The Summer(s) of Paul

Spike Lee – The Summer of Sam (scena)*

Estate 1984. Orwell non c’entra niente, ma era un altro di quegli anni topici, come il 2012, nel corso dei quali pareva che dovesse succedere per forza qualcosa di diverso. Mio padre aveva fatto tredici e con quella sommetta aveva deciso di portare la famiglia in un villaggio vacanze in Calabria. I primi giorni camminavo su quei vialetti lastricati in mezzo all’erba notando che la gente, donne e uomini, grandi e piccoli, giovani e vecchi, mi veniva incontro con un “ciao!” amichevole e disinvolto. E io pensavo: ma guarda ‘sti cretini, che si ridono? E infatti in tutte le foto scelte alla bacheca del villaggio, io tengo il muso. Anche in quelle nelle quali, appena coperta da un pareo tutto annodato, sto accanto a Fiorello (lui, lui), il capoanimatore, che suona la chitarra hawaiana in gonnellino di paglia con espressione ispirata e comica. Che a riguardarle oggi si vede che ero io ad essere fuori posto.

Era un villaggio per famiglie. Nel 1984, senza ancora troppe distrazioni da parte dei media, la famiglia italiana piccolo borghese  era, spesso, un contenitore chiuso all’interno del quale si ripetevano riti stantii che non necessitavano di supplementi di comunicazione. Io stessa me n’ero dimenticata, quanta ma quanta acqua è passata sotto i ponti, finché non mi sono trovata emotivamente coinvolta nella visione de “La famiglia Telepatica” (cellula base di una società telepatica), uno degli esiti di una ricerca della quale ho già accennato in un altro post:

Opificio Ciclope  – La famiglia Telepatica

Quindi, dicevo, quello nel quale trascorrevamo la vacanza era un villaggio per famiglie. Nel senso che i componenti delle famiglie, una volta entrati, potevano pure smettere di sentirsi obbligati a stare insieme. E infatti i bambini venivano spediti tutto il giorno al miniclub, i padri,  senza altra possibilità di sfogo durante l’anno, trascorrevano il tempo esibendosi in improbabili performances sportive davanti agli occhi (falsamente) adoranti delle hostess (ragazze poco più grandi di me attratte lì dalla prospettiva di farsi un’estate in vacanza stipendiate), le madri… Beh, non posso dire tutte, ma molte, passavano una per una per la stanza del prestante coinquilino del mio ragazzo, che doveva puntualmente farsi un giro ogni volta che trovava la porta chiusa dall’interno.

Il ragazzo con cui flirtavo era lo scenografo del villaggio. Anche io avevo ambizioni represse che, forse, proprio il vivere nel 1984 mi faceva sperare di poter recuperare. Tra le materie del liceo classico non c’era disegno e io, invece, ero piuttosto portata. Per tutto l’anno scolastico, tra una versione di greco e un compito d’italiano o di matematica decoravo banchi, quaderni, diari miei e dei miei compagni, e a volte anche la lavagna. Mandavo strisce ai concorsi in giro per l’Italia e iniziavo a maturare l’idea di fare del disegno la mia professione. Dal primo giorno di vacanza mi sono infilata dietro le quinte del palcoscenico ad aiutare Flip e Flop, così ribattezzati da Fiorello, gli scenografi. Il “mio” era Flip, che pochi anni dopo divenne il realizzatore dello Scrondo di Disegni & Caviglia. Flip, alias Roberto Molinelli, me lo sono ritrovato un giorno a sorpresa in edicola sulla copertina di Carta Sprecata, è il primo a sinistra:

Sono state due settimane di felicità, adoravo fare lavori manuali, spennellare, tagliare, sparare punti, battere chiodi, e poi la sala scenografia era un posto da favola. Piena zeppa di materiali, pezzi di quinte e fondali pronti per un prossimo utilizzo. Grandi tavoli da lavoro dove in tre (io, più che altro, ero la mascotte e gli altri animatori fingevano di non vedermi, al più facevano il gesto delle mani incatenate a Flip, che ne rideva), mettevamo in piedi le scene per lo spettacolo della sera, con una radiolina stereo sempre accesa a darci il ritmo.

Una volta trasmettevano una versione swing di My Ever Changing Moods degli Style Council e io, dopo aver esclamato “Ma questa non è la versione lenta! Bella!”, continuando a lavorare su chissà che cosa mi sono messa a cantare ad alta voce. Perché ne avevo un’altra di passione, comune a tutti gli adolescenti di allora e di sempre, l’ascolto della musica. La mia prima memoria culturale (sorvolando sulla Carrà a Canzonissima che guardavo seduta sul vasino in salone) è la Joan Baetz di We shall Overcome suonata dal giradischi di casa. Sono venuta su negli anni settanta tra Rino Gaetano e Bob Marley, a tredici anni sapevo a memoria tutto il repertorio dei Genesis da Foxtrot in poi, li suonavo pure al pianoforte. Avevo vissuto le prime cotte sulle note della Cool And The Gang. Insomma, vuoi che non conoscessi Paul Weller. E stando con Flip, che aveva otto anni più di me, giorno dopo giorno scoprii gli Everything But The Girl, Crêuza de mä di De André che era appena uscito (e che, dopo sette ore di viaggio sulla strada dal ritorno, ho obbligato mio padre –Santo Padre- a scendere dalla macchina ed acquistare prima che chiudesse per il week end il negozio di dischi vicino casa). Quanto a disegno e a musica devo quindi qualcosina anche a Flip. Il processo di apprendimento a volte avviene per imitazione, nel mio caso quasi sempre. Se una cosa mi appassiona scelgo a chi ispirarmi e inizio a darci sotto. Sono un panzer. Le cose migliori di me le ho scoperte e coltivate a partire dall’osservazione e dall’emulazione di buoni modelli.

Estate 2012. (Nemmeno un temporale dice Caparezza. Beh, che abbiamo avuto fino ad oggi: neve, smottamenti, terremoti, attentati. In effetti, finora temporali no.) Niente Totocalcio né Superenalotto, si sta a Ostia. Ieri, dopo una sfilza di notti insonni, ho dormito come un ghiro sotto il sole, sdraiata sulla battigia e cullata (si fa per dire) dal vociare urlante di un capannello di gentiluomini radunati proprio a dieci centimetri da me, cari. Mi sono risvegliata dopo una mezz’ora, rilassata e riposata e mi sono tirata in piedi, zittendo gli astanti per qualche momento. Ho fatto un tuffo e tirato un po’ di bracciate finché ho raggiunto la prima boa, mi sono rigirata e sono rimasta un po’ di tempo sospesa a galla a sentire il rumore, ovattato per l’immersione delle orecchie, delle mie pulsazioni accelerate. Sono tornata a riva e ho trascinato l’asciugamano fino all’ombrellone, dove la mia ganga stava già nel pieno del pranzo a base di pizza bianca col salame.  “Non accontentarsi di piccole gioie quotidiane”, l’ammonizione di Battiato mi ha raggiunto non richiesta. Vabbé Franco, ma queste non sono gioie propriamente quotidiane. E poi, sto solo godendo di una sensazione di benessere esclusivamente fisico, lasciamelo fare, tanto da lunedì tornerò a “Fare come l’eremita/ Che rinuncia a sé”, come ti sbagli.

Dopo il caffè, butto un’occhiata a D che ostenta un torsolo rinsecchito in copertina. Lo guardo bene perché mi ricorda qualcuno. Lo riguardo. Ma ca… (ci sono bambini) Cacchio! Questo è Paul Weller, uh ma com’è invecchiato. Quanto avrà ormai, ah sì, lo dice lui nell’intervista, cinquantaquattro anni. Ma pare la buonanima di mio nonno! Com’è possibile, mi ripeto, anzi, ripeto a tutti là intorno ad alta voce: Com’è possibile? Paul Weller mi è invecchiato così. Le vecchiette vicine d’ombrellone alzano il naso dalla partita a carte e non capiscono di cosa parli, qualcuno mi rivolge un sorrisetto di circostanza. Leggo l’articolo: lui è un artista “che impersona la fuga dal passato, dalle rievocazioni e dal reducismo” (allora si capisce tutto, eh, niente chirurgia plastica, né reunion fuori tempo massimo), uno che dice cosa pensa e che pensa in maniera molto critica nei confronti di “quelli là”, rivolgendosi all’establishment che, dalla Thatcher in poi, “continua a produrre ineguaglianze”, motivo per cui degli anni ’80 dice: “ho odiato quel periodo con tutto me stesso”. Come dargli torto. Anche se relativo alla fine dei settanta (ma c’è molta continuità con i primi ottanta), The Summer of Sam , un film di Spike Lee, rende l’idea di come la vedo oggi: era un periodo di luci e ombre. Ma i ragazzini che come me si affacciavano allora alla vita, ne venivano soltanto sedotti ed abbagliati. E Paul Weller ha avuto la sua parte nel mantenere alte le aspettative. Adesso, ragazzi cresciutelli, se non avete paura di guardarvi (anche, s’intende) alle spalle, alzate bene il volume:

The Style Council – The Paris Match

*) Nelle mie fantasie erotiche io sono esattamente uguale a Mira Sorvino in questo film e mi piaccio da impazzire

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4 Risposte to “The Summer(s) of Paul”

  1. ubik Says:

    bè lo Scrondo me lo ricordo anche io e comunque post molto bello e bella estate del 2012 🙂

    Mi piace

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