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Integrazioni

14 maggio 2013

finestrino

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Sul treno di ritorno da un viaggio di lavoro. È passata un’ora dalla partenza, e un tizio seduto davanti a me non smette di gridare al telefono. Parla di business, di migliaia di mila euro, risponde e commenta battute che non possiamo udire né io, né l’uomo che ho di fronte, che cerca di leggere il giornale e scuote la testa con aria sconsolata. Ogni tanto ci guardiamo: Ma non è possibile! Ci diciamo con gli occhi. Due scene di segno opposto, la prima è una compenetrazione molesta tra realtà separate, molto simile alla violenza. La seconda, è una forma di integrazione empatica ed effimera tra sconosciuti, e conferma che l’umanità, alla fin fine, è fatta di una sola pasta.

Lui uomo, io donna, lui anziano, io eddai sì che sono giovane, lui tradizionale (gli spiovono in faccia le pagine impregnate di piombo), io tecnologica (pc, smartphone, tutta fili. Connessa, insomma). Ma scuotiamo la testa proprio allo stesso modo.

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Motivi deontologici mi impediscono di entrare nei dettagli della mia attività lavorativa. E va bene così per me, visto che su questo blog cerco di restare libera da costrizioni, innanzitutto di natura mentale, a maggior ragione legale.

E quindi fidatevi, anche un’illustre assemblea* si è sperticata, negli ultimi due giorni, a ripetere (e a ragione): l’”integrazione è tutto”.

Purché gestita bene, aggiungo io. Che si tratti del modo in cui alcune città realizzano l’autarchia energetica integrando diverse tecnologie ai fini del teleriscaldamento, oppure che l’argomento riguardi le differenze tra le persone residenti sul suolo italico.

Il punto è cercare di capire cosa sia più conveniente: meglio (ius) soli, o (male) accompagnati?

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Mi servono giusto un altro paio di esempi per chiarire cosa ne penso.

Sabato scorso, nella pausa caffè di un seminario, io e una mia amica in compagnia di un altro corsista, chiacchieravamo seduti all’aperto al tavolino di un bar. Si è avvicinato, come accade spesso, un ragazzo africano proponendo la sua mercanzia e noi abbiamo gentilmente rifiutato. Il ragazzo ha insistito, ne è nato un battibecco con l’uomo del nostro terzetto, degenerato in insulti e minacce verbali.

Uno spettacolino che personalmente avrei evitato, soprattutto in considerazione del fatto che l’”intruso” è giunto in Italia sfruttando le maglie di una legislazione molto restrittiva riguardo agli ingressi dai territori extra Schengen, maglie che si allargano quando le autorità chiudono tutti e due gli occhi davanti alle minorenni che battono in strada. Ragazzine col fiato sul collo dei magnaccia delle varie mafie straniere. O davanti a questi uomini che fanno da tramite per altri racket, dormono in camere sovraffollate -quando va bene, quando va male, in strada o in qualche baracca malmessa- e fanno quadrato attorno alla legge del ghetto, anziché opporvisi. Enfatizzando la diversità e la non appartenenza a uno stato che proprio non ne vuole sapere di loro.

E qui mi soccorre il secondo esempio, un fatto accaduto proprio ieri sera a Milano.

La cena era stata squisita: antipasto misto di salumi, ossobuco accompagnato da purè, un rosso corposo che ha riscaldato le chiacchiere e gli ammiccamenti, finale goloso a cucchiaiate di mousse al cioccolato.

Non avrei creduto fino a ieri a chi mi avesse detto che Milano poteva essere tanto bella. L’aria della notte era commovente, giunta a cavallo di due giornate dal clima asciutto e soleggiato.

Due chiacchiere ancora, senza fretta, quasi arrivati davanti al portone d’ingresso, e s’infiltra pure qui l’ospite. Anzi, visto che erano in due, gli ospiti (inattesi).

– Amico, gringo, questa tua moglie sì? Tu fortunato, noi non parliamo con voi, tu però- e si rivolge a me- sei come mia madre, anche mia madre è una donna. – Una donna, una candida femmina, un angelo del focolare io sono, è vero. Oh come mi riconosco.

– Ma va? Pure la mia!

– Anche tu fortunata perché lui è bravo.- Ma chi? Bravo a far cosa? – Tieni.- E mi piazza nel palmo della mano un elefantino di pietra rossa lucida. Tempo di altre due frasi da imbonitore e gli animali nel palmo diventano tre, mi dice di ficcarli in tasca, fa per andarsene, poi torna indietro.

– Noi non parliamo con voi, ma tu parla lui, io devo mangiare, digli dai me qualcosa.

Io cerco di restituire gli animali ma uno di quelli che erano con me, l’involontario marito, fa un gesto galante (la sera era romantica, si era sollevato dal piano del reale). Apre il portafogli e senza pensarci allunga un foglio da cinquanta accompagnato dalla gentile richiesta del resto.

Segue fuga del duo con nostra rincorsa (mamma li piedi), centinaia di metri all’indietro, fino alla stazione centrale. Che scenetta. Uno è scomparso nel buio, l’altro invece ha virato sul flemmatico e si è rimesso al nostro temibile giudizio. Intonando una litania infinita sulla sua sorte di immigrato clandestino al quale avremmo fatto un danno denunciandolo. Ovvio che all’idea di restare in attesa dell’amico, che ormai doveva aver raggiunto il confine con la Francia, abbiamo preferito andarcene. Bella serata. Sì, davvero. Bel clima. Già. Bé, tante belle cose e buona notte.

È così che mi sono ritrovata in stanza a notte fonda a meditare sul fatto che è vero, siamo della stessa pasta, italici e foresti. In posizione di forza cediamo facilmente alla tentazione dell’offesa, come rivalsa sul disprezzo subito dall’altro.

Un’ultima occhiata alle notizie, la camera d’albergo era così stupidamente silenziosa, e il sonno mi ha colta mentre immaginavo la manina del ministro Kyenge che mi faceva il solletichino sotto ai piedi.

Lo ius soli non sarebbe la panacea contro la diffidenza, ma la sua introduzione da parte dello Stato italiano sarebbe un segnale forte. Poi starà a noi, cittadini ufficiali e non, scegliere come comportarci nel caso ci rincontrassimo con la coscienza sporca in una strada buia di Milano o davanti a qualche caffè a Roma.

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Il treno del ritorno non fa scali intermedi, va da stazione a stazione in tre ore nette. Il Belpaese sfreccia dal finestrino, e l’uomo del telefono non ha mollato un minuto le sue corrispondenze.

All’improvviso esclama:

– Ma che succede? Mi stai sentendo ancora?

È caduta la linea, finalmente. Cerco lo sguardo del mio dirimpettaio, ma non lo trovo. Dorme -la guancia che dondola al ritmo del treno, scivolata dal cranio a sua volta ciondolante- vinto dalla stanchezza e col giornale aperto sulla pancia.

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*) Quarta conferenza nazionale sulle rinnovabili termiche, organizzata da Amici della Terra.

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Io non ti lascio

7 marzo 2013

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Sto leggendo un libro che mi commuove a ogni pagina, La Strada, di Cormac McCarthy. In un imprecisato scenario post-apocalittico, un padre sceglie di continuare a vivere soltanto perché ha su di sé la responsabilità del figlio. Quest’ultimo scampa di continuo alla morte, confidando imperterrito nel genitore, al quale impone di rivolgere anche a sé stesso le cure che riserva a lui.

Da sempre, tra i miei pochi punti fermi c’è la convinzione che l’Uomo trovi senso e scampo solo nel curare e proteggere i propri figli e figlie (in senso lato: nel mondo occidentale non figlia più nessuno – e questa forse è una parte del problema), anche a costo della sua stessa vita. E nel riuscire a trovare in sé la bambina o il bambino di un tempo, nel curarlo e proteggerlo con lo stesso impegno che mette o metterebbe per un figlio.

La scrittura di McCarthy è piana e prodigiosa: da giorni convivo con un’eco che rimanda un’immagine precisa, ma dai contorni sfumati. Un’immagine che non ero riuscita a identificare finché non mi sono imbattuta nella newsletter di Amici Della Terra, L’Astrolabio.

Davanti agli scatti della pluripremiata fotogiornalista americana Stephanie Sinclair, ho rintracciato finalmente la fonte di quell’eco. Era la piccola Mathilda, che gridava, aggrappandosi a Léon, un attimo prima di perderlo per sempre: “Io non ti lascio”, al minuto 88 dell’allucinata favola raccontata da Besson, che mette faccia a faccia, nei confini di un amore totalmente privo di connotazione sessuale, un uomo e una bambina.

Si finisce sempre per separarsi, è la vita. Ma a me, come a McCarthy, sembra (e forse è un’illusione, ma un’illusione talmente calda, consolatoria e necessaria) che nel ripetere a sé stessi più che ad altri “Io non ti lascio”, risieda la forza e l’ultimo motivo per continuare ad avanzare nell’oscurità.

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Rajani

L’immagine sopra riportata somiglia all’abbraccio disperato di Mathilda con Léon, ma invece ha un significato esattamente opposto: “Io ti lascio”, e ha inizio l’orrore.

Cliccando QUI si trova una presentazione del lavoro fotografico di Stephanie Sinclair in Afghanistan, Yemen, India, Nepal ed Etiopia. Paesi nei quali le bambine possono essere vendute dalle proprie famiglie a uomini molto più grandi di loro, i quali possono abusarne come vogliono fin dalla più tenera età. Molte di loro scelgono il suicidio.

Nelle ultime diapositive c’è l’immagine dell’arresto di un uomo che aveva tentato di uccidere la sua sposa bambina rifugiatasi presso i genitori dopo un anno di violenze subite. L’agente ritratta in quello scatto, Malai Kakar, era stata la prima donna poliziotto di Kandahar, poi divenuta Capo del Dipartimento dei crimini contro le donne. Malai fu assassinata dai talebani nel settembre 2008.

Mi dispiace, il problema esiste. Mi dispiace perché non vorrei che fosse così, così come non vorrei sentire voci che normalmente sento vicine, amiche, infastidirsi davanti a chi solleva la questione del Femminicidio.

Certo, la violenza e l’assassinio (morale o materiale) a movente sessuale, giustificati per cultura, religione, o semplicemente coperti dal silenzio della vergogna e della connivenza, sono esperienze che, in Italia e nel mondo, accomunano entrambi i sessi. So per certo che qualcuno alza le sopracciglia, incredulo. Dia una letta QUA, gli uomini possono subire le stesse vessazioni delle donne, riportandone danni fisici e psicologici altrettanto difficili da tollerare. Ben venga allora chi solleva i problemi e, soprattutto, chi cerca di risolverli.

Ma, si può essere contro chi prova ad affrontarne almeno uno? Si può seriamente sostenere che tutti gli omicidi sono uguali e quindi tanto vale protestare contro la violenza dell’Uomo sull’Uomo? A me questa generalizzazione suona come la frase “Piove, governo ladro”, che giustifica il fatto di lasciare le cose come sono, data la loro inaffrontabile enormità.

Non festeggio mai l’otto marzo in quanto “Festa” della Donna. Che allegria, siamo donne, festeggiamo. Ma utilizzo questa giornata per raccogliere informazioni e riflettere sulle distorsioni che si producono all’interno di una società globalmente ancora molto maschilista. Questa è, forse, l’unica distinzione che rende indispensabile, oggi, sostenere una battaglia di genere.

Quella contro il Femminicidio, termine fastidioso e cacofonico quanto si vuole, anzi, disturbante. Perché mette un accento sgradevole su evidenze accettate da tutti.

Non sarà più solo una battaglia di genere nel momento in cui, uomini e donne, potremo disporre in modo paritario dei diritti umani. Quando tutti gli omicidi, alla fine, saranno veramente uguali.

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“Da parte di Mathilda” – estratto da Léon di Luc Besson

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Stringi stringi, una sola risposta conta

24 novembre 2012

Daniele Silvestri è amico di un mio amico e quindi, secondo la mia filosofia, è anche mio amico. Lui ancora non lo sa. È grande, Daniele, un grande, sensibile, abile poeta e musicista. Fa concerti nei quali dal palco chiama in causa gli abitanti della città in cui si trova, incita la gente a esprimersi, a sollevare i problemi, a parlare di soluzioni.

Daniele caro, ti devo spiegare una cosa.

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Sono arrivate le risposte dei candidati del PD alle primarie alle sei domande della scorsa settimana e si trovano pubblicate sul sito de Le Scienze. Ora, voglia di votare ormai anch’io ce n’ho pochina. Ma anche a-Vendola, la situazione è piuttosto sconfortante. Questa dirigenza pare la replica di quella che andò al Governo nel 2006. Ancora mi brucia personalmente la delusione di tanta impreparazione.

Nel campo delle scienze, il candidato segnalato da Daniele ha dato risposte così-così. Questo sarebbe l’uomo nuovo? Porca miseria, giusto per limitarmi a un campo che conosco, ecco QUI la sua risposta alla domanda “Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?” Vendola pensa ad “un futuro esclusivamente rinnovabile”. Però bisogna considerare che:

1) “Rinnovabile” non è una parola magica. Ricordo che in Italia, grazie all’incentivazione scriteriata del solo fotovoltaico, attualmente dobbiamo gestire un surplus di produzione di energia elettrica –tra l’altro uno degli squilibri causati consiste nel fallimento delle tariffe biorarie-. Sempre per limitarmi al solo fotovoltaico, ricordo anche che non è un’energia poi così “verde”, visto il ciclo produzione/smaltimento dei pannelli in silicio, che non ha portato altro beneficio che all’economia dei produttori cinesi, i quali si sono anche svuotati i magazzini delle scorte obsolete, che peserà sulle nostre bollette per altri vent’anni almeno, che, con l’improvvisa riduzione degli incentivi, ha causato un danno enorme all’unico settore imprenditoriale che aveva illusoriamente resistito alla crisi e fatto perdere migliaia di posti di lavoro – leggi “pane a bocche da sfamare”, quante ne conosco -, in pochissimi mesi.

2) Non è ipotizzabile quando avverrà l’esaurimento dei giacimenti di greggio, visto che ne vengono ancora scoperti di nuovi, in giro per il mondo e che i quantitativi di energia necessari a sostenere la crescita mondiale (previsti nel mondo, nei prossimi 20 anni, l’aumento di circa 3 miliardi di “consumatori medi”, cioè che arrivano ad un livello di reddito tale che iniziano a consumare come gli occidentali) non sono assolutamente richiedibili all’utilizzo delle sole fonti rinnovabili (e assimilate, come la cogenerazione, come ricorda giustamente Vendola). Quindi, giocoforza, bisognerà confrontarsi ancora a lungo con gli idrocarburi. E poi, l’Italia può comportarsi autarchicamente perché è in controtendenza, perché qui ci sono meno nascite che morti? Sì, d’accordo, questo in teoria, ma se ci guardiamo attorno è inutile negare che ormai il melting pot è già qui, ora, e che l’aumento della popolazione causata dalle nuove migrazioni è una tendenza irreversibile. Che il problema va affrontato adesso.

Pensare all’Italia come un sistema chiuso è una visione miope, il nostro paese vive all’interno di un’economia globalizzata, che ci piaccia o no, e con le strategie energetiche degli altri paesi dobbiamo, volenti o nolenti imparare a misurarci e a fare i conti.

[Il ricorso agli incentivi (comunque elemento chiave in un paese come il nostro per dare l’avvio a cicli virtuosi, utili al vero cambiamento sociale) potrebbe essere meglio affrontato, ad esempio, con un occhio alle nuove teorie economiche circolanti, come quella del “nudge”, “un metodo scarsamente invasivo ma efficace, che ha poco a che fare con l’introduzione di incentivi monetari” … “che fa leva su alcuni elementi della psicologia comportamentale umana” (perché “gli esseri umani sono diversi dall’Homo oeconomicus”), ovvero l’indirizzo dato da un governo ai comportamenti dei cittadini, “in modo da migliorare la loro vita, secondo il loro sistema di valori e non quello del governo” (“ognuno deve essere considerato libero di fumare, anche se questo comporterà problemi di salute per il fumatore e maggiori spese mediche a carico della società”). Ad esempio negli Stati Uniti “l’utilizzo di alcuni dispositivi domestici in grado di segnalare visivamente la quantità di energia consumata – e possibilmente anche di collegarsi a internet per confrontare i dati con altri utenti – si è rivelato molto utile per diminuire i consumi”.*]

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un convegno** che ha fatto il punto proprio sulle tematiche energetiche, organizzato da Amici della Terra. Questa è un’associazione ambientalista, sì, ma non come altre in perenne opposizione a tutto. Un’associazione che ha anni di lavoro serio sulle spalle e che ha imparato a coinvolgere nelle discussioni anche gli interlocutori “scomodi”, quelli che con l’ambientalismo di solito fanno a cazzotti. E, quello che conta, portando a casa, anno dopo anno, dei risultati.

Bè, io avrei voluto che le risposte ai sei quesiti fossero più improntate a soluzioni pragmatiche, ma percorribili, come quelle che erano offerte all’ascolto di chiunque avesse presenziato insieme a me al convegno (che poi, era a partecipazione gratuita), piuttosto che a facili dichiarazioni populiste. Avrei voluto che fosse detto, rispetto al problema globale dell’aumento della popolazione, problema che coinvolge anche l’Italia, che del mondo è parte e non può stare solo a guardare il proprio ombelico -una strategia che storicamente non paga-, che fosse detto che le nuove strategie devono prevedere, prima di qualsiasi altro intervento, il ricorso:

1) all’efficienza energetica degli edifici

2) all’aumento della produzione agricola su larga scala

Dalla relazione di Alberto Marchi – McKinsey & Company: “Efficienza energetica, leva fondamentale per la crescita economica sostenibile a livello nazionale e globale”.

Che queste strategie, che oggi ci possono apparire difficili da perseguire, da un lato perché per fare efficienza (quindi diminuire effettivamente il ricorso all’apporto dell’inquinante, e distorsiva per il mercato, energia da idrocarburi), per la complessità delle operazioni, occorre investire capitali che non si trovano nelle tasche di chiunque, dall’altro lato perché la produzione agricola può aumentare solo ricorrendo alla coltivazione degli Ogm, possono portare a scelte vincenti di politica economica e sociale dei Governi solo e soltanto restituendo, con urgenza, dignità e fondi alla ricerca scientifica.

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Giacomo Lariccia– Povera Italia

http://fugadeitalenti.wordpress.com/

 (grazie a Bianca per la segnalazione)

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*) Emanuele Campiglio, L’economia buona – ed. Bruno Mondadori, 2012

**) Se avete un po’ di tempo e voglia (voglia di trasgressione vera, porcapupattola), fatevi un giro tra gli interventi dei relatori intervenuti alla “Quarta conferenza nazionale sull’efficienza energetica”. A scanso di equivoci: non è come hanno scritto, ho contratto e paga da metalmeccanico e, come?… No, per il momento ancora non mi candido.


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