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L -11

20 ottobre 2013

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Fare breccia nell’elettorato

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A Porta Pia oggi s’è svolta un’acampada

Per Angelino niente più di una Lambada

Domani sopra al fiume

Passeranno le piume

Il Tribunale premerà a che nulla accada?

 

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Beh, la mia giornata di domani dovrebbe prevedere lo stesso percorso dei manifestanti, da Porta Pia a Piazzale Clodio. Sarà il caso di lasciare l’auto a casa e prepararmi a sfilare in mezzo a loro.

In genere simpatizzo con chi manifesta, quando è toccato a me andare in piazza a protestare ho trovato assurdo che ci fosse chi si scansava, chi non prestava orecchio alla gravità dei fatti che stavo denunciando. Tutt’al più, in una città come Roma dove le manifestazioni sono all’ordine del giorno, cerco di evitarle. Così, giusto per vivere, ogni tanto.

Ma in questi giorni penso che sia importante dare ascolto a tutte le voci. A Porta Pia una ragazza intervistata dal TG appena sveglia, ha snocciolato rapida le priorità: reddito e casa. Mi sembra il minimo, ma è un minimo al quale in moltissimi stanno rinunciando.

Apprezzo di più chi sceglie di confrontarsi con la politica, e le manifestazioni sono uno strumento lecito e utile a questo scopo, rispetto a chi (scusate la metafora fluviale, ma il Tevere è vicino) sceglie di seguire la corrente senza opporvisi. Segno che non ha ancora rischiato di essere trascinato a fondo, o che non è abbastanza previdente da temere le rapide.

E proprio oggi ho letto un passo da un libro molto bello:

Soldi, amore, cibo, vizio, che altro c’è da sapere? Noi suoi discepoli abbiamo fondato la Società dei Fratelli, secondo la quale la libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere. […]

“Noi non siamo di quegli anarchici che si ribellano contro Dio, la scienza e lo stato. Nulla di tutto questo. Siffatta lotta procura al povero solo un diluvio di legnate e di pallottole…. Lo stato, e attraverso di esso il capitale*, qualunque forma assuma, ha già vinto la battaglia per due o tre secoli. Nulla potrà cambiare il corso dell’era industriale. I vermi hanno iniziato a mangiarsi il formaggio e nessuno potrà fermarli. La produzione non cesserà fino alla completa rovina del pianeta. Pochi sopraviveranno. In un futuro prossimo i poveri avranno forse vestiti migliori, case e cibo, ma saranno sempre più indebitati col potere, e se anche avranno smesso di pagare col sangue e coi polmoni, daranno comunque in cambio il loro riso e anche la loro intelligenza. Il povero diventerà un idiota benestante e serio. Conclusione evidente? L’importante è sopravvivere! Che il crollo della società non distrugga anche noi… […]

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. No, no. Dobbiamo agire dove loro non possono né sanno farlo. Questa non è una soluzione per la maggioranza, ma solo per pochi pidocchi di talento. [per l’enfasi a questa frase, dovuta a grassetto e sottolineato prendetevela con me] […]

Chiunque abbia un mestiere conosciuto, calzolaio, panettiere, minatore, carpentiere, pittore, orologiaio, medico, ingegnere eccetera, è una preda dello stato, che lo sfrutta fino a succhiargli il midollo. Fare un mestiere normale significa perdere la libertà. Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi […]

Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio. Ed. Feltrinelli, 1992

*) lo “stato” e il “capitale” con iniziale minuscola non sono errori di battitura, ma grafia ripresa testualmente dal libro.

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Sono convinta che un buon libro possa illuminare quanto e più dei mezzi di informazione più veloci. Spero di darvene la riprova nella mia reazione a una puntata di Ambiente Italia , storica trasmissione ambientalista della Rai.

Ci sono capitata davanti proprio mentre il conduttore non si premurava di distinguere la contaminazione dei terreni per via delle agromafie dalla “contaminazione” da ogm. Per lui, per gli ospiti e per il pubblico, i due fatti erano coincidenti.

Prima di lanciare l’amo a sterili discussioni, consiglio a chi lo desideri una rinfrescata al concetto di Ogm attraverso una veloce letta a questo articolo.

Davanti all’ennesimo fallimento della Rai come servizio pubblico, invece di lasciare cadere le braccia (come farei forse se fossi teledipendente)  mi sono detta “ma diamo una raddrizzata a questa informazione talebana” attorno al concetto del “ritorno alla natura” come soluzione ai guai dell’umanità.

Nella stessa trasmissione veniva intervistato sulla contaminazione dei suoli un rappresentante del Corpo Forestale di Napoli che sostanzialmente diceva: “gli analisti investigatori, indagando sui siti contaminati deducono che non c’è un’unica regia, ma un unico fenomeno generale e trasversale protrattosi nel tempo, in forza del quale una pluralità di soggetti diversi, anche con il coinvolgimento della criminalità organizzata, ha smaltito illegalmente sul territorio ogni sorta di rifiuti speciali o interrandoli o sversandoli nelle falde acquifere… “

La trasmissione confermava la cosa con un approfondimento mirato sul recente dossier Eurispes / Coldiretti che segnala la conversione delle mafie dal business ambientale a quello agroalimentare. Nel lancio di tale dossier viene riportato

Il reinvestimento dei proventi illeciti anche nel settore dell’agroalimentare, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente come l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari, ma anche mediante l’attuazione di pratiche estorsive, imponendo l’assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, costringendo gli operatori del settore ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando poi i prezzi di vendita.  I risultati conseguiti dalle Forze di Polizia evidenziano come l’intero comparto agroalimentare sia caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva.

Dalla Terra dei fuochi in Campania ai territori ex-industriali della Val Bormida in Liguria, ben 725.000 ettari in Italia risultano gravemente inquinati. Inquinati da percolati però, non da ogm.

Ma in studio il dibattito si è animato attorno a un unico punto di domanda: “Abbiamo il diritto di sapere ciò che mangiamo, quindi fateci sapere quanti ogm nascosti ci sono nel cibo commercializzato”.

È stato sottolineato che in Piemonte un’ordinanza ha impedito ed estirpato le coltivazioni ogm e che bisogna aumentare la vigilanza per scovare se “… nelle maglie… si sia infilato ciò che i consumatori non vogliono” (nella fumosità del linguaggio utilizzato c’è tutta la sostanza di questo punto di vista). Gli ogm sono questo pericolo. Certo, in assenza di chiarezza, di ricerca pubblica e di informazione, il consumatore si astiene. A me basterebbe vederci più chiaro, invece, e avere a disposizione regole, etichettature, controlli e pene ufficializzati e garantiti, per poi scegliere in piena autonomia cosa portare in tavola.

Mentre le voci autorevoli fuori campo trattavano di un tema importante come le agromafie, in diretta tv ci si dibatteva, è il caso di dirlo, su un piano terra-terra:

– Avete notato quanta uva senza semi ai supermercati!

– Brrr…

Eh già, ma esistono qualità di uva senza semi, leggete per esempio Bressanini.

– Io faccio da sola il pane in casa, è così buono ed economico…

Io no. Non ne ho il tempo, sto fuori casa undici ore al giorno. È vero che la macchinetta elettrica che sta prendendo polvere sotto al microonde può lavorare da sé e anche di notte, solo che poi il pane che produce è troppo, non lo consumiamo mai tutto subito e si indurisce. Non facendolo spesso, poi, la farina invecchia e va buttata. Pertanto compro il lavoro del panettiere ed evito lo spreco alimentare.

E comunque, cosa c’entra il pane fatto in casa con il percolato di origine mafiosa nei terreni coltivati?

In sostanza, Ambiente Italia ha condotto un dibattito monocolore su temi quali l’auspicio che le generazioni future si ritrovino in campagna a coltivare i campi. Sottolineando che negli anni della crisi si sia registrato il picco di occupazione dei  giovani nell’agricoltura (anche la filiera del fotovoltaico non era messa male ma poi…, beh magari ne parlo un’altra volta).

Diciamolo ai giovani in piazza a Porta Pia, allora, quelli che chiedono casa e reddito garantito, spieghiamo loro che hanno sbagliato ministero e si dovrebbero spostare di un paio di chilometri, davanti al MIPAAF.

D’altra parte, secondo la stessa Coldiretti,

Le produzioni biologiche sono le manifestazioni più evidenti di un nuovo modo di fare agricoltura, più attento ai possibili effetti negativi sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.

Possiamo definire l’agricoltura biologica come “quell’insieme di tecniche agronomiche fondate sulle naturali interazioni tra organismi viventi, pedoclima e azione dell’uomo e che escludono l’impiego di prodotti chimici di sintesi.”

Si tratta di un sistema produttivo spesso assai sofisticato, che mette al primo posto non la produzione fine a se stessa (produrre più possibile), ma la produttività nella salvaguardia della salute dell’uomo e dell’ambiente in cui vive.

Nata ad inizio secolo più con connotati filosofici e ideali che come tecnica agronomica a se stante, l’agricoltura biologica è passata in questi ultimi anni da fenomeno d’élite a movimento di massa: sono sempre di più gli agricoltori che scelgono questo modello produttivo per le loro aziende

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A me la coincidenza con Jodorowsky torna di nuovo in mente considerando l’origine del bio come fenomeno d’élite:

Bisogna fare mestieri sconosciuti, che non abbiano a che vedere con la vita materiale ma che producano nuovi stati di coscienza.

che poi diventa movimento di massa,

Noi manodopera, invece di continuare a essere sfruttati dai ricchi, dobbiamo scoprire come sfruttarli a nostra volta, naturalmente senza derubarli. Dobbiamo creare nuovi bisogni ai ricchi.

quando la massa però non è uniformemente dotata della possibilità di accedervi e ambisce più alla produzione che al consumo. Inoltre, con quel che costa praticare l’agricoltura biologica, è necessario che almeno i prodotti si possano fregiare di un riconoscimento che li nobiliti (un brand, è stato detto, un DOC, un DOP, almeno un IGP) e magari di un packaging seducente che li rendano appetibili ai più abbienti (memento il costo dei fagiolini di Berlusconi)

I poveri continueranno a mangiare Junk food, finché, chissà, in presenza di alternative più sane ed economiche cambieranno volentieri abitudini. E non mi riferisco necessariamente all’adesione al credo biologico.

Se conducessi una trasmissione come quella, inviterei in studio a dibattere parlamentari e scienziati, oltre agli ambientalisti. E proporrei di trattare di come rafforzare indagini e dissuasioni dell’inquinamento e dei  traffici illeciti, di come dotare l’agricoltura di incentivi, e finanziare la ricerca pubblica per l’innovazione.

Lasciare gli ogm nelle mani delle multinazionali, che la ricerca possono pagarla e darne l’interpretazione che vogliono, senza smentite, ci rende giustamente diffidenti e chiusi. Siamo globalizzati ormai, indietro non si torna. Le sementi ogm esistono (da sempre), non sarebbe i caso di imparare a utilizzarle bene? Il bio, per quanto in alcuni casi meritorio, ha numeri e possibilità di diffusione piccoli, piccolissimi. Mentre la popolazione umana continua a crescere a ritmi vertiginosi.

Quindi, per far sì che il ritorno del lavoro nei campi non sia accomunato al mestiere dell’ Addolcitore di vuoti o al Correttore di ombre, o alla paradossale altra invenzione di Jodorowsky, il Biologo fantastico, inventore di corpi,  si deve mettere in grado chi voglia e possa fare questa scelta di dire, a chi propone un ritorno al passato, “no grazie, ma per come lavorerò io, questo sarà un mestiere nuovo”.

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Uno alla volta e non spingete

26 febbraio 2013

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pizza connection.

Roma è grande e piena di gente. Ne incontro e mi ci scontro di continuo. Col tempo il civis romanus sviluppa una corazza che lo protegge dall’agorafobia. Oggi però è dura.

“Con tutti i voti che ha avuto, nessuno che ammetta di averlo votato. Ci hai fatto caso?” Questa affermazione mi disturba quanto un déjà vu. Ho capito, siamo tutti stanchi, ma ora che i numeri sono definitivi, basta, vi prego, con i chiacchiericci sterili.

Avrei scommesso da mesi sull’alternanza col centrosinistra. Così quasi tutti i suoi votanti, che (salvo qualche eccezione) in quest’ora tremenda, tengono i toni bassi. Chi per pudore, chi per rassegnazione, chi forse pensando di aver fatto una cazzata, o pregando che adesso i fatti lo convincano del contrario. Ma c’è qualcuno che proprio non si contiene, ed è l’elettore 5 stelle che grida al mondo: “Io ho votato Grillo”. Nomini Grillo, e io capisco che hai votato l’uomo, il risolutore degli sfaceli italici. Ma almeno distingui tra il front man e il movimento che rappresenta? Mica sempre. Tieni ben presente che il movimento senza leader richiede una dedizione personale alla causa? Sei pronto a darti da fare, oppure ti rintanerai tra poco a criticare da lontano? Avanti col programma allora?

Stamattina il mio pc stentava ad accendersi. Poveretto. È sempre più vecchio, e non era la prima volta: ero pronta a schiacciare a lungo il tasto dello spegnimento e vedere lo schermo diventare nero, durante l’emissione di un rantolo metallico. Stavo per mettere la giusta pressione sul ditino già correttamente posizionato, quando mi sono guardata attorno e ho notato le strane forme assunte dalle mie colleghe: ciascuna di loro assomigliava a un diverso tecnico dell’assistenza. Ah, sì. Non sono stata a domandarmi se fosse corretto nei confronti delle ragazze, peraltro in altre faccende affaccendate. Ho acchiappato un tecnico per il braccio e l’ho tirato verso il corpicciolo esanime sulla mia scrivania.

– Anche questo. Ahi ahi ahi.

– Perché? Cos’è? Cos’ha? È grave?

– Dicevo io che prima o poi ce li saremmo fatti tutti.

– È un virus?

– No, è il nuovo programma di controllo da remoto che trova difficoltà a installarsi su alcuni pc. (Ti credo, il mio è anarchico)

– E, ehm, come si risolve?

– Hai fatto colazione?

– Sì grazie. Ma posso andare a prendere un caffé.

–  La colazione è il pasto più importante della giornata.

– Già, lo so. Grazie comunque di avermelo ricordato. A tra poco.

Così mi sono allontanata, lasciando il paziente in mani competenti.

Il freddo mi ha messo una gran fame, ma fame vera. Alle dieci già pensavo al pranzo. Immaginavo qualcosa di succoso e saporito. Che ne so, un’arista arrosto con patate. Con contorno di cicoria ripassata e abbondante pane fresco di forno per fare la scarpetta nel soffritto. Ah, il cibo invernale. In questo la stagione è insuperabile. Mio padre, poi, mi rimprovera di essere troppo dimagrita. Non ignorerò questi miei desideri alimentari, per dimostrargli che apprezzo che si preoccupi per me.

– Sono tornata. Risolto?

– Fatto. Il computer è a posto. D’ora in poi dovrai solo aspettare una ventina di minuti dopo l’avvio. Ma… Cos’hai comprato? Fai vedere.

– Salamini e grissini. Il distributore non offriva altro. Non mi andavano le merende farcite.

– Ti rendi conto?

Il ragazzetto, lo devo dire, è un tipo a modo. Mi ha dato la sua opinione non richiesta con gran tatto. Invece di aggrottare la fronte, l’ha distesa. Invece di alzare la voce, ha sussurrato. Invece di imbronciarsi, mi ha sorriso. Davvero, ha usato molto tatto.

– Questo salame… Si vede a occhio nudo che è pieno di grasso. Vedamo cosa dice l’etichetta…

– E allora? Ne mangio così poco. Ciascun bastoncino è più piccolo di un mio dito mignolo.

Limitare proteine e grassi animali  giova molto alla salute dell’individuo adulto.

– Va bene, però io in genere non mangio molta carne, è solo un periodo che… Apro i grissini, guarda. Ne vuoi uno?

– Per carità.

– Neanche i grissini mangi?

– Chissà quanti grassi nascosti.

Prendo una pausa per ispezionarlo da vicino. Non ha un accenno di pancetta, d’altra parte è qui con un contratto da interinale in eterno rinnovo. Dubito che possa permettersi pranzi o cene luculliani.

– Non sarai mica a dieta?

– Nooo… – La quantità di chiostra dentaria visibile era ancora aumentata.

– E allora mangia. E lascia mangiare.

– Non sono a dieta, però cerco di stare attento. Io mangio solo cibo biologico.

– Apperò.

– Ti faccio u-un’altra do- domanda. – Iniziavo a balbettare, segno che l’alterazione stava andando fuori controllo.

– Hai fatto di recente delle analisi?

– Certo.

– E come stai?

– Benissimo.

A quel punto ho pensato a mio padre, che era ancora alla mia portata, sullo scaffale del pensiero precedente.

Mio padre manda spesso in giro queste mail-catena-di-santantonio, nelle quali ci sono scritte cose come “Sorridi almeno una volta al giorno” “Fai pensieri positivi” “Augura di cuore una buona giornata anche al tuo peggior nemico”. E che di solito si concludono con “E adesso invia a tutte le persone che conosci questa mail, così si realizzeranno tutti i tuoi desideri”. Ho pensato alla frase sul sorriso, tralasciando volutamente il resto. E ho sorriso, in qualche modo. Così, per provare.

– Allora sappi che non fa male di tanto in tanto strapazzare l’organismo con una bella botta al fegato: lo tieni in allenamento e si mantiene sveglio e pronto contro le aggressioni esterne.

– Guarda che anche io mangio schifezze. Poco fa per esempio ho mangiato un cornetto, più schifezza di così.

L’ho guardato.

– Schifezza. Il cornetto fresco. Fragrante. Appena uscito dal forno.

– Eh, sì. Tutto pieno di strutto e di chissà cos’altro. Però lo mangio, sai.

Ho sospirato, ma ero tornata inspiegabilmente calma. Sull’ultimo refolo planato fuori da me ho detto:

– Ridendo e scherzando è così che si finisce a votare Grillo.

– Io l’ho votato infatti.

– L’avevo indovinato.

Il computer adesso funzionava. E lui, andando via, mi aveva promesso di farmi provare certe salsiccette di tofu che fa un amico suo che ha un alimentari biologico e che lui ci fa spesso la spesa, ma solo perché l’amico suo, proprio perché suo amico, gli fa dei prezzi buoni.

Ha un’aria da agnellino e la sua mente formula solo pensieri buoni, che si riversano in timide frasi dal significato lapidario e in allegri giudizi trancianti. Mi fa sentire una pecorella smarrita da ricondurre a un giusto, sano, biologico, infallibile, ovile.

Ma il computer era ancora vivo, era un dato di fatto.

E il tecnico, è triste doverlo ancora definire un ragazzetto. Lo sarà stato ai tempi dei primi rinnovi contrattuali. Ormai le rughe sul suo viso denunciano che sia vicino alla quarantina. E alla sua età ancora non ha un lavoro fisso, né prospettive certe di una qualche stabilità.

Per motivi come questo io, almeno, per l’ingovernabilità, per i rischi che corriamo, non me la prendo tanto con loro, coi grillini (anche se non concordo sui contenuti, e sono dubbiosa riguardo al metodo) quanto con gli altri due “vincitori”, di uno dei quali sono pur sempre un’elettrice. Sono loro che hanno dato vita a questa legge elettorale, che non hanno mai risolto il conflitto di interessi, loro che sul più bello si sono lavati le mani di tutto e hanno consegnato l’Italia ad un governo tecnico euroguidato.

E da domani, basta, vi prego, con i chiacchiericci sterili. Diamoci una mano tra noi e mettiamoci al lavoro. In un verso o in un altro qualcosa deve cambiare.

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Stringi stringi, una sola risposta conta

24 novembre 2012

Daniele Silvestri è amico di un mio amico e quindi, secondo la mia filosofia, è anche mio amico. Lui ancora non lo sa. È grande, Daniele, un grande, sensibile, abile poeta e musicista. Fa concerti nei quali dal palco chiama in causa gli abitanti della città in cui si trova, incita la gente a esprimersi, a sollevare i problemi, a parlare di soluzioni.

Daniele caro, ti devo spiegare una cosa.

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Sono arrivate le risposte dei candidati del PD alle primarie alle sei domande della scorsa settimana e si trovano pubblicate sul sito de Le Scienze. Ora, voglia di votare ormai anch’io ce n’ho pochina. Ma anche a-Vendola, la situazione è piuttosto sconfortante. Questa dirigenza pare la replica di quella che andò al Governo nel 2006. Ancora mi brucia personalmente la delusione di tanta impreparazione.

Nel campo delle scienze, il candidato segnalato da Daniele ha dato risposte così-così. Questo sarebbe l’uomo nuovo? Porca miseria, giusto per limitarmi a un campo che conosco, ecco QUI la sua risposta alla domanda “Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?” Vendola pensa ad “un futuro esclusivamente rinnovabile”. Però bisogna considerare che:

1) “Rinnovabile” non è una parola magica. Ricordo che in Italia, grazie all’incentivazione scriteriata del solo fotovoltaico, attualmente dobbiamo gestire un surplus di produzione di energia elettrica –tra l’altro uno degli squilibri causati consiste nel fallimento delle tariffe biorarie-. Sempre per limitarmi al solo fotovoltaico, ricordo anche che non è un’energia poi così “verde”, visto il ciclo produzione/smaltimento dei pannelli in silicio, che non ha portato altro beneficio che all’economia dei produttori cinesi, i quali si sono anche svuotati i magazzini delle scorte obsolete, che peserà sulle nostre bollette per altri vent’anni almeno, che, con l’improvvisa riduzione degli incentivi, ha causato un danno enorme all’unico settore imprenditoriale che aveva illusoriamente resistito alla crisi e fatto perdere migliaia di posti di lavoro – leggi “pane a bocche da sfamare”, quante ne conosco -, in pochissimi mesi.

2) Non è ipotizzabile quando avverrà l’esaurimento dei giacimenti di greggio, visto che ne vengono ancora scoperti di nuovi, in giro per il mondo e che i quantitativi di energia necessari a sostenere la crescita mondiale (previsti nel mondo, nei prossimi 20 anni, l’aumento di circa 3 miliardi di “consumatori medi”, cioè che arrivano ad un livello di reddito tale che iniziano a consumare come gli occidentali) non sono assolutamente richiedibili all’utilizzo delle sole fonti rinnovabili (e assimilate, come la cogenerazione, come ricorda giustamente Vendola). Quindi, giocoforza, bisognerà confrontarsi ancora a lungo con gli idrocarburi. E poi, l’Italia può comportarsi autarchicamente perché è in controtendenza, perché qui ci sono meno nascite che morti? Sì, d’accordo, questo in teoria, ma se ci guardiamo attorno è inutile negare che ormai il melting pot è già qui, ora, e che l’aumento della popolazione causata dalle nuove migrazioni è una tendenza irreversibile. Che il problema va affrontato adesso.

Pensare all’Italia come un sistema chiuso è una visione miope, il nostro paese vive all’interno di un’economia globalizzata, che ci piaccia o no, e con le strategie energetiche degli altri paesi dobbiamo, volenti o nolenti imparare a misurarci e a fare i conti.

[Il ricorso agli incentivi (comunque elemento chiave in un paese come il nostro per dare l’avvio a cicli virtuosi, utili al vero cambiamento sociale) potrebbe essere meglio affrontato, ad esempio, con un occhio alle nuove teorie economiche circolanti, come quella del “nudge”, “un metodo scarsamente invasivo ma efficace, che ha poco a che fare con l’introduzione di incentivi monetari” … “che fa leva su alcuni elementi della psicologia comportamentale umana” (perché “gli esseri umani sono diversi dall’Homo oeconomicus”), ovvero l’indirizzo dato da un governo ai comportamenti dei cittadini, “in modo da migliorare la loro vita, secondo il loro sistema di valori e non quello del governo” (“ognuno deve essere considerato libero di fumare, anche se questo comporterà problemi di salute per il fumatore e maggiori spese mediche a carico della società”). Ad esempio negli Stati Uniti “l’utilizzo di alcuni dispositivi domestici in grado di segnalare visivamente la quantità di energia consumata – e possibilmente anche di collegarsi a internet per confrontare i dati con altri utenti – si è rivelato molto utile per diminuire i consumi”.*]

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un convegno** che ha fatto il punto proprio sulle tematiche energetiche, organizzato da Amici della Terra. Questa è un’associazione ambientalista, sì, ma non come altre in perenne opposizione a tutto. Un’associazione che ha anni di lavoro serio sulle spalle e che ha imparato a coinvolgere nelle discussioni anche gli interlocutori “scomodi”, quelli che con l’ambientalismo di solito fanno a cazzotti. E, quello che conta, portando a casa, anno dopo anno, dei risultati.

Bè, io avrei voluto che le risposte ai sei quesiti fossero più improntate a soluzioni pragmatiche, ma percorribili, come quelle che erano offerte all’ascolto di chiunque avesse presenziato insieme a me al convegno (che poi, era a partecipazione gratuita), piuttosto che a facili dichiarazioni populiste. Avrei voluto che fosse detto, rispetto al problema globale dell’aumento della popolazione, problema che coinvolge anche l’Italia, che del mondo è parte e non può stare solo a guardare il proprio ombelico -una strategia che storicamente non paga-, che fosse detto che le nuove strategie devono prevedere, prima di qualsiasi altro intervento, il ricorso:

1) all’efficienza energetica degli edifici

2) all’aumento della produzione agricola su larga scala

Dalla relazione di Alberto Marchi – McKinsey & Company: “Efficienza energetica, leva fondamentale per la crescita economica sostenibile a livello nazionale e globale”.

Che queste strategie, che oggi ci possono apparire difficili da perseguire, da un lato perché per fare efficienza (quindi diminuire effettivamente il ricorso all’apporto dell’inquinante, e distorsiva per il mercato, energia da idrocarburi), per la complessità delle operazioni, occorre investire capitali che non si trovano nelle tasche di chiunque, dall’altro lato perché la produzione agricola può aumentare solo ricorrendo alla coltivazione degli Ogm, possono portare a scelte vincenti di politica economica e sociale dei Governi solo e soltanto restituendo, con urgenza, dignità e fondi alla ricerca scientifica.

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Giacomo Lariccia– Povera Italia

http://fugadeitalenti.wordpress.com/

 (grazie a Bianca per la segnalazione)

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*) Emanuele Campiglio, L’economia buona – ed. Bruno Mondadori, 2012

**) Se avete un po’ di tempo e voglia (voglia di trasgressione vera, porcapupattola), fatevi un giro tra gli interventi dei relatori intervenuti alla “Quarta conferenza nazionale sull’efficienza energetica”. A scanso di equivoci: non è come hanno scritto, ho contratto e paga da metalmeccanico e, come?… No, per il momento ancora non mi candido.

Il cane serve a prendere il coniglio?

16 ottobre 2012

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Questo era Michele Serra, quando lo attaccavo al muro della mia cameretta e lo eleggevo a mugugnatore di riferimento. In questo caso indignatissimo per la vicenda Gladio, trasudava vendetta a nome di tutti quelli ancora puri di Cuore e di ideali che ci ritenevamo noi sinistrorsi giunti al termine degli anni ottanta col fiatone.

E oggi non posso fare a meno di soffrire (e reagire, a volte) ogni qualvolta mi giunge notizia di un suo nuovo exploit nel quale non solo non mi riconosco, ma stento a riconoscere anche lui (ma non per questo smetterò di volergli bene in nome dei tempi andati, se non altro). Ormai si imbarca di frequente in crociate in favore del ritorno alla natura benigna di una volta ed eccolto colto sul fatto da un nuovo post di Antonio Pascale.

[Lui è un altro che ha fatto delle sterzate eclatanti nel corso della sua carriera. Insomma, per dire che non parto prevenuta verso chi ha il coraggio di intraprendere altre strade. A me Pascale piaceva tanto come narratore ma, che farci? Ognuno evolve come più gli si confà. E, inoltre, qui il compito che si è dato ultimamente, il pensatore, digeritore, divulgatore di visioni oneste sul tema che conosce bene, l’agricoltura, lo svolge con tanta testardaggine e onestà che io lo ammiro. Di questi tempi, tempi di caccia alle streghe, si immola con effetti finali così drammatici (vedi gli scontri che seguono i suoi post, articoli e libri)  che dà l’idea di aver traslato la sua vocazione narrativa dalla carta stampata alla vita vera.]

A lui l’onore di avermi resa leggera la digestione del fatto che non esiste più il Serra di una volta. E di aver ideato la metafora del cane e del coniglio (e della incidentale evocazione di Piero Angela).

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PS. Il mio balcone fa veramente schifo, tutti i miei tentativi di coltivare verdure o frutta sono andati a farsi fottere. Ci ho rinunciato. Ma non prima di aver usato generosamente il verderame.

Supecalifragilisticespiralidoso, no

23 settembre 2012

Io la mia opinione ce l’ho. Ho solo un paio di problemi a esporla:

1) In un caso come questo sono consapevole di essere una semplice fruitrice di informazioni. Una che legge, valuta e infine sceglie. E figuriamoci se mi arrischio ad entrare in un dibattito più grande di me. Tutt’al più posso azzardare un’opinione. L’ennesima. Della quale il mondo, ci mancherebbe, non sente alcuna necessità.

2) Ho difficoltà a considerare la figura del blogger come quella di un oracolo. Insomma, c’è blog e blog. E ho idea che il lettore medio non se ne renda sempre conto. Per me il lettore medio è un po’ come un bambino (nell’accezione più bonaria del termine). Talvolta in altri blog -migliori del mio, s’intende- leggo apprezzamenti ad affermazioni pubblicate, che sfiorano l’atto di fede.

Roma / Lazio, Juve / Milan, capitalisti / marxisti, innocentisti / colpevolisti, credenti / non credenti, scapoli / ammogliati, con figli / senza figli (segnatela questa, che poi ci ritorno). Pro OGM / contro OGM. Uffa.

Perdonami la semplificazione (ma semplificare è necessario, in certi casi), prendo a prestito da Luisa Carrada il seguente pentalogo:

1. Comincio dall’inizio

Non dare per scontata alcuna conoscenza pregressa. Perché i bambini dovrebbero conoscere l’origine di una guerra che dura da 30 anni?

In principio c’erano gli ominidi. I quali non svilupparono il loro cervello a sufficienza per poter assurgere a padroni del pianeta finché non iniziarono a mangiare carne. La carne viene dagli animali. Gli animali per vivere devono mangiare. L’agricoltura fornisce il cibo per gli animali.

2. Mi metto nei panni del lettore

A chi dovranno a loro volta raccontare? Ad altri bambini. Fai riferimento il più possibile alle loro esperienze.

Hai presente tutti quei film catastrofici basati su inondazioni, asteroidi, sbarchi di alieni, guerre devastanti, profezie infallibili, epidemie, sovrappopolazione, carestie, eccetera eccetera? Anche tu vai al cinema pensando che in fondo la fine non è affatto dietro l’angolo? Già, ma la variabile “vaso sulla testa”, quella che ricorda Stefano

[ma sei davvero fuori di testa: non lo sai che il mondo ormai si divide tra riprodotti e non riprodotti, e che i primi sono estremisticamente molto suscettibili, te lo dico per esperienza, e buon per te che mamma m’ha fatta cinica. Esci di casa con circospezione per qualche giorno, ragazzo. In ogni caso, bella battuta]

dove la mettiamo? Sarà mica il caso di ficcare il naso in quegli argomenti che ti propinano i mezzi d’informazione e d’intrattenimento (ormai coincidenti) e provare a farti un’idea autonoma? Che poi, esponendo un’idea tutta tua sai che bella figura ci fai al prossimo aperitivo con gli amici?

 3. Ti racconto una storia

I fatti nudi e crudi sono difficili da assimilare. Non dare mai per scontato che per qualcuno una statistica senza contesto sia interessante.

C’era una volta un bambino africano nato nel 2000. Nel 2040, fortuitamente sopravvissuto alla morte di tutti i suoi cari, viste espropriate di nuovo le terre dov’era nato –stavolta dai cinesi-, emigrato a vent’anni nel ricco e decadente West, fatta accettare al mondo la sua investitura da parte della volontà divina e pertanto venerato urbi et orbi, e quindi compiuto il massacro perfetto, era diventato il signore di tutto il globo terracqueo.

Il suo unico cruccio stava nel fatto che, ormai, non restava quasi più nessuno su cui governare: In Europa e USA, indirizzando bene la rabbia repressa della popolazione dell’ex- terzo mondo, aveva fatto fuori quasi tutti. La gente rimanente per un po’ aveva continuato ad aumentare a dismisura, tanto che il pianeta pareva che sarebbe scoppiato da un momento all’altro.

Poi, tempo una generazione, e la diffusione tra le ex- culture subalterne -e con solo mezzo secolo di ritardo- di un certo pensiero nostalgico che propinava il ritorno ai bei tempi andati, tutte le trame dei film di cui si parlava prima divennero realtà. E lui, poveretto, iniziò nuovamente ad avvertire un certo appetito. Assaggiò uno degli ultimi pomodori che si trovavano in giro e si sorprese a pensare: “Che schifezza. Non ci sono più i pomodori di una volta”, intendendo quelli che si vendevano all’ipermercato mentre era ancora uno squattrinato extracomunitario studente di economia.

4. Falla semplice

Una sola idea per frase. E varia la lunghezza delle frasi.

Mangiare bere uomo donna

Togli il primo verbo (toh, va’, anche il secondo), e crolla tutto il resto. Mi dici niente.

Ah, non t’importa perché ci vorrà tempo per capire come andrà a finire e tu comunque non hai figli? Immagina che i progressi nella medicina ti renderanno longevo e arzillo al pari di Andreotti e del Berlusca (aspettativa di vita di circa 200 anni). Ah-ah.

 

5. Non banalizzare il lessico

Per imparare le parole lunghe bisogna ascoltarle. Basta non metterne troppe in una sola frase.

Supercalifragilisticespiralidoso lo devo cassare. Mi resta da dire: Leggi qui.

Rita Pavone – Viva la pappa col pomodoro

 

Catene elastiche: Quando di prudenza ce n’è già abbastanza (non è una recensione bensì un controproverbio)

15 giugno 2012

Il pesante cancello elettrico videosorvegliato si è aperto lentamente, ringhiando e cigolando, e dal fondo buio del gabbiotto dell’ascensore sono emersa io col casco già sulla testa, la schiena bella dritta e negli occhi la piena fiducia nel nuovo giorno che andavo ad affrontare. Con poche e agili mosse, compiute ormai a memoria, mentre con lo sguardo studiavo come affrontare il traffico in funzione del ritmo del semaforo, ho dischiuso il mio cavallo meccanico. Sono saltata in sella, messa la lancia in resta e ho dato un bell’affondo sul pedale. La bici è avanzata in folle – ’Azz…- e il piede è scivolato avanti facendomi saltellare. Naaa… era uscita la catena.

Mai rimessa in sede una catena in vita mia prima di oggi. Confesso che sulle prime mi sono sentita un po’ persa. Certo, dato l’incipit di poco prima mi toccava mantenere il punto. E così: via, ho iniziato a operare (con un fazzolettino sulle ginocchia pronto all’occorrenza). Ho accompagnato con circospezione un paio di maglie sulla ruota dentata e mi sono accorta subito che la catena era molto corta. Per non rovinare la bici con le mie manovre maldestre stavo considerando l’idea di lasciarla lì, ben legata nei pressi della fermata, ma poi mi sono chiesta: possibile che fino a poco prima la catena si arrotolasse tutta intorno e adesso invece mi sembri tanto breve? Allora ho osato appena un po’: le ho dato una tiratina e quella, “miracolosamente” (per me che lo ignoravo), mi ha seguita, finché non si è avvolta tutta attorno alla corona. E sono potuta finalmente salire in sella e partire.

Ignorante e prevenuta. Così mi sono sentita, quando ho capito che nel 2012 l’esistenza di catene elastiche fosse il minimo da aspettarsi da parte di un settore tecnologicamente avanzato come quello del ciclismo. E mi sono accorta anche di essere rimasta ferma all’affascinante immagine del velocipede come appannaggio di romantici Don Chisciotte all’assalto del traffico cittadino.

Piero Ciampi – Don Chisciotte

Poco male, in fondo ho rimediato col ricorso ad una solida fiducia, se non proprio nel progresso, almeno nelle mie capacità. Oh, anche queste sono conquiste. Una come me mica nasce così convinta, è solo che, se vinci qualche battaglia, poi è facile che creda di poterti aggiudicare anche la guerra. Guai a dubitarne, sarebbe sicuramente la disfatta.

Che poi un’oretta prima, appena alzata, me ne era venuta subito incontro un’altra, di battaglia. Il fatto è che, mentre inzuppavo biscotti dentro al thé, ho letto la cronaca straziante di un padre costretto a uccidere i suoi figli. O forse peggio, costretto, in obbedienza alle disposizioni di uno Stato, alle quali deve pur sempre sottostare, a uccidere i propri figli e insieme il futuro dei figli di tutti gli altri:

“Mentre ci dirigiamo verso l’appezzamento, Rugini viene fermato dai colleghi, che lo salutano con quell’aria imbarazzata che in genere si riserva a chi sta affrontando un lutto. […]La speranza è che qualcosa possa cambiare, che qualcuno possa intervenire all’ultimo momento, che l’appello produca qualche risultato, che il Medioevo prossimo venturo rinunci ad arrivare. Ma intanto è visibilmente scosso”.

Richiama alla mente un po’ Abramo e Isacco, un po’ La scelta di Sophie, grandi tragedie è vero ma a ripercorrerle non c’è gloria. Fa pure bene il Presidente dell’ANBI a commentare: “ci rattrista l’assoluta distanza fra il mondo della politica e quello della ricerca e della società civile, che invece si è tempestivamente mobilitata per scongiurare un vero e proprio attacco al futuro della ricerca nel nostro paese”.

Solo che, secondo me, Uno: La società civile avrebbe potuto essere più incisiva, mille firme (più la mia) sotto una petizione non sono molte. Il punto è che le persone di questi argomenti non ne sono informate. Ne sono solo terrorizzate. D’accordo: questo è il popolo, baby. E allora, Due: Perché non si mobilita almeno la comunità scientifica? Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (tra gli scenziati e ricercatori italiani che lavorano in Italia e figurano negli elenchi dei ricercatori più citati al mondo nella letteratura scientifica, fondatori della ONLUS “Gruppo 2003 per la Ricerca Scientifica”), citati da Antonio Pascale*  additano esplicitamente (e con tristezza) “il cronico asservimento di molte istituzioni scientifiche al mondo della politica”.

– Aspetta, aspetta. Parliamone.

– Ué! Mi hai spaventato, demone.

– Mi risveglio solo quando l’argomento lo merita.

– Grazie tante. Di cosa vorresti parlare?

– Del fatto che fino a poco tempo fa saresti stata sicuramente dall’altra parte della barricata, e in ottima compagnia: con tutte le tue amiche ecologiste radicali, con tutti i movimenti d’opinione rappresentati da questo o quel personaggio noto, con buona parte della sinistra progressista che ultimamente tenta di accorciare il vantaggio della destra sul piano del populismo. Oppure del fatto che la prima volta che hai votato è stato al referendum contro il nucleare o che nella tua cucina troneggiano i prodotti Viviverde della Coop.

– Demone,

– Francesca.

– …,

– ??

– Innanzitutto a me non fanno più paura gli OGM da quando ho smesso di cercare figli. Prima attuavo una forma di cautela, di prevenzione-prevenuta, è vero. Ma da quando ho constatato che anche le catene della paura hanno proprietà elastiche, mi sono guardata attorno e riconosciuto la realtà dei fatti. E poi la mia discendenza è in parte culturalmente, in parte geneticamente modificata. E poi, ancora, io sono di sinistra.

– Belle argomentazioni tranne l’ultima.

– Ci sarà un tempo in cui…

– Beata te.

– Allora arrenditi.

– Che m’importa? Io sono un demone.

– Io no, quindi mettiti da parte e lasciami fare.

– Accomodati pure, io schiaccio un pisolino.

– Sì, sì. Adesso però, considera le percentuali di condivisione della catena del DNA umano con quelle di altre specie:

Scimpanzé: 98%

Topo: 90%

Gallina: 89,2%

Banano: 50%

Archeobatterio (ok, non so cosa sia): 19,8%

In Pane e Pace sono contenute alcune elaborazioni grafiche, molto esplicative, della correlazione genetica esistente tra gli organismi terrestri, ricostruita a partire dalle teorie di Darwin: una relazione genealogica che può essere rappresentata come un albero evolutivo conosciuto come l’albero della vita.

Io non sono biologa, né agronoma, né entomologa, né chimica. Non rappresento alcuna categoria di tecnici o studiosi con voce in capitolo in questa materia complessa. Abbraccio solo la tesi secondo la quale, invece di lanciarsi nella caccia alle streghe, sarebbe meglio che ciascuno si facesse un’opinione basata su dati certi, o almeno, che lasci spazio al dubbio. C’è in ballo la sopravvivenza della specie! Mi capisci sì o no, demone? Demone?

 – Ronf… Ronf… Ronf…

*) Antonio Pascale: Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico. Ed. Chiarelettere, 2012


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