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Fare breccia nell’elettorato

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A Porta Pia oggi s’è svolta un’acampada

Per Angelino niente più di una Lambada

Domani sopra al fiume

Passeranno le piume

Il Tribunale premerà a che nulla accada?

 

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Beh, la mia giornata di domani dovrebbe prevedere lo stesso percorso dei manifestanti, da Porta Pia a Piazzale Clodio. Sarà il caso di lasciare l’auto a casa e prepararmi a sfilare in mezzo a loro.

In genere simpatizzo con chi manifesta, quando è toccato a me andare in piazza a protestare ho trovato assurdo che ci fosse chi si scansava, chi non prestava orecchio alla gravità dei fatti che stavo denunciando. Tutt’al più, in una città come Roma dove le manifestazioni sono all’ordine del giorno, cerco di evitarle. Così, giusto per vivere, ogni tanto.

Ma in questi giorni penso che sia importante dare ascolto a tutte le voci. A Porta Pia una ragazza intervistata dal TG appena sveglia, ha snocciolato rapida le priorità: reddito e casa. Mi sembra il minimo, ma è un minimo al quale in moltissimi stanno rinunciando.

Apprezzo di più chi sceglie di confrontarsi con la politica, e le manifestazioni sono uno strumento lecito e utile a questo scopo, rispetto a chi (scusate la metafora fluviale, ma il Tevere è vicino) sceglie di seguire la corrente senza opporvisi. Segno che non ha ancora rischiato di essere trascinato a fondo, o che non è abbastanza previdente da temere le rapide.

E proprio oggi ho letto un passo da un libro molto bello:

Soldi, amore, cibo, vizio, che altro c’è da sapere? Noi suoi discepoli abbiamo fondato la Società dei Fratelli, secondo la quale la libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere. […]

“Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole…. Lo stato, e attraverso di esso il capitale*, qualunque forma assuma, ha già vinto la battaglia per due o tre secoli. Nulla potrà cambiare il corso dell’era industriale. I vermi hanno iniziato a mangiarsi il formaggio e nessuno potrà fermarli. La produzione non cesserà fino alla completa rovina del pianeta. Pochi sopraviveranno. In un futuro prossimo i poveri avranno forse vestiti migliori, case e cibo, ma saranno sempre più indebitati col potere, e se anche avranno smesso di pagare col sangue e coi polmoni, daranno comunque in cambio il loro riso e anche la loro intelligenza. Il povero diventerà un idiota benestante e serio. Conclusione evidente? L’importante è sopravvivere! Che il crollo della società non distrugga anche noi… […]

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. [per l’enfasi a questa frase, dovuta a grassetto e sottolineato prendetevela con me] […]

Chiunque abbia un mestiere conosciuto, calzolaio, panettiere, minatore, carpentiere, pittore, orologiaio, medico, ingegnere eccetera, è una preda dello stato, che lo sfrutta fino a succhiargli il midollo. Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi […]

Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Ed. Feltrinelli, 1992

*) lo “stato” e il “capitale” con iniziale minuscola non sono errori di battitura, ma grafia ripresa testualmente dal libro.

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Sono convinta che un buon libro possa illuminare quanto e più dei mezzi di informazione più veloci. Spero di darvene la riprova nella mia reazione a una puntata di Ambiente Italia , storica trasmissione ambientalista della Rai.

Ci sono capitata davanti proprio mentre il conduttore non si premurava di distinguere la contaminazione dei terreni per via delle agromafie dalla “contaminazione” da ogm. Per lui, per gli ospiti e per il pubblico, i due fatti erano coincidenti.

Prima di lanciare l’amo a sterili discussioni, consiglio a chi lo desideri una rinfrescata al concetto di Ogm attraverso una veloce letta a questo articolo.

Davanti all’ennesimo fallimento della Rai come servizio pubblico, invece di lasciare cadere le braccia (come farei forse se fossi teledipendente)  mi sono detta “ma diamo una raddrizzata a questa informazione talebana” attorno al concetto del “ritorno alla natura” come soluzione ai guai dell’umanità.

Nella stessa trasmissione veniva intervistato sulla contaminazione dei suoli un rappresentante del Corpo Forestale di Napoli che sostanzialmente diceva: “gli analisti investigatori, indagando sui siti contaminati deducono che non c’è un’unica regia, ma un unico fenomeno generale e trasversale protrattosi nel tempo, in forza del quale una pluralità di soggetti diversi, anche con il coinvolgimento della criminalità organizzata, ha smaltito illegalmente sul territorio ogni sorta di rifiuti speciali o interrandoli o sversandoli nelle falde acquifere… “

La trasmissione confermava la cosa con un approfondimento mirato sul recente dossier Eurispes / Coldiretti che segnala la conversione delle mafie dal business ambientale a quello agroalimentare. Nel lancio di tale dossier viene riportato

Il reinvestimento dei proventi illeciti anche nel settore dell’agroalimentare, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente come l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari, ma anche mediante l’attuazione di pratiche estorsive, imponendo l’assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, costringendo gli operatori del settore ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando poi i prezzi di vendita.  I risultati conseguiti dalle Forze di Polizia evidenziano come l’intero comparto agroalimentare sia caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva.

Dalla Terra dei fuochi in Campania ai territori ex-industriali della Val Bormida in Liguria, ben 725.000 ettari in Italia risultano gravemente inquinati. Inquinati da percolati però, non da ogm.

Ma in studio il dibattito si è animato attorno a un unico punto di domanda: “Abbiamo il diritto di sapere ciò che mangiamo, quindi fateci sapere quanti ogm nascosti ci sono nel cibo commercializzato”.

È stato sottolineato che in Piemonte un’ordinanza ha impedito ed estirpato le coltivazioni ogm e che bisogna aumentare la vigilanza per scovare se “… nelle maglie… si sia infilato ciò che i consumatori non vogliono” (nella fumosità del linguaggio utilizzato c’è tutta la sostanza di questo punto di vista). Gli ogm sono questo pericolo. Certo, in assenza di chiarezza, di ricerca pubblica e di informazione, il consumatore si astiene. A me basterebbe vederci più chiaro, invece, e avere a disposizione regole, etichettature, controlli e pene ufficializzati e garantiti, per poi scegliere in piena autonomia cosa portare in tavola.

Mentre le voci autorevoli fuori campo trattavano di un tema importante come le agromafie, in diretta tv ci si dibatteva, è il caso di dirlo, su un piano terra-terra:

– Avete notato quanta uva senza semi ai supermercati!

– Brrr…

Eh già, ma esistono qualità di uva senza semi, leggete per esempio Bressanini.

– Io faccio da sola il pane in casa, è così buono ed economico…

Io no. Non ne ho il tempo, sto fuori casa undici ore al giorno. È vero che la macchinetta elettrica che sta prendendo polvere sotto al microonde può lavorare da sé e anche di notte, solo che poi il pane che produce è troppo, non lo consumiamo mai tutto subito e si indurisce. Non facendolo spesso, poi, la farina invecchia e va buttata. Pertanto compro il lavoro del panettiere ed evito lo spreco alimentare.

E comunque, cosa c’entra il pane fatto in casa con il percolato di origine mafiosa nei terreni coltivati?

In sostanza, Ambiente Italia ha condotto un dibattito monocolore su temi quali l’auspicio che le generazioni future si ritrovino in campagna a coltivare i campi. Sottolineando che negli anni della crisi si sia registrato il picco di occupazione dei  giovani nell’agricoltura (anche la filiera del fotovoltaico non era messa male ma poi…, beh magari ne parlo un’altra volta).

Diciamolo ai giovani in piazza a Porta Pia, allora, quelli che chiedono casa e reddito garantito, spieghiamo loro che hanno sbagliato ministero e si dovrebbero spostare di un paio di chilometri, davanti al MIPAAF.

D’altra parte, secondo la stessa Coldiretti,

Le produzioni biologiche sono le manifestazioni più evidenti di un nuovo modo di fare agricoltura, più attento ai possibili effetti negativi sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

Possiamo definire l’agricoltura biologica come “quell’insieme di tecniche agronomiche fondate sulle naturali interazioni tra organismi viventi, pedoclima e azione dell’uomo e che escludono l’impiego di prodotti chimici di sintesi.”

Si tratta di un sistema produttivo spesso assai sofisticato, che mette al primo posto non la produzione fine a se stessa (produrre più possibile), ma la produttività nella salvaguardia della salute dell’uomo e dell’ambiente in cui vive.

Nata ad inizio secolo più con connotati filosofici e ideali che come tecnica agronomica a se stante, l’agricoltura biologica è passata in questi ultimi anni da fenomeno d’élite a movimento di massa: sono sempre di più gli agricoltori che scelgono questo modello produttivo per le loro aziende

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A me la coincidenza con Jodorowsky torna di nuovo in mente considerando l’origine del bio come fenomeno d’élite:

Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza.

che poi diventa movimento di massa,

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi.

quando la massa però non è uniformemente dotata della possibilità di accedervi e ambisce più alla produzione che al consumo. Inoltre, con quel che costa praticare l’agricoltura biologica, è necessario che almeno i prodotti si possano fregiare di un riconoscimento che li nobiliti (un brand, è stato detto, un DOC, un DOP, almeno un IGP) e magari di un packaging seducente che li rendano appetibili ai più abbienti (memento il costo dei fagiolini di Berlusconi)

I poveri continueranno a mangiare Junk food, finché, chissà, in presenza di alternative più sane ed economiche cambieranno volentieri abitudini. E non mi riferisco necessariamente all’adesione al credo biologico.

Se conducessi una trasmissione come quella, inviterei in studio a dibattere parlamentari e scienziati, oltre agli ambientalisti. E proporrei di trattare di come rafforzare indagini e dissuasioni dell’inquinamento e dei  traffici illeciti, di come dotare l’agricoltura di incentivi, e finanziare la ricerca pubblica per l’innovazione.

Lasciare gli ogm nelle mani delle multinazionali, che la ricerca possono pagarla e darne l’interpretazione che vogliono, senza smentite, ci rende giustamente diffidenti e chiusi. Siamo globalizzati ormai, indietro non si torna. Le sementi ogm esistono (da sempre), non sarebbe i caso di imparare a utilizzarle bene? Il bio, per quanto in alcuni casi meritorio, ha numeri e possibilità di diffusione piccoli, piccolissimi. Mentre la popolazione umana continua a crescere a ritmi vertiginosi.

Quindi, per far sì che il ritorno del lavoro nei campi non sia accomunato al mestiere dell’ Addolcitore di vuoti o al Correttore di ombre, o alla paradossale altra invenzione di Jodorowsky, il Biologo fantastico, inventore di corpi,  si deve mettere in grado chi voglia e possa fare questa scelta di dire, a chi propone un ritorno al passato, “no grazie, ma per come lavorerò io, questo sarà un mestiere nuovo”.

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4 Risposte to “L -11”

  1. Wish aka Max Says:

    Ti dico di più, a proposito del bio. Come molte altre cose italiane, è gestito in modo tale che il marchio non sia garanzia di quasi nulla. Per un periodo della mia vita mi sono occupato di alimentari. Ti dico solo che un’azienda che gode di buona fama ha le coltivazioni situate esattamente sulla rotta di atterraggio degli aerei in avvicinamento ad un grande aeroporto internazionale. Certo non usano pesticidi, ma quanto kerosene mi mangio?
    Nessuno ha interesse a informare realmente, se vuoi l’informazione te la devi andare a cercare. E spesso finisce che devi comunque verificare di persona andando sul posto. È tutto molto, molto faticoso.

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    • icalamari Says:

      Vivere costa fatica, in generale. In certi casi di più, al punto che si è tentati di soprassedere. A quel punto la vita scivola verso la sopravvivenza, che a molti va bene lo stesso. De gustibus. Ciao 🙂

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  2. Barney Panofsky Says:

    Il link al movimento dei caproni vale da solo la mia stima imperitura.
    Il resto te lo sottoscrivo, e potremmo fare una bella raccolta firme per farti condurre la trasmissione, no? 😛

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