Integrazioni

finestrino

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Sul treno di ritorno da un viaggio di lavoro. È passata un’ora dalla partenza, e un tizio seduto davanti a me non smette di gridare al telefono. Parla di business, di migliaia di mila euro, risponde e commenta battute che non possiamo udire né io, né l’uomo che ho di fronte, che cerca di leggere il giornale e scuote la testa con aria sconsolata. Ogni tanto ci guardiamo: Ma non è possibile! Ci diciamo con gli occhi. Due scene di segno opposto, la prima è una compenetrazione molesta tra realtà separate, molto simile alla violenza. La seconda, è una forma di integrazione empatica ed effimera tra sconosciuti, e conferma che l’umanità, alla fin fine, è fatta di una sola pasta.

Lui uomo, io donna, lui anziano, io eddai sì che sono giovane, lui tradizionale (gli spiovono in faccia le pagine impregnate di piombo), io tecnologica (pc, smartphone, tutta fili. Connessa, insomma). Ma scuotiamo la testa proprio allo stesso modo.

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Motivi deontologici mi impediscono di entrare nei dettagli della mia attività lavorativa. E va bene così per me, visto che su questo blog cerco di restare libera da costrizioni, innanzitutto di natura mentale, a maggior ragione legale.

E quindi fidatevi, anche un’illustre assemblea* si è sperticata, negli ultimi due giorni, a ripetere (e a ragione): l’”integrazione è tutto”.

Purché gestita bene, aggiungo io. Che si tratti del modo in cui alcune città realizzano l’autarchia energetica integrando diverse tecnologie ai fini del teleriscaldamento, oppure che l’argomento riguardi le differenze tra le persone residenti sul suolo italico.

Il punto è cercare di capire cosa sia più conveniente: meglio (ius) soli, o (male) accompagnati?

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Mi servono giusto un altro paio di esempi per chiarire cosa ne penso.

Sabato scorso, nella pausa caffè di un seminario, io e una mia amica in compagnia di un altro corsista, chiacchieravamo seduti all’aperto al tavolino di un bar. Si è avvicinato, come accade spesso, un ragazzo africano proponendo la sua mercanzia e noi abbiamo gentilmente rifiutato. Il ragazzo ha insistito, ne è nato un battibecco con l’uomo del nostro terzetto, degenerato in insulti e minacce verbali.

Uno spettacolino che personalmente avrei evitato, soprattutto in considerazione del fatto che l’”intruso” è giunto in Italia sfruttando le maglie di una legislazione molto restrittiva riguardo agli ingressi dai territori extra Schengen, maglie che si allargano quando le autorità chiudono tutti e due gli occhi davanti alle minorenni che battono in strada. Ragazzine col fiato sul collo dei magnaccia delle varie mafie straniere. O davanti a questi uomini che fanno da tramite per altri racket, dormono in camere sovraffollate -quando va bene, quando va male, in strada o in qualche baracca malmessa- e fanno quadrato attorno alla legge del ghetto, anziché opporvisi. Enfatizzando la diversità e la non appartenenza a uno stato che proprio non ne vuole sapere di loro.

E qui mi soccorre il secondo esempio, un fatto accaduto proprio ieri sera a Milano.

La cena era stata squisita: antipasto misto di salumi, ossobuco accompagnato da purè, un rosso corposo che ha riscaldato le chiacchiere e gli ammiccamenti, finale goloso a cucchiaiate di mousse al cioccolato.

Non avrei creduto fino a ieri a chi mi avesse detto che Milano poteva essere tanto bella. L’aria della notte era commovente, giunta a cavallo di due giornate dal clima asciutto e soleggiato.

Due chiacchiere ancora, senza fretta, quasi arrivati davanti al portone d’ingresso, e s’infiltra pure qui l’ospite. Anzi, visto che erano in due, gli ospiti (inattesi).

– Amico, gringo, questa tua moglie sì? Tu fortunato, noi non parliamo con voi, tu però- e si rivolge a me- sei come mia madre, anche mia madre è una donna. – Una donna, una candida femmina, un angelo del focolare io sono, è vero. Oh come mi riconosco.

– Ma va? Pure la mia!

– Anche tu fortunata perché lui è bravo.- Ma chi? Bravo a far cosa? – Tieni.- E mi piazza nel palmo della mano un elefantino di pietra rossa lucida. Tempo di altre due frasi da imbonitore e gli animali nel palmo diventano tre, mi dice di ficcarli in tasca, fa per andarsene, poi torna indietro.

– Noi non parliamo con voi, ma tu parla lui, io devo mangiare, digli dai me qualcosa.

Io cerco di restituire gli animali ma uno di quelli che erano con me, l’involontario marito, fa un gesto galante (la sera era romantica, si era sollevato dal piano del reale). Apre il portafogli e senza pensarci allunga un foglio da cinquanta accompagnato dalla gentile richiesta del resto.

Segue fuga del duo con nostra rincorsa (mamma li piedi), centinaia di metri all’indietro, fino alla stazione centrale. Che scenetta. Uno è scomparso nel buio, l’altro invece ha virato sul flemmatico e si è rimesso al nostro temibile giudizio. Intonando una litania infinita sulla sua sorte di immigrato clandestino al quale avremmo fatto un danno denunciandolo. Ovvio che all’idea di restare in attesa dell’amico, che ormai doveva aver raggiunto il confine con la Francia, abbiamo preferito andarcene. Bella serata. Sì, davvero. Bel clima. Già. Bé, tante belle cose e buona notte.

È così che mi sono ritrovata in stanza a notte fonda a meditare sul fatto che è vero, siamo della stessa pasta, italici e foresti. In posizione di forza cediamo facilmente alla tentazione dell’offesa, come rivalsa sul disprezzo subito dall’altro.

Un’ultima occhiata alle notizie, la camera d’albergo era così stupidamente silenziosa, e il sonno mi ha colta mentre immaginavo la manina del ministro Kyenge che mi faceva il solletichino sotto ai piedi.

Lo ius soli non sarebbe la panacea contro la diffidenza, ma la sua introduzione da parte dello Stato italiano sarebbe un segnale forte. Poi starà a noi, cittadini ufficiali e non, scegliere come comportarci nel caso ci rincontrassimo con la coscienza sporca in una strada buia di Milano o davanti a qualche caffè a Roma.

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Il treno del ritorno non fa scali intermedi, va da stazione a stazione in tre ore nette. Il Belpaese sfreccia dal finestrino, e l’uomo del telefono non ha mollato un minuto le sue corrispondenze.

All’improvviso esclama:

– Ma che succede? Mi stai sentendo ancora?

È caduta la linea, finalmente. Cerco lo sguardo del mio dirimpettaio, ma non lo trovo. Dorme -la guancia che dondola al ritmo del treno, scivolata dal cranio a sua volta ciondolante- vinto dalla stanchezza e col giornale aperto sulla pancia.

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*) Quarta conferenza nazionale sulle rinnovabili termiche, organizzata da Amici della Terra.

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7 Risposte to “Integrazioni”

  1. Wish aka Max Says:

    Per molto tempo anche io mi sono limitato a scuotere la testa. Ora prima faccio gentilmente presente di abbassare la voce, poi chiamo il capotreno. Sempre gentilmente. Integrazione gentile. 😉
    E perdonami, ma nel buio tirare fuori un pezzo da 50 non è proprio la cosa più furba da fare, pur se mosso da uno spirito di galanteria… ma anche se non fosse stato immigrato, il venditore dico. 😉

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  2. Rocco R. Says:

    Tanto per cambiare, commento stupidamente: ma davvero 50 euro!?!?!?!?!?!

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  3. michiamoblogjamesblog Says:

    questa è una bella storia…io avrei dato i 50 euro a quello al telefono per smettere di parlare e sarei uscito a cena con il venditore di animaletti…facendomi pagare il conto…questa sì che è integrazione….

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