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20 ottobre 2013

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Fare breccia nell’elettorato

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A Porta Pia oggi s’è svolta un’acampada

Per Angelino niente più di una Lambada

Domani sopra al fiume

Passeranno le piume

Il Tribunale premerà a che nulla accada?

 

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Beh, la mia giornata di domani dovrebbe prevedere lo stesso percorso dei manifestanti, da Porta Pia a Piazzale Clodio. Sarà il caso di lasciare l’auto a casa e prepararmi a sfilare in mezzo a loro.

In genere simpatizzo con chi manifesta, quando è toccato a me andare in piazza a protestare ho trovato assurdo che ci fosse chi si scansava, chi non prestava orecchio alla gravità dei fatti che stavo denunciando. Tutt’al più, in una città come Roma dove le manifestazioni sono all’ordine del giorno, cerco di evitarle. Così, giusto per vivere, ogni tanto.

Ma in questi giorni penso che sia importante dare ascolto a tutte le voci. A Porta Pia una ragazza intervistata dal TG appena sveglia, ha snocciolato rapida le priorità: reddito e casa. Mi sembra il minimo, ma è un minimo al quale in moltissimi stanno rinunciando.

Apprezzo di più chi sceglie di confrontarsi con la politica, e le manifestazioni sono uno strumento lecito e utile a questo scopo, rispetto a chi (scusate la metafora fluviale, ma il Tevere è vicino) sceglie di seguire la corrente senza opporvisi. Segno che non ha ancora rischiato di essere trascinato a fondo, o che non è abbastanza previdente da temere le rapide.

E proprio oggi ho letto un passo da un libro molto bello:

Soldi, amore, cibo, vizio, che altro c’è da sapere? Noi suoi discepoli abbiamo fondato la Società dei Fratelli, secondo la quale la libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere. […]

“Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole…. Lo stato, e attraverso di esso il capitale*, qualunque forma assuma, ha già vinto la battaglia per due o tre secoli. Nulla potrà cambiare il corso dell’era industriale. I vermi hanno iniziato a mangiarsi il formaggio e nessuno potrà fermarli. La produzione non cesserà fino alla completa rovina del pianeta. Pochi sopraviveranno. In un futuro prossimo i poveri avranno forse vestiti migliori, case e cibo, ma saranno sempre più indebitati col potere, e se anche avranno smesso di pagare col sangue e coi polmoni, daranno comunque in cambio il loro riso e anche la loro intelligenza. Il povero diventerà un idiota benestante e serio. Conclusione evidente? L’importante è sopravvivere! Che il crollo della società non distrugga anche noi… […]

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. [per l’enfasi a questa frase, dovuta a grassetto e sottolineato prendetevela con me] […]

Chiunque abbia un mestiere conosciuto, calzolaio, panettiere, minatore, carpentiere, pittore, orologiaio, medico, ingegnere eccetera, è una preda dello stato, che lo sfrutta fino a succhiargli il midollo. Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi […]

Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Ed. Feltrinelli, 1992

*) lo “stato” e il “capitale” con iniziale minuscola non sono errori di battitura, ma grafia ripresa testualmente dal libro.

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Sono convinta che un buon libro possa illuminare quanto e più dei mezzi di informazione più veloci. Spero di darvene la riprova nella mia reazione a una puntata di Ambiente Italia , storica trasmissione ambientalista della Rai.

Ci sono capitata davanti proprio mentre il conduttore non si premurava di distinguere la contaminazione dei terreni per via delle agromafie dalla “contaminazione” da ogm. Per lui, per gli ospiti e per il pubblico, i due fatti erano coincidenti.

Prima di lanciare l’amo a sterili discussioni, consiglio a chi lo desideri una rinfrescata al concetto di Ogm attraverso una veloce letta a questo articolo.

Davanti all’ennesimo fallimento della Rai come servizio pubblico, invece di lasciare cadere le braccia (come farei forse se fossi teledipendente)  mi sono detta “ma diamo una raddrizzata a questa informazione talebana” attorno al concetto del “ritorno alla natura” come soluzione ai guai dell’umanità.

Nella stessa trasmissione veniva intervistato sulla contaminazione dei suoli un rappresentante del Corpo Forestale di Napoli che sostanzialmente diceva: “gli analisti investigatori, indagando sui siti contaminati deducono che non c’è un’unica regia, ma un unico fenomeno generale e trasversale protrattosi nel tempo, in forza del quale una pluralità di soggetti diversi, anche con il coinvolgimento della criminalità organizzata, ha smaltito illegalmente sul territorio ogni sorta di rifiuti speciali o interrandoli o sversandoli nelle falde acquifere… “

La trasmissione confermava la cosa con un approfondimento mirato sul recente dossier Eurispes / Coldiretti che segnala la conversione delle mafie dal business ambientale a quello agroalimentare. Nel lancio di tale dossier viene riportato

Il reinvestimento dei proventi illeciti anche nel settore dell’agroalimentare, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente come l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari, ma anche mediante l’attuazione di pratiche estorsive, imponendo l’assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, costringendo gli operatori del settore ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando poi i prezzi di vendita.  I risultati conseguiti dalle Forze di Polizia evidenziano come l’intero comparto agroalimentare sia caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva.

Dalla Terra dei fuochi in Campania ai territori ex-industriali della Val Bormida in Liguria, ben 725.000 ettari in Italia risultano gravemente inquinati. Inquinati da percolati però, non da ogm.

Ma in studio il dibattito si è animato attorno a un unico punto di domanda: “Abbiamo il diritto di sapere ciò che mangiamo, quindi fateci sapere quanti ogm nascosti ci sono nel cibo commercializzato”.

È stato sottolineato che in Piemonte un’ordinanza ha impedito ed estirpato le coltivazioni ogm e che bisogna aumentare la vigilanza per scovare se “… nelle maglie… si sia infilato ciò che i consumatori non vogliono” (nella fumosità del linguaggio utilizzato c’è tutta la sostanza di questo punto di vista). Gli ogm sono questo pericolo. Certo, in assenza di chiarezza, di ricerca pubblica e di informazione, il consumatore si astiene. A me basterebbe vederci più chiaro, invece, e avere a disposizione regole, etichettature, controlli e pene ufficializzati e garantiti, per poi scegliere in piena autonomia cosa portare in tavola.

Mentre le voci autorevoli fuori campo trattavano di un tema importante come le agromafie, in diretta tv ci si dibatteva, è il caso di dirlo, su un piano terra-terra:

– Avete notato quanta uva senza semi ai supermercati!

– Brrr…

Eh già, ma esistono qualità di uva senza semi, leggete per esempio Bressanini.

– Io faccio da sola il pane in casa, è così buono ed economico…

Io no. Non ne ho il tempo, sto fuori casa undici ore al giorno. È vero che la macchinetta elettrica che sta prendendo polvere sotto al microonde può lavorare da sé e anche di notte, solo che poi il pane che produce è troppo, non lo consumiamo mai tutto subito e si indurisce. Non facendolo spesso, poi, la farina invecchia e va buttata. Pertanto compro il lavoro del panettiere ed evito lo spreco alimentare.

E comunque, cosa c’entra il pane fatto in casa con il percolato di origine mafiosa nei terreni coltivati?

In sostanza, Ambiente Italia ha condotto un dibattito monocolore su temi quali l’auspicio che le generazioni future si ritrovino in campagna a coltivare i campi. Sottolineando che negli anni della crisi si sia registrato il picco di occupazione dei  giovani nell’agricoltura (anche la filiera del fotovoltaico non era messa male ma poi…, beh magari ne parlo un’altra volta).

Diciamolo ai giovani in piazza a Porta Pia, allora, quelli che chiedono casa e reddito garantito, spieghiamo loro che hanno sbagliato ministero e si dovrebbero spostare di un paio di chilometri, davanti al MIPAAF.

D’altra parte, secondo la stessa Coldiretti,

Le produzioni biologiche sono le manifestazioni più evidenti di un nuovo modo di fare agricoltura, più attento ai possibili effetti negativi sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

Possiamo definire l’agricoltura biologica come “quell’insieme di tecniche agronomiche fondate sulle naturali interazioni tra organismi viventi, pedoclima e azione dell’uomo e che escludono l’impiego di prodotti chimici di sintesi.”

Si tratta di un sistema produttivo spesso assai sofisticato, che mette al primo posto non la produzione fine a se stessa (produrre più possibile), ma la produttività nella salvaguardia della salute dell’uomo e dell’ambiente in cui vive.

Nata ad inizio secolo più con connotati filosofici e ideali che come tecnica agronomica a se stante, l’agricoltura biologica è passata in questi ultimi anni da fenomeno d’élite a movimento di massa: sono sempre di più gli agricoltori che scelgono questo modello produttivo per le loro aziende

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A me la coincidenza con Jodorowsky torna di nuovo in mente considerando l’origine del bio come fenomeno d’élite:

Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza.

che poi diventa movimento di massa,

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi.

quando la massa però non è uniformemente dotata della possibilità di accedervi e ambisce più alla produzione che al consumo. Inoltre, con quel che costa praticare l’agricoltura biologica, è necessario che almeno i prodotti si possano fregiare di un riconoscimento che li nobiliti (un brand, è stato detto, un DOC, un DOP, almeno un IGP) e magari di un packaging seducente che li rendano appetibili ai più abbienti (memento il costo dei fagiolini di Berlusconi)

I poveri continueranno a mangiare Junk food, finché, chissà, in presenza di alternative più sane ed economiche cambieranno volentieri abitudini. E non mi riferisco necessariamente all’adesione al credo biologico.

Se conducessi una trasmissione come quella, inviterei in studio a dibattere parlamentari e scienziati, oltre agli ambientalisti. E proporrei di trattare di come rafforzare indagini e dissuasioni dell’inquinamento e dei  traffici illeciti, di come dotare l’agricoltura di incentivi, e finanziare la ricerca pubblica per l’innovazione.

Lasciare gli ogm nelle mani delle multinazionali, che la ricerca possono pagarla e darne l’interpretazione che vogliono, senza smentite, ci rende giustamente diffidenti e chiusi. Siamo globalizzati ormai, indietro non si torna. Le sementi ogm esistono (da sempre), non sarebbe i caso di imparare a utilizzarle bene? Il bio, per quanto in alcuni casi meritorio, ha numeri e possibilità di diffusione piccoli, piccolissimi. Mentre la popolazione umana continua a crescere a ritmi vertiginosi.

Quindi, per far sì che il ritorno del lavoro nei campi non sia accomunato al mestiere dell’ Addolcitore di vuoti o al Correttore di ombre, o alla paradossale altra invenzione di Jodorowsky, il Biologo fantastico, inventore di corpi,  si deve mettere in grado chi voglia e possa fare questa scelta di dire, a chi propone un ritorno al passato, “no grazie, ma per come lavorerò io, questo sarà un mestiere nuovo”.

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Pointillisme

5 aprile 2013
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(Oggi a colazione ho letto questo articolo de Le Scienze: “Un “decifratore” per leggere i sogni” e, visto che Cartaresistente mi aveva avvertito che per motivi tecnici non sarebbe stata pubblicata la Dicotomia n. 10, ho pensato di riempire lo spazio vacante con un raccontino ad hoc.)

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Peter Buechler, Untitled (detail) – 2009

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Giovedì, 21:45

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La fase più snervante è stata quella di riempimento di tutti i moduli, forse l’ho percepita molto più lunga di quanto non sia stata davvero, visto che sono entrata nel Centro di Sperimentazione al termine di una giornata non propriamente facile. Ma di questo non ho voglia di parlare.

Non ero stata tanto a pensarci prima di decidere. Lo facevo per soldi, non c’è alcuna gloria nel fare da cavia.

Per fortuna non ho subito altro trattamento che l’applicazione degli elettrodi. Altro fastidio oltre a un leggero rattrappimento della pelle, quando la mano del tecnico ha premuto le placche adesive e fredde su tutti i punti necessari.

Dei fili mi sono scordata presto, mi sono sentita scomoda solo finché sono stata l’unica in tenuta da notte sotto i neon, ingenua cavia dallo sguardo sperduto, tra seri professionisti in camice bianco. Ma quelli all’improvviso mi hanno salutato e sono usciti, hanno spento la luce e sono rimasta sola.

Sapevo di essere osservata, che il buio sarebbe stata una coperta corta. Ho posato la testa sul cuscino e mi sono sistemata meglio. Ho perso conoscenza quasi subito.

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Taylor Marie Meredith – kyle lash large

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Venerdì, 8:31

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Bussarono alla porta che ero già sveglia da chissà quanto. Non avevo punti di riferimento né geografici né cronologici in quella stanza d’albergo nascosta al quarto piano della struttura ospedaliera universitaria. Temendo di rovinare tutto, trattenevo la pipì già da metà nottata, ma lo sforzo mi era costato una gran quantità di risvegli, senza contare quelli provocati dai ricercatori che a intervalli regolari venivano a chiedermi di descrivere ciò che stavo sognando in quel momento.

Mani solerti rifecero gli stessi gesti della sera prima, all’incontrario. Stavolta la pelle doleva a ogni strappo. Dove era nuda restarono segni rossi al posto degli elettrodi, e dalla testa vidi volare via ciuffi di capelli.

In teoria, quello sarebbe dovuto essere un luogo molto pulito. Ma quando mi chiesero di seguirli, uno spasmo di disgusto mi afferrò alla gola.

Avevo voglia di tornare a casa in fretta a farmi una doccia, e di buttare camicia da notte e tutto il resto nella spazzatura. La stanchezza della sera precedente era scomparsa, ma adesso mi sentivo sporca, una donna misera, una che aveva barattato i propri sogni in cambio dell’equivalente di una cena di lusso.

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Venerdì, 9:08

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Sedevo da un quarto d’ora in attesa del ricercatore capo, davanti alla sua scrivania. Prima mi ero rimessa i vestiti e mangiato in fretta due biscotti rotondi, farciti di una crema di cioccolata densa e senza sapore. Settanta centesimi regalati al distributore piazzato nel mezzo del corridoio asettico. Quindi ero stata condotta in una sala dove mi avevano mostrato alcune figure elementari, non dovetti fare altro che riconoscerle. Mi fecero uscire e mi condussero nella stanza in cui ora mi trovavo.

La luce che entrava dalla finestra era troppo forte. L’uomo comparve di colpo, spiazzandomi con una fisicità invadente. Il camice aperto sventolava sopra i suoi jeans. Era tutto avvolto da un rumore fastidioso di stoffa strofinata.

Mi si accostò e disse semplicemente che in qualche giorno avrebbero elaborato i dati, che avrebbero chiamato loro. Intanto i soldi erano stati già depositati sul mio conto corrente. Mi guardò senza espressione, mi ringraziò e mi invitò ad uscire in modo asciutto.

Avevo la gola ruvida, nel rispondergli incontrai con lo sguardo la finestra. La luce intensa mi fece starnutire e gli sputai addosso, involontariamente, alcune molliche risalite dall’esofago.

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Sabato, 21:57

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Davanti alla televisione accesa avevo mangiato una pizza e bevuto una lattina di birra. Il mio proposito era di stordirmi un po’ e andare a dormire presto. Il gatto mi aveva preceduto, si era acciambellato sul cuscino dell’ospite. La vista della porta aperta sulla camera da letto era così invitante.

Lo straniero, andandosene, aveva fatto affidamento sulla mia incapacità di smaltire i bei ricordi. Sul fatto che io costruisca la mia visione del futuro usando per mattoni solo le esperienze positive: tutto era emozionante, nuovo e possibile, non avrei lasciato andare quello che avevo appena guadagnato. Feci l’errore di dirglielo.

Prima era tornato in sé, poi era tornato fisicamente indietro, lasciandomi la casa infestata di mostri. Cartapesta. Lui era un mago delle scenografie. Qualcosa di scritto nei suoi geni, una capacità mai sospettata, esplosa negli ultimi anni dopo un percorso duro e pieno di deviazioni.

Dedicandosi alle sue creature era capace di dimenticare tutto il resto. L’importante era che le persone continuassero a saperlo vivo e attivo. Così il mondo lo certificava come vero, mentre i mostri lo testimoniavano in un modo molto più reale del reale. E il suo io poteva starsene in disparte, da solo, felicemente indisturbato.

Lo stavo pensando ancora. Spensi la televisione.

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Sabato, 22:18

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Ormai per casa mi aggiravo a testa bassa, in questo modo avevo raggiunto il letto.

Lui mi mancava, e non potevo più guardare quegli esseri che sbucavano nell’ombra. Tanto li avevo ammirati all’inizio, quanto il trovarmeli davanti adesso, impietriti in quelle pose che non sapevo decifrare, mi suscitava vere e proprie crisi di panico.

Mi mancava, e finché le cose restavano così, ero sicura che lui ne fosse consapevole. Che lo rasserenasse sapere che continuavo a coltivare il suo pensiero, la sola vicinanza possibile. Ero arrabbiata con me stessa, non riuscivo a capire perché non la finissi lì su due piedi, sarebbe stato tanto facile.

Il punto era che li odiavo, ma non avevo cuore di sbarazzarmi dei suoi mostri. Poteva tornare a riprenderli.

Forse, un giorno in cui saremmo stati vecchissimi, lo avrei ritrovato davanti alla mia porta. Forse lui avrebbe dimenticato di non sopportarmi più da tempo. Forse, non avrebbero più avuto senso tante differenze, come la sua doccia serale, io preferivo farla al mattino, o la scelta del cibo, io carne, lui pesce, o la musica, di cui apprezzo la complessità, mentre per lui è solo rumore, o il bisogno di toccarlo spesso, che lui non contraccambiava, o la gioia di veder nascere un sorriso, rimasta tale, e ormai da tempo inappagata, solo per me. Ma gli uomini vecchissimi aspettano soltanto di morire.

Il gatto fece le fusa per un po’, con la mia mano sopra che lo accarezzava. Poi ci addormentammo entrambi, respirando l’aria che ci sbuffavamo addosso dai nasi a contatto tra di loro.

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Domenica, 6:05

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L’aurora era rovinata dalla pioviggine, ma a me è sempre piaciuto alzarmi presto. Restai per qualche tempo a guardare fuori. Per chi ha occhi, a quell’ora non c’è nulla che non valga la pena di essere guardato. Quando sogni e realtà si mantenevano entità intrecciate, potevo recuperare sensazioni e immagini che ancora mi vagavano per la mente.

Arrivò così, senza preavviso, quella specie di déjà vu. Mi resi conto di avere un sogno ricorrente. Un sogno così bello che avevo vergogna anche a confessarlo a me stessa. La mia consolazione, il senso che mi tirava avanti per tutta la giornata. Sparì mentre cercavo di metterlo a fuoco, rimase solo la sensazione che la differenza tra mostri e sogni fosse, in realtà, molto sfumata.

Fui ottimista per alcuni istanti, pensai di andare in giro per casa e osservare da vicino le creature di cartapesta. Riconoscerle nella loro innocuità. Ma durò poco, non ero ancora pronta. Solo l’idea mi fece iniziare a tremare e a respirare forte, come sempre.

Il gatto si strusciò contro i miei piedi nudi, mi fece il solletico. Deglutii il nulla, mi riempii i polmoni di aria che buttai fuori piano. Passai lo sguardo sul pelo morbido dell’animale, gli versai qualche croccantino in una ciotola e andai a mettere su un caffè.

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Taylor Marie Meredith – Chelsey

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Lunedì, 10:45

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Lo stesso atrio, gli stessi corridoi, di diverso ci fu che mi condussero in una stanza dove non ero stata prima. Avevo chiamato io, in preda all’ansia. Nel corso della giornata precedente una paura incontrollata insinuò l’idea che i ricercatori avessero avuto accesso alla visione che consolava le mie notti.

Forse, il fatto che proprio ora l’avessi riconosciuta un sogno ricorrente, aveva a che fare con l’esperimento a cui avevo partecipato.

Qualcosa si era sbloccato, immaginai. E adesso, come avrei fatto fronte alle mie giornate senza un sogno solo mio, che mi scaldasse in segreto fino a sera? Dovevo parlare con i ricercatori, capire bene.

Li sorpresi di spalle, stavano discutendo sopra un insieme di macchie colorate. L’esito del mio test.

Erano su di giri, pensai che stessero ridendo di me e impallidii. E invece, mi misero davanti una sequenza di immagini, alcune di quelle che mi vennero mostrate la mattina successiva alla sperimentazione. Avevano decifrato il sogno, a loro dire.

Ma a me fu mostrato qualcosa che non aveva niente a che fare coi sogni, né con i mostri. Vidi solo un cuscino, un gatto, una mano aperta.

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Il problema è di chi resta: restare svegli nell’emisfero boreale

26 marzo 2013

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Un esempio di abbandono letargico (Jeff Bark)

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– Il gatto va in letargo?

– No. Solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Ah. E il cane va in letargo?

– Nooo. Ti ho appena detto che solo gli animali del bosco vanno in letargo.

– Quindi io non andrò mai in letargo?

– Potresti tentare. Ma a meno che non torni ad abitudini primitive e non raggiungi climi proibitivi, temo di no. Non andrai mai in letargo.

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E nemmeno io. A pensarci bene, questa limitazione agli “animali del bosco” è troppo restrittiva. Io, per esempio, lo gradirei, il letargo. Riassumerei in un’unica scorpacciata tutte le cene invernali ingoiate senza convinzione, a cui seguono inevitabilmente notti brevi e agitate. Che non ristorano per niente e predispongono male al giorno successivo.

Pensando in grande, il letargo potrebbe risolvere il problema della sovrappopolazione: Nell’emisfero australe si fornicherebbe soltanto da ottobre a marzo, in quello boreale da aprile a settembre. All’attualmente insostenibile ritmo di crescita della popolazione, si applicherebbe un buon 50% di sconto, con inimmaginabili ricadute sulla qualità della vita di tutto il genere umano.

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– Non credo che potrei sopravvivere senza fornicare.

– Sopravvivresti meravigliosamente.

– Seeeeh.

– E invece sì. Questione di abitudine. Quando non si utilizza, l’organo si atrofizza.

– Sei sempre la solita.

– Ma cosa vai a pensare? Guarda:

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(The Science of Pornography – testo italiano non ufficiale)

– Mumble, parlavi del cervello. Sempre la solita… cervellotica.

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Eppure, come non considerare i vantaggi indotti dall’interruzione della pratica degli sport invernali, così pericolosi? Perfino la corsa, in inverno diventa un’attività potenzialmente letale.

Pensaci. Non sarebbe necessario proprio dormire-dormire. Si potrebbe trascorrere del tempo sonnecchiando, leggendo, ascoltando musica. Comodamente avvolti in un piumone, dal fondo di una calda tana.

– Mmmm. Non credo che potrei resistere a lungo senza fornicare.

– Pensando a te, direi che il letargo andrebbe trascorso in tane separate.

– Tanto c’è il web.

– Sotto terra non prende la rete.

– Neanche la tv via cavo?

– Solo libri.

– Ma perché?!

– Perché potresti coltivare i buoni sentimenti. Pare che facciano bene a tutto, anche alle relazioni sociali. Figuriamoci se metà popolazione mondiale per volta si prendesse sei mesi di tempo per coltivare sogni e innamoramenti, senza incidere su cambiamenti climatici, stipendi da pagare, aziende dal salvare, debiti da pagare, e quant’altro. I Governi… almeno formalmente durerebbero il doppio.

– Sempre che venissero formati. Ma, comunque, sarebbe del tutto irrazionale!

– Non credo, vivere a fondo i propri sentimenti , se praticata con giudizio, è un’attività piuttosto produttiva. Guarda:

The_Science_of_love
(The Science of love – testo italiano non ufficiale)

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– Te l’ho già detto, tu sei romantica.

– Insomma, Demone! Che c’entra il romanticismo? Ti ho proposto di trascorrere sei mesi in un piacevolissimo stato di quiescienza e di languore, con tutti i benefici che ti ho appena illustrato, e mi rispondi così?

– Calmina, eh.

– E poi mi fa male la schiena. Quel cavolo di pilates.

– Allora è questo il punto. Poi dici a me. Dì la verità, impelagheresti l’intera umanità in un’avventura biofantascientifica, solo per dimezzare la velocità di invecchiamento?

– Matematico fallito, guarda che così la percepirei raddoppiata.

– Comunque, il pilates non è più un tuo problema, ormai. Chissà quando potrai tornare a cimentarti.

– Hai proprio passato il segno.

– Ok, ok, abbassa il pugno. Da questa prospettiva, potrei trovare del raziocinio nell’ipotesi del letargo. Tanto più che i tempi sono quello che sono. Io quasi quasi aspetto che passi la buriana. Zzzzzzzzzzzzzzz.

– Buongiorno, vorrei spedire un pacco. Destinazione Melbourne, Australia. No, non serve la ricevuta di ritorno. (Certo che anche quando dormi sei importuno. Se fossi rimasto sveglio, da demone qual sei, avresto potuto passare da solo per l’inferno).

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(Grazie, come sempre, a Asap Science)
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Cry me a river

21 marzo 2013

Antropologi. Comincio a pensare di soffrire di una dipendenza da.

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emozioniStefano Bartezzaghi dalla prima pagina di Repubblica di oggi segnala una ricerca sulla letteratura di lingua inglese prodotta nel XX secolo, con risultati da non sottovalutare.

what are you in the mood for?

What are you in the mood for?: Emotional trends in 20th century books (Plus blog)

Il ricorso a termini come anger, disgust, fear, joy, sadness e surprise è stato in costante calo.

Autore un antropologo italiano trapiantato a Bristol, Alberto Acerbi. Pensate: qualcuno ha ritenuto importante finanziare una ricerca che ha comportato l’immersione di chi l’ha condotta nella lettura (certo, anche aiutata dell’informatica) di romanzi su romanzi. A cosa è servito? Non è dato saperlo, ma, ripeto, ci hanno investito denaro.

Mi sento a disagio. In Italia forse abbiamo sofferto troppo nel secolo passato? Siamo ancora nel pieno dell’euforia del dopoguerra? Per questo tanta gente vota ancora Berlusconi e accorre davanti al tribunale di Milano in lacrime per baciargli le mani e chiedergli ‘o miracolo?

Fatto sta che non è ritenuto utile studiare le sue sensazioni. Quelle della gente, mica di Berlusconi. Non penso che ci farebbe male un po’ di autocoscienza collettiva. Tanto per capire che cosa abbiamo fatto io o i miei avi perché meritassimo di vivere nel paese dove spopolano Moccia e l’adorazione del dio lucchetto.

A me, così a naso, la storia del secolo trascorso fa pensare che, avendo i paesi anglosassoni vinto la grande guerra, inventato la beat generation e che essendo comunque titolari di culture impregnate di pragmatismo nell’espressione dei vari credo religiosi, forse per questo possono permettersi con estrema nonchalance di dimenticarsi coscientemente dell’espressione dell’emotività all’interno di testi che le persone leggono, diciamo così, per svago. E dunque effettuando operazioni in netto contrasto con le logiche di pubblicazione che, almeno in Italia, ad oggi sembrano predominanti.

Forse è così allora (ma andrò a sbirciare le conclusioni della ricerca per capire meglio). Tant’è che dagli anni ottanta in poi la tendenza ha iniziato a invertirsi (mi mancano i dati dell’ultimo decennio), segno evidente dell’insorgenza di quel comportamento molto umano che porta ad aggrapparsi alle emozioni (lette e vissute) nei momenti di maggiore ansia per il futuro.

I loro dati indicano che l’uso di parole che esprimono sentimenti decresce generalmente nei libri pubblicati nel ventesimo secolo. Curiosamente, l’uso di parole relative al disgusto è declinato maggiormente. L’uso di termini connessi alla paura diminuì similarmente durante gli anni settanta, quando il trend prese una brusca impennata (e continuò a crescere nelle successive tre decadi). Quando tracciarono la frequenza di parole relative a gioia e tristezza, la tendenza di queste era correlata ai maggiori eventi storici come la seconda guerra mondiale e la grande depressione.

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– Tu sei romantica.

– Ma se quando uno mi rivolge un complimento poco ci manca che lo azzanni alla giugulare. Ma no, ascolta bene, quando scrivo di emozioni, cerco di controllarne il flusso, per evitare che implodano all’interno, facendo sopraggiungere una silenziosa emorragia letale. Dovresti riconoscere le mie buone intenzioni. Migliorerò con l’esercizio, diventerò meno sentimentale. Ma tu cerca di smorzare quell’eccesso di realismo. Che non fa bene, hai visto il dollaro che fine sta facendo?

– Secondo me la deflazione non è una cattiva strategia.

– La mia era una provocazione, non m’intendo abbastanza di economia come di tanto altro.

– E cosa speri di ottenere?

– Un finanziamento alle mie ricerche sugli effetti della visione di fiorellini di campo nel primo giorno di primavera ❤

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Julie London – Cry me a river

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Gemme

5 marzo 2013

Questo post è una gemma del precedente, dove l’amico Max, commentando, insiste a battere là dove duole il dente (nel mio caso dove duole la schiena, più piano Max!) e segnala un articolo apparso a dicembre scorso nella rubrica Cultura de Il Messaggero. Lì Tullio De Mauro, accademico della Crusca, tratta del basso tasso di alfabetizzazione (tout court e non solo storica) degli italiani.

Il concetto esposto è questo: Nonostante l’aumento delle persone diplomate e laureate, per queste, una volta uscite da scuola, è plausibile attendersi un progressivo e fisiologico regresso culturale (a meno di non praticare in autonomia aggiornamenti costanti). Ma dal ’95 abbiamo a disposizione “due indagini comparative internazionali, osservative, sui livelli di alfabetizzazione degli adulti” e scopriamo che

Un 5% della popolazione adulta in età di lavoro – quindi non vecchietti e vecchiette, ma persone tra i 14 e i 65 anni – non è in grado di accedere neppure alla lettura dei questionari perché gli manca la capacità di verificare il valore delle lettere che ha sotto il naso. Poi c’è un altro 38% che identifica il valore delle lettere ma non legge. E già siamo oltre il 40%. Si aggiunge ancora un altro 33% che invece legge il questionario al primo livello; e al secondo livello, dove le frasi si complicano un pò, si perde e si smarrisce: è la fascia definita pudicamente ”a rischio di analfabetismo”. Si tratta di persone che non riescono a prendere un giornale o a leggere un avviso al pubblico – anche se è scritto bene, cosa tutta da vedere e verificare. E così siamo ai tre quarti della popolazione […] Resta un quarto neppure della popolazione su cui la seconda delle due indagini infierisce, introducendo domande più complesse, di problem solving, cioè di capacità di utilizzazione delle capacità alfanumeriche dinanzi a problemi inediti. Così facendo, si arriva alla conclusione che solo il 20% della popolazione adulta italiana è in grado di orientarsi nella società contemporanea: nella vita della società contemporanea, non nei suoi problemi, beninteso.

La notizia compare accanto a quella delle nozze della pornostar (abito bianco come la neve e rose rosse come il sangue, chi ricorda?) Roberta Gemma. Anche questa è cultura ormai e, d’altra parte, è quasi primavera. Le gemme, se non ora, quando?

roberta gemma

Roberta Gemma

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Mi sono laureata negli anni 90 con una tesi progettuale su un’ipotesi di collocazione urbana di un Parco scientifico e tecnologico, a quei tempi un concetto maturo e digerito negli ambienti scientifici e culturali internazionali fin dagli anni sessanta. Centri di ricerca e sperimentazione imprenditoriale, aventi parecchi punti in comune con le Città della Scienza, come quella di Parigi, seguita da esperienze in tutto il mondo, tra cui Genova e Napoli, in Italia.

Qui da anni c’è una fioritura di proposte scientifiche divulgative della scienza e, nonostante questo, gli italiani non ne sono proprio attratti.

Costretta a casa, e inquieta per non poter nemmeno passeggiare su e giù, riesco a tollerare davvero poca televisione, meglio i libri. Ma dopo pranzo ho seguito su Rai3 una puntata di Leonardo che grosso modo informava di questo:

Secondo una recente indagine sull’alfabetizzazione scientifica degli italiani, da noi una persona su due dice che il Sole è un pianeta, l’elettrone è più grande dell’atomo, gli antibiotici servono a combattere i virus. E solo il 45% dei laureati ha dato risposte esatte. Nel 2012 il livello di competenza scientifica degli italiani è calato, si informano prevalentemente tramite la tv. Il web non viene utilizzato per aumentare la propria conoscenza che dal 50% dei navigatori, e solo il 30% effettua ricerche scientifiche.

Andiamo proprio male allora, e dunque che interessi poteva avere chi ha bruciato la Città della scienza di Napoli, e perché proprio adesso? Elisabetta Della Torre, sul blog Fisici per il mondo dice giusto:

questo avvenimento […] è il simbolo di un’Italia che non rispetta la scienza ma anzi le è ostile. E di un’Italia che non rispetta se stessa e quello che di meglio ha da offrire.

E forse c’è dell’altro. È in atto una mobilitazione a scala mondiale e molto viva in Italia. Un’attività spesso gratuita e misconosciuta ai più, svolta da addetti ai lavori che tentano di diffondere l’idea che la Scienza e il finanziamento della ricerca scientifica non soltanto servono per proseguire sul cammino dell’evoluzione, ma, se comprese nella loro importanza dalla popolazione (alfabetizzata), possono essere criticate, indirizzate, sostenute, anche in previsione di legiferazioni mirate e consapevoli su alcuni temi caldissimi del dibattito contemporaneo (per esempio, le TED Conferences, ormai un fenomeno anche italiano, la “versione mignon” sui soli temi scientifici attuata dai canadesi Asap SCIENCE, i blog di scienziati come Amedo Balbi o Anna Meldolesi, e infine, lo richiamo ancora una volta, il lodevole intento di Dibattito Scienza a richiedere impegni precisi ai programmi dei candidati alle elezioni, ma volendo l’elenco si estende a molte altre esperienze, compresa quella di clown scientifico del mio amico Pietro Olla).

Non a caso i talenti italiani più quotati all’estero sono scienziati. A questo punto non è difficile capire cosa li abbia costretti ad espatriare da questo paese: l’ascesa di una “spinta involuzionistica” da cui guardarsi bene e contrastare sul nascere, assolutamente.

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Peer review Open Access per aprire il sistema

16 febbraio 2013
(Non è una pear review)

(Non è una pear review)

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Tra poco si vota. Che sconforto.

– Hey, ma è quasi primavera, guarda che sole. Un po’ di ottimismo.

– Dici? Ma se l’inverno non si è ancora fatto sentire. Ci arriverà una mazzata tra capo e collo.

– Io sono un demone e me ne fotto. Ho qui l’abbronzante alla carota e lo specchio solare. Vado a prendere il sole in balcone, ciaooo!

– Vai, vai pure, demone deficiente.

Io al sole ci andrò dopo. Intanto abbiamo bisogno urgente di soluzioni. Per dirne una, abbiamo bisogno della ricerca scientifica, oggi più che mai. Ci serve, è indispensabile per migliorare ulteriormente le condizioni di vita nostre e del pianeta.

La ricerca la fanno, guarda un po’, i ricercatori.

 

Un bravo ricercatore ha bisogno di molti soldi: prima per studiare, in seguito per restare o entrare in un’istituzione qualificata che sostenga i suoi studi, infine perché i risultati di questi ultimi vengano verificate da referee non pagati. È il meccanismo della “Peer review” o revisione tra pari, adottato dal mondo scientifico per stabilire la bontà di una ricerca ed esibirla all’interno di una rivista alla quale l’istituzione del ricercatore sia abbonata (a caro prezzo).

 

Per questo è importante che anche la società civile promuova iniziative come quelle di Dibattito Scienza. Senza timore, nel maneggiare la materia, di restare “colorati” politicamente in un modo o in un altro. È importante che la politica, alla quale per causa o merito della crisi (stando alla vivacità della rete in quest’ultimo periodo preelettorale) sembra che la società civile stia pur confusamente facendo ritorno, ne riconosca l’importanza e accetti di sporcarcisi le mani.

 

È importante pure che si sia arrivati in vista di un traguardo fortemente voluto dai membri più svegli della comunità scientifica internazionale (va riconosciuto il ruolo di apripista dei francesi, in testa il matematico Jean-Pierre Demailly dell’Università di Grenoble), decidendo di non accettare più che i “gruppi editoriali, pretendono dalle istituzioni cifre esorbitanti per l’accesso ad articoli in gran parte realizzati dai dipendenti di quelle stesse istituzioni” e impegnandosi nella realizzazione di Episciences Project (il sito http://episciences.org/archivio multimediale di riviste scientifiche finalmente open access” sarà fruibile da Aprile 2013), un progetto di peer reviewing open access che permetterà di “sfruttare una piattaforma pubblica già esistente, arXiv, per sviluppare un processo di revisione interamente gestito dai suoi fruitori. “Senza altre spese“”.

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(Non è una pear review)

(Neanche questa è una pear review)

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C’è crisi –ovviamente- anche nel mondo editoriale in genere. Sto entrandoci in contatto in questi giorni da dietro le quinte, per lavoro (non quindi per le mie criticabili attività di blogger), e sembrerebbe imboccata una strada senza ritorno.

Come per ogni cosa, le situazioni ristagnano se le premesse non vengono messe in discussione e, in questo senso, il nostro modello politico e societario ricorda lo stato di equilibrio termodinamico (Un sistema chiuso e isolato raggiunge sempre nel tempo uno stato di equilibrio, da cui non si scosta mai spontaneamente ma solo dietro l’azione di cause esterne) che si realizza in laboratorio a prezzo di una discreta forzatura delle condizioni reali.

Bizzarrie della condizione umana.

Però, accettando di forzare il nostro “sistema chiuso”, di fare ricorso a “cause esterne”, in particolare al contributo umano, spontaneo ma organizzato, di una comunità di studiosi dalla mentalità evoluta, possiamo iniziare a ben sperare. E, chissà, replicare l’esperienza in altri campi.

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– Maledetti specchi ustori. Sono pieno di bolle.

– Lo diceva Archimede: Non esporsi dopo le undici del mattino.

– Ah sì, c’era da leggere le istruzioni?

– Demone mio, chi non legge si fa male. Vieni qui che ti spalmo il doposole.

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Nemmeno appesa

4 febbraio 2013

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Ma così… Lo chiedo giusto perché mi avete fatto scendere in campo tutta discinta, manco mi stessi candidando io, dico. Almeno un’alzata di spalle, una pernacchia, una parolaccia. Non me la meritavo? Una testata, una ginocchiata in bocca, uno sputo, almeno?

Sara Brilli1

Non sono io, io mi vergogno, ma Sara Brilli, che queste cose le insegna anche a me

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Non era dovuta, ok. Non a me, d’accordo ci sto, c’è di meglio in giro. Ma neanche a Michele Lucente o Marco Cattaneo? Non ai 1.510 membri del gruppo fb “Dibattitoscienza”? Non ai circa 60 milioni (esclusi loro stessi e i loro parenti e affini) coinvolti direttamente in quanto loro diritto /dovere partecipare al voto, è dovuta una risposta?

I dieci quesiti posti ai candidati alle politiche che si terranno tra 20 giorni vengono pubblicamente affrontati in queste ore su Le Scienze, Dibattitoscienza.it, Cronachelaiche e altri siti di informazione, da chi ha considerato quantomeno utile alla propria immagine pubblica dedicarsi a rispondere.

Vale a dire Bersani, Giannino e Ingroia. Se ne sono guardati bene invece Berlusconi, Grillo e Monti.

Marco Cattaneo, giornalista scientifico e direttore di Le Scienze, Mente e Cervello, National Geographic Italia ne ha scritto in modo tristemente chiaro nell’articolo La scienza, l’informazione, la politica. E lo sfascio  (vi invito a leggerlo).

La solita, mistificatrice, separazione forzata di Scienza e Cultura (al Sole 24 Ore non è mancata materia di “dibattito”) aiuta a tenere il paese in una mortificante condizione di sudditanza intellettuale da chi grida opinioni, spacciandole per verità. E facilitando il compito ai prossimi governanti, ai quali basterà continuare a propinare panem (quello ancora non scarseggerà per un pezzo) et circenses per mantenere sotto controllo il malcontento.

Scienza e Cultura ridotte a cagne messe in competizione per i non pochi ossi costituiti dai finanziamenti pubblici. Che ovviamente, finiranno in tutt’altre tasche.

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In questi giorni è in corso una nuova iniziativa, rivolta a chi ha fatto mancare la propria risposta. Perché sappiano che la loro evasività non passa inosservata. Perché se è notizia recente, lo ricorda Cattaneo, che 30.000 persone hanno dormito all’addiaccio a causa, non tanto dell’informazione ricevuta su probabili scosse di terremoto, quanto piuttosto dell’incertezza circa la tenuta antisismica delle proprie abitazioni, è criminale ignorare che terremoti, frane, alluvioni, tanto per restare nel settore idrogeologico, e le loro più terribili e reiterate conseguenze hanno un denominatore comune: la deviazione dei flussi di denaro pubblico che sarebbero necessari ad avviare un circolo virtuoso di azioni preventive. Non rispondere, è ammettere implicitamente l’intenzione, in caso di vittoria elettorale, di assicurare la propria connivenza allo status quo.

La “fuga dei talenti” dall’Italia, è una realtà di proporzioni impressionanti. E c’è lo stesso chi ha il coraggio di non non rispondere, adducendo, quando va bene, motivazioni di scarsità di tempo? La rabbia, probabilmente, è il vero motore di questa nuova iniziativa di mail bombing. Un sentimento e un esito ai quali mi associo.

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Sì, perché quelle proposte da Dibattito Scienza non sono astruse domande di fisica quantistica o di biologia molecolare. Sono domande le cui risposte indicano la direzione che si vuole dare al futuro del paese. Sono domande di sostanza, che parlano di società, di sviluppo, di innovazione, se uno le sa leggere.

Non possiamo accettare che chi si candida a governare l’Italia pensi di potere tranquillamente soprassedere questi argomenti. Vi chiediamo quindi di contattare con tutti i mezzi a vostra disposizione Silvio Berlusconi, Mario Monti e Beppe Grillo per chiedere conto delle mancate risposte.

Qui di seguito qualche contatto:

– Silvio Berlusconi: pagina Facebook https://www.facebook.com/SilvioBerlusconi?fref=ts, profilo Twitter https://twitter.com/SBerlusconi2013, sito internet https://www.forzasilvio.it/;

– Mario Monti: pagina Facebook https://www.facebook.com/MarioMonti.ufficiale?fref=ts&rf=148403421850780, profilo Twitter https://twitter.com/SenatoreMonti, sito internet http://www.agenda-monti.it/;

-Beppe Grillo: pagina Facebook https://www.facebook.com/beppegrillo.it?fref=ts, profilo Twitter https://twitter.com/beppe_grillo, sito internet http://www.beppegrillo.it/.

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Quiz the politicians

28 gennaio 2013

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Esquire - Aprile 2012.

Quella mia copertina su Esquire di Aprile 2012

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Ti fai troppi problemi, Michele!

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In Italia, tra quelli che usano adoperare, anche saltuariamente, la misteriosa attrezzatura contenuta nella scatola nera posta alla sommità della propria persona, nessuno -credo- scommetterebbe un centesimo sulla portata e la tenuta dei programmi elettorali delle coalizioni in lizza. Neanche io (che pure andrò a votare). E neanche Massimo Pinto di Fisici per il mondo, che segnala ancora una volta l’iniziativa del Gruppo Dibattito Scienza sul portale Facebook.

“La lista delle domande formulate ai candidati Premier è qui: http://www.dibattitoscienza.it/2013/01/11/elezioni-politiche-2013-ecco-le-domande/

Dibattito Scienza sta sollecitando Silvio BerlusconiPierluigi BersaniOscar GianninoBeppe GrilloAntonio Ingroia e Mario Monti, i principali candidati, a rispondere entro la mezzanotte del prossimo 31 Gennaio.

 Oggi, 28 Gennaio, è la giornata del bombardamento mediatico su Facebook, Twitter (#dibattitoscienza) e sui blog, per informare il pubblico e stimolare i suddetti ad inviare le loro risposte, e Fisici Around The World non poteva farsi da parte.

Il prossimo 4 Febbraio le risposte pervenute saranno pubblicate su Le Scienze.

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Le questioni sul tavolo, in sintesi:

  1. Investimenti, meritocrazia, trasparenza nell’università e nella ricerca pubblica
  2. Provvedimenti per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private
  3. Politiche energetiche per migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia
  4. Gestione dei rifiuti solidi urbani per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita
  5. Messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico –  Conciliazione del settore edilizio con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata
  6. Agenda Digitale e diffusione della banda larga in tutto il Paese
  7. Adeguamento della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita alla giurisprudenza italiana ed europea – Testamento biologico
  8. Sviluppo e alfabetizzazione scientifica e matematica del Paese
  9. Mitigazione e/o prevenzione dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento dei gas serra
  10. Regolamentazione dell’uso degli animali nella ricerca biomedica

.(

(Ribattete gente, ribattete)

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§§§

Adesso dico la mia.

La maggiore impasse di questo paese consiste nel conflitto generazionale. Nel momento in cui giovani e vecchi riusciranno a convivere senza che una parte continui ad abusare della fragilità dell’altra* avremo diritto di sperare. Sono per un governo che tenga conto di questa esigenza basilare, e non perseveri nello sbandieramento ipocrita e populista dei soli “temi civetta” (elenco i primi che mi vengono in mente: famiglie contro single, Nord contro Sud, Industria contro PMI, imprenditori contro dipendenti contro liberi professionisti contro …) importanti, sì, ma di un grado inferiore al principale. Le dieci risposte di cui sopra avranno un valore concreto non appena avremo a disposizione una generazione di giovani a lavoraci su. Ma ne riparleremo.

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*) “Quello che sta accadendo in America avviene dovunque, dai paesi arabi all’Italia”, Stephen Marche nell’articolo The war against youth pubblicato su Esquire di Aprile 2012, citato QUI

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Caparezza – Cose che non capisco

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Lettera sulla felicità n.1

15 gennaio 2013
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Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità
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Felicità è un latte in compagnia

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“La Felicità” – Festival delle Scienze 2013” è l’ottavo appuntamento romano, presso l’Auditorium Parco della musica (quello degli enormi “mouse” di Renzo Piano), con un’indagine a tema svolta attraverso differenti settori dello scibile umano.

Io mi ci accamperei, in Auditorium. Il cartellone è meraviglioso e micidiale: molto spazio è dedicato ai meccanismi delle dipendenze, al sesso e al piacere in senso lato (Sex toys, la felicità a portata di mano , I circuiti cerebrali del piacere , Felicità nel cervello e nella mente , Sesso e felicità. Una prospettiva (neuro)scientifica , Morso, Sesso e Felicità , Amore animale e sessualità umana).

Che temone. Però mi domando se non si faccia una certa confusione tra Felicità e Benessere. Quale mancanza lamenta l’Uomo dei nostri tempi? Attimi di intenso sentirsi vivere? O piuttosto una sequenza ininterrotta di giorni dei quali non abbia nulla di cui lagnarsi, altro da dire che “Sono contento”?

Se mi limito al campo dell’intuizione non verificata, io so che l’accezione di Felicità come serenità costante è qualcosa a cui uno può ambire senza grandi sforzi. Penso che sia legata a un’attitudine dell’individuo, all’educazione ricevuta e alla fortuna. Ma sono le immagini di Felicità ricorrenti nell’immaginario comune: le “botte” di adrenalina, e i vasti laghi di endorfine nei quali si finisce a galleggiare di conseguenza, quell’alternanza che crea la dipendenza, ciò di cui si sente tanto la necessità. Quelle immagini sono delle istantanee, la visione (e quindi la profondità dell’apprezzamento) delle quali può aumentare in misura proporzionale alle difficoltà affrontate per arrivare ad ammirarle.

Il tempo non fa sconti. Non è data una Felicità (istantanea) che resti immutabile nella sua carica di esaltazione. In tempi grami come quello che stiamo attraversando, davanti alle manifestazioni di disperazione, a me viene spontaneo osservare che dosi ripetute di Felicità elementari possano essere ciò a cui si debba ambire per il bene di sé stessi, per mantenere un minimo livelo di salute mentale, in assenza di condizioni di miglior favore, come si usa dire in campo commerciale… visto che è il commercio il maggior beneficiario  delle conseguenze delle nostre frustrazioni. Ma, sensazioni e intuizioni a parte, visto l’ambito nel quale questo post si muove, devo ricordarmi che il metodo scientifico impone di verificare le assunzioni di partenza, e dunque:

“Consumismo e felicità: perché vogliamo quello che non ci serve”

Conferenza di Juliet Schor e Lauren Anderson del 20/01/2013 ore 19,00

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La diffusione delle ricerche sulla felicità ha fatto luce su alcuni dati importanti: superata una certa soglia, l’aumento della ricchezza materiale ha un impatto relativo sul benessere; il tempo libero è un elemento chiave della felicità; dare e condividere produce enorme soddisfazione; il rapporto con la natura è fondamentale per il benessere. Questi risultati mettono in discussione i modelli dominanti di “lavorare e spendere”, di consumo eccessivo, di “più è meglio” e la diffusione di attività economiche degradanti. Ricercatori e cittadini sono sempre più alla ricerca di nuovi modi di vivere; e guadagnano popolarità stili di vita a basso impatto e in scala ridotta, che danno maggior valore al tempo. Una nuova modalità collaborativa di consumo e produzione, basata sulle diverse aspettative dei consumatori e sull’onnipresenza di tecnologie avanzate sta cominciando ad alimentare e a soddisfare queste esigenze emergenti.

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Queste conclusioni sono state di recente presentate, come sempre in modo semplice e divulgativo -ma, come nota un commentatore “This is common sense, why isn’t this common sense yet?”- anche da da ASAP Science (per qualcosa di più strutturato rimando alla TED Conference di Daniel Gilbert o a quella di Michael Norton). Ringrazio Mitchell Moffit per il testo originale.

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I soldi fanno la felicità?

Sebbene molti di noi attraversano la vita con l’idea fissa di accumulare denaro, ci viene spesso detto che “I soldi non fanno la felicità”. Quanto c’è di vero in questa affermazione? C’è una correlazione tra il denaro e la felicità? E se sì, come possiamo utilizzarla a nostro vantaggio?

Gli uomini sono molto sensibili al cambiamento; ci piace molto ottenere un aumento o una commissione. Ci adattiamo a velocità incredibile alla nostro nuovo status di ricchi.  Alcuni studi hanno dimostrato che in Nord America, entrate aggiuntive superiori ai 75mila dollari l’anno impattano notevolmente sulla felicità quotidiana. Però spesso chi vince una lotteria finisce col diventare estremamente infelice. Col dare fondo a tutti i soldi, indebitarsi e vedere disgregate le proprie relazioni sociali. Allora, davvero i soldi fanno la felicità?

Studi recenti suggeriscono che il problema può consistere piuttosto nel modo in cui si spende il denaro. Invece di fare acquisti per sé, provate a darne qualcosa agli altri, e quindi verificate come vi sentite. Alcuni studi dimostrano che le persone che spendono il proprio denaro per gli altri si sentono più felici. E che mentre le persone che lo spendono per sé stesse non diventano necessariamente meno felici, la loro felicità rimane invariata.

Lo stesso principio è stato testato anche su team e società. Un esperimento ha dimostrato che diversamente dalle società che avevano destinato grandi cifre in beneficienza, dove l’importo era stato  diviso tra gli impiegati e permesso loro di contribuire a un’associazione a scelta, è aumentata la loro soddisfazione sul lavoro. In modo simile, gli individui che avevano speso gli incentivi monetari gli uni per gli altri anziché per loro stessi avevano realizzato non solo un aumento della soddisfazione sul lavoro ma anche aumentato le performance del team e le vendite. Lo stesso effetto si è verificato sia nei team vendite che in quelli sportivi.

È verificato quasi ovunque nel mondo che donare denaro o regali è correlato positivamente con la felicità. Di interessante c’è che non è così importante il modo nel quale i soldi vengono spesi per gli altri.

Dai regali più banali fino alle più importanti elargizioni alle organizzazioni di carità, spendere denaro per gli altri è l’aspetto fondamentale nell’aumento della felicità. Le ricompense emotive della spesa a vantaggio del sociale sono anche riscontrabili a livello neurale.

Ma se volete spendere del denaro per voi stessi, provate a sperimentare qualcosa di diverso dai beni materiali. Viaggiare o partecipare a un evento ha un impatto maggiore per la grande maggioranza delle persone nel lungo periodo. E mentre si risparmia per queste grandi esperienze, non bisogna dimenticare le gioie quotidiane della vita. Molti piccoli e frequenti piaceri aiutano a far passare le giornate e incoraggiano quel cambiamento che stimola la mente.

Invece di comprare un tappeto da 3mila dollari che fornisce un’esperienza una tantum ogni dieci anni, un latte* da 5 dollari con gli amici sarà diverso ogni volta e offrirà un accesso unico ad altre opportunità di essere felici.

Sebbene il denaro costituisca indubbiamente la principale fonte di felicità nelle nostre vite, certamente ha li potenziale di facilitare alcune cose e complicarne altre. Ma, alla fin fine, può comprare la felicità… se usato nella maniera migliore.

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ASAP Science – Can money buy happiness?

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Mitchell Moffit (@mitchellmoffit)
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(per Carla: e io ho da sempre un debole per gli epicurei… 3:) )

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*) dovrebbe essere l’equivalente di un nostro caffè o un tè con gli amici, oppure:

4 litri di latte in 10 secondi – Friends, episodio tredicesimo dell’ultima stagione

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Stringi stringi, una sola risposta conta

24 novembre 2012

Daniele Silvestri è amico di un mio amico e quindi, secondo la mia filosofia, è anche mio amico. Lui ancora non lo sa. È grande, Daniele, un grande, sensibile, abile poeta e musicista. Fa concerti nei quali dal palco chiama in causa gli abitanti della città in cui si trova, incita la gente a esprimersi, a sollevare i problemi, a parlare di soluzioni.

Daniele caro, ti devo spiegare una cosa.

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Sono arrivate le risposte dei candidati del PD alle primarie alle sei domande della scorsa settimana e si trovano pubblicate sul sito de Le Scienze. Ora, voglia di votare ormai anch’io ce n’ho pochina. Ma anche a-Vendola, la situazione è piuttosto sconfortante. Questa dirigenza pare la replica di quella che andò al Governo nel 2006. Ancora mi brucia personalmente la delusione di tanta impreparazione.

Nel campo delle scienze, il candidato segnalato da Daniele ha dato risposte così-così. Questo sarebbe l’uomo nuovo? Porca miseria, giusto per limitarmi a un campo che conosco, ecco QUI la sua risposta alla domanda “Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?” Vendola pensa ad “un futuro esclusivamente rinnovabile”. Però bisogna considerare che:

1) “Rinnovabile” non è una parola magica. Ricordo che in Italia, grazie all’incentivazione scriteriata del solo fotovoltaico, attualmente dobbiamo gestire un surplus di produzione di energia elettrica –tra l’altro uno degli squilibri causati consiste nel fallimento delle tariffe biorarie-. Sempre per limitarmi al solo fotovoltaico, ricordo anche che non è un’energia poi così “verde”, visto il ciclo produzione/smaltimento dei pannelli in silicio, che non ha portato altro beneficio che all’economia dei produttori cinesi, i quali si sono anche svuotati i magazzini delle scorte obsolete, che peserà sulle nostre bollette per altri vent’anni almeno, che, con l’improvvisa riduzione degli incentivi, ha causato un danno enorme all’unico settore imprenditoriale che aveva illusoriamente resistito alla crisi e fatto perdere migliaia di posti di lavoro – leggi “pane a bocche da sfamare”, quante ne conosco -, in pochissimi mesi.

2) Non è ipotizzabile quando avverrà l’esaurimento dei giacimenti di greggio, visto che ne vengono ancora scoperti di nuovi, in giro per il mondo e che i quantitativi di energia necessari a sostenere la crescita mondiale (previsti nel mondo, nei prossimi 20 anni, l’aumento di circa 3 miliardi di “consumatori medi”, cioè che arrivano ad un livello di reddito tale che iniziano a consumare come gli occidentali) non sono assolutamente richiedibili all’utilizzo delle sole fonti rinnovabili (e assimilate, come la cogenerazione, come ricorda giustamente Vendola). Quindi, giocoforza, bisognerà confrontarsi ancora a lungo con gli idrocarburi. E poi, l’Italia può comportarsi autarchicamente perché è in controtendenza, perché qui ci sono meno nascite che morti? Sì, d’accordo, questo in teoria, ma se ci guardiamo attorno è inutile negare che ormai il melting pot è già qui, ora, e che l’aumento della popolazione causata dalle nuove migrazioni è una tendenza irreversibile. Che il problema va affrontato adesso.

Pensare all’Italia come un sistema chiuso è una visione miope, il nostro paese vive all’interno di un’economia globalizzata, che ci piaccia o no, e con le strategie energetiche degli altri paesi dobbiamo, volenti o nolenti imparare a misurarci e a fare i conti.

[Il ricorso agli incentivi (comunque elemento chiave in un paese come il nostro per dare l’avvio a cicli virtuosi, utili al vero cambiamento sociale) potrebbe essere meglio affrontato, ad esempio, con un occhio alle nuove teorie economiche circolanti, come quella del “nudge”, “un metodo scarsamente invasivo ma efficace, che ha poco a che fare con l’introduzione di incentivi monetari” … “che fa leva su alcuni elementi della psicologia comportamentale umana” (perché “gli esseri umani sono diversi dall’Homo oeconomicus”), ovvero l’indirizzo dato da un governo ai comportamenti dei cittadini, “in modo da migliorare la loro vita, secondo il loro sistema di valori e non quello del governo” (“ognuno deve essere considerato libero di fumare, anche se questo comporterà problemi di salute per il fumatore e maggiori spese mediche a carico della società”). Ad esempio negli Stati Uniti “l’utilizzo di alcuni dispositivi domestici in grado di segnalare visivamente la quantità di energia consumata – e possibilmente anche di collegarsi a internet per confrontare i dati con altri utenti – si è rivelato molto utile per diminuire i consumi”.*]

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un convegno** che ha fatto il punto proprio sulle tematiche energetiche, organizzato da Amici della Terra. Questa è un’associazione ambientalista, sì, ma non come altre in perenne opposizione a tutto. Un’associazione che ha anni di lavoro serio sulle spalle e che ha imparato a coinvolgere nelle discussioni anche gli interlocutori “scomodi”, quelli che con l’ambientalismo di solito fanno a cazzotti. E, quello che conta, portando a casa, anno dopo anno, dei risultati.

Bè, io avrei voluto che le risposte ai sei quesiti fossero più improntate a soluzioni pragmatiche, ma percorribili, come quelle che erano offerte all’ascolto di chiunque avesse presenziato insieme a me al convegno (che poi, era a partecipazione gratuita), piuttosto che a facili dichiarazioni populiste. Avrei voluto che fosse detto, rispetto al problema globale dell’aumento della popolazione, problema che coinvolge anche l’Italia, che del mondo è parte e non può stare solo a guardare il proprio ombelico -una strategia che storicamente non paga-, che fosse detto che le nuove strategie devono prevedere, prima di qualsiasi altro intervento, il ricorso:

1) all’efficienza energetica degli edifici

2) all’aumento della produzione agricola su larga scala

Dalla relazione di Alberto Marchi – McKinsey & Company: “Efficienza energetica, leva fondamentale per la crescita economica sostenibile a livello nazionale e globale”.

Che queste strategie, che oggi ci possono apparire difficili da perseguire, da un lato perché per fare efficienza (quindi diminuire effettivamente il ricorso all’apporto dell’inquinante, e distorsiva per il mercato, energia da idrocarburi), per la complessità delle operazioni, occorre investire capitali che non si trovano nelle tasche di chiunque, dall’altro lato perché la produzione agricola può aumentare solo ricorrendo alla coltivazione degli Ogm, possono portare a scelte vincenti di politica economica e sociale dei Governi solo e soltanto restituendo, con urgenza, dignità e fondi alla ricerca scientifica.

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Giacomo Lariccia– Povera Italia

http://fugadeitalenti.wordpress.com/

 (grazie a Bianca per la segnalazione)

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*) Emanuele Campiglio, L’economia buona – ed. Bruno Mondadori, 2012

**) Se avete un po’ di tempo e voglia (voglia di trasgressione vera, porcapupattola), fatevi un giro tra gli interventi dei relatori intervenuti alla “Quarta conferenza nazionale sull’efficienza energetica”. A scanso di equivoci: non è come hanno scritto, ho contratto e paga da metalmeccanico e, come?… No, per il momento ancora non mi candido.


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