La simulazione è una metodologia conoscitiva* (Tzatziki blues)

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

2 Giugno 2012

La simulazione è una metodologia che riproduce il lessico dei temi indagati. Non cerca di piegare a un suo linguaggio predefinito quello dei fenomeni che studia ma, immergendosi in essi, apre la strada alle alternative possibili e alle differenti ipotesi di soluzione dei problemi

Conclusi con queste parole la discussione della mia tesi, poi, visto che restavo lì impalata a fissarli con gli occhi spalancati, Fonselli mi si avvicinò e con discrezione mi fece capire che potevo andare. Del dopo non ricordo quasi più niente, non avevo certo fatto un’onorevole figura, ma lo sapevo già come sarebbe andata. Quel corso di studi si era rivelato una delusione e io avevo cercato di tirarmene fuori al più presto. Avevo bisogno di lavorare. Dovevo andarmene da quella città soffocante, piccola, brutta e presuntuosa ma ancora più mi serviva allontanarmi da tutte quelle ragnatele appiccicose che frenavano la corsa della mia esistenza. Damiano era venuto a vedermi, nonostante l’avessi lasciato più di un mese prima e non avessi avuto più notizie di lui da allora. Lo ritrovai in mezzo alla folla di parenti degli altri laureandi, teneva in mano un mazzo di fiori da due soldi. Non sorrideva.

A malapena riesco a ricordare il voto: 106/110. Fonselli si era battuto per me, gli ero simpatica. Gli avrei spedito una cartolina di lì a un mese da Corfù, la più brutta delle isole greche, dove ho passato agosto ad abboffarmi di tzatziki e a vedermi galleggiare accanto pezzi di merda a pelo d’acqua in baie rafferme ed oleose. Forse questa cosa dell’escremento sarà successa solo una volta, e forse quella situazione me l’ero cercata. Avevo distrutto nella mia coscienza, non so quanto inconsapevolmente, il faro che mi aveva guidato negli anni dell’Università, la culla della cultura occidentale.

Sono passati tre anni e mi sono trasferita, mi è capitata una buona occasione per andarmene. Sono diventata una cittadina che paga le tasse, fa la raccolta differenziata dei rifiuti e passa ore a scegliere cosa comprare al discount, distante due chilometri da casa, frequentato da zingari e vecchiette che non arrivano a fine mese con la pensione.

A Damiano avevo sbattuto la porta in faccia un paio di volte, aveva desistito quasi subito. I primi tempi che stavo da sola, quando tornavo dal lavoro, camminavo lentamente di stanza in stanza (dal salone al letto e viceversa, transitando per il bagnetto e l’angolo cottura), e fantasticavo su come la storia della mia vita avrebbe presto riempito di senso tutto quello spazio. Ma i giorni si accumularono alle mie spalle sempre uguali e adesso temevo l’ora del ritorno, il momento in cui avrei richiuso la porta dietro di me e sarei rimasta sola, in compagnia del vuoto, del suo odore di muffa e del suo sapore amaro che scendeva nella gola.

Una sera non avevo voglia di cenare e prima di buttarmi a corpo morto sul letto avevo preso un paio di forbici. Mi ero seduta in mezzo al salone e avevo iniziato a tagliarmi i capelli da sola, a testa in giù. Il giorno successivo ho aspettato che si facessero le dieci e che aprisse il parrucchiere nella piazza. Mi ci fiondai dentro e dissi alla titolare e alla sciampista in prova che era stato un loro collega a fare quel macello. Volevano a tutti i costi che tirassi fuori il nome, ma io mantenni saldo il mio sorriso e inventai una storia qualsiasi, di un viaggio fuori città e di una scelta frettolosa. Era chiaro che non ci avevano creduto, ma almeno avevano smesso di parlarne.

Da allora ho iniziato a capire che avrei potuto provare ad avvicinare la realtà a come avrei voluto che fosse. Provai a inventarmi un carattere, uno stile, un nuovo ruolo nei rapporti con la gente. Sul lavoro funzionò da subito e mi spostarono in sede, al centro, a diretto riporto della Direzione.

Cominciai a ridere sguaiata alle battute dei maschi, a inframmezzare con qualche parolaccia i discorsi. Due o tre sere organizzai delle cene e, una di quelle volte, a casa mia. C’era un ragazzo, Livio, che mi aveva mandato dei segnali. Aveva qualcosa di attraente, ci sarei potuta anche stare, pazienza se la chimica non era scattata. La solitudine fino a quel momento era stata tanta e così difficile da sopportare, che quando ci ritrovammo soli recitai comunque la mia parte e finimmo piegati uno sull’altra sul tavolo ancora apparecchiato. Il lampadario ci scaldava da vicino e c’era un tintinnare di posate che cadevano a terra e di bicchieri che si scontravano tra loro. Lo mandai via subito dopo e sperai di non incontrarlo più per un bel pezzo. Fossi rimasta sola col mio desiderio a quell’ora sarei stata più felice.

Poi arrivò “la crisi”. Eravamo preparati, la voce circolava già da tempo, ma quando ci comunicarono ufficialmente che eravamo tutti fuori, fu uno shock lo stesso. Anche di quei momenti non ho tenuto in mente che immagini sbiadite. Scatole di cartone con scartoffie insignificanti finirono subito nel cassonetto fuori dai cancelli. Ero rabbiosa ma anche sollevata. Fino a quel momento non ero stata mai felice, quella sarebbe stata la mia opportunità di cambiamento.

Nel mio palazzo viveva un uomo che aveva perso il senso del tatto ma vedeva, udiva, odorava e gustava ancora le cose. Ci ritrovavamo entrambi davanti al portone, tornando da certe mattinate inconcludenti (sua moglie lavorava, lui no, ormai aveva ottenuto il riconoscimento dell’invalidità) e ci salutavamo come reduci di una stessa guerra. Gli mentivo, mentivo ad Aldo da quando ci eravamo presentati, quella volta che lo guardavo mentre sistemavo le piante affacciata alla finestra, e vidi che lui con aria stanca, strappava piano le corolle che sporgevano dai vasi sul proprio davanzale. Il caso ha voluto che i nostri appartamenti, il suo ad un piano più alto, facciano angolo tra loro e si affaccino sul cortile interno. Mi fermai, richiusi le lame e bloccai attentamente la sicura sul manico delle cesoie. Quando tornai a lui, mi stava fissando. Che occhi scuri aveva fatto, al mio sorriso. E poi arrivò suo figlio e la tenda restò fuori a dondolare al vento al posto suo. Petali svolazzanti ovunque attorno a me.

Un attimo dopo suonavano alla porta. Erano loro, padre e figlio, chiedevano un po’ d’aglio, per fare lo tzatziki. Erano di origine turca, seppi poi. Raccontai loro di essere un medico invece che una laureata in statistica, e di essere in attesa di destinazione dopo aver vinto un concorso. Aldo disse che era una fortuna esserci conosciuti e iniziò a chiedermi consigli.

Aveva un fisico asciutto e uno sguardo febbricitante, dalle maniche di camicia risvoltate uscivano avambracci nervosi sui quali s’incagliavano spesso i miei occhi. Quando si ammalò, mi disse, per alcuni mesi si sentì menomato. Si aggirava come in uno stato di lucida ubriachezza, perdeva l’equilibrio, non sentiva più il terreno sotto i piedi. Poi imparò a dirsi che sono cose che succedono, che non poteva continuare a lamentarsi, che c’era di peggio. Come accade alle persone che diventano cieche, mute o sorde, tutti gli altri sensi iniziarono a intensificarsi.

Ora, quando accarezzava il viso di suo figlio, non sentiva più sfilargli sotto mano la curva liscia di una guancia, l’osso appuntito del mento in mezzo e l’altra guancia morbida a salutargli la punta delle dita. Però ne gustava gli occhi brillanti e l’odore sottile della sua pelle molto più di prima. Scopriva nuove qualità in lui, aveva stabilito un dialogo più intenso. Li incontravo che mangiavano insieme un panino col prosciutto e venivo punta dalla gelosia perché li vedevo ridere tra loro, quando il prosciutto usciva tutto insieme e restava a penzolare fuori dai denti. Io non avevo nessuno, ancora.

Mi diceva di sentire tutto fuorché la ruvidità delle superfici. Fluttuava nelle giornate come in un sogno e, senza accorgersene, gli altri sensi iniziarono a ricostruire la mancanza stringendo connessioni più articolate tra di loro. Il mondo diventò per lui di una complessità eccessiva, a un certo punto non riuscì più a smettere di pensare. Questo lo rendeva arguto ma anche molto nervoso. Solo che, invece di temerlo, iniziai a desiderare di aiutarlo.

– Guarda qui, è facile.

Come te, ho pensato. Ero arrabbiata, mi aveva trascinato lì con l’inganno. Aveva mentito anche lui, ma nel suo caso la cosa mi era intollerabile. Aglio, cetriolo, sale e pepe, oltre allo yogurt, non bastavano. Per la ricetta turca della salsa mancava ancora un ingrediente e c’era una pianta aromatica che cresceva spontanea giusto nel parco. Non potevo non accompagnarlo. E adesso pensavo che avrebbe tentato uno squallido approccio, che triste epilogo per la nostra amicizia.

– Che ti sei messo in testa?

Eravamo soli, nascosti tra i cespugli dietro il muro di una cabina elettrica.

– Guarda. – Ha ripetuto.

E ha iniziato a incidere.

– Attenta adesso, tieniti un po’ lontana.

Il sangue iniziò a sgorgare a piccoli fiotti.

– Ecco, non sento niente. Non mi fa neanche impressione. Potrei morire qui e non me ne fregherebbe.

A quelle parole saltai su, come risvegliata in mezzo a un incubo:

– Ma sei impazzito? – Solo che non sapevo cosa fare, restai inchiodata sui due piedi, sporta verso di lui, incapace di muovere un muscolo.

Lui rise e mi porse il coltello a serramanico col quale si era inciso il polpastrello del pollice sinistro fino all’osso.

Lo vidi restare in piedi col dito puntato in basso, vidi il sangue raccogliersi in terra in una pozza. Lui rise ancora, poi cadde a terra pallidissimo.

Riaprì gli occhi qualche minuto dopo, era scesa la sera e ce ne stavamo ancora dietro a quel cubo di mattoni in tufo con tutte le frasche chiuse intorno a noi. Con mani tremanti gli avevo stretto bene un laccio della scarpa appena sotto la falange e avevo frenato l’emorragia.

– Ero sicuro che mi avresti salvato, dottoressa.

– Io no, invece – risposi, accarezzandogli la testa, mi ero inginocchiata accanto a lui ma non vedevo quasi più niente.

– Ho paura –, fece Aldo e mi trasmise un brivido freddo. Avrei dovuto portarlo in ospedale ma ancora non mi reggevano le gambe. Forse saremmo morti lì entrambi e nessuno ci avrebbe notato per giorni e giorni.

– Al buio mi sento davvero perso.

– Io no, invece –, ripetei. Iniziai ad accarezzarlo, passandogli le mani su tutto il corpo, dapprima con delicatezza, come temendo di poterlo infastidire. Poi i miei movimenti si fecero più decisi, iniziai a graffiarlo e ad impastare i suoi muscoli con forza. Aldo si lasciò sfuggire un sospiro.

– Non sento niente, ma continua.

E continuai, per lunghi minuti, a imprimergli forza e calore, mi parve di poter vedere al buio l’immagine del suo corpo come agli infrarossi. Pensai di avere le allucinazioni per la stanchezza ma continuai ancora, stavo usando tutto il mio corpo adesso e lui mi rispondeva. Fu come se scoprissi me stessa, come se mi stessi conoscendo per la prima volta. Era incredibile ma ci stavamo amando, Aldo aveva recuperato le forze e adesso mi dava il cambio, proseguiva quel dialogo nel buio che andò avanti e avanti ancora.

– Come hai fatto? – Chiese, con una voce vibrante che non gli avevo mai sentito, una volta che i nostri respiri si furono calmati.

– Ho applicato una metodologia nuova, sperimentale –feci, andando a braccio. – Uno studio ha dimostrato che privare una persona di un senso può potenziare gli altri, anche quelli che si credevano danneggiati irreversibilmente.

– Tu sei un medico quanto io sono un turco, ma non me ne importa niente.

– A me neppure – risposi, stringendomi di più a lui.

[continua]

*) Il titolo del racconto è stato arbitrariamente tratto da una tesi di laurea in  Scienze Satistiche trovata sul web, dal titolo “Simulazione aziendale: il metodo Montecarlo applicato al bilancio”, del dott. Damiano De Luca A.A. 2007 – 2008

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