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Stringi stringi, una sola risposta conta

24 novembre 2012

Daniele Silvestri è amico di un mio amico e quindi, secondo la mia filosofia, è anche mio amico. Lui ancora non lo sa. È grande, Daniele, un grande, sensibile, abile poeta e musicista. Fa concerti nei quali dal palco chiama in causa gli abitanti della città in cui si trova, incita la gente a esprimersi, a sollevare i problemi, a parlare di soluzioni.

Daniele caro, ti devo spiegare una cosa.

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Sono arrivate le risposte dei candidati del PD alle primarie alle sei domande della scorsa settimana e si trovano pubblicate sul sito de Le Scienze. Ora, voglia di votare ormai anch’io ce n’ho pochina. Ma anche a-Vendola, la situazione è piuttosto sconfortante. Questa dirigenza pare la replica di quella che andò al Governo nel 2006. Ancora mi brucia personalmente la delusione di tanta impreparazione.

Nel campo delle scienze, il candidato segnalato da Daniele ha dato risposte così-così. Questo sarebbe l’uomo nuovo? Porca miseria, giusto per limitarmi a un campo che conosco, ecco QUI la sua risposta alla domanda “Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?” Vendola pensa ad “un futuro esclusivamente rinnovabile”. Però bisogna considerare che:

1) “Rinnovabile” non è una parola magica. Ricordo che in Italia, grazie all’incentivazione scriteriata del solo fotovoltaico, attualmente dobbiamo gestire un surplus di produzione di energia elettrica –tra l’altro uno degli squilibri causati consiste nel fallimento delle tariffe biorarie-. Sempre per limitarmi al solo fotovoltaico, ricordo anche che non è un’energia poi così “verde”, visto il ciclo produzione/smaltimento dei pannelli in silicio, che non ha portato altro beneficio che all’economia dei produttori cinesi, i quali si sono anche svuotati i magazzini delle scorte obsolete, che peserà sulle nostre bollette per altri vent’anni almeno, che, con l’improvvisa riduzione degli incentivi, ha causato un danno enorme all’unico settore imprenditoriale che aveva illusoriamente resistito alla crisi e fatto perdere migliaia di posti di lavoro – leggi “pane a bocche da sfamare”, quante ne conosco -, in pochissimi mesi.

2) Non è ipotizzabile quando avverrà l’esaurimento dei giacimenti di greggio, visto che ne vengono ancora scoperti di nuovi, in giro per il mondo e che i quantitativi di energia necessari a sostenere la crescita mondiale (previsti nel mondo, nei prossimi 20 anni, l’aumento di circa 3 miliardi di “consumatori medi”, cioè che arrivano ad un livello di reddito tale che iniziano a consumare come gli occidentali) non sono assolutamente richiedibili all’utilizzo delle sole fonti rinnovabili (e assimilate, come la cogenerazione, come ricorda giustamente Vendola). Quindi, giocoforza, bisognerà confrontarsi ancora a lungo con gli idrocarburi. E poi, l’Italia può comportarsi autarchicamente perché è in controtendenza, perché qui ci sono meno nascite che morti? Sì, d’accordo, questo in teoria, ma se ci guardiamo attorno è inutile negare che ormai il melting pot è già qui, ora, e che l’aumento della popolazione causata dalle nuove migrazioni è una tendenza irreversibile. Che il problema va affrontato adesso.

Pensare all’Italia come un sistema chiuso è una visione miope, il nostro paese vive all’interno di un’economia globalizzata, che ci piaccia o no, e con le strategie energetiche degli altri paesi dobbiamo, volenti o nolenti imparare a misurarci e a fare i conti.

[Il ricorso agli incentivi (comunque elemento chiave in un paese come il nostro per dare l’avvio a cicli virtuosi, utili al vero cambiamento sociale) potrebbe essere meglio affrontato, ad esempio, con un occhio alle nuove teorie economiche circolanti, come quella del “nudge”, “un metodo scarsamente invasivo ma efficace, che ha poco a che fare con l’introduzione di incentivi monetari” … “che fa leva su alcuni elementi della psicologia comportamentale umana” (perché “gli esseri umani sono diversi dall’Homo oeconomicus”), ovvero l’indirizzo dato da un governo ai comportamenti dei cittadini, “in modo da migliorare la loro vita, secondo il loro sistema di valori e non quello del governo” (“ognuno deve essere considerato libero di fumare, anche se questo comporterà problemi di salute per il fumatore e maggiori spese mediche a carico della società”). Ad esempio negli Stati Uniti “l’utilizzo di alcuni dispositivi domestici in grado di segnalare visivamente la quantità di energia consumata – e possibilmente anche di collegarsi a internet per confrontare i dati con altri utenti – si è rivelato molto utile per diminuire i consumi”.*]

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un convegno** che ha fatto il punto proprio sulle tematiche energetiche, organizzato da Amici della Terra. Questa è un’associazione ambientalista, sì, ma non come altre in perenne opposizione a tutto. Un’associazione che ha anni di lavoro serio sulle spalle e che ha imparato a coinvolgere nelle discussioni anche gli interlocutori “scomodi”, quelli che con l’ambientalismo di solito fanno a cazzotti. E, quello che conta, portando a casa, anno dopo anno, dei risultati.

Bè, io avrei voluto che le risposte ai sei quesiti fossero più improntate a soluzioni pragmatiche, ma percorribili, come quelle che erano offerte all’ascolto di chiunque avesse presenziato insieme a me al convegno (che poi, era a partecipazione gratuita), piuttosto che a facili dichiarazioni populiste. Avrei voluto che fosse detto, rispetto al problema globale dell’aumento della popolazione, problema che coinvolge anche l’Italia, che del mondo è parte e non può stare solo a guardare il proprio ombelico -una strategia che storicamente non paga-, che fosse detto che le nuove strategie devono prevedere, prima di qualsiasi altro intervento, il ricorso:

1) all’efficienza energetica degli edifici

2) all’aumento della produzione agricola su larga scala

Dalla relazione di Alberto Marchi – McKinsey & Company: “Efficienza energetica, leva fondamentale per la crescita economica sostenibile a livello nazionale e globale”.

Che queste strategie, che oggi ci possono apparire difficili da perseguire, da un lato perché per fare efficienza (quindi diminuire effettivamente il ricorso all’apporto dell’inquinante, e distorsiva per il mercato, energia da idrocarburi), per la complessità delle operazioni, occorre investire capitali che non si trovano nelle tasche di chiunque, dall’altro lato perché la produzione agricola può aumentare solo ricorrendo alla coltivazione degli Ogm, possono portare a scelte vincenti di politica economica e sociale dei Governi solo e soltanto restituendo, con urgenza, dignità e fondi alla ricerca scientifica.

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Giacomo Lariccia– Povera Italia

http://fugadeitalenti.wordpress.com/

 (grazie a Bianca per la segnalazione)

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*) Emanuele Campiglio, L’economia buona – ed. Bruno Mondadori, 2012

**) Se avete un po’ di tempo e voglia (voglia di trasgressione vera, porcapupattola), fatevi un giro tra gli interventi dei relatori intervenuti alla “Quarta conferenza nazionale sull’efficienza energetica”. A scanso di equivoci: non è come hanno scritto, ho contratto e paga da metalmeccanico e, come?… No, per il momento ancora non mi candido.

La depressione della Signora e i meriti tardivi del “nobilotto” di Flaubert

11 novembre 2012

L’anno (scolastico) era iniziato male. C’erano certi genitori che si incontravano e si confrontano. E s’interrogavano tra di loro, questi genitori. E a volte finivano a consolarsi, dicendosi l’un l’altro: Ma tanto era così anche ai miei tempi. Intanto i figli comunicavano: “È sciopero bianco”.

“Ok, ma che significa, te l’hanno detto?” “Non ho capito bene, ma oggi la prof è entrata in aula, si è messa alla lavagna, ha spiegato tutto (dovevi vederla, velocissimamente), poi si è seduta e non ci si è più filati.” “E voi non avete fatto niente?” “Sì: un mio compagno ha provato a chiedere Prof, ma perché ve la prendete con noi? Ma lei si è messa a urlare che siamo degli egoisti e cha la pensiamo esattamente come quelli che sono al Governo e così ci siamo stati zitti e ci siamo messi a farci i fatti nostri”.

Ci sono di quei figli che magari fino a ieri erano vissuti letteralmente in un altro pianeta e che non ne sapevano niente della complessa questione della scuola italiana e, in particolare, della situazione del loro liceo. E non erano stati in grado di spiegarsi meglio, così che qualcuno dei loro genitori aveva a loro volta chiesto spiegazioni ad altri insegnanti, magari amici di famiglia. Ma anche da questi – va detto,con toni molto più pacati –  la stessa spiegazione della prof: In Italia sarebbe dimostrato che i risultati vengono solo suscitando l’indignazione degli studenti e dei genitori, convincendoli a schierarsi dalla parte dei professori e ad appoggiare le loro forme di protesta.

E c’era chi tra i genitori, quasi sempre non facente parte del corpo docente, le considerava proteste “estreme”, che di fatto non ottengono né la complicità, né l’esasperazione degli studenti, ma li danneggiano, privandoli pro tempore del loro già infragilito diritto allo studio,e rafforzando invece la loro idea del fatto che andare a scuola sia una perdita di tempo).

Entro pochi giorni la proposta dell’aumento dell’orario di lavoro era stata cassata dalla bozza di Legge di Stabilità, anche se permanevano molti aspetti da chiarire.

“La prof ha detto che in fondo a lei non cambia niente se avrà più classi e lavorerà di più, ci rimetteranno solo i colleghi più giovani che si ritroveranno senza lavoro. Loro intanto continueranno lo sciopero bianco fino a lunedì prossimo.” Allora qualcuno dei genitori, irritato, aveva fatto (guardandosi prima alle spalle, visto mai ci fosse un prof, ancora più rabbioso, in agguato):  “Ma non li leggono i giornali i vostri professori?” “Boh, intanto partecipiamo all’assemblea”.

Usciti dall’assemblea, gli studenti avevano deciso l’occupazione dell’istituto. Durò ventiquattr’ore, l’occupazione, finché arrivò la Polizia e lo sgombero forzato. “Il Preside è uscito dal cancello e ha detto di guardare su internet quando riaprirà l’istituto, perché prima devono fare le operazioni di … igiene… forse, non ho capito bene.” E poi: “Intanto adesso andiamo all’assemblea che hanno organizzato nel piazzale della chiesa. “Allora cercate di farvi spiegare almeno per cosa state protestando.”

Di ritorno capitò che alcuni dei ragazzi riportassero: “Gli studenti più grandi hanno detto che hanno fallito i loro obiettivi” “Quali erano questi obiettivi, si è capito?” E a quegli studenti, gli stessi che fino al giorno prima erano vissuti letteralmente in un altro pianeta, non restò che fare spallucce davanti ai genitori rassegnati.

Poi, per un caso, lo stesso giorno accadde ancora che qualche genitore andasse ad un incontro in libreria con Piero Dorfles, il giornalista, scrittore e conduttore della trasmissione di Rai3 “Per un pugno di libri”, che riprenderà da gennaio: la RAI ancora una volta non ha soldi (e volontà) da destinare alla cultura. Quel genitore non poté astenersi dal commentare a mezza bocca, col vicino di sedia, “Però, sembra così giovanile, mica come in televisione.” “E nemmeno è così abbronzato, in televisione.” Ma poi si dedicò, com’era sua abitudine, all’ascolto critico.

Dorfles era lì per promuovere il suo libro Il ritorno del dinosauro* e, parlando della difesa della cultura, aveva iniziato, guarda un po’, proprio dalla scuola. Dicendo, grosso modo che l’Italia, di fronte alle sfide della modernità può rispondere producendo solo ciò che, in assenza di altro (non abbiamo pozzi di petrolio o altre particolari competenze che ci distinguono in campo internazionale) da tempo immemorabile le aveva procurato un relativo primato in tema di (presunti, si disse il genitore) benessere e felicità: la cultura. Questo fino all’avvento della mediocrità.

A quel punto accadde che quel certo genitore (un’altra sua abitudine, esercitare i propri diritti) fece una domanda scomoda. Chiese a Dorfles che ne pensasse delle proposte del Governo di insufflare fondi privati nelle casse delle scuole pubbliche, no, perché quel genitore non ne poteva più di questuare per i propri figli una formazione culturale all’altezza della fama della scuola italiana e sentirsi rispondere stancamente “Non ci sono soldi”.

Dorfles, sempre press’a poco, rispose così:

Per completare il discorso sulla formazione culturale del cittadino, dovremmo andare a guardare tutti i comparti che si occupano di cultura e conoscenza, e la scuola è il principale. Se la tv non è un granché, e nemmeno la scuola, è perché investiamo molto poco e non abbiamo consapevolezza dell’importanza di quello che c’è dietro. Se la televisione è importante, la scuola lo è anche di più. La scuola dovrebbe garantire consapevolezza e maturità del cittadino, la scuola il cittadino lo costruisce dalle basi. Solo la scuola pubblica può dare a tutti le stesse possibilità e  limitare le differenze sociali, che pure esistono. Il nostro paese si basa sul fatto che esiste la scuola pubblica, come un diritto costituzionale. In passato si sono incoraggiati afflussi di soldi pubblici nelle scuole private, ora si parla dell’ingresso dei capitali privati nella scuola pubblica.

In teoria, l’iniziativa privata non può che migliorare le cose. Ma chi definisce dove vanno a finire le risorse economiche? E perché dovrebbe applicarsi in un posto dove l’unico scopo è garantire a tutti più apertura, socialità, distribuzione della conoscenza? Ho paura che finirebbe come negli Stati Uniti, dove i privati intervengono, sì, soprattutto nelle università ma anche nelle scuole, quelle di classe, ovvero quelle dove si forma la classe dirigente e della quale a un certo punto della vita ci si potrà vantare di essere andati. Chi frequenta le grandi università americane rimane legato per tutta la vita ad un certo ambiente. Esistono delle fondazioni grazie alle quali i migliori studenti vengono presi e forniti di borse di studio sufficienti a studiare e a viaggiare, e probabilmente diventano i migliori studiosi che abbiamo a disposizione, ma rimangono legati a un’istituzione privata. Ecco, io credo che quando la conoscenza è legata a un’istituzione privata, questa è una conoscenza dimezzata.

Un po’ come la televisione e i giornali. Se uno vive della pubblicità, non può parlar male di chi gli ha pagato il programma, perché alla fine la pubblicità viene ritirata. Lo stesso vale per la scuola. Se un ente privato garantisce un finanziamento, chi ha studiato dovrà accettare, non dico una subordinazione, ma anche solo un controllo intellettuale inconscio per cui non potrà non accettare l’appoggio alle aziende che hanno sostenuto i suoi studi.

È una visione paleomarxista? Non lo so, a me sembra che invece sia una visione democratica. In tutto il resto l’intervento dei privati a me va benissimo. Dalla gestione dei restauri a quello delle aiuole pubbliche. Ma non mi va che il privato entri nei processi educativi pubblici, perché sono… “sacri”. Se nza di essi un paese non è un paese democratico. Se iniziamo a erodere questa dimensione di autonomia e democraticità che ha la scuola pubblica, inserendo degli interessi privati, ho paura che alla fine incideranno nel modo e su cosa si insegna e su quello che faranno pagare a quelli che hanno ricevuto questa formazione.

Quindi, dedusse quel genitore, è un cane che si morde la coda. Quale protesta potrà incidere concretamente su questa situazione, se non esiste una riflessione condivisa, un’opinione basata su studi approfonditi, ma invece si rinnova solo e sempre l’opposizione tra scuole di pensiero, il trincerarsi dietro i pur ottimi principi primi, che il genitore stesso condivide, che non fanno avanzare di un passo un po’ più in là? Forse non era quella la sede, ma Dorfles rincarava, ricordando, più o meno in questi termini che

L’opinione pubblica è distratta, presa più da fini personali che dalla ricerca di una visione progettuale, e questo a causa della mancanza di cultura. Della mancanza di letture, in particolare. Che la scuola insegna solo a leggere e scrivere, non insegna “la lettura”, e di questo “dobbiamo ritenerci tutti responsabili”,

così diceva Dorfles. E come dargli torto. Allora, dato che senza leggere libri o giornali, senza studiare, andare a incontri culturali, si resta soli in compagnia della televisione, i cui contenuti culturali non sono soddisfacenti, aggiungeva di voler proporre una rivolta dello spettatore. Una sorta di sciopero della televisione, come astenersi dal guardare il Tg1 ad esempio.

“Poca cosa”, era capitato di pensare a quel genitore frastornato. Che non guardava più assolutamente nulla in televisione da talmente tanto da non saper risalire a quando aveva cominciato –non certo per snobismo, ma per avere il tempo di poter fare tutte quelle cose che tutti dicono di non avere il tempo di fare, anche quando cercava solo svago o relax (uh, se c’era di meglio)-. E d’altra parte lo stava dicendo anche Dorfles, all’incirca con queste parole: “Si stima che in media una persona passi in media quattro ore al giorno davanti alla TV e poi si lamenti di non avere tempo per la lettura.” Dunque, la televisione avrebbe il compito di riempire il vuoto culturale dei suoi telespettatori. Compito che, a ben vedere, non assolve se non fornendo “pillole”, dichiarazioni lampo di politici a giornalisti prezzolati, che rendono ciascuna delle sette reti nazionali uguale a tutte le altre. Talk show compresi. Un’enorme quantità di tempo trascorso sotto il fuoco di informazioni acritiche e superficiali, rende tutto fuorché cittadini consapevoli.

Quindi quel genitore con la mania delle domande scomode aveva alzato la penna con la quale stava prendendo appunti e aveva chiesto: “Non è che la televisione è un mezzo un po’ obsoleto a cui affidarsi?” E poi si era coperto la testa con tutte e due le mani in attesa della giusta punizione. Ma Dorfles, comprendendo di trovarsi davanti a un genitore giovane (e che soddisfazione, per quel genitore: tanta palestra, tante buone abitudini, il tempo non lasciava tracce, allora!) aveva bonariamente ribattuto:

I giovani a un certo punto invecchiano e scoprono com’è facile sedersi in poltrona. E a una certa età quasi tutti noi diventiamo consumatori televisioni. Si tende a subire, più che a scegliere, il mezzo. Quindi non credo che ci sia la possibilità immediata di un “crollo” della televisione. Io mi chiedo piuttosto se, nel processo nel quale tendono a sovrapporsi i singoli mezzi, non sia possibile che un giorno non saremo costretti a rivalutare la televisione di oggi. Don Chisciotte leggendo troppi romanzi cavallereschi alla fine impazzisce e gli amici decidono di fare un falò dei libri nel cortile. Sia ben chiaro: non è certo il primo caso. Il concetto di libro inteso come limpido e piacevole intrattenimento è abbastanza recente. Se voi rileggete Madame Bovary, c’è un momento in cui la Signora dopo aver avuto una storia con il “nobilotto” del paese, cade in una profonda depressione perché il “nobilotto” l’ha mollata. La suocera scopre che la Bovary passa le sue giornate leggendo i libri che prede alla biblioteca comunale, e subito straccia la tessera della biblioteca: “Cos’è sta storia? Questa donna passa il suo tempo leggendo i romanzi licenziosi e così perde la sua moralità”. La verità è che per molto tempo i romanzi sono stati considerati qualcosa di poco opportuno o meglio di poco edificante. Oggi, se i nostri figli leggono romanzi, noi siamo tutti contenti. Voi capite che il ripetersi di questo processo ci fa immaginare che domani, di fronte a non so quale orrore tecnologico e contenutistico, noi potremmo trovarci a dire: “Che bravo, ha passato la serata guardando la televisione!”

Suscitando l’ilarità e l’applauso di tutti i convenuti.

Sarà, pensò quel genitore. A me sembra che con questa affermazione, si sveli una debolezza che contraddistingue il genere umano.  Quasi una contraddizione con le frasi di apertura del libro di Dorfles: “Pur essendo un dinosauro, però, non mi riconosco affatto nei nostalgici, in chi invoca la “rivoluzione conservatrice”.

Quel genitore pensò pure che la scarsità di tempo non aveva giocato a favore dello svolgimento del dialogo. Perché a quegli incontri con gli autori o non ci si andava affatto, o ci si andava e si cercava il dialogo platonico, lo scambio culturale con lo scrittore, che era pur sempre umano, anche se culturalmente posizionato a ben altri livelli. E si risolse di andare a stringergli la mano e farsi autografare il libro che aveva appena comprato.

Uscendo dalla libreria poi, e respirando un’aria che si muoveva veloce tra i passanti, fresca ed energica, la mente ritornò ad appena un giorno prima. Pensò a quanto ormai era diffusa la tendenza a mitizzare ciò che è meno avanzato tecnologicamente, per paura di perdere qualcosa di quasi sconosciuto ed indistinto. Al punto, a volte, di rischiare di cadere, se non nel ridicolo, quantomeno nella scomodità. Il giorno precedente, infatti, vagando spensierato fra i padiglioni di una fiera, il genitore, che in quel momento si sentiva solo un sé stesso, senza tante altre aggettivazioni addosso, aveva chiesto un caffè al bar. E gli era stato servito dentro una tazzina di carta riciclata, con accanto una sottile paletta di legno tenero per girare lo zucchero. Senza pensarci troppo, dopo aver mescolato, si era portato alla bocca la paletta, per il gesto meccanico di gustare la gocciolina di caffé restata imprigionata. Il ritorno alla natura, certo. E la lingua era rimasta incollata, del tutto asciutta, sulla ruvida superficie del legnetto. Che tra l’altro, in virtù della sua permeabilità, si era egoisticamente succhiato da solo quella preziosa, ultima gocciolina. Così, all’improvviso, il genitore si era ricordato di non essere altro che un genitore in viaggio di lavoro, e che nonstante palestre, letture e buone frequentazioni, il tempo passa, e passa così male. E di come cambiano le cose. E cosa le cambia? Un niente.

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*) Piero  Dorfles: Il ritorno del dinosauro. Una difesa della cultura. Ed. Garzanti, 2012

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Daniele Silvestri – Il Colore del Mondo

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(Ma Silvestri non basta mai

Daniele Silvestri – Insieme )

Superstizione

28 ottobre 2012

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– Ti do un consiglio: sta’ attenta ai tipi come quello.

Intanto aveva finito di avvitare la nuova lampadina. Col temporale se ne erano spente due, una all’ingresso (e pace), l’altra lì dove io e Dimitri ce ne stavamo ciascuno rannicchiato sulla propria poltrona a leggere, sforzando gli occhi sotto la debole illuminazione giallastra dell’insignificante lampadario che incombeva sul centro del salotto. Finché, a un tratto, tutto si era acceso in modo iperreale per una frazione di secondo e, ancora prima che arrivasse il tuono, non fummo più in grado di comprendere una riga.

Alzai gli occhi su di lui, mi aveva parlato come se ancora non ci conoscessimo abbastanza. Sperai che si accorgesse del mio sguardo, ma se ne stava tutto concentrato nell’apprezzamento del proprio lavoro. O meglio, a controllare, visto mai una volta sceso dalla scala avesse a pentirsi che l’avvitamento soffrisse di qualche imperfezione.

Lo guardai appoggiare cauto le punte dei piedi sulle assi di legno mentre tornava verso il basso, richiudere l’arnese e accostarlo piano al muro, proprio accanto all’interruttore. Quadri non ne avevamo ancora messi, avevamo fissato invece qualche tappeto lungo le pareti perimetrali, per cercare di arginare in qualche modo i rigori dell’inverno. Ci aiutava una piccola stufa, sapevamo che non avremmo potuto contare sempre sul riscaldamento centralizzato, per via di qualche bega con la Russia che avrebbe tagliato il gas come ogni anno, e poi avrebbe riaperto i flussi dopo che la prova di forza avesse ottenuto i risultati sperati e, comunque, mietuto qualche decina di vite tra i vecchi e i bambini. Ma sarebbe bastato poco altro, anche solo che ghiacciasse un tubo, di quelli della ramificazione che raggiungeva il nostro appartamento, e sarebbe stato gelo. Un gelo che entrava subito nelle ossa.

E neppure io e Dimitri bevevamo, eravamo due giovani impiegati senza vizi. Quello che quel giorno ci porgeva il biglietto da visita nella corrente pungente e secca che spirava dal nord, sarebbe stato il nostro primo inverno insieme. Lo avremmo superato senza incappare negli errori che prima o poi separano tutte le coppie? Io non potevo smettere di pensarci. Se lo facevo, se pensavo ad altro, era sempre perché quel qualcos’altro richiedeva un’attenzione estrema, come mettere le giuste dosi di ingredienti nel borsch per pranzo. Dalla cucina, era quasi ora di mangiare, si spandeva un odorino delizioso. E, leggere, leggere mi distraeva. Un’attività che mi portava in altre dimensioni. Ma non appena alzavo lo sguardo dal libro tornavo a ragionare, girando a volte in tondo, senza riuscire a smettere.

Lui invece, avvicinava il dito all’interruttore e pareva imperturbabile, pensieri come quello nemmeno lo sfioravano. Dev’essere una delle caratteristiche che differenziano uomini e donne dall’epoca preistorica. Le donne non possono fare a meno di rimuginare e presagire, anche senza sentire il suono di alcuna sirena d’allarme. Gli uomini no, scattano sull’attenti quando l’incendio è conclamato. Così il mio Dimitri, che al segnale aveva reagito come da copione e si era messo subito all’opera (com’era bello mentre non immaginava i miei occhi su di lui, aveva le labbra strette e lo sguardo concentrato, quegli zigomi alti, quelle braccia mosse con perizia. Come lo desideravo), poi aveva dato una ditata tronfia all’interruttore, pronto ad assaporare il gusto della vittoria ma… zaf! Un altro piccolo scoppio scintillante, nemmeno il tempo di veder spargersi la luce sulle cose intorno, e la nuova lampadina era già andata.

Contrariamente  ai miei timori, invece di prendersela e rovinare l’aria domenicale tutta impregnata del buon odore di borsch, Dima sorrise. E si venne a sedere sul bracciolo della mia poltrona per dirmi, con lo sguardo rivolto alla lampadina,

– Era destino, allora.

– E tu, credi nel destino?

– Nemmeno un po’. Non sono affatto superstizioso. Ma tant’è.

Si alzò di nuovo di scatto com’era nel suo carattere e andò a regolare la fiamma della stufa all’angolo opposto della stanza. All’idea che avremmo passato la domenica al buio pativamo entrambi già un po’ più di freddo. Guardai la schiena di quell’uomo accovacciato e fu come leggergli attraverso. L’umiliazione repressa, la necessità di mostrarsi forte. Un piccolo fatto come quello mi generò un impulso incontrollabile. Districai le gambe che tenevo incrociate sotto il sedere e posai a terra i piedi, aggrediti all’istante da un fastidiosissimo formicolio. Lo raggiunsi vacillando nella mia camminata indolenzita. Gli sfiorai la spalla e mi accucciai in terra, accanto a lui.

La stufa svolgeva bene il suo dovere. Diventammo entrambi incandescenti. Ci lasciammo cadere sul pavimento senza parlare, io gli tenevo ancora la mano sulla spalla. Intorno, le ombre erano più dense delle cose vere, e tra le ombre completammo la trasformazione in fiamme. Il ricordo preciso di ogni istante mi ferisce ancora oggi, come una stilettata appuntata sul basso della pancia che va a squarciare tutti i nervi del corpo. La consapevolezza della nostra esistenza come esseri sensuali che diventava respiro condiviso, scorrimento indefinito. Perdita, caduta. Ciascuno in sé, senza paura, ma sicuri, perché tenuti dolcemente a galla dalla fiducia che riponevamo l’una nell’altro.

– Cosa dicevi dei tipi come quello?

Gli feci, riprendendo il discorso interrotto, che ormai sembrava lontanissimo nel tempo. Ma era giusto un diversivo per avere il tempo di tornare pian piano al ritmo normale del respiro.

– Ah, sì. Ma certo non hai bisogno di consigli. Volevo solo avvertirti che ne ho sentito parlare in giro. La storia è sempre quella, nei vuoti di potere si insinuano i peggiori individui, portatori dei peggiori interessi, e lui è uno di quelli. Tra l’altro, non è quello che sembra.

– Vedi, Dima, io me n’ero accorta subito, … –  Afferrai i lembi del maglione per riportarli giù, ma,

– Vieni qui, – mi disse lui, e iniziò a produrre piccoli ammaccamenti, labbra contro pelle. Io non potei far altro che sorridergli, senza aver più voglia di concludere la frase. Era bello starsene lì, sapendo di avere i minuti contati prima che suonasse il timer del fornello. Lo lasciai fare, gustando di riflesso le sue incursioni impudenti all’assaggio di tutti i miei sapori. Intanto che il corpo si beava, viaggiando nei livelli superiori dell’esperienza umana, la mente, non vista, ripercorreva a ritroso la strada fatta, per ricongiungersi ai pensieri che non avevo avuto il tempo di concludere. Gli stessi che riacciuffavo oggi, guardando la pioggia che cadeva, sempre di domenica, sempre in pieno autunno, sempre impegnata nell’attraversamento di un guado.

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Daniele Silvestri – Sempre di domenica

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Ieri sera mi sono trovata faccia a faccia con Andrej, che non lo vedevo da, quanto? Sarà stato almeno un anno che non incontravo Andrej. Sempre uguale, un tipo serio, che mette in soggezione. Con le persone che non sbottano a ridere di pancia mi trovo un po’ a disagio. Non li capisco molto, mi sembrano quasi alieni. E io mi sento stupida, anzi sono quasi certa di esserlo. Io sono stupida, perché rido spesso, e la riprova è che le persone serie la sanno sempre più lunga di me.

Ma lui è un caro amico di D.S., mi era arrivata voce che era stato al suo matrimonio e da qualche mese, dopo averlo saputo, non stavo nella pelle di farmi raccontare. Ero anche un po’ stizzita. “Ma come, con D.S. ho un lungo sodalizio. Ho quasi tutti gli album”,

– E dai, Andrej, che lo sapevi: che ti costava farmi imbucare al matrimonio di D.S.? Tanto dopo la cerimonia finisce tutto in baldoria, e nessuno sa più dire chi ha invitato chi.

Era stata la prima cosa che avevo chiesto. E intanto Andrej stava come sempre in posizione difensiva: braccia conserte, addominali contratti e gambe divaricate, la tipica posizione del buttafuori, mancava solo il berretto calato sugli occhi. Lo inchiodai con la seconda, che già girava gli occhi intorno cercando un appiglio per sganciarsi:

– Ma insomma chi era la sposa? No perché, nel 2002, sul palco del concerto spingeva, tutto orgoglioso, il passeggino del figlio di S.C. Uno dei due figli avuti da S.C., credo che fosse il primo.

E S.C., l’attrice, me la ricordo, ero una ragazzina, d’estate, poco tempo prima di conoscere Dimitri. Me la indicavano quando passavo le notti a ballare come in trance in discoteca. Dicevano, la vedi quella? Quella è l’attrice. E vabbé, è l’attrice, rispondevo io, ma sarà caduta in disgrazia, dato che ora raccoglie i bicchieri sporchi da sopra i tavoli. Chissà perché poi, sarà costretta dalla necessità? E mentre mi perdevo in inutili supposizioni, non mi accorgevo che finiva una delle ultime stagioni spensierate, almeno per quanto mi riguardava. Finiva per esaurimento scorte. Finiva per noia. Il gruppo di amici, lo studio svogliato senza alcuna visione del futuro. La discoteca con l’ingresso gratis, gente in pista come gli ambulanti, i camerieri e i cuochi a fine turno, l’odore delle canne, le birre rosse, quelle che preferivo. Questo di notte.

Di giorno però, ogni mattina insieme al sole sorgeva l’inquietudine. Cercavo di capire che razza di messaggio da tifoseria calcistica fosse quello che stava attaccato al parabrezza posteriore di certi grandi pullman. Strizzavo gli occhi perché, guardando verso l’alto, si ferivano con la luce e, intanto, mi facevo i conti sui prossimi mondiali. Io il calcio non l’ho mai seguito. Ma i mondiali un minimo interferivano con la mia vita. I mondiali non si sarebbero tenuti che l’anno successivo, che senso aveva inneggiare alla Nazionale, in quel momento? Me lo spiegai dopo pochissimo, e, visto come andarono le elezioni nella primavera del ’94, non c’era da stare allegri. Ma intanto potei distrarmi, Dima aveva fatto ingresso nella mia vita e subito decidemmo di provarci, a stare insieme giorno dopo giorno.

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Era inevitabile tornare a pensare a lui, parlando con Andrej del matrimonio civile di D.S. con una segretaria della sua casa di produzione. Dopo la cerimonia, era seguita una gran festa, con gran spreco di attori e musicisti in voga. Dico, avrebbe potuto anche imbucarmi, o no? Ma, obiettivamente, non lo potevo pretendere.

– E c’era pure F.Z., giusto?

– Mmm… Non sono più tanto in sintonia, sai?

– Non dirmi. Non ci credo. Eppure hanno lavorato spesso insieme.

– Eh, sì, ma F.Z. non era tra gli invitati.

E così neanche D.S. era rimasto lo stesso. Me n’ero accorta, d’altra parte, dal tono delle sue ultime canzoni. Né il matrimonio, né l’amicizia avevano retto. E io non ero neanche stata invitata alle seconde nozze.

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Con Dima era durata ben diciassette anni. Avevamo superato non solo il primo, ma anche tutti gli inverni successivi. Dormivamo insieme, soprattutto per scaldarci meglio. Leggevamo vicini, perché così risparmiavamo sulla luce. Il borsch mi riusciva sempre bene, nessuna distrazione al momento di cucinare. Al termine mi restò di lui soltanto il paio di scarpe che indossava il giorno che morì. Il resto se l’era portato già via il tempo: la tentazione di diventare imprenditore fece fuori in un batter di ciglia tutti i risparmi. Lui si era messo nel commercio di biomasse. Da noi la legna abbonda, gli impianti di riscaldamento però, in genere, andavano rifatti completamente. La ditta straniera che aveva investito nel nostro paese, dopo un po’, non vedendo risultati, lo aveva mollato in mezzo a un mare di debiti. L’egemonia politica che aveva prevalso giusto negli ultimi diciassette, nella primavera dello scorso anno aveva subito un brutto colpo. Si era prodotto un nuovo vuoto di potere e, mentre la gente strillava e strepitava a vanvera, lasciava a nuove macchinazioni lo spazio sufficiente per incunearsi.

Io avevo il mio buon impiego da statale a bassissimo stipendio, e ancora per un po’ potevo ritenermi al sicuro. Ce la faremo, gli ripetevo spesso. Ma Dima non mi guardava quasi più in faccia. Usciva di casa ogni mattina tentando disperatamente di fare qualche buon affare. Negli anni avevamo installato lampadine a basso consumo per tutta la casa, ma non erano rimasti soldi per ristrutturare l’impianto elettrico. Così, la volta che durante un temporale restammo un’altra volta al buio, lui quasi non si mosse dalla sua poltrona. Appoggiò il reader sul bracciolo e mi fece, con aria sconsolata,

– Ci provo?

Io scrollai le spalle, provando dentro un panico inspiegabile. Lo vidi alzarsi, uscire dalla stanza e andare verso il quadro elettrico. Poi una fiammata lampeggiò nel corridoio, saltai in piedi e me lo ritrovai per terra, che quasi lo calpestavo.

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Stamattina, svegliandomi, ero ancora suonata come un pugile. Pioveva, a tratti. A tratti usciva il sole. L’aria fuori delle finestre del mio piccolo appartamento era pungente e fredda, e profumava come se sotto, invece dell’asfalto, ci fosse stato un prato pieno di sempreverdi e di betulle, di erba alta e funghi, che con la pioggia esalavano i loro profumi, portati fino a me dal vento.

Al musicista, amico del mio amico, forse era andata meglio. Aveva fatto i suoi conti, probabilmente. Anche lui infatti è uno, in apparenza almeno, molto serio. Io, invece, scoppio spesso a ridere all’improvviso. Per esempio, se mi ricordo di una battuta e sono da sola, alla fermata dell’autobus, o mentre faccio la spesa, rido, poi mi guardo intorno e nell’ultimo singhiozzo di ilarità a volte mi prende un crampo di tristezza. Mi blocco subito, non devo lasciarmi abbattere. Piuttosto, voglio imparare dall’esperienza, non arrivare mai più a contare fino a diciassette. Se lo avessi capito prima avrei avvertito Dima, di cercare di essere almeno un po’ superstizioso. Diciassette anni, doveva immaginarlo. O almeno doveva sforzarsi di fare qualche previsione.

Ora, quella stufa incandescente riscalda solo me, che la fronteggio seduta a breve distanza. Di là la zuppa finisce la cottura. Io sono quasi al buio, con la finestra aperta alle mie spalle, e lascio che l’odore di pioggia entri insieme al temporale. Nel frattempo, non riesco a pensare proprio a niente. Niente che non sia pensato solo dal corpo, il ricordo vivissimo di un giorno in cui sembrava che la felicità sarebbe stata sempre alla portata del tocco di una mano.

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Tiromancino – Anatema

Tre minuti tre euro

13 luglio 2012

Vabbè, lei era carina. E poi la porta era già spalancata. Occhi grondanti mascara e kajal neri come l’inchiostro, reggeva con due dita quel malloppetto davanti al seno florido appena contenuto da una magliettina lisa (ma fa un caldo) e mi sorrideva fissando gli occhi sopra i miei. Ha provato, visto che tentennavo, a convincermi con qualche frase imparata a memoria e intanto continuava a sorridermi, e io ero come ipnotizzata. Così li ho spesi quei tre euro, e ho comprato Lotta Comunista. Questo, tre minuti fa.

Intanto devo mettere le mani avanti, di sinistra sì lo sono ma resto accorta, cerco di distinguere. A costo di cambiare voto a ogni tornata elettorale. Se lo devono guadagnare il mio voto, e che? Mica seguo qualche ideologia, voglio seguire solo chi lavora davvero e mantiene le promesse fatte. Cosa non da tutti anche a sinistra.

Allora a quella bella ragazzina, che avrà quattro o cinque anni più delle mie figliole (che invece dal comunismo sono fuggite via), ho augurato con la mia strizzata d’occhio finale di restare così: entusiasta e attenta a ciò che avviene nel mondo. Ce n’è di tempo per sbagliare. L’importante è rialzare sempre la testa e ritentare.

Quando faccio colazione mi porto spesso qualcosa da leggere, anche per tre minuti. Oggi, che ero in giornata di riambientamento, mi sono tenuta leggera: frollini nel the e Fiori Giapponesi* di contorno. L’avevo letto diversi mesi fa, quando le ore di buio (e i buî pensieri) erano la prevalenza sul resto. Ho trovato tante orecchie agli angoli, il mio modo per ricordarmi che c’è qualcosa di memorabile da rileggere, prima o poi. Solo che con La Capria, sarà stato che lo leggevo salendo e discendendo da autobus affollati, il senso di ciò che mi affascinava sembrava sfuggirmi. Sembrava sempre un pensiero più in là dei miei. Inafferrabili racconti sintetici. Insomma, stamattina riapro le pagine segnate mesi fa e leggo come se fosse la prima volta, sconvolgente. Tutto tornava, tutto filava liscio come l’olio, stavolta.

Per dire, Breve storia dell’oppressione, cinquantesimo racconto di cinquantacinque, in nemmeno due paginette che sembrano in apparenza buttate giù così, nel tempo che io impiego a fare colazione, discettando di Platone e Socrate arriva a stigmatizzare le gerarchie create dall’ignoranza. Instilla il dubbio che la realizzazione delle idee astratte non garantisca affatto la felicità di tutti. Esprime la speranza che qualcuno sopravviva per raccontare, “partendo dall’esperienza personale“, perché ascoltandolo e dialogando con lui si trovi una via d’uscita all’oppressione. E così gli altri racconti, sembra che stavolta siano stati scritti tutti per me.

Io che, grazie ad una magia operata da spighe viola e verdi di lavanda e campi mietuti e gialli sotto il sole (grazie), oggi sono come una ragazzina dagli occhi bistrati e il seno rigoglioso e me ne vado in giro a testa alta tra la gente a suscitare dialoghi, a differenza di tante ragazzine, se mi capiterà a tiro uno così

Daniele Silvestri – Che bella faccia

so che l’esperienza mi indicherà esattamente come comportarmi.

*) Raffaele La Capria : Fiori Giapponesi – cinquantacinque pezzi facili, Ed. RCS 2009

Oh, Sapiens Sapiens!

8 giugno 2012

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

 [segue/leggi dall’inizio]

Oggi è l’ultimo giorno di scuola. L’anno scorso nemmeno me n’ero accorta, a fine giornata avevo giusto dato un’occhiata ai notiziari che diramavano i loro bollettini. Il titolo di Repubblica on-line me lo ricordo ancora: “Guerra di gavettoni”. E, in effetti, l’asfalto che avevo calpestato sulla strada del rientro era costellato di chiazze scure e pezzetti sparsi di gomma colorata, ma avevo imparato a lasciarmi scivolare via cose come questa. Eventi che avrebbero potuto scatenare una ridda di ricordi e di pensieri. Via da me, bambini, giocate pure che prima o poi la vita vi presenterà i suoi conti.

Oggi invece ho camminato rasente i muri, scelto le strade meno frequentate. Da mezzogiorno in poi ragazzini invasati hanno iniziato a lanciarsi di tutto, cercando di far danno anche ai passanti. Tornavo dalla casa di Rosa, che ha una bambina.

Rosa vorrebbe fare la batterista (dico, la batterista!), ma prima voleva diventare una scienziata, per questo si era iscritta a Fisica, ma ne era uscita subito dopo il primo anno. Si lamenta sempre che i genitori non dimostrano il giusto trasporto verso sua figlia, la loro nipotina, che in effetti è bellissima nel suo genere, il genere però che impegnerebbe troppo una coppia di anziani appena ritornati al gusto di godersi la vita. Loro hanno scelto di sostenerle entrambe con una minima somma, e basta così. Adesso Rosa deve pedalare e si è piegata ad accettare un lavoretto d’ufficio, sperando di potersene prima o poi affrancare.

A Rosa faccio il piacere di tenere qualche volta la bambina, due volte a settimana la porto al parco, le preparo da mangiare e gliela riconsegno quando torna a casa, verso le quattro e mezza. Gli altri giorni se ne occupano i nonni paterni, che Rosa sopporta solo perché le sono utili. Gianni, il padre, sta con un’altra e Rosa stessa ha i suoi filarini.

Qualche volta ci sediamo a parlare, eravamo compagne di classe, ne abbiamo vissuti insieme di ultimi giorni e di gavettoni. Una volta pensavo che una come lei sarebbe diventata un pezzo grosso, aveva i voti più alti della classe e li conquistava quasi senza sforzo. Era solare, sveglia e piena di risorse, adesso invece vive alla giornata, i suoi orizzonti si sono fatti stretti, la conversazione pure. Mi fa sempre più male frequentarla, subisco il tradimento di quello che un tempo sognavamo insieme, e anche la percezione del mio futuro ne esce un po’ ammaccata.

Stamane ho speso dieci euro e ho portato Emma in piscina, ancora non c’era nessuno. Ho controllato la posizione del bagnino, doveva tenerci sempre sott’occhio. Emma si voleva lanciare subito e ho faticato un bel po’ a convincerla di stare ferma sul bordo, che prima dovevo entrare io a saggiare l’acqua. Ho immerso le caviglie, mi è uscito un mugolìo, ho guardato Emma trattenere il respiro. Quando l’acqua ha lambito il dietro delle ginocchia ho cominciato, scherzando, a lanciare grida sottovoce: Uhhh! Uhiuiuiuiii! Emma adesso rideva divertita. Scendevo piano, piano, piano. L’aria caldissima contrastava col liquido gelato, soffrivo molto ma dovevo apparire superiore. Dovevo riuscire a entrare ed essere di sostegno per la bambina che, a quanto pare, non temeva il freddo. Si era seduta sul bordo e stava per lanciarsi in acqua. Per trattenerla ancora, le ho detto: “Ferma! Qua sotto ci sono i pinguini, uno mi ha strusciato un piede!” Emma, terrorizzata, ha ritirato le gambe sopra al bordo e se le è afferrate a mani incrociate. Sono scesa ancora, sentendo un filo d’acciaio passarmi attorno e disegnare la curva del sedere e il pube. Le gambe si erano già ambientate. Ho pensato che era tutta suggestione, che se mi concentravo sul fatto che l’interno del mio corpo sarebbe restato caldo, che l’epidermide mi avrebbe fatto da scudo, ce l’avrei fatta. Emma mi guardava e sobbalzava per i singhiozzi, io avevo il viso contratto in una smorfia buffa, piena d’orgoglio perché la facevo ridere. Immersi la pancia tutta insieme, poi in un secondo guizzo verso il basso, anche il torace. Avevo avuto un’intuizione giusta, anzi, ero sorpresa adesso di scoprire che la pelle, il mio principale ostacolo, non la sentivo più. Ora esisteva un fuori e un dentro, li avvertivo così bene entrambi. Erano separati, a temperature diverse, e non ne soffrivo affatto. Iniziai a fluttuare liberamente in uno spazio fatto solo di emozioni.

Sbattei il portone dietro di me senza guardarlo, avevo i capelli umidi, il calore mi inseguiva fin dentro la casa in ombra. Con tutto quell’abbrivio affrontai rapidamente il corridoio ma, arrivata a metà mi dovetti fermare, avevo esaurito la spinta. Appoggiai una mano al muro e ricominciai a sentire la mancanza. Da diversi giorni Aldo se n’era andato via. Le imposte erano rimaste chiuse e io non volevo più curare i fiori. Non mi aveva lasciato alcun messaggio, esplicito o anche nascosto, speravo magari in una scritta a terra, un simbolo (un fiore, una poesia, che so) lasciato fuori dalla porta ma niente, niente di niente. Non potevo che fare congetture. Ma queste non bastavano a me che mi ero illusa, prima, di diventare la sua migliore amica, poi, dopo la volta del parco, anche se razionalmente non l’accettavo, di vivere per lui. Idiota! Idiota! Mi sono ripetuta, picchiando piano la testa contro la parete.

Mi sono seduta davanti allo schermo del computer, cercando di distrarmi. Sono abbonata alla Newsletter de Le Scienze, un pallino che ho. Danno notizie che altrove non si trovano, o almeno che una profana come me non sa come scovare o interpretare nella rete. Nelle mie condizioni, però, tutto diventa segno: “Il senso emotivo profondo delle carezze altrui”, ad esempio.

Tralascio di capire dove possa trovarsi la mia corteccia somatosensoriale primaria ma scopro che è grazie ad essa che posso elaborare la gradevolezza o meno di un contatto sociale tattile come una carezza.

“[…] ciò che pensiamo di chi entra in contatto con noi distorce anche la rappresentazione apparentemente oggettiva di com’è il tocco sulla pelle. “Niente nel nostro cervello è veramente oggettivo”, aggiunge Christian Keysers, […]”, uno dei ricercatori.

E all’improvviso so di averlo sempre saputo. Tutto diventa segno. Mi cade l’occhio sul caos della mia scrivania, trovo un biglietto, è quello della mostra sull’Homo Sapiens che ho visitato lo scorso novembre.

Mi trovo di nuovo nella sconvolgente prima sala, piena di stimoli sensoriali, dove io ero diventata quella primate che scappava lasciando in eterno le sue orme impresse nella cenere del vulcano. L’uomo era ancora una caccola insignificante nell’universo. Scoppiavano vulcani, terremoti continui sconquassavano la terra, tutto si trasformava e non c’era nessun altro oltre a te stesso su cui fare affidamento. Sono sicura che, se anche avessi conosciuto un solo uomo, un solo stupido e scimmiesco Sapiens, in un momento di tranquilla sospensione tra due catastrofi, avrei pensato a lui con lo stesso dolce struggimento di adesso.

[continua]

Daniele Silvestri, Ancora Importante


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