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The Summer(s) of Paul

24 giugno 2012

Spike Lee – The Summer of Sam (scena)*

Estate 1984. Orwell non c’entra niente, ma era un altro di quegli anni topici, come il 2012, nel corso dei quali pareva che dovesse succedere per forza qualcosa di diverso. Mio padre aveva fatto tredici e con quella sommetta aveva deciso di portare la famiglia in un villaggio vacanze in Calabria. I primi giorni camminavo su quei vialetti lastricati in mezzo all’erba notando che la gente, donne e uomini, grandi e piccoli, giovani e vecchi, mi veniva incontro con un “ciao!” amichevole e disinvolto. E io pensavo: ma guarda ‘sti cretini, che si ridono? E infatti in tutte le foto scelte alla bacheca del villaggio, io tengo il muso. Anche in quelle nelle quali, appena coperta da un pareo tutto annodato, sto accanto a Fiorello (lui, lui), il capoanimatore, che suona la chitarra hawaiana in gonnellino di paglia con espressione ispirata e comica. Che a riguardarle oggi si vede che ero io ad essere fuori posto.

Era un villaggio per famiglie. Nel 1984, senza ancora troppe distrazioni da parte dei media, la famiglia italiana piccolo borghese  era, spesso, un contenitore chiuso all’interno del quale si ripetevano riti stantii che non necessitavano di supplementi di comunicazione. Io stessa me n’ero dimenticata, quanta ma quanta acqua è passata sotto i ponti, finché non mi sono trovata emotivamente coinvolta nella visione de “La famiglia Telepatica” (cellula base di una società telepatica), uno degli esiti di una ricerca della quale ho già accennato in un altro post:

Opificio Ciclope  – La famiglia Telepatica

Quindi, dicevo, quello nel quale trascorrevamo la vacanza era un villaggio per famiglie. Nel senso che i componenti delle famiglie, una volta entrati, potevano pure smettere di sentirsi obbligati a stare insieme. E infatti i bambini venivano spediti tutto il giorno al miniclub, i padri,  senza altra possibilità di sfogo durante l’anno, trascorrevano il tempo esibendosi in improbabili performances sportive davanti agli occhi (falsamente) adoranti delle hostess (ragazze poco più grandi di me attratte lì dalla prospettiva di farsi un’estate in vacanza stipendiate), le madri… Beh, non posso dire tutte, ma molte, passavano una per una per la stanza del prestante coinquilino del mio ragazzo, che doveva puntualmente farsi un giro ogni volta che trovava la porta chiusa dall’interno.

Il ragazzo con cui flirtavo era lo scenografo del villaggio. Anche io avevo ambizioni represse che, forse, proprio il vivere nel 1984 mi faceva sperare di poter recuperare. Tra le materie del liceo classico non c’era disegno e io, invece, ero piuttosto portata. Per tutto l’anno scolastico, tra una versione di greco e un compito d’italiano o di matematica decoravo banchi, quaderni, diari miei e dei miei compagni, e a volte anche la lavagna. Mandavo strisce ai concorsi in giro per l’Italia e iniziavo a maturare l’idea di fare del disegno la mia professione. Dal primo giorno di vacanza mi sono infilata dietro le quinte del palcoscenico ad aiutare Flip e Flop, così ribattezzati da Fiorello, gli scenografi. Il “mio” era Flip, che pochi anni dopo divenne il realizzatore dello Scrondo di Disegni & Caviglia. Flip, alias Roberto Molinelli, me lo sono ritrovato un giorno a sorpresa in edicola sulla copertina di Carta Sprecata, è il primo a sinistra:

Sono state due settimane di felicità, adoravo fare lavori manuali, spennellare, tagliare, sparare punti, battere chiodi, e poi la sala scenografia era un posto da favola. Piena zeppa di materiali, pezzi di quinte e fondali pronti per un prossimo utilizzo. Grandi tavoli da lavoro dove in tre (io, più che altro, ero la mascotte e gli altri animatori fingevano di non vedermi, al più facevano il gesto delle mani incatenate a Flip, che ne rideva), mettevamo in piedi le scene per lo spettacolo della sera, con una radiolina stereo sempre accesa a darci il ritmo.

Una volta trasmettevano una versione swing di My Ever Changing Moods degli Style Council e io, dopo aver esclamato “Ma questa non è la versione lenta! Bella!”, continuando a lavorare su chissà che cosa mi sono messa a cantare ad alta voce. Perché ne avevo un’altra di passione, comune a tutti gli adolescenti di allora e di sempre, l’ascolto della musica. La mia prima memoria culturale (sorvolando sulla Carrà a Canzonissima che guardavo seduta sul vasino in salone) è la Joan Baetz di We shall Overcome suonata dal giradischi di casa. Sono venuta su negli anni settanta tra Rino Gaetano e Bob Marley, a tredici anni sapevo a memoria tutto il repertorio dei Genesis da Foxtrot in poi, li suonavo pure al pianoforte. Avevo vissuto le prime cotte sulle note della Cool And The Gang. Insomma, vuoi che non conoscessi Paul Weller. E stando con Flip, che aveva otto anni più di me, giorno dopo giorno scoprii gli Everything But The Girl, Crêuza de mä di De André che era appena uscito (e che, dopo sette ore di viaggio sulla strada dal ritorno, ho obbligato mio padre –Santo Padre- a scendere dalla macchina ed acquistare prima che chiudesse per il week end il negozio di dischi vicino casa). Quanto a disegno e a musica devo quindi qualcosina anche a Flip. Il processo di apprendimento a volte avviene per imitazione, nel mio caso quasi sempre. Se una cosa mi appassiona scelgo a chi ispirarmi e inizio a darci sotto. Sono un panzer. Le cose migliori di me le ho scoperte e coltivate a partire dall’osservazione e dall’emulazione di buoni modelli.

Estate 2012. (Nemmeno un temporale dice Caparezza. Beh, che abbiamo avuto fino ad oggi: neve, smottamenti, terremoti, attentati. In effetti, finora temporali no.) Niente Totocalcio né Superenalotto, si sta a Ostia. Ieri, dopo una sfilza di notti insonni, ho dormito come un ghiro sotto il sole, sdraiata sulla battigia e cullata (si fa per dire) dal vociare urlante di un capannello di gentiluomini radunati proprio a dieci centimetri da me, cari. Mi sono risvegliata dopo una mezz’ora, rilassata e riposata e mi sono tirata in piedi, zittendo gli astanti per qualche momento. Ho fatto un tuffo e tirato un po’ di bracciate finché ho raggiunto la prima boa, mi sono rigirata e sono rimasta un po’ di tempo sospesa a galla a sentire il rumore, ovattato per l’immersione delle orecchie, delle mie pulsazioni accelerate. Sono tornata a riva e ho trascinato l’asciugamano fino all’ombrellone, dove la mia ganga stava già nel pieno del pranzo a base di pizza bianca col salame.  “Non accontentarsi di piccole gioie quotidiane”, l’ammonizione di Battiato mi ha raggiunto non richiesta. Vabbé Franco, ma queste non sono gioie propriamente quotidiane. E poi, sto solo godendo di una sensazione di benessere esclusivamente fisico, lasciamelo fare, tanto da lunedì tornerò a “Fare come l’eremita/ Che rinuncia a sé”, come ti sbagli.

Dopo il caffè, butto un’occhiata a D che ostenta un torsolo rinsecchito in copertina. Lo guardo bene perché mi ricorda qualcuno. Lo riguardo. Ma ca… (ci sono bambini) Cacchio! Questo è Paul Weller, uh ma com’è invecchiato. Quanto avrà ormai, ah sì, lo dice lui nell’intervista, cinquantaquattro anni. Ma pare la buonanima di mio nonno! Com’è possibile, mi ripeto, anzi, ripeto a tutti là intorno ad alta voce: Com’è possibile? Paul Weller mi è invecchiato così. Le vecchiette vicine d’ombrellone alzano il naso dalla partita a carte e non capiscono di cosa parli, qualcuno mi rivolge un sorrisetto di circostanza. Leggo l’articolo: lui è un artista “che impersona la fuga dal passato, dalle rievocazioni e dal reducismo” (allora si capisce tutto, eh, niente chirurgia plastica, né reunion fuori tempo massimo), uno che dice cosa pensa e che pensa in maniera molto critica nei confronti di “quelli là”, rivolgendosi all’establishment che, dalla Thatcher in poi, “continua a produrre ineguaglianze”, motivo per cui degli anni ’80 dice: “ho odiato quel periodo con tutto me stesso”. Come dargli torto. Anche se relativo alla fine dei settanta (ma c’è molta continuità con i primi ottanta), The Summer of Sam , un film di Spike Lee, rende l’idea di come la vedo oggi: era un periodo di luci e ombre. Ma i ragazzini che come me si affacciavano allora alla vita, ne venivano soltanto sedotti ed abbagliati. E Paul Weller ha avuto la sua parte nel mantenere alte le aspettative. Adesso, ragazzi cresciutelli, se non avete paura di guardarvi (anche, s’intende) alle spalle, alzate bene il volume:

The Style Council – The Paris Match

*) Nelle mie fantasie erotiche io sono esattamente uguale a Mira Sorvino in questo film e mi piaccio da impazzire

Rubano ancora al sonno l’allegria

20 giugno 2012

Prima che per la terza notte non riesca a chiudere occhio (e meno male che mi era passata), chiedo umilmente scusa a Manuela con la quale ho trascorso qualche ora in splendida conversazione privata come due amanti clandestini di diverso segno, ma ho urgentemente bisogno di mettere in piazza quel pezzo del mio puzzle.

Sono io, ehi, mi riconosci? Lo so, sembra che stia parlando con me stessa, non è così. Ricordo. Un giorno, mentre scoppiava un tuono lontano, scesi da un aereo che mi portava dove tenevo una conferenza per lavoro. L’aria era tesa e calda, il cielo velato di nuvole bianchissime, grandi grandi. Le guardai un momento con sorpresa e poi salii sul taxi. Fu un giorno come un altro, verso sera mi sentii punta dalla voglia di non tornare indietro.

Mi riconosci? Ti sento scandire bene le parole, ma quelle nuvole bianchissime che solo adesso mi sembra che virino al rosa, mi confondono. Ti riconosco? Non so, non so. Non so. Mi pare che la nebbia non frequenti spesso questi posti. Allora che cosa si è aggrappato alla mia vista? Mi sembra di udire voci che mi chiamano, non vedo quasi più niente, non riconosco nulla. Devo tornare indietro, ma indietro non tornerò mai più. Devo continuare avanti, ma avanti a me non vedo proprio niente. Che ne sarà di me? E di me? Fa eco l’altra voce, Chi sei? Sono io, ehi, sono io, sì, dai, mi riconosci?

Vado a tentoni, tastando muri, vetrine, spigoli, cercando di ricostruire un filo spezzato che, spero, mi porterà fuori da questo labirinto. Nuvole di pianura in mezzo ai colli, morbida stoffa, stesa attorno a un braccio. Sapete dove si va per l’aeroporto? Ma guardi è tutta un’altra direzione, si sente bene? Mi riconosci? Scusi, si sposti, devo sbrigarmi. Si sente bene? Non so, non so. Non so se ti riconosco. No, non mi sento bene.  Cosa si sente, si vuole sedere, c’è un bar giusto girato l’angolo. Ma lei lo vede, l’angolo? Certo, lei no? Non vedo niente, non riconosco nulla. Grazie, vorrei che mi portasse da un oculista. Starà scherzando, qui non ce n’è nessuno. Mi faccia pensare. Mi riconosci? Ehi, sono proprio io. Mi scusi, può fare in fretta? Ho un biglietto aereo non rimborsabile, il volo parte tra meno di due ore. Un ottico. Mi dia il braccio, la porto da un ottico speciale. Un ottico? Ma cosa dice, lei non si rende conto. Che cosa dice?

Vedo che salgo a rubare il sole/

per non aver più notti/

perché non cada in reti di tramonti/

l’ho chiuso nei miei occhi/

e chi avrà freddo/

lungo il mio sguardo si dovrà scaldare.

Siamo quasi arrivati, ma, piange? Lei non si rende conto. Lei, piuttosto, deve andare a fondo con questo suo problema. Siamo arrivati, le apro la porta. Mi lasci qui. Sicura? Sì, sicura, mi lasci qui. Però non pianga. Mi lasci, la ringrazio tanto, la ringrazio tanto. Entri almeno, le sto tenendo la porta. Grazie ancora.

Vedo i fiumi dentro le mie vene,/

cercano il loro mare,/

rompono gli argini,/

trovano cieli da fotografare./

Sangue che scorre senza fantasia/

porta tumori di malinconia.

Chi è? Mi scusi, questa donna, Ancora non se n’è andato? Mi lasci da sola con l’ottico. Che succede? Mi riconosci, mi riconosci adesso? No, ma vedo nuvole grandi, sempre più bianche e grandi. Sieda qui, le porto un bicchier d’acqua.

Vedo gendarmi pascolare/

donne chine sulla rugiada,/

rosse le lingue al polline dei fiori/

Lei, mi scusi se tiro col naso, lei ha paura del polline transgenico? Beva, si sentirà meglio. Oggi fa molto caldo.

ma dov’è l’ape regina?/

Forse è volata ai nidi dell’aurora,/

forse è volata, forse più non vola.

Ah, sì, la questione delle api che non sono più quelle di una volta. Non mi interessa adesso, io non vedo più niente. Ne è sicura? Provi questi occhiali. Funzionano subito? Il tempo di controllare la montatura sul tuo visino. Ci diamo del tu allora. Solo se smetti di piangere. D’accordo. Così, un bel sorriso, ecco.  Guardami. Mi riconosci adesso? Ah!

– Tale e quale a zio Vincenzo!

– Chi, io?

– Tale e quale, tale e quale… Anche la voce, come ho fatto a non riconoscerti prima? Tu… Serpe velenosa!

– Sei impazzita?

– Tu, ti sei insinuato nella MIA famiglia quando avevo otto anni e per due mesi hai dato il tormento a mamma, alla mia mammina, con la scusa di insegnarle a cantare! Per fortuna che almeno papà aveva la vista buona e non gli è sfuggito quello che stavi tramando!

– No!

– Per colpa tua ho avuto gli incubi per anni! Non mi sono mai più fidata degli uomini, per quello che hai combinato alla mia mamma, maledetto! Prima, aveva perso ogni interesse per noi, quante volte si è bruciato il pranzo mentre aspettavamo che usciste dalla camera dei miei genitori! Per giorni ha pensato soltanto a cantare, a cantare. Quando non c’eri vagava per casa come sotto un incantesimo. E noi, tutte sole e spaventate poverine ad aspettare il ritorno di papà dal lavoro. Poi, ha pianto per giorni dopo che sei stato cacciato, verme strisciante! E papà, un uomo distrutto, dopo quella volta non si è mai più allontanato da casa e ora è come un pezzo dell’arredo: sta sempre lì, immobile e fissa la povera mamma dalla sua poltrona. Perché sei ritornato nella mia vita? Perché?

– Rosaria, togli gli occhiali. Toglili, ti prego, ahi! Ahia! Lasciami fare, capirai poi, ahia!

– Maledeeeetto! Tò! Tieni! Per tutto quello che ci hai fatto e ancora dobbiamo penare per colpa tua!

– Aaaaaaaah! E basta! Levati questi occhiali, Rosaria, è un ordine!

– Non ti permettere! Fermatiiiii! Aiuutoooo! Aaaaa!

– A costo di romperli, gnnn… Grrr… Ecco!

– Cos’è successo? Ora ci vedo benissimo. E tu, sembri così… innocuo.

– Sono stati gli occhiali. Funzionano benissimo, anche troppo. Te lo dicevo.

– Uh!

– Ricominci?

– No, è che ho capito tutto. Era una primavera calda, calda come questa, quando quell’uomo si è insinuato nella vita di mia madre. Io respiravo il profumo dei fiori nell’aria, la sentivo esercitarsi nel canto, la vedevo felice. Mi ero anche un po’ innamorata di lui, nonostante avessi solo otto anni. A me e alle mie sorelle portava cannoli e arancini, poi si chiudeva con lei nella camera da letto dei miei. Lei iniziava a intonare compìta le melodie scritte sugli spartiti che lui le portava, poi la sua voce si faceva più flebile, prendeva un tono roco, sembrava che soffrisse, gemeva, anche, mentre cantava. Io e le altre due allora, accostavamo le orecchie alla porta, che era così sottile da far passare tutto. Ci sembrava che anche lui cantasse, ma più sotto voce, in sussurri ritmati, uniti a quelli di lei. Questo durava un tempo che pareva interminabile, invece all’improvviso tutto finiva, lasciandoci stremate. Ci tenevamo per mano, scivolate col sedere per terra, con le orecchie che ronzavano e un formicolio che correva per tutto il corpo. Loro, uscendo, non si curavano di noi e ci scavalcavano senza rivolgerci parola. Poi si sedevano in sala e mordicchiavano arancini in silenzio.

– È per questo motivo che ti si sono appannati gli occhi, perché stai respirando un’aria simile a quella che ti inebriava, tuo malgrado, in quei giorni.

– Chissà. Ma guarda, sono tutta sudata. Mi dispiace averti aggredito, guarda che graffi ti ho fatto.

– Non fa niente. Un bicchiere d’acqua?

– Grazie, magari. Però…

– Vieni qui, fatti abbracciare.

Vedo gli amici ancora sulla strada,/

loro non hanno fretta,/

rubano ancora al sonno l’allegria/

all’alba un po’ di notte:/

e poi la luce, luce che trasforma/

il mondo in un giocattolo.

Cosa vedi ora? Ora vedo te. Mi riconosci allora?

 …

Che bella dormita, non ricordo altro che un sogno di nuvole bianchissime. Ma, sono ancora al computer? Chi ha scritto questa roba?

Faremo gli occhiali così!

Faremo gli occhiali così!

.

.

Ricordo di Marie A.

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.

B. Brecht


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