Un esercito di eroi in fuga?

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Al liceo i miei temi di italiano erano talmente lunghi, articolati, pieni di asterischi e di rimandi (e scritti con una calligrafia talmente illeggibile) che ho sempre pensato che i professori -uno diverso ogni anno, almeno per i primi tre – non li leggessero sul serio. Nel dubbio, ricevevo un otto politico, otto e mezzo o nove quando trascendevo talmente il titolo assegnato che a loro veniva il dubbio che fossi una studentessa straniera (ci conoscevamo veramente, in fondo, solo in occasione della gita di fine anno, verso aprile, o peggio ancora, della cena di giugno, e quello era già il momento di dirsi addio) e, cosa che ho capito di recente, agli stranieri viene concesso sempre un trattamento di favore, tanto ritorneranno a casa loro, prima o poi, a far danni con il diploma preso.

In quinta ginnasio, la professoressa di turno aveva nomea di essere una grandissima carogna dalla bocciatura facile, e di accanirsi in maniera particolarmente odiosa contro quegli studenti che non trovava troppo brillanti d’intelletto. Obiettivamente, a ogni inizio d’anno le sue classi si ritrovavano dimezzate. Eppure mi aveva preso in simpatia, nonostante circolassi per i corridoi vestita da Madonna versione Into the groove e istoriassi i banchi di chiunque me lo richiedesse di ogni genere di decorazione anche durante le lezioni, e la mia mano era riconoscibilissima.

Avevo meno di quindici anni, ed ero intrisa di antifascismo grazie alla lettura dei vari Pavese, Levi, Frank. Mi sembrò quindi naturale dichiarare per iscritto che ero preoccupata per la riorganizzazione dei gruppi neofascisti dei quali avevo notizia dalla cronaca sbirciata sui giornali di mio padre e alla televisione. Il tema ottenne uno striminzito sette, e la prof, che fino a quel momento mi aveva tenuto in palmo di mano, nel consegnarmelo appariva sinceramente addolorata. La spiegazione?

– A scuola non si parla di politica.

Mi sentii annegare nel Mar Glaciale Artico, sotto il peso di un iceberg, tanto si era fatto freddo il suo sguardo.

Ma come no? Ma come no? Come non parlare di politica? Nelle altre classi tutti ne parlavano, e dal terzo anno in poi si iniziava a studiare filosofia, la polis, la nascita della democrazia, siamo tutti cittadini, tutti dobbiamo pre-occuparci della cosa pubblica. Ho alzato le spalle, e mi sono ritrovata diplomata. Diversi anni dopo ero laureata, e fatta un po’ di gavetta e presi i necessari calci in culo, mi sono ritrovata a lavorare. Guadagnare. Pagare le tasse. Insomma, ero diventata un membro attivo della società.

Ora, mettiamo che io abbia tre figli intenzionati a seguire le mie orme, e  a diventare membri attivi della società. Che ciascuno di loro abbia inclinazioni diverse dagli altri due. Che, ad esempio, una desideri studiare e fare l’università, un’altra preferisca una vita semplice e svolgere un lavoro manuale e l’ultimo sembri mostrare precocemente un ingegno strepitoso.

Bene, in questa ipotesi, oggi la scuola, le contraddizioni della società e l’attuale assetto storico-politico non garantirebbero a nessuno di loro un percorso formativo sufficiente a sperare di realizzare i loro desideri. In più, si ritroverebbero presto a pagare tasse spropositate a fronte di salari insufficienti, qualora arrivassero a percepire dei guadagni stabili, o a continuare a dipendere dai genitori, oppure, infine, a scegliere di espatriare. Chi di loro potrebbe permettersi di farlo? Soltanto quelli che potessero esibire una brillante carriera scolastica ed accademica, arrivando a vincere delle borse di studio. Forse, uno su tre. E per quell’uno, che oggi non saprei individuare, sicuramente l’espatrio non sarebbe la prima scelta.

In questo senso si tratterebbe di un gesto eroico, e di eroi infatti parla il blog La fuga dei talenti.

Parla anche, e giustamente, di rinuncia della popolazione alla speranza, alla crescita, all’impegno. Di conflitti generazionali (una tragedia, una terribile guerra tra poveri che spesso si svolge all’interno della stessa famiglia), di carità pelosa offerta all’ultimo minuto all’elettore incerto: uno schiaffo e un insulto che i più però non riescono semplicemente a percepire come tali.

Per precisione metterei almeno un puntino su una “i”. La mia idea è che quelli che scelgono di fuggire non siano eroi “perché fanno grande l’Italia all’estero”. Innanzitutto, di norma un eroe non fugge. Per me il valore di queste persone non si misura dalla scelta fatta. Mi sembra anche che siano sbagliate le premesse: questo paese non ha bisogno di eroi, uni, trini o frammentati in una numerosità impressionante. Loro, i fuggitivi, infatti non lo sono, ma questo paese ha comunque bisogno della loro presenza.

La scuola dell’obbligo, la formazione superiore e universitaria, la ricerca, la cura delle interazioni politiche, culturali, tecniche ed economiche con altri paesi sono alcuni tra i più importanti passaggi attraverso i quali si snodano le chance di una nazione di uscire da crisi più o meno apocalittiche, di affermare e rafforzare la propria stabilità ed autonomia in un contesto internazionale complesso come quello attuale, di progredire e contribuire al progresso nel benessere di tutti i popoli, incluso il proprio.

Questi pilastri in Italia sono gravemente lesionati, il rischio del tracollo è reale e vicinissimo. Si assiste a conversazioni tra uomini della strada impensabili solo un anno fa. Conversazioni che hanno per oggetto il governo del paese, la politica, finalmente.

Soltanto che a guardarli bene, queste persone hanno quasi tutte i capelli grigi, camminano con un’andatura curva, e si guardano attorno un po’ smarriti, sperando nell’ascesa di superuomini, o in rivoluzioni eclatanti che non saranno loro a fare, convinti di aver perso tutti i treni.

Chiunque vinca le elezioni, riporti la politica nelle scuole, prima che sia troppo tardi. E già che c’è, dirotti un po ‘ di fondi sugli stipendi dei docenti e sull’acquisto delle lavagne LIM.

Madonna

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17 Risposte to “Un esercito di eroi in fuga?”

  1. poetella Says:

    oddio! troppo lungo! devi mettermi a cucinare le lenticchie!
    leggo stasera, va…
    bacio!

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  2. Allegria di nubifragi Says:

    E’ vero. In effetti, non è forse la storia una forma di politica o almeno una storia della politica?

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    • icalamari Says:

      Ho un paio di amiche bravissime che inseguono la “formazione permanente” (a basso costo!). Tramite loro ho iniziato a tenere d’occhio la meritevole UPTER (ex Università della terza età, ma è aperta a tutti) che di recente aveva messo in piedi un corso di 4 lezioni sulla politica italiana, “che cos’è la corte”. E tra i suoi corsi ce ne sono da tempo di “Sociologia politica” e “Antropologia politica”. Hanno perfino un corso di “Cinema politico”. Bene quindi per chi, su base volontaria, desideri colmare lacune o cercare, anche tardi, di entrare nel dibattito. Trovo però che non sia buon segno che lo Stato non sia il primo promotore della conoscenza e della partecipazione politica tra i suoi cittadini. Che non significa imprimere delle tendenze in menti ancora immature, ma esercitarle alla partecipazione, alla fiducia, al dialogo.

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  3. tramedipensieri Says:

    Che grave cosa non studiare e, soprattutto non poter parlare di politica a scuola!
    E come avviene la formazione critica…
    Se non sbaglio anche la famosa Germini aveva “sentenziato” che nelle scuole non si doveva assolutamente parlare di politica.

    I talenti?
    Se sono veramente tali è meglio che vadano via da una Patria che non li riconosce come tali.
    D’altra parte come fa a riconoscerne le doti se le persone preposte…per dire…s’inventano i titoli accademici e altro?

    buona serata
    .marta

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  4. lepaginestrappate Says:

    Mi ritengo fortunata, infatti, per aver fatto più politica a scuola che in ogni altro periodo della mia vita. Le mie insegnanti di greco, italiano, storia, filosofia, ecc, dicevano proprio:
    “A scuola bisogna portare la politica.”
    Anche attirandosi molte critiche da genitori infuriati, che volevano i loro figli capaci di sciorinare declinazioni, ma non di saper sostenere le proprie idee 🙂

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  5. Rocco R. Says:

    Ho sempre preso voti indegni ai temi liceali. Ma di politica ne abbiamo sempre parlato, e di religione pure, con un comunista e un democristiano. Una cosa di cui si dovrebbe parlare di sicuro a scuola è come è organizzato il sistema politico italiano, che tipo di democrazia è la nostra, perché siamo ancora in prima Repubblica nonostante si parli già di terza, eccetera.

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  6. poetella Says:

    care mie…
    io dico solo una cosa (da prof)
    POVERA SCUOLA NOSTRA!
    Ecco.
    L’ho detto.

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