di vederci presto. Adesso so che non ci ha dormito la notte e che davvero era importante per lei questo momento. Ma stamattina non ho voluto darle retta. Ho sbirciato i contenuti del messaggio, giusto per darmi un contegno una volta uscita in strada ma non ero nella migliore disposizione d’animo per coglierne la sfumatura accorata.

Il giorno dopo la terribile serata nella quale ho distrutto i documenti finali di settimane di lavoro del mio ufficio, come un automa mi sono avviata al lavoro mezz’ora prima del solito. Non avevo quasi chiuso occhio e avevo dolori dappertutto. Mi sosteneva solo una febbrile convinzione di essere nel giusto, avanzavo come una martire verso il supplizio estremo. Quando suonai, trovai Giampaolo a porgermi un saluto gelido. Mi disse di accomodarmi nel suo studio e vedendo che restavo in piedi mi invitò a sedere. Gli obbedii, restando in pizzo alla poltrona. Lui invece si stravaccò dietro la scrivania e prese un respiro profondo. Io misi le mani avanti, cominciai  a scusarmi, ma l’aria ferma fu tagliata da un fendente della sua mano aperta che colpì pesantemente il tavolo. “Per cose come questa abbiamo sporto anche denuncia”. Iniziai a sentirmi davvero male. Sudavo freddo e avevo lo stomaco in bocca. Lì per lì non fui abbastanza lucida da tirare fuori il fatto che avevo lavorato in nero. Lui evidentemente lo ricordava bene, perché si alzò di scatto e, così come mi aveva ricevuta ed ascoltata, mi congedò frettolosamente: “Spero vivamente che non ci incontreremo più”. Oh. Addirittura? Non fece nessun cenno all’incidente, nessun commento sul fatto che, forse, avrei potuto essere io a sporgere denuncia. Io però, in quel momento, proprio non ero in me. Fece il gesto di precedermi alla porta, era di colorito terreo e si muoveva in fretta. Mi montò dentro l’urgenza di lanciarmi fuori, l’avrei fatto anche attraverso una finestra se ce ne fosse stata una nei paraggi. Ormai ero un’estranea, e un’indesiderata. Dimenticai le poche cose personali (un’agenda, un paio di penne, il beauty case con spazzolino, dentifricio ed assorbenti, lì non avevo avuto il tempo di attecchire) e me ne andai sfilando davanti all’ex datore di lavoro, tenendo lo sguardo fisso davanti a me e la mascella serrata. Avevo anche tentennato un attimo, indecisa se lasciare, per disprezzo, il misero assegno sul mobile all’ingresso, che mi aveva indicato alzando appena il mento. Ma no, ho pensato. Il conto in banca si sta assottigliando, anche poche centinaia di euro serviranno. E, in fondo, me le sono guadagnate.

Ho iniziato a tornare indietro a piedi. Tanto più mi allontanavo da quel posto, tanto più volevo mettere una distanza enorme tra me e quel brutto frammento di vita. Frapporre tempo anziché chilometri mi sembrò un buon compromesso. Ogni passo che mettevo davanti al precedente arricchiva di dettagli caratteristici la strada anonima che avevo percorso meccanicamente fino al giorno prima: lo stile degli edifici, il tipo di alberi che fiancheggiavano i viali, i vecchi, le donne e gli sfaccendati che affollavano i marciapiedi ed i negozi, riconoscevo lo stesso popolo minuto del quale anch’io facevo parte, ben distante dalla presunzione di superiorità dei due commercialisti. È stata una giornata lunga.

Ho stazionato su panchine, dentro gallerie d’arte, in librerie. Verso le quattro sono pure andata al cinema. Volevo togliermelo da tanto quello sfizio, ho visto in prima visione Il Dittatore con Sascha Baron Cohen. Ho riso tanto, nella sala piena di gente sembrava che potessi battere pacche sulle spalle a tutti, perché eravamo lì tutti insieme senza motivo che ci collegasse gli uni agli altri, seduti uno accanto all’altro a guardare quella pellicola rozza e maleducata. Sono rientrata che era quasi sera, stanca, sfatta, affamatissima. E mi sono data una manata sulla fronte, stavo scordando Rosa! Ho preso la strada del parco giochi, a quell’ora meno calda esce sempre con sua figlia. Emma è stata la prima ad accorgersi di me, mi è corsa incontro con un sorriso pieno di felicità. L’ho presa in braccio ed ho notato Rosa, girata di tre quarti, china sul telefonino con la fronte aggrottata e un’espressione buia. Ma chiusa la conversazione anche lei mi è corsa incontro con una foga tale che, temendo di stare per cadere sotto il peso di lei e della bambina, ho posato quest’ultima a terra e mi sono fatta indietro di un passo.

– Come “ti sposi”? Con chi? Perchè? – Ero confusa. Davvero, non ero pronta a ricevere questa notizia, ma lei, lo devo riconoscere, è fatta così. È una che convince i suoi a farsi pagare prima l’università, poi il DAMS, per finire lasciando tutto a metà, incinta, andando a convivere con un ragazzino senza esperienza della vita, sempre confidente nella generosità dei genitori. Una che dopo sei mesi caccia di casa il padre di sua figlia, perché si prende una cotta per un chitarrista metal, che poi segue in tournee tutta l’estate suonando percussioni e batteria. E ci riesce bene, accidenti a lei, e dopo il parto riprende ad andare in giro portandosi la piccola, ancora lattante, nei camerini dei locali, affidata a questa o quell’altra conoscente, finché non lascia pure il metallaro per…

– …Guido! È fantastico. Lui è diverso da tutti gli altri!

Mi informo: questo Guido è un tizio che l’ha cercata dopo un concerto, l’ha invitata a cena e si è presentato con un mazzo di rose. Non ha cercato di baciarla subito, e si è fatto desiderare perfino per scoparla, l’ha fatta sbavare dieci giorni nell’attesa. Uno che è ingegnere, che vive non a Sassari, ma nelle campagne intorno, in una casetta (“Me l’ha descritta  come una bomboniera!”) in mezzo al niente, con le galline, l’orto biologico e una capretta.

– Pensa che bello, vivere lì, per Emma. –  Emma? A cosa sta pensando? Devo fermarla, mi sono detta. E invece è finita che mi congratulavo con lei, sciogliendomi dalla sua presa, finalmente. Pensando che entrambe siamo due cretine totali. Lei più di me, ma pure io non scherzo. Le ho promesso che quando si trasferirà (prestissimo) andrò a trovarla. I suoi invece non la supportano, non verranno nemmeno al matrimonio. Si oppongono a questa scelta come alle altre, ed è da sempre un’opposizione silenziosa, fatta di non gesti e di non parole. Anche in questo caso hanno preferito aprire un po’ i cordoni della borsa. Con un bonifico si sono quietati  un’altra volta la coscienza.

Sogno… petali che scendono su di me. Petali di una Rosa, una rosa, una rosa, una rosa,…. Sento di volerli far scivolare tra le dita, sdrucciolare schiacciandoli tra loro, sogno petali carichi di rugiada, cadono dal davanzale che fa angolo col mio, quello con la finestra chiusa, mi sporgo per afferrarli, li trattengo in mano, li schiaccio, li sento scivolare tra le dita e scivolo assieme a loro sempre di più, sempre di più in fondo in fondo al buio nero.

[continua]

Non c’è problema

13 giugno 2012

 (un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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13/06/2012

È la formula magica: Non c’è problema, si risolve tutto. Anche dopo otto ore di lavoro, separate da una pausa dai minuti contati, e poi ancora lavoro straordinario. Si sono fatte le otto e mezza, merda. Anche davanti alla prospettiva di altro tempo perso a trascinarmi da un capo all’altro di una metropoli con un sistema di trasporti inefficiente, anche se non ne ho voglia, anche se mi sembra, dopo soli tre giorni, di essermi cacciata in una trappola mortale, non c’è problema. “Lasci, lo consegno io il plico allo spedizioniere” avevo detto, tirando su in un sorriso le mie guance stanche.

E adesso devo camminare, anzi, sbrigarmi. Accanto a me scorre in direzione opposta il muro della caserma. Chissà perché mi sento del tutto indifesa, invece che il contrario, mi opprime il pensiero dell’universo militare, sento vibrazioni di guerra che attraversano la barriera cieca coronata da filo spinato, come se questa fosse la membrana di un altoparlante. Testa e spalle in un unico blocco, sono tutta tensione e rigidità, pronta a scattare al primo scricchiolìo. C’è luce ancora ma incombe l’imbrunire di un giorno caldo, afoso, vissuto dentro un condizionatissimo studio di commercialista. Io sono sensibile agli sbalzi di temperatura, appena messo piede sull’asfalto ho avvertito la pressione interna crollare. Ho barcollato, un attacco di vertigini.

Mi sono detta: ce la devi fare. Uno stipendio serve, purchessia. Strana espressione, l’ho sentita in qualche canzone. Funziona, mi pare in questo caso, purchessia, purche… Porca…! Lo sapevo. Strada semideserta, donna sola, uno sbandato che mi viene incontro sul mio stesso marciapiede. Tento rapidamente il conto delle possibilità di essere soccorsa in caso di bisogno, non ci riesco ma non devono essere molte. Penso che sarebbe brutto cambiare all’improvviso lato della strada, un segno di razzismo che non vorrei che l’altro percepisse. Perché, fino a prova contraria, vale la presunzione di innocenza, no? Quale che sia il suo aspetto, ognuno ha diritto alla propria chance di fiducia da parte del resto del mondo.

Ci ripenso. Se sopravvivo devo essere in grado di fare l’identikit dell’aggressore: giovane, capellone, molto più alto di me e ben piazzato. Lui avanza caracollando e borbottando frasi sconnesse in un’altra lingua. Rivedo la mia compagna di stanza nell’appartamento che affittavamo da studentesse, che per aver dato risposta ad una domanda provocatoria di un barbone sbucato dal nulla all’uscita dalla metropolitana, si era beccata una bottigliata in fronte. Ricordo di come la storia circolasse tra quelli del nostro giro già mezz’ora dopo, di come venne arricchita col passare del tempo di dettagli deprimenti: il fatto che la maggior parte dei pochi passanti fecero finta di non vederla, che lo shock fu tale che non riuscì a far altro che piangere per ore e ore in seguito e, più in là, che le ferite al volto e alla testa le lasciarono cicatrici permanenti e che da quel momento non riuscì più a fidarsi pienamente nemmeno delle persone a lei più vicine, cosicché mollò su due piedi il fidanzato che stava per sposarla per non averlo sentito abbastanza vicino dopo quello che aveva passato. Meno male, penso senza volerlo, almeno non sono fidanzata.

L’uomo è ormai a due o tre metri da me, non posso farci niente se il mio cuore è politicamente scorretto. Mi batte violentemente nelle tempie. Ho la pressione bassa, amico, non infierire. Almeno lascia che svenga naturalmente, non devi fare altro che aspettare, ho già le gambe molli e un rombo nelle orecchie. Sono pronta a vedere tutto nero e dopo qualche attimo perderò conoscenza. Poi, fai pure ciò che devi. Non c’è nulla di cui aver paura, però mi dico. Probabilmente. O forse sì. Come mi baluginano davanti i suoi occhi inquieti, mi giro di scatto e attraverso la strada, tentando di simulare una traiettoria già preordinata ed un’andatura il più possibile rilassata. Cosa difficile, con le ginocchia che minacciano di cedere ad ogni passo. L’uomo ormai alle mie spalle non ha reagito, almeno apertamente. Visto? Non c’era nulla da temere. Ne sono sollevata in senso letterale. Non sento il rumore dei miei passi, mi trasporta il pilota automatico ingranato poco prima e incalzo l’asfalto con una forza insperata nelle gambe. Non mi accorgo, se non all’ultimo momento, del fuoristrada che mi viene incontro dal fondo della via in una sterzata stridente ed ondeggiante.

Il fascio di luce che mi investe appena prima del bolide che lo produce, fa emergere in una visione iperreale figure umane che poco prima non avevo scorto. Ma allora non ero così sola, o no? Quanto ho sbagliato nel gettarmi in mezzo alla carreggiata? Mentre mi si presentano alla mente domande tanto tardive quanto inutili, senza rendermene conto il mondo scivola nel silenzio.

– Ha aperto gli occhi. Come si sente? No, non si muova. Deve avere battuto la testa.

Un viso bruno mi parla da vicino. Non capisco. L’uomo ripete – Come sta?- Invece di rispondere mi guardo attorno. Le facciate dei palazzi sembrano convergere sopra di me. Noto una sensazione di scomodità dura e spigolosa sotto al bacino. Provo a issarmi facendo forza sui gomiti ma mi gira forte la testa. Mi ridistendo. Decido di affrontare la conversazione con lo sconosciuto. Mi sta dicendo che intende chiamare un’ambulanza, mi oppongo decisamente. Ci manca solo che vada ad impantanarmi in un Pronto Soccorso. Metto a fuoco una mimetica, si tratta di un soldato. Sono in due, anzi. L’occhiata divertita del primo mi scavalca e mi rivela la presenza dell’altro dietro di me. Allargo ancora un po’ la visuale. A poca distanza, evidentemente intimorito dalle divise, bisbiglia un piccolo capannello di curiosi. Il fastidio del chiacchiericcio mi infonde la forza necessaria e mi isso seduta.

Affermo di sentirmi bene, ma non ne sono per niente sicura. So di avere lo sguardo sbarrato, ho tutta l’attenzione rivolta al mio interno, per controllare settore per settore la situazione del corpo. Qualche dolore alle giunture in effetti c’è, ma più che altro ho una sensazione di freddo intenso al viso, di più sul naso e sulle guance. Accetto di venir scortata verso “un luogo sicuro”, così ha detto il moro, per farmi riprendere un po’. I due abbandonano la Jeep di traverso al marciapiede e, sorreggendomi uno per lato, mi accompagnano lentamente verso la prima insegna luminosa che incontriamo sulla via.

Circa venti minuti dopo ne esco, rinfrancata da un bicchiere di rosso e qualche assaggio da un tagliere di salumi e formaggi misti. Ho due numeri di telefono nella tasca dei pantaloni. Prima di separarci fuori dal locale, io e i due ragazzi ci salutiamo stringendoci le mani. Prometto di dare notizie e, come se nulla fosse accaduto, riprendo il tragitto interrotto. Sento il fuoristrada mettersi in moto, allontanarsi in direzione opposta alla mia e infine mescolarsi col rumore di fondo del viale trafficato in fondo alla strada.

La sede dello spedizioniere è in un piccolo negozio qua vicino. A quest’ora dovrebbe essere già chiuso ma lo studio per cui lavoro ha da anni concordato delle deroghe per “ritiri in orari particolari”. La commessa mi sta aspettando da un pezzo, devo spiegarle tutto, capirà. La porta si apre solo esercitando una certa pressione, cosa che mi costa parecchio sforzo, adesso. Poso con cura in terra la mia borsa e la valigetta per il trasporto documenti, apro i primi tre bottoni della camicetta (qui dentro si schiatta) e saluto Monica, in soli tre giorni siamo diventate come amiche. Inizio a dettarle i riferimenti della consegna e per fare prima risollevo la valigetta,  l’apro e frugo all’interno per leggere sul documento da inviare i recapiti del destinatario. Una busta vuota, un vecchio post-it scribacchiato, una penna. E nessuna traccia del plico.

– Non lo trovo. Dev’essermi caduto. – Si è perso per strada. Mi sono persa anch’io. Rimango impalata di fronte a lei che si morde il labbro. Devo fregarmene del suo disappunto o della pena che le faccio.

– Torno subito, ce la fai ad aspettare cinque minuti? Eh, mi aspetti?- Sono nel panico, me ne accorgo solo perché mi scopro intenta a inginocchiarmi a mani giunte.

– Però guarda, cinque minuti perché per me è già tardi.

– Ok, vedo di sbrigarmi- Le grido, già in strada, col mucchietto di oggetti personali, raccolti in un gesto, ben stretti sottobraccio.

Mentre svolto nella via dell’incidente, mi pare di notare alcuni fogli sparpagliati, molto malconci. Non mi resta altro da fare che uscire allo scoperto e avvertire i Chiotto Sbarretta. Schiaccio il tasto per comporre il numero di studio e immagino le stanze vuote in cui risuonerà la chiamata. Cerco di indovinare chi potrebbe essere ancora al lavoro in questo momento. Non il vecchio, che alle sette in punto indossa il lungo soprabito e raggiunge la moglie nel loro appartamento una rampa di scale più in alto. Probabilmente ci sarà Giampaolo, accidenti. Del padre ha lo stesso atteggiamento classista e superiore, ancor meno sopportabile per la sua giovane età, così vicina a quella dei suoi collaboratori. Con lui non ho che rapporti formali improntati ad un rigido rispetto della gerarchia che, non dichiarata, aleggia come un dogma in quegli ambienti silenziosi. Spesso lo sento ridere scompostamente con gli amici che passano a trovarlo e con i quali si ritrova a porte chiuse nel proprio ufficio. Suoi coetanei, anche loro poco più grandi di me che invece incontrandomi mi salutano sempre con grande cordialità. È stato Giampaolo stasera a consegnarmi i documenti da portare urgentemente all’agenzia di spedizioni. Sarebbero dovuti partire domattina, non erano ammessi errori. Mi rendo conto che averli distrutti è un fatto molto grave e mi rassegno a subirne le conseguenze.

– Studio Commercialista, sono Ciro.

Meno male, Ciro Novelli. Il ragazzo di studio, il ragioniere tuttofare a cui non pesa tirare tardi quasi ogni sera. Nell’organizzazione piramidale si trova un gradino sopra di me, anche se io sono laureata. Ma condividiamo la sudditanza ai titolari, insieme ad altre due dottoresse madri di famiglia.

Il motorino interrompe la sua corsa quasi impennando sulla ruota anteriore. Il ragazzo salta giù e si leva il casco già slacciato.

– Allora, che hai combinato?

Gli spiego dell’incidente, tralasciando la sosta in osteria. Davanti alla faccia schifata di Ciro divento ancora più nervosa. All’improvviso non voglio dargliela vinta senza combattere. Io stavo solo tornando a casa e loro avevano approfittato della mia disponibilità per risparmiare su una corsa del pony express.

– Ho perso conoscenza per qualche secondo, sai Ciro. Non potevo certo accorgermi se le cose mi cadevano di mano in quel momento. Sono già stata fortunata ad essere aiutata da due militari e non derubata da qualche passante–. Fa finta di non sentirmi. Lo snobbo anch’io e chiamo Monica per dirle di andare a casa.

Si è portato un torcione da campeggio, un vero e proprio faro in miniatura. Utilizzandolo come una falce per la mietitura, avanziamo spediti verso l’incrocio con il semaforo. Zigzaghiamo acciuffando brandelli di documenti con gli occhi impegnati in un continuo cambio di messa a fuoco, rovistando tra sacchetti abbandonati e cacche di cane, intorno ai cassonetti, sopra e soprattutto sotto i marciapiedi, attorno alle caditoie mezze ostruite. Schiviamo automobili, ciclisti e motorini. I pedoni diradano i loro passaggi mano a mano che l’ora si fa più tarda. Anche il traffico, verso le dieci, ormai ha iniziato a silenziarsi.

– D’accordo–, fa all’improvviso Ciro, sollevando lo sguardo vitreo su di me. – Ti do un passaggio alla metro, ora telefono a Chiotto Sbarretta e gli racconto tutto, poi vedremo che fare. Tu domani, mi raccomando, sbrigati a tornare qui. Cerca di venire presto, hai capito?

– E’ una parola-, rispondo io non troppo convinta.

-Bè, non mi sembri in una posizione tale da dettare condizioni, no?

Nemmeno quest’ultima frase mi è piaciuta, fine della complicità tra schiavi di studio. Percorriamo in silenzio il tragitto sotto la guida nervosa e sgarbata di Ciro che non si preoccupa di risparmiarmi buche e dossi. Spero che almeno questo dipenda solo dalla sua miopia. Appena smonto mi saluta asciutto e riparte di corsa.

Resto seduta, rigida come una statua, stazione per stazione per tutto il primo tratto. All’improvviso metto a fuoco la mia immagine riflessa nel vetro di fronte, ancora nella stessa posizione ma in un vagone completamente diverso, come se non avessi fatto della strada a piedi per cambiare treno. Poi mi ritrovo a camminare nel piazzale antistante la fermata, muovo le gambe in avanti per un periodo di tempo indefinito, infine riconosco il portone di casa. Prendo le chiavi, le infilo nella toppa. Buio.

Alle 5:35, lo dice la radiosveglia, spalanco gli occhi. Dietro le tende pan di zucchero di Ikea, la finestra con le serrande alzate dal giorno prima irradia una luce bluastra. È l’alba. Sento voci provenire dalla strada, mi affaccio e riconosco Rosa. Cammina aggrappata al ganzo di turno, ridono e cantano brani di canzoni, poi si baciano continuando a camminare. Ritornano dal concerto di Madonna. Madonna, sei precaria e hai pure una figlia, penso. Il biglietto sarà costato una fortuna, avrà pagato lui per ingraziarsela. Quello lì è la prima volta che lo vedo, da come le afferra il fianco con la mano stretta a morsa finiranno presto a letto. Da qualche parte in città Emma sta dormendo con sua nonna. Prendo una sigaretta, ho un pacchetto superstite ben nascosto nel cassetto dei calzini. L’accendo e aspiro con  forza. Detesto ammetterlo, ma in questo momento mi piace un casino.

Dalle labbra mi sgocciolano fuori parole: Zoccola. Stronzo. Tutti stronzi. Siete tutti merdosamente stronzi. Maledetti. Metto l’accento sull’ultima vocale che mi si strozza in gola: …ìììh. Mentre la brace risale il cilindro di carta e tabacco, mi ascolto dire parole abusate, delle quali mi pento immediatamente: Amore, aaamooreee, torna da me, non vivo più, non ti disturberò, mi metto qui buona buona e aspetto che mi chiami, senza di te io non sono niente.

Alzo lo sguardo al cielo sempre più chiaro, mi guardo attorno sperando che non mi abbia sentita anima viva. Così è. Bene. Non dire cazzate. Ok, era l’ultima volta. E non fumare più, hai già il bruciore in gola che ti annuncia la faringite. D’accordo, ora è tutto sotto controllo.

Oggi è già un altro giorno e non c’è nessun problema, come sempre.

[continua]

C.S.I. – Blu

Oh, Sapiens Sapiens!

8 giugno 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

 [segue/leggi dall’inizio]

Oggi è l’ultimo giorno di scuola. L’anno scorso nemmeno me n’ero accorta, a fine giornata avevo giusto dato un’occhiata ai notiziari che diramavano i loro bollettini. Il titolo di Repubblica on-line me lo ricordo ancora: “Guerra di gavettoni”. E, in effetti, l’asfalto che avevo calpestato sulla strada del rientro era costellato di chiazze scure e pezzetti sparsi di gomma colorata, ma avevo imparato a lasciarmi scivolare via cose come questa. Eventi che avrebbero potuto scatenare una ridda di ricordi e di pensieri. Via da me, bambini, giocate pure che prima o poi la vita vi presenterà i suoi conti.

Oggi invece ho camminato rasente i muri, scelto le strade meno frequentate. Da mezzogiorno in poi ragazzini invasati hanno iniziato a lanciarsi di tutto, cercando di far danno anche ai passanti. Tornavo dalla casa di Rosa, che ha una bambina.

Rosa vorrebbe fare la batterista (dico, la batterista!), ma prima voleva diventare una scienziata, per questo si era iscritta a Fisica, ma ne era uscita subito dopo il primo anno. Si lamenta sempre che i genitori non dimostrano il giusto trasporto verso sua figlia, la loro nipotina, che in effetti è bellissima nel suo genere, il genere però che impegnerebbe troppo una coppia di anziani appena ritornati al gusto di godersi la vita. Loro hanno scelto di sostenerle entrambe con una minima somma, e basta così. Adesso Rosa deve pedalare e si è piegata ad accettare un lavoretto d’ufficio, sperando di potersene prima o poi affrancare.

A Rosa faccio il piacere di tenere qualche volta la bambina, due volte a settimana la porto al parco, le preparo da mangiare e gliela riconsegno quando torna a casa, verso le quattro e mezza. Gli altri giorni se ne occupano i nonni paterni, che Rosa sopporta solo perché le sono utili. Gianni, il padre, sta con un’altra e Rosa stessa ha i suoi filarini.

Qualche volta ci sediamo a parlare, eravamo compagne di classe, ne abbiamo vissuti insieme di ultimi giorni e di gavettoni. Una volta pensavo che una come lei sarebbe diventata un pezzo grosso, aveva i voti più alti della classe e li conquistava quasi senza sforzo. Era solare, sveglia e piena di risorse, adesso invece vive alla giornata, i suoi orizzonti si sono fatti stretti, la conversazione pure. Mi fa sempre più male frequentarla, subisco il tradimento di quello che un tempo sognavamo insieme, e anche la percezione del mio futuro ne esce un po’ ammaccata.

Stamane ho speso dieci euro e ho portato Emma in piscina, ancora non c’era nessuno. Ho controllato la posizione del bagnino, doveva tenerci sempre sott’occhio. Emma si voleva lanciare subito e ho faticato un bel po’ a convincerla di stare ferma sul bordo, che prima dovevo entrare io a saggiare l’acqua. Ho immerso le caviglie, mi è uscito un mugolìo, ho guardato Emma trattenere il respiro. Quando l’acqua ha lambito il dietro delle ginocchia ho cominciato, scherzando, a lanciare grida sottovoce: Uhhh! Uhiuiuiuiii! Emma adesso rideva divertita. Scendevo piano, piano, piano. L’aria caldissima contrastava col liquido gelato, soffrivo molto ma dovevo apparire superiore. Dovevo riuscire a entrare ed essere di sostegno per la bambina che, a quanto pare, non temeva il freddo. Si era seduta sul bordo e stava per lanciarsi in acqua. Per trattenerla ancora, le ho detto: “Ferma! Qua sotto ci sono i pinguini, uno mi ha strusciato un piede!” Emma, terrorizzata, ha ritirato le gambe sopra al bordo e se le è afferrate a mani incrociate. Sono scesa ancora, sentendo un filo d’acciaio passarmi attorno e disegnare la curva del sedere e il pube. Le gambe si erano già ambientate. Ho pensato che era tutta suggestione, che se mi concentravo sul fatto che l’interno del mio corpo sarebbe restato caldo, che l’epidermide mi avrebbe fatto da scudo, ce l’avrei fatta. Emma mi guardava e sobbalzava per i singhiozzi, io avevo il viso contratto in una smorfia buffa, piena d’orgoglio perché la facevo ridere. Immersi la pancia tutta insieme, poi in un secondo guizzo verso il basso, anche il torace. Avevo avuto un’intuizione giusta, anzi, ero sorpresa adesso di scoprire che la pelle, il mio principale ostacolo, non la sentivo più. Ora esisteva un fuori e un dentro, li avvertivo così bene entrambi. Erano separati, a temperature diverse, e non ne soffrivo affatto. Iniziai a fluttuare liberamente in uno spazio fatto solo di emozioni.

Sbattei il portone dietro di me senza guardarlo, avevo i capelli umidi, il calore mi inseguiva fin dentro la casa in ombra. Con tutto quell’abbrivio affrontai rapidamente il corridoio ma, arrivata a metà mi dovetti fermare, avevo esaurito la spinta. Appoggiai una mano al muro e ricominciai a sentire la mancanza. Da diversi giorni Aldo se n’era andato via. Le imposte erano rimaste chiuse e io non volevo più curare i fiori. Non mi aveva lasciato alcun messaggio, esplicito o anche nascosto, speravo magari in una scritta a terra, un simbolo (un fiore, una poesia, che so) lasciato fuori dalla porta ma niente, niente di niente. Non potevo che fare congetture. Ma queste non bastavano a me che mi ero illusa, prima, di diventare la sua migliore amica, poi, dopo la volta del parco, anche se razionalmente non l’accettavo, di vivere per lui. Idiota! Idiota! Mi sono ripetuta, picchiando piano la testa contro la parete.

Mi sono seduta davanti allo schermo del computer, cercando di distrarmi. Sono abbonata alla Newsletter de Le Scienze, un pallino che ho. Danno notizie che altrove non si trovano, o almeno che una profana come me non sa come scovare o interpretare nella rete. Nelle mie condizioni, però, tutto diventa segno: “Il senso emotivo profondo delle carezze altrui”, ad esempio.

Tralascio di capire dove possa trovarsi la mia corteccia somatosensoriale primaria ma scopro che è grazie ad essa che posso elaborare la gradevolezza o meno di un contatto sociale tattile come una carezza.

“[…] ciò che pensiamo di chi entra in contatto con noi distorce anche la rappresentazione apparentemente oggettiva di com’è il tocco sulla pelle. “Niente nel nostro cervello è veramente oggettivo”, aggiunge Christian Keysers, […]”, uno dei ricercatori.

E all’improvviso so di averlo sempre saputo. Tutto diventa segno. Mi cade l’occhio sul caos della mia scrivania, trovo un biglietto, è quello della mostra sull’Homo Sapiens che ho visitato lo scorso novembre.

Mi trovo di nuovo nella sconvolgente prima sala, piena di stimoli sensoriali, dove io ero diventata quella primate che scappava lasciando in eterno le sue orme impresse nella cenere del vulcano. L’uomo era ancora una caccola insignificante nell’universo. Scoppiavano vulcani, terremoti continui sconquassavano la terra, tutto si trasformava e non c’era nessun altro oltre a te stesso su cui fare affidamento. Sono sicura che, se anche avessi conosciuto un solo uomo, un solo stupido e scimmiesco Sapiens, in un momento di tranquilla sospensione tra due catastrofi, avrei pensato a lui con lo stesso dolce struggimento di adesso.

[continua]

Daniele Silvestri, Ancora Importante

La simulazione è una metodologia conoscitiva* (Tzatziki blues)

2 giugno 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

2 Giugno 2012

La simulazione è una metodologia che riproduce il lessico dei temi indagati. Non cerca di piegare a un suo linguaggio predefinito quello dei fenomeni che studia ma, immergendosi in essi, apre la strada alle alternative possibili e alle differenti ipotesi di soluzione dei problemi

Conclusi con queste parole la discussione della mia tesi, poi, visto che restavo lì impalata a fissarli con gli occhi spalancati, Fonselli mi si avvicinò e con discrezione mi fece capire che potevo andare. Del dopo non ricordo quasi più niente, non avevo certo fatto un’onorevole figura, ma lo sapevo già come sarebbe andata. Quel corso di studi si era rivelato una delusione e io avevo cercato di tirarmene fuori al più presto. Avevo bisogno di lavorare. Dovevo andarmene da quella città soffocante, piccola, brutta e presuntuosa ma ancora più mi serviva allontanarmi da tutte quelle ragnatele appiccicose che frenavano la corsa della mia esistenza. Damiano era venuto a vedermi, nonostante l’avessi lasciato più di un mese prima e non avessi avuto più notizie di lui da allora. Lo ritrovai in mezzo alla folla di parenti degli altri laureandi, teneva in mano un mazzo di fiori da due soldi. Non sorrideva.

A malapena riesco a ricordare il voto: 106/110. Fonselli si era battuto per me, gli ero simpatica. Gli avrei spedito una cartolina di lì a un mese da Corfù, la più brutta delle isole greche, dove ho passato agosto ad abboffarmi di tzatziki e a vedermi galleggiare accanto pezzi di merda a pelo d’acqua in baie rafferme ed oleose. Forse questa cosa dell’escremento sarà successa solo una volta, e forse quella situazione me l’ero cercata. Avevo distrutto nella mia coscienza, non so quanto inconsapevolmente, il faro che mi aveva guidato negli anni dell’Università, la culla della cultura occidentale.

Sono passati tre anni e mi sono trasferita, mi è capitata una buona occasione per andarmene. Sono diventata una cittadina che paga le tasse, fa la raccolta differenziata dei rifiuti e passa ore a scegliere cosa comprare al discount, distante due chilometri da casa, frequentato da zingari e vecchiette che non arrivano a fine mese con la pensione.

A Damiano avevo sbattuto la porta in faccia un paio di volte, aveva desistito quasi subito. I primi tempi che stavo da sola, quando tornavo dal lavoro, camminavo lentamente di stanza in stanza (dal salone al letto e viceversa, transitando per il bagnetto e l’angolo cottura), e fantasticavo su come la storia della mia vita avrebbe presto riempito di senso tutto quello spazio. Ma i giorni si accumularono alle mie spalle sempre uguali e adesso temevo l’ora del ritorno, il momento in cui avrei richiuso la porta dietro di me e sarei rimasta sola, in compagnia del vuoto, del suo odore di muffa e del suo sapore amaro che scendeva nella gola.

Una sera non avevo voglia di cenare e prima di buttarmi a corpo morto sul letto avevo preso un paio di forbici. Mi ero seduta in mezzo al salone e avevo iniziato a tagliarmi i capelli da sola, a testa in giù. Il giorno successivo ho aspettato che si facessero le dieci e che aprisse il parrucchiere nella piazza. Mi ci fiondai dentro e dissi alla titolare e alla sciampista in prova che era stato un loro collega a fare quel macello. Volevano a tutti i costi che tirassi fuori il nome, ma io mantenni saldo il mio sorriso e inventai una storia qualsiasi, di un viaggio fuori città e di una scelta frettolosa. Era chiaro che non ci avevano creduto, ma almeno avevano smesso di parlarne.

Da allora ho iniziato a capire che avrei potuto provare ad avvicinare la realtà a come avrei voluto che fosse. Provai a inventarmi un carattere, uno stile, un nuovo ruolo nei rapporti con la gente. Sul lavoro funzionò da subito e mi spostarono in sede, al centro, a diretto riporto della Direzione.

Cominciai a ridere sguaiata alle battute dei maschi, a inframmezzare con qualche parolaccia i discorsi. Due o tre sere organizzai delle cene e, una di quelle volte, a casa mia. C’era un ragazzo, Livio, che mi aveva mandato dei segnali. Aveva qualcosa di attraente, ci sarei potuta anche stare, pazienza se la chimica non era scattata. La solitudine fino a quel momento era stata tanta e così difficile da sopportare, che quando ci ritrovammo soli recitai comunque la mia parte e finimmo piegati uno sull’altra sul tavolo ancora apparecchiato. Il lampadario ci scaldava da vicino e c’era un tintinnare di posate che cadevano a terra e di bicchieri che si scontravano tra loro. Lo mandai via subito dopo e sperai di non incontrarlo più per un bel pezzo. Fossi rimasta sola col mio desiderio a quell’ora sarei stata più felice.

Poi arrivò “la crisi”. Eravamo preparati, la voce circolava già da tempo, ma quando ci comunicarono ufficialmente che eravamo tutti fuori, fu uno shock lo stesso. Anche di quei momenti non ho tenuto in mente che immagini sbiadite. Scatole di cartone con scartoffie insignificanti finirono subito nel cassonetto fuori dai cancelli. Ero rabbiosa ma anche sollevata. Fino a quel momento non ero stata mai felice, quella sarebbe stata la mia opportunità di cambiamento.

Nel mio palazzo viveva un uomo che aveva perso il senso del tatto ma vedeva, udiva, odorava e gustava ancora le cose. Ci ritrovavamo entrambi davanti al portone, tornando da certe mattinate inconcludenti (sua moglie lavorava, lui no, ormai aveva ottenuto il riconoscimento dell’invalidità) e ci salutavamo come reduci di una stessa guerra. Gli mentivo, mentivo ad Aldo da quando ci eravamo presentati, quella volta che lo guardavo mentre sistemavo le piante affacciata alla finestra, e vidi che lui con aria stanca, strappava piano le corolle che sporgevano dai vasi sul proprio davanzale. Il caso ha voluto che i nostri appartamenti, il suo ad un piano più alto, facciano angolo tra loro e si affaccino sul cortile interno. Mi fermai, richiusi le lame e bloccai attentamente la sicura sul manico delle cesoie. Quando tornai a lui, mi stava fissando. Che occhi scuri aveva fatto, al mio sorriso. E poi arrivò suo figlio e la tenda restò fuori a dondolare al vento al posto suo. Petali svolazzanti ovunque attorno a me.

Un attimo dopo suonavano alla porta. Erano loro, padre e figlio, chiedevano un po’ d’aglio, per fare lo tzatziki. Erano di origine turca, seppi poi. Raccontai loro di essere un medico invece che una laureata in statistica, e di essere in attesa di destinazione dopo aver vinto un concorso. Aldo disse che era una fortuna esserci conosciuti e iniziò a chiedermi consigli.

Aveva un fisico asciutto e uno sguardo febbricitante, dalle maniche di camicia risvoltate uscivano avambracci nervosi sui quali s’incagliavano spesso i miei occhi. Quando si ammalò, mi disse, per alcuni mesi si sentì menomato. Si aggirava come in uno stato di lucida ubriachezza, perdeva l’equilibrio, non sentiva più il terreno sotto i piedi. Poi imparò a dirsi che sono cose che succedono, che non poteva continuare a lamentarsi, che c’era di peggio. Come accade alle persone che diventano cieche, mute o sorde, tutti gli altri sensi iniziarono a intensificarsi.

Ora, quando accarezzava il viso di suo figlio, non sentiva più sfilargli sotto mano la curva liscia di una guancia, l’osso appuntito del mento in mezzo e l’altra guancia morbida a salutargli la punta delle dita. Però ne gustava gli occhi brillanti e l’odore sottile della sua pelle molto più di prima. Scopriva nuove qualità in lui, aveva stabilito un dialogo più intenso. Li incontravo che mangiavano insieme un panino col prosciutto e venivo punta dalla gelosia perché li vedevo ridere tra loro, quando il prosciutto usciva tutto insieme e restava a penzolare fuori dai denti. Io non avevo nessuno, ancora.

Mi diceva di sentire tutto fuorché la ruvidità delle superfici. Fluttuava nelle giornate come in un sogno e, senza accorgersene, gli altri sensi iniziarono a ricostruire la mancanza stringendo connessioni più articolate tra di loro. Il mondo diventò per lui di una complessità eccessiva, a un certo punto non riuscì più a smettere di pensare. Questo lo rendeva arguto ma anche molto nervoso. Solo che, invece di temerlo, iniziai a desiderare di aiutarlo.

– Guarda qui, è facile.

Come te, ho pensato. Ero arrabbiata, mi aveva trascinato lì con l’inganno. Aveva mentito anche lui, ma nel suo caso la cosa mi era intollerabile. Aglio, cetriolo, sale e pepe, oltre allo yogurt, non bastavano. Per la ricetta turca della salsa mancava ancora un ingrediente e c’era una pianta aromatica che cresceva spontanea giusto nel parco. Non potevo non accompagnarlo. E adesso pensavo che avrebbe tentato uno squallido approccio, che triste epilogo per la nostra amicizia.

– Che ti sei messo in testa?

Eravamo soli, nascosti tra i cespugli dietro il muro di una cabina elettrica.

– Guarda. – Ha ripetuto.

E ha iniziato a incidere.

– Attenta adesso, tieniti un po’ lontana.

Il sangue iniziò a sgorgare a piccoli fiotti.

– Ecco, non sento niente. Non mi fa neanche impressione. Potrei morire qui e non me ne fregherebbe.

A quelle parole saltai su, come risvegliata in mezzo a un incubo:

– Ma sei impazzito? – Solo che non sapevo cosa fare, restai inchiodata sui due piedi, sporta verso di lui, incapace di muovere un muscolo.

Lui rise e mi porse il coltello a serramanico col quale si era inciso il polpastrello del pollice sinistro fino all’osso.

Lo vidi restare in piedi col dito puntato in basso, vidi il sangue raccogliersi in terra in una pozza. Lui rise ancora, poi cadde a terra pallidissimo.

Riaprì gli occhi qualche minuto dopo, era scesa la sera e ce ne stavamo ancora dietro a quel cubo di mattoni in tufo con tutte le frasche chiuse intorno a noi. Con mani tremanti gli avevo stretto bene un laccio della scarpa appena sotto la falange e avevo frenato l’emorragia.

– Ero sicuro che mi avresti salvato, dottoressa.

– Io no, invece – risposi, accarezzandogli la testa, mi ero inginocchiata accanto a lui ma non vedevo quasi più niente.

– Ho paura –, fece Aldo e mi trasmise un brivido freddo. Avrei dovuto portarlo in ospedale ma ancora non mi reggevano le gambe. Forse saremmo morti lì entrambi e nessuno ci avrebbe notato per giorni e giorni.

– Al buio mi sento davvero perso.

– Io no, invece –, ripetei. Iniziai ad accarezzarlo, passandogli le mani su tutto il corpo, dapprima con delicatezza, come temendo di poterlo infastidire. Poi i miei movimenti si fecero più decisi, iniziai a graffiarlo e ad impastare i suoi muscoli con forza. Aldo si lasciò sfuggire un sospiro.

– Non sento niente, ma continua.

E continuai, per lunghi minuti, a imprimergli forza e calore, mi parve di poter vedere al buio l’immagine del suo corpo come agli infrarossi. Pensai di avere le allucinazioni per la stanchezza ma continuai ancora, stavo usando tutto il mio corpo adesso e lui mi rispondeva. Fu come se scoprissi me stessa, come se mi stessi conoscendo per la prima volta. Era incredibile ma ci stavamo amando, Aldo aveva recuperato le forze e adesso mi dava il cambio, proseguiva quel dialogo nel buio che andò avanti e avanti ancora.

– Come hai fatto? – Chiese, con una voce vibrante che non gli avevo mai sentito, una volta che i nostri respiri si furono calmati.

– Ho applicato una metodologia nuova, sperimentale –feci, andando a braccio. – Uno studio ha dimostrato che privare una persona di un senso può potenziare gli altri, anche quelli che si credevano danneggiati irreversibilmente.

– Tu sei un medico quanto io sono un turco, ma non me ne importa niente.

– A me neppure – risposi, stringendomi di più a lui.

[continua]

*) Il titolo del racconto è stato arbitrariamente tratto da una tesi di laurea in  Scienze Satistiche trovata sul web, dal titolo “Simulazione aziendale: il metodo Montecarlo applicato al bilancio”, del dott. Damiano De Luca A.A. 2007 – 2008


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