Oh, Sapiens Sapiens!

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

 [segue/leggi dall’inizio]

Oggi è l’ultimo giorno di scuola. L’anno scorso nemmeno me n’ero accorta, a fine giornata avevo giusto dato un’occhiata ai notiziari che diramavano i loro bollettini. Il titolo di Repubblica on-line me lo ricordo ancora: “Guerra di gavettoni”. E, in effetti, l’asfalto che avevo calpestato sulla strada del rientro era costellato di chiazze scure e pezzetti sparsi di gomma colorata, ma avevo imparato a lasciarmi scivolare via cose come questa. Eventi che avrebbero potuto scatenare una ridda di ricordi e di pensieri. Via da me, bambini, giocate pure che prima o poi la vita vi presenterà i suoi conti.

Oggi invece ho camminato rasente i muri, scelto le strade meno frequentate. Da mezzogiorno in poi ragazzini invasati hanno iniziato a lanciarsi di tutto, cercando di far danno anche ai passanti. Tornavo dalla casa di Rosa, che ha una bambina.

Rosa vorrebbe fare la batterista (dico, la batterista!), ma prima voleva diventare una scienziata, per questo si era iscritta a Fisica, ma ne era uscita subito dopo il primo anno. Si lamenta sempre che i genitori non dimostrano il giusto trasporto verso sua figlia, la loro nipotina, che in effetti è bellissima nel suo genere, il genere però che impegnerebbe troppo una coppia di anziani appena ritornati al gusto di godersi la vita. Loro hanno scelto di sostenerle entrambe con una minima somma, e basta così. Adesso Rosa deve pedalare e si è piegata ad accettare un lavoretto d’ufficio, sperando di potersene prima o poi affrancare.

A Rosa faccio il piacere di tenere qualche volta la bambina, due volte a settimana la porto al parco, le preparo da mangiare e gliela riconsegno quando torna a casa, verso le quattro e mezza. Gli altri giorni se ne occupano i nonni paterni, che Rosa sopporta solo perché le sono utili. Gianni, il padre, sta con un’altra e Rosa stessa ha i suoi filarini.

Qualche volta ci sediamo a parlare, eravamo compagne di classe, ne abbiamo vissuti insieme di ultimi giorni e di gavettoni. Una volta pensavo che una come lei sarebbe diventata un pezzo grosso, aveva i voti più alti della classe e li conquistava quasi senza sforzo. Era solare, sveglia e piena di risorse, adesso invece vive alla giornata, i suoi orizzonti si sono fatti stretti, la conversazione pure. Mi fa sempre più male frequentarla, subisco il tradimento di quello che un tempo sognavamo insieme, e anche la percezione del mio futuro ne esce un po’ ammaccata.

Stamane ho speso dieci euro e ho portato Emma in piscina, ancora non c’era nessuno. Ho controllato la posizione del bagnino, doveva tenerci sempre sott’occhio. Emma si voleva lanciare subito e ho faticato un bel po’ a convincerla di stare ferma sul bordo, che prima dovevo entrare io a saggiare l’acqua. Ho immerso le caviglie, mi è uscito un mugolìo, ho guardato Emma trattenere il respiro. Quando l’acqua ha lambito il dietro delle ginocchia ho cominciato, scherzando, a lanciare grida sottovoce: Uhhh! Uhiuiuiuiii! Emma adesso rideva divertita. Scendevo piano, piano, piano. L’aria caldissima contrastava col liquido gelato, soffrivo molto ma dovevo apparire superiore. Dovevo riuscire a entrare ed essere di sostegno per la bambina che, a quanto pare, non temeva il freddo. Si era seduta sul bordo e stava per lanciarsi in acqua. Per trattenerla ancora, le ho detto: “Ferma! Qua sotto ci sono i pinguini, uno mi ha strusciato un piede!” Emma, terrorizzata, ha ritirato le gambe sopra al bordo e se le è afferrate a mani incrociate. Sono scesa ancora, sentendo un filo d’acciaio passarmi attorno e disegnare la curva del sedere e il pube. Le gambe si erano già ambientate. Ho pensato che era tutta suggestione, che se mi concentravo sul fatto che l’interno del mio corpo sarebbe restato caldo, che l’epidermide mi avrebbe fatto da scudo, ce l’avrei fatta. Emma mi guardava e sobbalzava per i singhiozzi, io avevo il viso contratto in una smorfia buffa, piena d’orgoglio perché la facevo ridere. Immersi la pancia tutta insieme, poi in un secondo guizzo verso il basso, anche il torace. Avevo avuto un’intuizione giusta, anzi, ero sorpresa adesso di scoprire che la pelle, il mio principale ostacolo, non la sentivo più. Ora esisteva un fuori e un dentro, li avvertivo così bene entrambi. Erano separati, a temperature diverse, e non ne soffrivo affatto. Iniziai a fluttuare liberamente in uno spazio fatto solo di emozioni.

Sbattei il portone dietro di me senza guardarlo, avevo i capelli umidi, il calore mi inseguiva fin dentro la casa in ombra. Con tutto quell’abbrivio affrontai rapidamente il corridoio ma, arrivata a metà mi dovetti fermare, avevo esaurito la spinta. Appoggiai una mano al muro e ricominciai a sentire la mancanza. Da diversi giorni Aldo se n’era andato via. Le imposte erano rimaste chiuse e io non volevo più curare i fiori. Non mi aveva lasciato alcun messaggio, esplicito o anche nascosto, speravo magari in una scritta a terra, un simbolo (un fiore, una poesia, che so) lasciato fuori dalla porta ma niente, niente di niente. Non potevo che fare congetture. Ma queste non bastavano a me che mi ero illusa, prima, di diventare la sua migliore amica, poi, dopo la volta del parco, anche se razionalmente non l’accettavo, di vivere per lui. Idiota! Idiota! Mi sono ripetuta, picchiando piano la testa contro la parete.

Mi sono seduta davanti allo schermo del computer, cercando di distrarmi. Sono abbonata alla Newsletter de Le Scienze, un pallino che ho. Danno notizie che altrove non si trovano, o almeno che una profana come me non sa come scovare o interpretare nella rete. Nelle mie condizioni, però, tutto diventa segno: “Il senso emotivo profondo delle carezze altrui”, ad esempio.

Tralascio di capire dove possa trovarsi la mia corteccia somatosensoriale primaria ma scopro che è grazie ad essa che posso elaborare la gradevolezza o meno di un contatto sociale tattile come una carezza.

“[…] ciò che pensiamo di chi entra in contatto con noi distorce anche la rappresentazione apparentemente oggettiva di com’è il tocco sulla pelle. “Niente nel nostro cervello è veramente oggettivo”, aggiunge Christian Keysers, […]”, uno dei ricercatori.

E all’improvviso so di averlo sempre saputo. Tutto diventa segno. Mi cade l’occhio sul caos della mia scrivania, trovo un biglietto, è quello della mostra sull’Homo Sapiens che ho visitato lo scorso novembre.

Mi trovo di nuovo nella sconvolgente prima sala, piena di stimoli sensoriali, dove io ero diventata quella primate che scappava lasciando in eterno le sue orme impresse nella cenere del vulcano. L’uomo era ancora una caccola insignificante nell’universo. Scoppiavano vulcani, terremoti continui sconquassavano la terra, tutto si trasformava e non c’era nessun altro oltre a te stesso su cui fare affidamento. Sono sicura che, se anche avessi conosciuto un solo uomo, un solo stupido e scimmiesco Sapiens, in un momento di tranquilla sospensione tra due catastrofi, avrei pensato a lui con lo stesso dolce struggimento di adesso.

[continua]

Daniele Silvestri, Ancora Importante

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