Catene elastiche: Quando di prudenza ce n’è già abbastanza (non è una recensione bensì un controproverbio)

Il pesante cancello elettrico videosorvegliato si è aperto lentamente, ringhiando e cigolando, e dal fondo buio del gabbiotto dell’ascensore sono emersa io col casco già sulla testa, la schiena bella dritta e negli occhi la piena fiducia nel nuovo giorno che andavo ad affrontare. Con poche e agili mosse, compiute ormai a memoria, mentre con lo sguardo studiavo come affrontare il traffico in funzione del ritmo del semaforo, ho dischiuso il mio cavallo meccanico. Sono saltata in sella, messa la lancia in resta e ho dato un bell’affondo sul pedale. La bici è avanzata in folle – ’Azz…- e il piede è scivolato avanti facendomi saltellare. Naaa… era uscita la catena.

Mai rimessa in sede una catena in vita mia prima di oggi. Confesso che sulle prime mi sono sentita un po’ persa. Certo, dato l’incipit di poco prima mi toccava mantenere il punto. E così: via, ho iniziato a operare (con un fazzolettino sulle ginocchia pronto all’occorrenza). Ho accompagnato con circospezione un paio di maglie sulla ruota dentata e mi sono accorta subito che la catena era molto corta. Per non rovinare la bici con le mie manovre maldestre stavo considerando l’idea di lasciarla lì, ben legata nei pressi della fermata, ma poi mi sono chiesta: possibile che fino a poco prima la catena si arrotolasse tutta intorno e adesso invece mi sembri tanto breve? Allora ho osato appena un po’: le ho dato una tiratina e quella, “miracolosamente” (per me che lo ignoravo), mi ha seguita, finché non si è avvolta tutta attorno alla corona. E sono potuta finalmente salire in sella e partire.

Ignorante e prevenuta. Così mi sono sentita, quando ho capito che nel 2012 l’esistenza di catene elastiche fosse il minimo da aspettarsi da parte di un settore tecnologicamente avanzato come quello del ciclismo. E mi sono accorta anche di essere rimasta ferma all’affascinante immagine del velocipede come appannaggio di romantici Don Chisciotte all’assalto del traffico cittadino.

Piero Ciampi – Don Chisciotte

Poco male, in fondo ho rimediato col ricorso ad una solida fiducia, se non proprio nel progresso, almeno nelle mie capacità. Oh, anche queste sono conquiste. Una come me mica nasce così convinta, è solo che, se vinci qualche battaglia, poi è facile che creda di poterti aggiudicare anche la guerra. Guai a dubitarne, sarebbe sicuramente la disfatta.

Che poi un’oretta prima, appena alzata, me ne era venuta subito incontro un’altra, di battaglia. Il fatto è che, mentre inzuppavo biscotti dentro al thé, ho letto la cronaca straziante di un padre costretto a uccidere i suoi figli. O forse peggio, costretto, in obbedienza alle disposizioni di uno Stato, alle quali deve pur sempre sottostare, a uccidere i propri figli e insieme il futuro dei figli di tutti gli altri:

“Mentre ci dirigiamo verso l’appezzamento, Rugini viene fermato dai colleghi, che lo salutano con quell’aria imbarazzata che in genere si riserva a chi sta affrontando un lutto. […]La speranza è che qualcosa possa cambiare, che qualcuno possa intervenire all’ultimo momento, che l’appello produca qualche risultato, che il Medioevo prossimo venturo rinunci ad arrivare. Ma intanto è visibilmente scosso”.

Richiama alla mente un po’ Abramo e Isacco, un po’ La scelta di Sophie, grandi tragedie è vero ma a ripercorrerle non c’è gloria. Fa pure bene il Presidente dell’ANBI a commentare: “ci rattrista l’assoluta distanza fra il mondo della politica e quello della ricerca e della società civile, che invece si è tempestivamente mobilitata per scongiurare un vero e proprio attacco al futuro della ricerca nel nostro paese”.

Solo che, secondo me, Uno: La società civile avrebbe potuto essere più incisiva, mille firme (più la mia) sotto una petizione non sono molte. Il punto è che le persone di questi argomenti non ne sono informate. Ne sono solo terrorizzate. D’accordo: questo è il popolo, baby. E allora, Due: Perché non si mobilita almeno la comunità scientifica? Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (tra gli scenziati e ricercatori italiani che lavorano in Italia e figurano negli elenchi dei ricercatori più citati al mondo nella letteratura scientifica, fondatori della ONLUS “Gruppo 2003 per la Ricerca Scientifica”), citati da Antonio Pascale*  additano esplicitamente (e con tristezza) “il cronico asservimento di molte istituzioni scientifiche al mondo della politica”.

– Aspetta, aspetta. Parliamone.

– Ué! Mi hai spaventato, demone.

– Mi risveglio solo quando l’argomento lo merita.

– Grazie tante. Di cosa vorresti parlare?

– Del fatto che fino a poco tempo fa saresti stata sicuramente dall’altra parte della barricata, e in ottima compagnia: con tutte le tue amiche ecologiste radicali, con tutti i movimenti d’opinione rappresentati da questo o quel personaggio noto, con buona parte della sinistra progressista che ultimamente tenta di accorciare il vantaggio della destra sul piano del populismo. Oppure del fatto che la prima volta che hai votato è stato al referendum contro il nucleare o che nella tua cucina troneggiano i prodotti Viviverde della Coop.

– Demone,

– Francesca.

– …,

– ??

– Innanzitutto a me non fanno più paura gli OGM da quando ho smesso di cercare figli. Prima attuavo una forma di cautela, di prevenzione-prevenuta, è vero. Ma da quando ho constatato che anche le catene della paura hanno proprietà elastiche, mi sono guardata attorno e riconosciuto la realtà dei fatti. E poi la mia discendenza è in parte culturalmente, in parte geneticamente modificata. E poi, ancora, io sono di sinistra.

– Belle argomentazioni tranne l’ultima.

– Ci sarà un tempo in cui…

– Beata te.

– Allora arrenditi.

– Che m’importa? Io sono un demone.

– Io no, quindi mettiti da parte e lasciami fare.

– Accomodati pure, io schiaccio un pisolino.

– Sì, sì. Adesso però, considera le percentuali di condivisione della catena del DNA umano con quelle di altre specie:

Scimpanzé: 98%

Topo: 90%

Gallina: 89,2%

Banano: 50%

Archeobatterio (ok, non so cosa sia): 19,8%

In Pane e Pace sono contenute alcune elaborazioni grafiche, molto esplicative, della correlazione genetica esistente tra gli organismi terrestri, ricostruita a partire dalle teorie di Darwin: una relazione genealogica che può essere rappresentata come un albero evolutivo conosciuto come l’albero della vita.

Io non sono biologa, né agronoma, né entomologa, né chimica. Non rappresento alcuna categoria di tecnici o studiosi con voce in capitolo in questa materia complessa. Abbraccio solo la tesi secondo la quale, invece di lanciarsi nella caccia alle streghe, sarebbe meglio che ciascuno si facesse un’opinione basata su dati certi, o almeno, che lasci spazio al dubbio. C’è in ballo la sopravvivenza della specie! Mi capisci sì o no, demone? Demone?

 – Ronf… Ronf… Ronf…

*) Antonio Pascale: Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico. Ed. Chiarelettere, 2012

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3 Risposte to “Catene elastiche: Quando di prudenza ce n’è già abbastanza (non è una recensione bensì un controproverbio)”

  1. fausto Says:

    Cigno nero all’orizzonte. Negli Usa cresce esponenzialmente la diffusione di infestanti resistenti al glifosato.

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  2. fausto Says:

    Sarebbe sufficiente:

    _ scrivere “glyphosate” nel motore di ricerca, e leggere cos’è e qual’è il suo impiego recente più comune;
    _ scrivere quindi nel motore di ricerca “infestanti resistenti al glifosato”, e leggere tutti i testi che appaiono; in particolare quelli redatti da professionisti.

    E’ un esercizio istruttivo: ci dà un assaggio delle noie delle prossime annate.

    Con allegria.
    fausto

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