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Un appuntamento a Milano

7 giugno 2016

12 giugno 2016. Il prossimo appuntamento tra editori e autori in quel di Via Tenca 7 (Spazio Melampo) a Milano verterà su pochi e sceltissimi prodotti della Bottega di Narrazione, lì tenuta da Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

L’incontro è rivolto in particolar modo alle categorie di lavoratori editorialmente utili, ai quali raccomando, in particolare, le mirabili opere di Luca Bonini e Cosimo Lupo.

I cinque testi e i loro autori (Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo e Patrizia Sorrentino) vengono presentati brevemente, a partire da Cristiana Bernasconi, da oggi fino a domenica prossima sul sito della Bottega.

 

Nota Bene:

Questa volta il taglio minimalista dell’evento imporrà l’astensione volontaria dei convenuti da qualsivoglia libagione, dalle ore 10,00 fino alla chiusura (verso le 13,00). Si può prevedere che il digiuno e l’esposizione a brani scelti delle opere prime presentate produrranno effetti sperimentabili a medio e a lungo termine, quali: Estasi; Levitazioni; Fuoriuscite dal corpo fisico (o viaggi astrali); Percezioni extrasensoriali; Ringiovanimento fisico e mentale; Remissione spontanea di funghi, calli e verruche; Rivelazione di numeri vincenti sulle varie ruote; Guarigione dalle dipendenze; Accesso al 90 – 95% del potenziale cerebrale; Realizzazione di sé; Abbattimento del tasso di criminalità nella provincia di provenienza; Ripopolamento della foresta Amazzonica; Piena occupazione; Salario minimo garantito; Pace in terra; 10/10 di visus per tutti.

 

 

Un discorso, e una segnalazione

16 dicembre 2015

Bottega di narrazione

Dov’ero rimasta? Non mi ricordo più, i giorni si sono scambiati di posto, hanno teso tranelli, si sono camuffati, si sono presi gioco di me, perché ero impegnata altrove. Quello che si sta concludendo, infatti, è stato un anno impegnativo, e non per modo di dire.

L’impegno, ecco il punto. L’impegno. Tenevo il filo di un discorso stretto in mano e per intesserlo ho prima aperto questo blog, impegnandomi a tenerlo in vita, dapprima scrivendo forsennatamente, quindi placando il ritmo fino a renderlo armonico con le mie vicende di vita, vale a dire: tenerne il respiro quieto in attesa del quietarsi degli eventi esterni. Nel mentre, però, non ho smesso di scrivere, sempre e solo sul tema: “Il mio discorso”.

Per me scrivere significa, prima di tutto indagare, conoscere. E riconoscere, focalizzare, tentare di raggiungere. Spiegare. Eccolo, il succo del discorso, è tutto qui. Mica uno scherzo. Chi, come me, non è nemmeno del mestiere, può trovarlo difficile: gli ostacoli che aumentano invece del contrario, via via che si va intessendo questa trama. Eppure, è ciò che andavo cercando, dare senso a una complessità tutta mia, trovare la sua necessaria strutturazione.

In questi anni ho scelto come mentore una persona unica. Credo di aver voluto bene a Giulio Mozzi non appena ho aperta per la prima volta la pagina principale di Vibrisse. Tanto complesso quanto profondamente generoso, già tramite le sue lezioni gratuite avevo appreso insegnamenti essenziali sulla scrittura, e sul rapporto di chi scrive con il mondo, molto prima di quando, tre anni fa, gli scritto la mia prima email, chiedendo consigli carichi di un’ingenuità che oggi mi fa sorridere.

Lo scorso anno ho bussato alla porta della Bottega di Narrazione, che Giulio, assieme a Gabriele Dadati, tiene presso i locali dell’editore Laurana, a Milano. Mi sono presentata con il mio filo in mano, una parte del discorso già tessuto, e tutta la migliore volontà di confezionare a regola d’arte il resto. Mi è stato aperto, è stato detto che il mio discorso teneva, e ho avuto accesso, così, a un tempo di scoperte, apprendimento, e relazioni umane lungo un anno. Un’esperienza e un arricchimento unici, dei quali ringrazio Giulio, Gabriele, Lillo Garlisi e tutte le persone che sono transitate per la Bottega di Narrazione, i tanti scrittori e operatori dell’editoria, ma non ultimi i miei compagni di viaggio, che qui cito in ordine alfabetico, per non scontentare nessuno: Aldo Dalla Vecchia, Camilla Costa, Carmelo Vetrano, Carmen Verde, Chiara Giordano, Cosimo Lupo, Cristina Natale, Francesco Genovese, Luca Bonini, Magda Cervesato, Michela Rossi, Salvatore Barbara, Serena Uccello, Silvia Vercelli, Simone Salomoni, Susanna Gianotti, Vincenzo Todesco, Vinicia Tesconi.  A tutti voi, ancora grazie.

E grazie alle persone della mia vita che hanno avuto pazienza e mi hanno sostenuta, primi fra tutti i figli (Figli: che la testardaggine di vostra madre vi sia di insegnamento. Quale insegnamento? Non lo so, è questo il bello: dovrete organizzare da voi il vostro personale caos, ma mi avrete sempre al fianco).

Se voleste farvi un’idea dei lavori e delle persone della quarta annualità della Bottega di Narrazione, sbirciate QUI.

QUESTA la pagina del blog della Bottega che rimanda al fascicolo presentato lo scorso tredici dicembre a Milano, presso lo Spazio Melampo, sede della Laurana, davanti a editor, agenti e altri rappresentanti dell’editoria italiana.

Adesso che la quarta Bottega si è conclusa, mi metto a riordinare i fogli del calendario. Chissà stavolta che anno si prepara.

 

 

 

 

 

 

Bottega di narrazione: giornata di presentazione

24 novembre 2015

Segnalo un evento importante, foriero di sicuri esiti, corroboranti per la letteratura italiana e l’universo tutto.

Ci sarò  anche io, in veste di bottegaia. Mi si riconosce, accanto a un giovanissimo Giulio Mozzi e a un ancor più giovane Gabriele Dadati, in questo scatto risalente all’ormai lontano ottobre 2014:

Bottega

Immagine presa da QUI

Domenica 13 dicembre 2015, a Milano presso lo Spazio Melampo di Via Carlo Tenca 7, dalle 10 alle 17, si svolgerà la consueta presentazione al pubblico delle opere composte nel corso della Bottega di narrazione. L’incontro concluderà l’annualità 2014-2015 della Bottega.

Sono invitati a partecipare: editor, funzionari editoriali, direttori di collana, agenti letterari, scout, giornalisti di cultura, eccetera eccetera. In questi giorni stiamo lavorando sodo col telefono e con la posta elettronica.

Naturalmente possono partecipare anche gli ex o i futuri “apprendisti” della Bottega; nonché i semplici curiosi. Il buffet, per ragioni tattiche, sarà riservato agli invitati ufficiali.

Chiunque voglia partecipare è invitato a mandare due righe all’indirizzo della Bottega: bottega@laurana.it. Non è indispensabile, ma ci fa comodo.

Nonostante il Narratore

10 novembre 2014

Ho prenotato una camera d’albergo a Milano, tramite un sito web che fa da intermediario. Dopo qualche minuto, a prenotazione effettuata, mi è arrivata una email dov’era scritto che l’albergo non accettava la carta di credito prepagata che avevo indicato come garanzia.

Ho telefonato. Mi è stato detto che avrei dovuto dare il numero di una carta non ricaricabile. Ho riattaccato, ci ho pensato su, ho richiamato. Mi ha risposto un nuovo operatore.

L’ho informato di non voler fornire gli estremi della mia carta di credito e gli ho domandato se potevo pagare direttamente, saltando la prenotazione, con un bonifico. L’uomo mi ha detto, strisciando tutte le esse:

– Sssignora, sssi potrebbe ma, sssa, dovrebbe farlo con qualche giorno di preavvissso, per dare tempo all’albergo di verificare ssse il pagamento è andato a buon fine. Ma, comunque, sssignora, non si preoccupi perché la camera le viene mantenuta.

– Davvero?

– Certo, ssstia tranquilla.

Ho assicurato il tizio che sarei arrivata all’albergo prima delle 10.30 del mattino del giorno successivo, e ci siamo salutati cordialmente.

La mattina dopo, sveglia alle 5.30. Prendo il treno delle 7.00, alle 10.00 arrivo alla stazione centrale di Milano. In dieci minuti raggiungo l’albergo. Alla reception c’è lo stesso personaggio di ieri.

Mi accoglie con un sorriso e mi informa che a quell’ora è troppo presto per farmi fare il check-in perché le stanze sono ancora tutte occupate, ma che posso stare tranquilla: fino alle 18.00 la prenotazione mi viene mantenuta.

Trascorre il tempo e alle 17.25 mi cade l’occhio sul display del telefono che avevo silenziato: due chiamate senza risposta da un numero di Milano.

Risponde la voce del secondo operatore. È imbarazzato. Mi ingiunge di venire a pagare la camera entro le diciotto, dopodiché la renderanno disponibile ad altri clienti. Bofonchio, grondando irritazione, che è una scorrettezza, che mi costringono a lasciare a metà ciò che stavo facendo per non rischiare di dormire alla stazione.

Così come mi trovo, con la borsa a tracolla e senza giacca, esco nel tardo pomeriggio di questa città.

Copro il percorso verso l’albergo a passi frettolosi e a testa bassa. Ma il clima buono, l’aria talmente asciutta e fresca, mi fa sollevare gli occhi e intravedere, tra i palazzi con le finestre illuminate, un calmo cielo d’autunno che se ne sta così in alto, percorso da nuvole leggere. Per un istante mi accorgo dell’esistenza del Narratore, lo sento nitidamente mentre pensa tra sé e sé: Quanto sto bene, non ho nessuna voglia di discutere.

Salgo le scale all’ingresso, percorro un quarto di giro col cristallo della porta girevole che mi precede lento. Mi appoggio al bancone sventolando quei “micragnosissimi sessanta euro” e dico, senza troppa convinzione:

– Comunque non si fa così. Per colpa vostra rischio di non avere un posto per la notte.

L’impiegato diventa zucchero e miele, cinguetta tanto che pare il canarino Titty: lui mi capisce benissimo ma, d’altra parte, cosa ci può fare? È stretto da un lato dal collega che promette ciò che non può mantenere e il capo che lo tempesta di chiamate imponendogli di mandarmi fuori se mi presento dopo le 18.00. Eh.

Il pensiero di un letto che mi attende a fine giornata val bene la repressione della mia controbattuta.

Esco. Rientro che è quasi mezzanotte.

Prendo la chiave della camera 508, al quinto piano. Sento lo sguardo dell’impiegato sulla mia camminata claudicante, mentre mi allontano dalla reception illuminata a giorno. Ho due borsoni sulle spalle, che mi dolgono. Ma non importa, ancora poco e potrò dimenticare ogni fatica. Devo soltanto spingere un pulsante, questo, accanto al quale sventolano gli angoli di un foglio attaccato al muro con lo scotch. Mi ci avvicino, ormai ho gli occhi che si incrociano, per leggere che l’ascensore è guasto.

Come se

6 dicembre 2013

(Filastrocche per un post conclusivo ancorché sconclusionato)

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Mi sento una stanchezza addosso… Come se tutta la settimana avessi corso una maratona, con lei sempre alle calcagna, e poi avessi inchiodato di colpo sul traguardo, e la stanchezza, girata da un’altra parte, mi fosse arrivata addosso con tutta la sua forza.

Come un tamponamento al semaforo.

Ora ho la cervicale indolenzita, come se subissi gli effetti di un colpo di frusta.

Avrei bisogno di un massaggio, o forse, almeno di un collarino. Possibilmente di perle.

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Milanese: Allora, allora, come va?

Romana: E come deve andare, da venerdì.

Milanese: Beh, pensa che domani è festa

Teatino:

Domani è festa

si mangia la minestra

la minestra non mi piace

si mangia pane e brace

la brace è troppo nera

si mangia pane e pera

la pera è troppo bianca

si mangia pane e panca

la panca è troppo dura

si va a letto addirittura

Napoletano:

Basta

Fagioli con la pasta

La pasta non è cotta

Mi mangio la ricotta

La ricotta non mi piace

Mi mangio pane e brace

La brace è troppo nera

Mi mangio pane e pera

(Ma è consentita la variante di chi è nato ad Aprilia: Mi mangio cacio e pera)

Foggiano:

Questa filastrocca non esiste a Foggia.

Teatino:

Ma che dici, mio nonno era di Foggia, me la cantava tutte le sere.

Romana:

Buonanotte.

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Subsonica – Come se

Integrazioni

14 maggio 2013

finestrino

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Sul treno di ritorno da un viaggio di lavoro. È passata un’ora dalla partenza, e un tizio seduto davanti a me non smette di gridare al telefono. Parla di business, di migliaia di mila euro, risponde e commenta battute che non possiamo udire né io, né l’uomo che ho di fronte, che cerca di leggere il giornale e scuote la testa con aria sconsolata. Ogni tanto ci guardiamo: Ma non è possibile! Ci diciamo con gli occhi. Due scene di segno opposto, la prima è una compenetrazione molesta tra realtà separate, molto simile alla violenza. La seconda, è una forma di integrazione empatica ed effimera tra sconosciuti, e conferma che l’umanità, alla fin fine, è fatta di una sola pasta.

Lui uomo, io donna, lui anziano, io eddai sì che sono giovane, lui tradizionale (gli spiovono in faccia le pagine impregnate di piombo), io tecnologica (pc, smartphone, tutta fili. Connessa, insomma). Ma scuotiamo la testa proprio allo stesso modo.

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Motivi deontologici mi impediscono di entrare nei dettagli della mia attività lavorativa. E va bene così per me, visto che su questo blog cerco di restare libera da costrizioni, innanzitutto di natura mentale, a maggior ragione legale.

E quindi fidatevi, anche un’illustre assemblea* si è sperticata, negli ultimi due giorni, a ripetere (e a ragione): l’”integrazione è tutto”.

Purché gestita bene, aggiungo io. Che si tratti del modo in cui alcune città realizzano l’autarchia energetica integrando diverse tecnologie ai fini del teleriscaldamento, oppure che l’argomento riguardi le differenze tra le persone residenti sul suolo italico.

Il punto è cercare di capire cosa sia più conveniente: meglio (ius) soli, o (male) accompagnati?

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Mi servono giusto un altro paio di esempi per chiarire cosa ne penso.

Sabato scorso, nella pausa caffè di un seminario, io e una mia amica in compagnia di un altro corsista, chiacchieravamo seduti all’aperto al tavolino di un bar. Si è avvicinato, come accade spesso, un ragazzo africano proponendo la sua mercanzia e noi abbiamo gentilmente rifiutato. Il ragazzo ha insistito, ne è nato un battibecco con l’uomo del nostro terzetto, degenerato in insulti e minacce verbali.

Uno spettacolino che personalmente avrei evitato, soprattutto in considerazione del fatto che l’”intruso” è giunto in Italia sfruttando le maglie di una legislazione molto restrittiva riguardo agli ingressi dai territori extra Schengen, maglie che si allargano quando le autorità chiudono tutti e due gli occhi davanti alle minorenni che battono in strada. Ragazzine col fiato sul collo dei magnaccia delle varie mafie straniere. O davanti a questi uomini che fanno da tramite per altri racket, dormono in camere sovraffollate -quando va bene, quando va male, in strada o in qualche baracca malmessa- e fanno quadrato attorno alla legge del ghetto, anziché opporvisi. Enfatizzando la diversità e la non appartenenza a uno stato che proprio non ne vuole sapere di loro.

E qui mi soccorre il secondo esempio, un fatto accaduto proprio ieri sera a Milano.

La cena era stata squisita: antipasto misto di salumi, ossobuco accompagnato da purè, un rosso corposo che ha riscaldato le chiacchiere e gli ammiccamenti, finale goloso a cucchiaiate di mousse al cioccolato.

Non avrei creduto fino a ieri a chi mi avesse detto che Milano poteva essere tanto bella. L’aria della notte era commovente, giunta a cavallo di due giornate dal clima asciutto e soleggiato.

Due chiacchiere ancora, senza fretta, quasi arrivati davanti al portone d’ingresso, e s’infiltra pure qui l’ospite. Anzi, visto che erano in due, gli ospiti (inattesi).

– Amico, gringo, questa tua moglie sì? Tu fortunato, noi non parliamo con voi, tu però- e si rivolge a me- sei come mia madre, anche mia madre è una donna. – Una donna, una candida femmina, un angelo del focolare io sono, è vero. Oh come mi riconosco.

– Ma va? Pure la mia!

– Anche tu fortunata perché lui è bravo.- Ma chi? Bravo a far cosa? – Tieni.- E mi piazza nel palmo della mano un elefantino di pietra rossa lucida. Tempo di altre due frasi da imbonitore e gli animali nel palmo diventano tre, mi dice di ficcarli in tasca, fa per andarsene, poi torna indietro.

– Noi non parliamo con voi, ma tu parla lui, io devo mangiare, digli dai me qualcosa.

Io cerco di restituire gli animali ma uno di quelli che erano con me, l’involontario marito, fa un gesto galante (la sera era romantica, si era sollevato dal piano del reale). Apre il portafogli e senza pensarci allunga un foglio da cinquanta accompagnato dalla gentile richiesta del resto.

Segue fuga del duo con nostra rincorsa (mamma li piedi), centinaia di metri all’indietro, fino alla stazione centrale. Che scenetta. Uno è scomparso nel buio, l’altro invece ha virato sul flemmatico e si è rimesso al nostro temibile giudizio. Intonando una litania infinita sulla sua sorte di immigrato clandestino al quale avremmo fatto un danno denunciandolo. Ovvio che all’idea di restare in attesa dell’amico, che ormai doveva aver raggiunto il confine con la Francia, abbiamo preferito andarcene. Bella serata. Sì, davvero. Bel clima. Già. Bé, tante belle cose e buona notte.

È così che mi sono ritrovata in stanza a notte fonda a meditare sul fatto che è vero, siamo della stessa pasta, italici e foresti. In posizione di forza cediamo facilmente alla tentazione dell’offesa, come rivalsa sul disprezzo subito dall’altro.

Un’ultima occhiata alle notizie, la camera d’albergo era così stupidamente silenziosa, e il sonno mi ha colta mentre immaginavo la manina del ministro Kyenge che mi faceva il solletichino sotto ai piedi.

Lo ius soli non sarebbe la panacea contro la diffidenza, ma la sua introduzione da parte dello Stato italiano sarebbe un segnale forte. Poi starà a noi, cittadini ufficiali e non, scegliere come comportarci nel caso ci rincontrassimo con la coscienza sporca in una strada buia di Milano o davanti a qualche caffè a Roma.

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Il treno del ritorno non fa scali intermedi, va da stazione a stazione in tre ore nette. Il Belpaese sfreccia dal finestrino, e l’uomo del telefono non ha mollato un minuto le sue corrispondenze.

All’improvviso esclama:

– Ma che succede? Mi stai sentendo ancora?

È caduta la linea, finalmente. Cerco lo sguardo del mio dirimpettaio, ma non lo trovo. Dorme -la guancia che dondola al ritmo del treno, scivolata dal cranio a sua volta ciondolante- vinto dalla stanchezza e col giornale aperto sulla pancia.

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*) Quarta conferenza nazionale sulle rinnovabili termiche, organizzata da Amici della Terra.

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