Posts Tagged ‘Genesis’

Voglio un’Apocalypse

12 dicembre 2012

…in 9/8 (tutt’al più)
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iv. How dare I so beautiful?
Wandering in the chaos the battle has left,
we climb up the mountain of human flesh,
to a plateau of green grass, and green trees full of life.
A young figure sits still by a pool,
he’s been stamped “Human Bacon” by some butchery tool.
(he is you)
Social Security took care of this lad,
we watch in reverence, as Narcissus is turned to a flower.
A flower?

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Questa sì che è la fine del mondo:

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P.S.

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Oh come frusciano, oh come gracchiano

14 novembre 2012

Lo so, non soppianterà mai i formati digitali. Né è in grado di resistere come loro all’usura del tempo (mi pare che ci sia solo l’M-Disk in giro, come supporto più duraturo finora concepito – mille anni saranno sufficienti?), certo che quando, durante una passeggiata in libreria*, ho trovato in esposizione il vinile, una serie di vinili, mi è preso un tuffo al cuore. Porca miseria! L’opera omnia dei Beatles  e… toh, Seconds Out dei Genesis: sognavo di averlo nella mia raccolta da una trentina d’anni…

Vinile. Insomma, ne ho due scaffali pieni  a casa, dove ho un giradischi ancora perfettamente funzionante. Ho chiesto al libraio l’autorizzazione a scattare qualche foto per pubblicarla e ne sono uscita con un 45 giri, un’emozione che non provavo da quando ero ragazzina e prima delle feste mi infilavo nei negozi di dischi per fare incetta di musica da ballare con gli amici. Il dj il più delle volte ero io, e come mi divertivo.

E adesso cosa ho fatto? Ahimé, mi sono messa sullo stesso piano di quelli che

– E poi vuoi mettere: Il rumore di fondo del vinile, il calore che trasmette anche e soprattutto perché gracchia!

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La settimana scorsa, durante la chiacchierata in libreria con Piero Dorfles, a un certo punto, è saltata fuori la querelle e-book / libro di carta.

– L’e-book è come un altro libro ma ha alcuni difetti non da poco: Non si può sottolineare con la matita…

– Non è vero! – Ha protestato un signore, dal fondo della sala.

– Si può sottolineare, sì. Ma solo elettronicamente. Non ha la copertina. Sul lettore si vede una sola pagina per volta (in verticale, poi, ed è microscopica). Io sono abituato a due, ne ho bisogno. Per il lettore forte, le pagine si leggono come un insieme, è una lettura gestaltica, soprattutto se uno il libro l’ha già letto. Due pagine aperte danno il colpo d’occhio, si può andare a ricercare un segno di matita, una scritta a margine. Il libro elettronico non può farlo. Aggiungo che in casa ho i libri di mio nonno. Lui era un grande lettore, leggeva in tutte le lingue. Ho ritrovato cose deliziose con i commenti di mio nonno di cento anni fa. Vorrei sapere come si fa a trasmettere la conoscenza con uno strumento che tecnologicamente sarà progressivamente obsoleto ogni due o tre anni. Non garantisce costanza continuità del sapere, il deposito di quello che sappiamo. I libri non vanno sacralizzati, ma vissuti e se possibile utilizzati come qualcosa che non solo ci dà molto, ma a cui noi diamo qualcosa in cambio. Leggendo un libro gli diamo vitalità, sostanza, il libro si porta dietro il nostro intervento anche con le “orecchie” con le scritte, con i graffi e i segni di matita.

Ecco, a me questo intervento è piaciuto. Propone in modo educato e rispettoso, un punto di vista nel quale in una certa misura mi ritrovo anche io. Io sono quella che continua a svenarsi per comprare libri, fumetti, riviste di carta e che si commuove non poco davanti al ritorno nei negozi del vinile.

Però, mi sembra che questa visione pecchi di eccessiva demonizzazione del mezzo elettronico. E di eccessiva esaltazione del libro quale insostituibile mezzo di trasmissione culturale intergenerazionale. Insomma: dal racconto orale all’incisione di lastre di pietra, all’uso dei papiri, fino alla carta, il mezzo si è modificato ma, di pari passo, la cultura si è diffusa e il suo peso nella società, guardando l’arco temporale che va da Gutemberg ai giorni nostri, si è accresciuto in maniera esponenziale. Certo, oggi possiamo lamentarci dell’appiattimento in atto, dell’autoesclusione dei più dalla conoscenza, a causa della sovraesposizione a più fonti di informazione, tutte comunque tendenti a rimanere a livelli di sconfortante superficialità.

Ma l’umanità, a mio modesto avviso, (scusate il francese) mica è scema. L’evoluzione, nonostante i nostri pregiudizi, prosegue il suo cammino, silenziosa, e inesorabile. L’Uomo non comprometterà la propria sopravvivenza (che dipende anche dalla diffusione del sapere) con una dematerializzazione della conoscenza che rischi di causare la sua cancellazione.

Io mi sono convinta (arrivo ultima? Non credo, forse penultima), che ci troviamo proprio nel bel mezzo di una  transizione di portata epocale (per questo motivo, stando nel mezzo, non riusciamo a vedere chiaramente cosa sta succedendo). Che dobbiamo aspettarci, piuttosto che la cancellazione della cultura di massa, una nuova – e diversa – impennata di diffusione culturale, dovuta alla “partecipazione” aggregata, allo scambio continuo tra chi genera e chi fruisce di concetti e contenuti. Questo fenomeno si deve ancora strutturare e coagulare. Comunque, non può (almeno non in via esclusiva) per sua natura essere sostenuto da mezzi come sottolineature e orecchie fatte ai libri.

Molto meglio di me esprime il concetto Francesco Erspammer, in un articolo pubblicato oggi su il Sole 24 Ore che cerca di smorzare il fuoco sempre acceso della polemica tra cultura umanistica e scientifica (tra romanticismo e illuminismo, naturale e artificiale, biologico e tecnologico, …), sulla quale anch’io (fuoriuscita dal liceo classico per approdare a una facoltà scientifica, entità dubbiosa che si barcamena nella complessità del presente) torno spesso a sproloquiare (per esempio qui e qui) con buona pace dei miei pochi, selezionati e pazienti lettori.

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In genere sono un tipo accomodante. Ma alcune questioni mi fanno inalberare in un momento. E quanto ho stretto i denti per non reagire quando,  a conclusione dell’intervento di Dorfles (non avevo fatto in tempo a godermi la pace conquistata, in compagnia dell’eco delle parole appena udite), a fianco a me un omaccione ha alzato la voce per proclamare, convinto di parlare anche a nome mio:

– E poi vuole mettere: Il rumore delle pagine che frusciano, la sensazione della carta tra le dita!

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*) Libreria della catena Arion, in Piazza Fiume, a Roma.

Il dovere di Essere Intelligenti (e quello di Indagare Sulla Natura Della Consapevolezza Umana)

14 settembre 2012

Seguendo un g+ che mi consiglia sempre bene, ho letto un articolo sul blog Leucophaea dal titolo “Mistero” nel quale l’autore, Marco Ferrari, disserta della contrapposizione tra la fiducia nelle idee scientifiche e quella nella superstizione (o meglio, nella necessità insita nella natura umana di fermarsi, spesso, alle spiegazioni semplici):

[…] da mesi in redazione e fuori stiamo discutendo del perché bene o male (più male che bene) le idee scientifiche facciano una gran fatica a diffondersi e soprattutto a superare un muro di quella che potrebbe essere definita superstizione, ma non lo è, non del tutto.

L’assunto è che ci siano troppe controversie che contrappongono una spiegazione scientifica a una no. E come dargli torto? Mi fido della sua interpretazione, almeno per ciò che ritiene importante estrarre dalle 11 pagine di Jiro Tanaka in inglese scientifico ed in particolare del grafico (quasi quasi lo riporto anch’io)

che espone i tratti distintivi e quelli in comune tra la tendenza meccanicistica (che sfocia nei casi estremi nell’autismo) e tendenza mentalistica (che invece può degenerare nella psicosi). Nel mezzo c’è quella che viene definita popolazione “normale”, che include chi tende ad occuparsi di Ingegneria, Matematica e Fisica, Logica, Scienze naturali, Filosofia, Giurisprudenza e Scienze sociali, Storia, Storytelling, Psicanalisi, Terapia e Poesia.

Ma peccato, peccato davvero, per come lo sfogo poi gli prenda la mano e tutto il discorso finisca per riunire sotto l’unica definizione di “adoratori del mistero” varie teorie del complotto, visioni olistiche, agopuntura, e restare chiuso entro lo schema rigido di quella contrapposizione che, inizialmente, sembrava deplorare. Eppure in un punto si lascia sfuggire un “ci mancherebbe”:

“una interpretazione del fenomeno che lascia un angolino di inspiegato, di non rientrante nelle normali leggi della fisica e della chimica, del “c’è sempre qualcos’altro”, del “ci sono più cose in cielo eccetera”. Che è bello, da certi punti di vista, perché significa che secondo queste persone la scienza non ha ancora spiegato tutto (ed è vero, ci mancherebbe)

E quindi Marco Ferrari finisce per scagliarsi contro lo storytelling e contro la cultura umanistica tout court.

[…] Che, come dicevo sopra, vede nel mistero, nell’inspiegato e in fondo nell’inspiegabile, qualcosa di fondamentale […]Non si accontentano delle spiegazioni della scienza, vogliono sempre che ci sia qualcosa di più. E il mistero per loro deve rimanere tale, sono inorriditi dal tentativo degli scienziati di penetrarlo tanto quanto sono annoiati e respinti dalle spiegazioni. […]

Mah… Almeno maneggiando questi argomenti forse varrebbe la pena sforzarsi di entrare un po’ più nel merito. Sapere ad esempio che esiste un dibattito, seppure minimo, su un certo modo di fare letteratura, una modalità che si attiene al dato scientifico. Una certa tradizione che si fa risalire ad Anton Cechov, passando per Alice Munro e John Cheever, ma ormai declinata in molte maniere e di sicuro non chiusa a difesa di posizioni indifendibili. Insomma, io non confonderei con tanta serena certezza la superstizione e l’indagine del mondo svolta attraverso la letteratura e la poesia.

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Dolce Consapevolezza di sé – Annamaria Papalini
(immagine, “rubata” al volo oggi all’amica Maria, dell’opera ancora imballata subito dopo l’acquisto).

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La filosofia, madre di tutte le scienze, nasce come indagine a tutto tondo -quindi, aggiornando l’accezione, indagine a carattere “olistico”, termine che io non svilirei tanto bellamente-. In fondo, dopo molti secoli, dopo la necessaria e dolorosa separazione tra le varie branche della conoscenza avviata nell’illuminismo, si torna sempre più di frequente a cercare di indagare le commistioni, pur sempre esistenti, tra i diversi filoni dello scibile umano e cercare di abbattere il muro artificiosamente eretto tra cultura umanistica e scientifica. (Io poi sono un architetto e proprio non me ne faccio una ragione. Vi siete mai ritrovati commossi davanti, ad esempio, alla bellezza unita all’utilità pratica di un’opera di Riccardo Morandi o di Luis Kahn?)

Mi piace aggiungermi a quanti citano ad ogni piè sospinto l’affermazione di John D. Barrow (insigne cosmologo):

Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà mai essere completa

Lo stesso Barrow, quando fu insignito del Premio Templeton nel 2006, ricevette la motivazione: “per i suoi scritti sulla relazione tra la vita e l’universo, e sulla natura della consapevolezza umana [che] ha prodotto nuove prospettive sulle questioni centrali riguardo alla scienza e alla religione”.

La natura della consapevolezza umana. A che pro indagarla? Per tornare al mio limitatissimo cantuccio letterario, che è purtroppo solo un luogo dell’anima (e vammi a dimostrare che non ci sia spazio per l’anima -al più sospendi il giudizio, eccheccacchio!- tra i gangli del cervello per questa mole di nozioni, intuizioni e di riflessioni, mole che, sarà che i neuroni muoiono e non vengono rimpiazzati, ingrossa le sue file di giorno in giorno), oggi che viaggio in compagnia del Gioco del Mondo* e mi stupisco ancora (non finirò mai) di come la letteratura riguardi da vicino ciascuno di noi, mi sento contemporaneamente affine alla natura della Maga

“[…] Toc, toc, tu hai un uccellino nella testa. Toc, toc, ti bechetta dentro continuamente […]”

perché sono spesso incosciente, sbadata e ignorante come lei, ma mi riconosco anche nello sguardo che su di lei posa Oliveira

“[…] Soltanto Oliveira si accorgeva che la Maga si affacciava ad ogni istante a quelle grandi terrazze senza tempo che tutti loro cercavano dialetticamente.”

Maga e Oliveira insieme -e d’altra parte come pensare che lo stesso Cortazár abbia potuto descrivere entrambi così bene senza aver avuto esperienza di tutte e due le facce della medaglia?-, io mi sto via via convincendo che soltanto quando si arrivi a padroneggiare entrambi i mondi, senza che un aspetto prevalga mai sull’altro, si possa aspirare ad avvicinarsi, privi di preconcetti, a qualcosa che assomigli a una rudimentale conoscenza del mondo. La conoscenza del mondo, la consapevolezza del tutto e insieme di sé stessi, il tema principe, il tema fondamentale dell’esistenza. Ecco a che pro indagare.

i sentimenti, del resto, non sono un tema qualunque, sono il tema fondamentale.

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Nel 1983 scoprii, tra le altre, una splendida canzone già vecchia di dieci anni, che richiamava la leggenda dell’indovino Tiresia, in qualche modo il riassunto simbolico e poetico del senso delle riflessioni appena esposte. E, secondo me, una buona mano la dà anche ad avallare l’intuizione di quello scrittore/tecnico (non un “artista”! E nemmeno uno “scienziato”, eh, non ci sbagliamo!), quello che “la narrativa no”, ma che anche

“reputo la disciplina scientifica di fondamentale importanza per lo sviluppo della democrazia, la cultura umanistica per studiare i sentimenti delle persone. Il mix lo lasciamo a quelli che preparano i cocktail. Una cosa è certa: oggi abbiamo il dovere di essere intelligenti, cioè aperti al mondo, capaci di integrare le conoscenze. Abbiamo anche il dovere di non essere solo creativi ma di stare a servizio della cultura, intesa,qui, in senso lato”

(mi diverto a collezionare interviste, e allora?).

Genesis – The Cinema Show

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*) Julio Cortazár: Il Gioco del mondo (Rayuela)  – Ed. Einaudi 2005

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The Summer(s) of Paul

24 giugno 2012

Spike Lee – The Summer of Sam (scena)*

Estate 1984. Orwell non c’entra niente, ma era un altro di quegli anni topici, come il 2012, nel corso dei quali pareva che dovesse succedere per forza qualcosa di diverso. Mio padre aveva fatto tredici e con quella sommetta aveva deciso di portare la famiglia in un villaggio vacanze in Calabria. I primi giorni camminavo su quei vialetti lastricati in mezzo all’erba notando che la gente, donne e uomini, grandi e piccoli, giovani e vecchi, mi veniva incontro con un “ciao!” amichevole e disinvolto. E io pensavo: ma guarda ‘sti cretini, che si ridono? E infatti in tutte le foto scelte alla bacheca del villaggio, io tengo il muso. Anche in quelle nelle quali, appena coperta da un pareo tutto annodato, sto accanto a Fiorello (lui, lui), il capoanimatore, che suona la chitarra hawaiana in gonnellino di paglia con espressione ispirata e comica. Che a riguardarle oggi si vede che ero io ad essere fuori posto.

Era un villaggio per famiglie. Nel 1984, senza ancora troppe distrazioni da parte dei media, la famiglia italiana piccolo borghese  era, spesso, un contenitore chiuso all’interno del quale si ripetevano riti stantii che non necessitavano di supplementi di comunicazione. Io stessa me n’ero dimenticata, quanta ma quanta acqua è passata sotto i ponti, finché non mi sono trovata emotivamente coinvolta nella visione de “La famiglia Telepatica” (cellula base di una società telepatica), uno degli esiti di una ricerca della quale ho già accennato in un altro post:

Opificio Ciclope  – La famiglia Telepatica

Quindi, dicevo, quello nel quale trascorrevamo la vacanza era un villaggio per famiglie. Nel senso che i componenti delle famiglie, una volta entrati, potevano pure smettere di sentirsi obbligati a stare insieme. E infatti i bambini venivano spediti tutto il giorno al miniclub, i padri,  senza altra possibilità di sfogo durante l’anno, trascorrevano il tempo esibendosi in improbabili performances sportive davanti agli occhi (falsamente) adoranti delle hostess (ragazze poco più grandi di me attratte lì dalla prospettiva di farsi un’estate in vacanza stipendiate), le madri… Beh, non posso dire tutte, ma molte, passavano una per una per la stanza del prestante coinquilino del mio ragazzo, che doveva puntualmente farsi un giro ogni volta che trovava la porta chiusa dall’interno.

Il ragazzo con cui flirtavo era lo scenografo del villaggio. Anche io avevo ambizioni represse che, forse, proprio il vivere nel 1984 mi faceva sperare di poter recuperare. Tra le materie del liceo classico non c’era disegno e io, invece, ero piuttosto portata. Per tutto l’anno scolastico, tra una versione di greco e un compito d’italiano o di matematica decoravo banchi, quaderni, diari miei e dei miei compagni, e a volte anche la lavagna. Mandavo strisce ai concorsi in giro per l’Italia e iniziavo a maturare l’idea di fare del disegno la mia professione. Dal primo giorno di vacanza mi sono infilata dietro le quinte del palcoscenico ad aiutare Flip e Flop, così ribattezzati da Fiorello, gli scenografi. Il “mio” era Flip, che pochi anni dopo divenne il realizzatore dello Scrondo di Disegni & Caviglia. Flip, alias Roberto Molinelli, me lo sono ritrovato un giorno a sorpresa in edicola sulla copertina di Carta Sprecata, è il primo a sinistra:

Sono state due settimane di felicità, adoravo fare lavori manuali, spennellare, tagliare, sparare punti, battere chiodi, e poi la sala scenografia era un posto da favola. Piena zeppa di materiali, pezzi di quinte e fondali pronti per un prossimo utilizzo. Grandi tavoli da lavoro dove in tre (io, più che altro, ero la mascotte e gli altri animatori fingevano di non vedermi, al più facevano il gesto delle mani incatenate a Flip, che ne rideva), mettevamo in piedi le scene per lo spettacolo della sera, con una radiolina stereo sempre accesa a darci il ritmo.

Una volta trasmettevano una versione swing di My Ever Changing Moods degli Style Council e io, dopo aver esclamato “Ma questa non è la versione lenta! Bella!”, continuando a lavorare su chissà che cosa mi sono messa a cantare ad alta voce. Perché ne avevo un’altra di passione, comune a tutti gli adolescenti di allora e di sempre, l’ascolto della musica. La mia prima memoria culturale (sorvolando sulla Carrà a Canzonissima che guardavo seduta sul vasino in salone) è la Joan Baetz di We shall Overcome suonata dal giradischi di casa. Sono venuta su negli anni settanta tra Rino Gaetano e Bob Marley, a tredici anni sapevo a memoria tutto il repertorio dei Genesis da Foxtrot in poi, li suonavo pure al pianoforte. Avevo vissuto le prime cotte sulle note della Cool And The Gang. Insomma, vuoi che non conoscessi Paul Weller. E stando con Flip, che aveva otto anni più di me, giorno dopo giorno scoprii gli Everything But The Girl, Crêuza de mä di De André che era appena uscito (e che, dopo sette ore di viaggio sulla strada dal ritorno, ho obbligato mio padre –Santo Padre- a scendere dalla macchina ed acquistare prima che chiudesse per il week end il negozio di dischi vicino casa). Quanto a disegno e a musica devo quindi qualcosina anche a Flip. Il processo di apprendimento a volte avviene per imitazione, nel mio caso quasi sempre. Se una cosa mi appassiona scelgo a chi ispirarmi e inizio a darci sotto. Sono un panzer. Le cose migliori di me le ho scoperte e coltivate a partire dall’osservazione e dall’emulazione di buoni modelli.

Estate 2012. (Nemmeno un temporale dice Caparezza. Beh, che abbiamo avuto fino ad oggi: neve, smottamenti, terremoti, attentati. In effetti, finora temporali no.) Niente Totocalcio né Superenalotto, si sta a Ostia. Ieri, dopo una sfilza di notti insonni, ho dormito come un ghiro sotto il sole, sdraiata sulla battigia e cullata (si fa per dire) dal vociare urlante di un capannello di gentiluomini radunati proprio a dieci centimetri da me, cari. Mi sono risvegliata dopo una mezz’ora, rilassata e riposata e mi sono tirata in piedi, zittendo gli astanti per qualche momento. Ho fatto un tuffo e tirato un po’ di bracciate finché ho raggiunto la prima boa, mi sono rigirata e sono rimasta un po’ di tempo sospesa a galla a sentire il rumore, ovattato per l’immersione delle orecchie, delle mie pulsazioni accelerate. Sono tornata a riva e ho trascinato l’asciugamano fino all’ombrellone, dove la mia ganga stava già nel pieno del pranzo a base di pizza bianca col salame.  “Non accontentarsi di piccole gioie quotidiane”, l’ammonizione di Battiato mi ha raggiunto non richiesta. Vabbé Franco, ma queste non sono gioie propriamente quotidiane. E poi, sto solo godendo di una sensazione di benessere esclusivamente fisico, lasciamelo fare, tanto da lunedì tornerò a “Fare come l’eremita/ Che rinuncia a sé”, come ti sbagli.

Dopo il caffè, butto un’occhiata a D che ostenta un torsolo rinsecchito in copertina. Lo guardo bene perché mi ricorda qualcuno. Lo riguardo. Ma ca… (ci sono bambini) Cacchio! Questo è Paul Weller, uh ma com’è invecchiato. Quanto avrà ormai, ah sì, lo dice lui nell’intervista, cinquantaquattro anni. Ma pare la buonanima di mio nonno! Com’è possibile, mi ripeto, anzi, ripeto a tutti là intorno ad alta voce: Com’è possibile? Paul Weller mi è invecchiato così. Le vecchiette vicine d’ombrellone alzano il naso dalla partita a carte e non capiscono di cosa parli, qualcuno mi rivolge un sorrisetto di circostanza. Leggo l’articolo: lui è un artista “che impersona la fuga dal passato, dalle rievocazioni e dal reducismo” (allora si capisce tutto, eh, niente chirurgia plastica, né reunion fuori tempo massimo), uno che dice cosa pensa e che pensa in maniera molto critica nei confronti di “quelli là”, rivolgendosi all’establishment che, dalla Thatcher in poi, “continua a produrre ineguaglianze”, motivo per cui degli anni ’80 dice: “ho odiato quel periodo con tutto me stesso”. Come dargli torto. Anche se relativo alla fine dei settanta (ma c’è molta continuità con i primi ottanta), The Summer of Sam , un film di Spike Lee, rende l’idea di come la vedo oggi: era un periodo di luci e ombre. Ma i ragazzini che come me si affacciavano allora alla vita, ne venivano soltanto sedotti ed abbagliati. E Paul Weller ha avuto la sua parte nel mantenere alte le aspettative. Adesso, ragazzi cresciutelli, se non avete paura di guardarvi (anche, s’intende) alle spalle, alzate bene il volume:

The Style Council – The Paris Match

*) Nelle mie fantasie erotiche io sono esattamente uguale a Mira Sorvino in questo film e mi piaccio da impazzire


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