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Un esercito di eroi in fuga?

20 febbraio 2013

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Al liceo i miei temi di italiano erano talmente lunghi, articolati, pieni di asterischi e di rimandi (e scritti con una calligrafia talmente illeggibile) che ho sempre pensato che i professori -uno diverso ogni anno, almeno per i primi tre – non li leggessero sul serio. Nel dubbio, ricevevo un otto politico, otto e mezzo o nove quando trascendevo talmente il titolo assegnato che a loro veniva il dubbio che fossi una studentessa straniera (ci conoscevamo veramente, in fondo, solo in occasione della gita di fine anno, verso aprile, o peggio ancora, della cena di giugno, e quello era già il momento di dirsi addio) e, cosa che ho capito di recente, agli stranieri viene concesso sempre un trattamento di favore, tanto ritorneranno a casa loro, prima o poi, a far danni con il diploma preso.

In quinta ginnasio, la professoressa di turno aveva nomea di essere una grandissima carogna dalla bocciatura facile, e di accanirsi in maniera particolarmente odiosa contro quegli studenti che non trovava troppo brillanti d’intelletto. Obiettivamente, a ogni inizio d’anno le sue classi si ritrovavano dimezzate. Eppure mi aveva preso in simpatia, nonostante circolassi per i corridoi vestita da Madonna versione Into the groove e istoriassi i banchi di chiunque me lo richiedesse di ogni genere di decorazione anche durante le lezioni, e la mia mano era riconoscibilissima.

Avevo meno di quindici anni, ed ero intrisa di antifascismo grazie alla lettura dei vari Pavese, Levi, Frank. Mi sembrò quindi naturale dichiarare per iscritto che ero preoccupata per la riorganizzazione dei gruppi neofascisti dei quali avevo notizia dalla cronaca sbirciata sui giornali di mio padre e alla televisione. Il tema ottenne uno striminzito sette, e la prof, che fino a quel momento mi aveva tenuto in palmo di mano, nel consegnarmelo appariva sinceramente addolorata. La spiegazione?

– A scuola non si parla di politica.

Mi sentii annegare nel Mar Glaciale Artico, sotto il peso di un iceberg, tanto si era fatto freddo il suo sguardo.

Ma come no? Ma come no? Come non parlare di politica? Nelle altre classi tutti ne parlavano, e dal terzo anno in poi si iniziava a studiare filosofia, la polis, la nascita della democrazia, siamo tutti cittadini, tutti dobbiamo pre-occuparci della cosa pubblica. Ho alzato le spalle, e mi sono ritrovata diplomata. Diversi anni dopo ero laureata, e fatta un po’ di gavetta e presi i necessari calci in culo, mi sono ritrovata a lavorare. Guadagnare. Pagare le tasse. Insomma, ero diventata un membro attivo della società.

Ora, mettiamo che io abbia tre figli intenzionati a seguire le mie orme, e  a diventare membri attivi della società. Che ciascuno di loro abbia inclinazioni diverse dagli altri due. Che, ad esempio, una desideri studiare e fare l’università, un’altra preferisca una vita semplice e svolgere un lavoro manuale e l’ultimo sembri mostrare precocemente un ingegno strepitoso.

Bene, in questa ipotesi, oggi la scuola, le contraddizioni della società e l’attuale assetto storico-politico non garantirebbero a nessuno di loro un percorso formativo sufficiente a sperare di realizzare i loro desideri. In più, si ritroverebbero presto a pagare tasse spropositate a fronte di salari insufficienti, qualora arrivassero a percepire dei guadagni stabili, o a continuare a dipendere dai genitori, oppure, infine, a scegliere di espatriare. Chi di loro potrebbe permettersi di farlo? Soltanto quelli che potessero esibire una brillante carriera scolastica ed accademica, arrivando a vincere delle borse di studio. Forse, uno su tre. E per quell’uno, che oggi non saprei individuare, sicuramente l’espatrio non sarebbe la prima scelta.

In questo senso si tratterebbe di un gesto eroico, e di eroi infatti parla il blog La fuga dei talenti.

Parla anche, e giustamente, di rinuncia della popolazione alla speranza, alla crescita, all’impegno. Di conflitti generazionali (una tragedia, una terribile guerra tra poveri che spesso si svolge all’interno della stessa famiglia), di carità pelosa offerta all’ultimo minuto all’elettore incerto: uno schiaffo e un insulto che i più però non riescono semplicemente a percepire come tali.

Per precisione metterei almeno un puntino su una “i”. La mia idea è che quelli che scelgono di fuggire non siano eroi “perché fanno grande l’Italia all’estero”. Innanzitutto, di norma un eroe non fugge. Per me il valore di queste persone non si misura dalla scelta fatta. Mi sembra anche che siano sbagliate le premesse: questo paese non ha bisogno di eroi, uni, trini o frammentati in una numerosità impressionante. Loro, i fuggitivi, infatti non lo sono, ma questo paese ha comunque bisogno della loro presenza.

La scuola dell’obbligo, la formazione superiore e universitaria, la ricerca, la cura delle interazioni politiche, culturali, tecniche ed economiche con altri paesi sono alcuni tra i più importanti passaggi attraverso i quali si snodano le chance di una nazione di uscire da crisi più o meno apocalittiche, di affermare e rafforzare la propria stabilità ed autonomia in un contesto internazionale complesso come quello attuale, di progredire e contribuire al progresso nel benessere di tutti i popoli, incluso il proprio.

Questi pilastri in Italia sono gravemente lesionati, il rischio del tracollo è reale e vicinissimo. Si assiste a conversazioni tra uomini della strada impensabili solo un anno fa. Conversazioni che hanno per oggetto il governo del paese, la politica, finalmente.

Soltanto che a guardarli bene, queste persone hanno quasi tutte i capelli grigi, camminano con un’andatura curva, e si guardano attorno un po’ smarriti, sperando nell’ascesa di superuomini, o in rivoluzioni eclatanti che non saranno loro a fare, convinti di aver perso tutti i treni.

Chiunque vinca le elezioni, riporti la politica nelle scuole, prima che sia troppo tardi. E già che c’è, dirotti un po ‘ di fondi sugli stipendi dei docenti e sull’acquisto delle lavagne LIM.

Madonna

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Stringi stringi, una sola risposta conta

24 novembre 2012

Daniele Silvestri è amico di un mio amico e quindi, secondo la mia filosofia, è anche mio amico. Lui ancora non lo sa. È grande, Daniele, un grande, sensibile, abile poeta e musicista. Fa concerti nei quali dal palco chiama in causa gli abitanti della città in cui si trova, incita la gente a esprimersi, a sollevare i problemi, a parlare di soluzioni.

Daniele caro, ti devo spiegare una cosa.

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Sono arrivate le risposte dei candidati del PD alle primarie alle sei domande della scorsa settimana e si trovano pubblicate sul sito de Le Scienze. Ora, voglia di votare ormai anch’io ce n’ho pochina. Ma anche a-Vendola, la situazione è piuttosto sconfortante. Questa dirigenza pare la replica di quella che andò al Governo nel 2006. Ancora mi brucia personalmente la delusione di tanta impreparazione.

Nel campo delle scienze, il candidato segnalato da Daniele ha dato risposte così-così. Questo sarebbe l’uomo nuovo? Porca miseria, giusto per limitarmi a un campo che conosco, ecco QUI la sua risposta alla domanda “Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?” Vendola pensa ad “un futuro esclusivamente rinnovabile”. Però bisogna considerare che:

1) “Rinnovabile” non è una parola magica. Ricordo che in Italia, grazie all’incentivazione scriteriata del solo fotovoltaico, attualmente dobbiamo gestire un surplus di produzione di energia elettrica –tra l’altro uno degli squilibri causati consiste nel fallimento delle tariffe biorarie-. Sempre per limitarmi al solo fotovoltaico, ricordo anche che non è un’energia poi così “verde”, visto il ciclo produzione/smaltimento dei pannelli in silicio, che non ha portato altro beneficio che all’economia dei produttori cinesi, i quali si sono anche svuotati i magazzini delle scorte obsolete, che peserà sulle nostre bollette per altri vent’anni almeno, che, con l’improvvisa riduzione degli incentivi, ha causato un danno enorme all’unico settore imprenditoriale che aveva illusoriamente resistito alla crisi e fatto perdere migliaia di posti di lavoro – leggi “pane a bocche da sfamare”, quante ne conosco -, in pochissimi mesi.

2) Non è ipotizzabile quando avverrà l’esaurimento dei giacimenti di greggio, visto che ne vengono ancora scoperti di nuovi, in giro per il mondo e che i quantitativi di energia necessari a sostenere la crescita mondiale (previsti nel mondo, nei prossimi 20 anni, l’aumento di circa 3 miliardi di “consumatori medi”, cioè che arrivano ad un livello di reddito tale che iniziano a consumare come gli occidentali) non sono assolutamente richiedibili all’utilizzo delle sole fonti rinnovabili (e assimilate, come la cogenerazione, come ricorda giustamente Vendola). Quindi, giocoforza, bisognerà confrontarsi ancora a lungo con gli idrocarburi. E poi, l’Italia può comportarsi autarchicamente perché è in controtendenza, perché qui ci sono meno nascite che morti? Sì, d’accordo, questo in teoria, ma se ci guardiamo attorno è inutile negare che ormai il melting pot è già qui, ora, e che l’aumento della popolazione causata dalle nuove migrazioni è una tendenza irreversibile. Che il problema va affrontato adesso.

Pensare all’Italia come un sistema chiuso è una visione miope, il nostro paese vive all’interno di un’economia globalizzata, che ci piaccia o no, e con le strategie energetiche degli altri paesi dobbiamo, volenti o nolenti imparare a misurarci e a fare i conti.

[Il ricorso agli incentivi (comunque elemento chiave in un paese come il nostro per dare l’avvio a cicli virtuosi, utili al vero cambiamento sociale) potrebbe essere meglio affrontato, ad esempio, con un occhio alle nuove teorie economiche circolanti, come quella del “nudge”, “un metodo scarsamente invasivo ma efficace, che ha poco a che fare con l’introduzione di incentivi monetari” … “che fa leva su alcuni elementi della psicologia comportamentale umana” (perché “gli esseri umani sono diversi dall’Homo oeconomicus”), ovvero l’indirizzo dato da un governo ai comportamenti dei cittadini, “in modo da migliorare la loro vita, secondo il loro sistema di valori e non quello del governo” (“ognuno deve essere considerato libero di fumare, anche se questo comporterà problemi di salute per il fumatore e maggiori spese mediche a carico della società”). Ad esempio negli Stati Uniti “l’utilizzo di alcuni dispositivi domestici in grado di segnalare visivamente la quantità di energia consumata – e possibilmente anche di collegarsi a internet per confrontare i dati con altri utenti – si è rivelato molto utile per diminuire i consumi”.*]

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un convegno** che ha fatto il punto proprio sulle tematiche energetiche, organizzato da Amici della Terra. Questa è un’associazione ambientalista, sì, ma non come altre in perenne opposizione a tutto. Un’associazione che ha anni di lavoro serio sulle spalle e che ha imparato a coinvolgere nelle discussioni anche gli interlocutori “scomodi”, quelli che con l’ambientalismo di solito fanno a cazzotti. E, quello che conta, portando a casa, anno dopo anno, dei risultati.

Bè, io avrei voluto che le risposte ai sei quesiti fossero più improntate a soluzioni pragmatiche, ma percorribili, come quelle che erano offerte all’ascolto di chiunque avesse presenziato insieme a me al convegno (che poi, era a partecipazione gratuita), piuttosto che a facili dichiarazioni populiste. Avrei voluto che fosse detto, rispetto al problema globale dell’aumento della popolazione, problema che coinvolge anche l’Italia, che del mondo è parte e non può stare solo a guardare il proprio ombelico -una strategia che storicamente non paga-, che fosse detto che le nuove strategie devono prevedere, prima di qualsiasi altro intervento, il ricorso:

1) all’efficienza energetica degli edifici

2) all’aumento della produzione agricola su larga scala

Dalla relazione di Alberto Marchi – McKinsey & Company: “Efficienza energetica, leva fondamentale per la crescita economica sostenibile a livello nazionale e globale”.

Che queste strategie, che oggi ci possono apparire difficili da perseguire, da un lato perché per fare efficienza (quindi diminuire effettivamente il ricorso all’apporto dell’inquinante, e distorsiva per il mercato, energia da idrocarburi), per la complessità delle operazioni, occorre investire capitali che non si trovano nelle tasche di chiunque, dall’altro lato perché la produzione agricola può aumentare solo ricorrendo alla coltivazione degli Ogm, possono portare a scelte vincenti di politica economica e sociale dei Governi solo e soltanto restituendo, con urgenza, dignità e fondi alla ricerca scientifica.

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Giacomo Lariccia– Povera Italia

http://fugadeitalenti.wordpress.com/

 (grazie a Bianca per la segnalazione)

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*) Emanuele Campiglio, L’economia buona – ed. Bruno Mondadori, 2012

**) Se avete un po’ di tempo e voglia (voglia di trasgressione vera, porcapupattola), fatevi un giro tra gli interventi dei relatori intervenuti alla “Quarta conferenza nazionale sull’efficienza energetica”. A scanso di equivoci: non è come hanno scritto, ho contratto e paga da metalmeccanico e, come?… No, per il momento ancora non mi candido.


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