Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /2

2. Del raccontare e del morire

 

7/07/2012

 

 

[segue]

 

 

Quando la musica finì ogni cosa riprese il proprio corso. Nelle mani stringevo ancora quei quattro fogli. Il tempo di abbassare gli occhi su di loro e di rialzarli e tutto intorno era sparito. Non più cori, certo, quella era una messinscena, ma nemmeno persone. I tavoli avevano sedie rivoltate sopra, e il Padrone stava spazzando a terra. Mi lanciò un’occhiata interrogativa. Le luci erano basse. Compresi che si era fatto tardi, ma quando mi voltai verso i miei due compagni di serata per proporre loro di continuare altrove la nostra chiacchierata, mi accorsi che stavano svanendo. Di loro sbiadivano in fretta due sorrisi a mezz’aria, e un uovo rimaneva sopra il tavolo.

“Meglio un uovo oggi” disse da lontano la vostra voce. Proprio la vostra, la riconobbi facilmente, è a lei che accorro ogni notte per quietarmi. Stavolta, che mi avevate promesso un bacio, le vostre tracce mi hanno condotto, invece che a voi, a un uovo. Ghiotto, lo posso immaginare, date le ristrettezze in cui versate ultimamente. Spariva anche quello, con le vostre parole, e il locale si faceva sempre più buio. Chiesi al Padrone dov’era il bagno e mi ci recai, portando con me la cartelletta azzurra. Stavo sanguinando. Chiusi la porta a chiave e mi fermai un attimo a pensare. Avrei potuto appendere i fogli ritrovati sulla porta. Le porte dei bagni pubblici sono fatte per appendervi messaggi in codice, frasi d’amore, ganci per incontrare gente nuova, insulti, beffe. A volte vi si consumano brevi romanzi, dei quali l’uno e l’altro protagonista non vivono mai insieme l’attimo che fugge. Ma no, non era quello il posto. In più, non ebbi il coraggio di ficcare la mano dentro al cuore spappolato per estrarvi una scheggia ed appuntare i fogli al legno. Li lasciai sul lavandino, accanto al water. Non erano che la rappresentazione di un’idea. E le idee, si sa, se non vengono raccolte, sono soltanto carta da culo.

Vi saluto per ora, Amico mio, ancora così caro. Esco nella fredda nebbia del mattino. Devo curarmi, o morirò presto dissanguata, e temo che a me non basterà un rimedio da banco.

Nella Piazza

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

Nella piazza ci vado appena posso, appena mi viene voglia. Ci giro intorno, provo a far altro, poi prendo le chiavi e scendo. In mezzo alla piazza c’è una fontana. Il mio passo è ambiguo, mi sposto di bolina, ad ogni ostacolo mi lascio rimbalzare in un’altra direzione. Come per sbaglio (come no),  tocco il bordo muschioso. Ci affondo, non mi respinge, non rimbalzo più. Sono arrivata.

Alzo gli occhi alla finestra. E’ ancora lì, che idiota. La stupidità degli edifici, sono in imbarazzo per loro. Vorrei sfasciarli e ricostruirli altrove, diversi, scomporre le famiglie e gli abitanti solitari, riaggregarli in nuovi gruppi. E farlo ancora e poi ancora. Tanta statica mi schiaccia. Chiedo sempre alla finestra di scendere con me ma resta lì, infissa nei suoi cardini, bloccati nei telai, cementati nei muri, incastrati nei pilastri, conficcati nelle fondazioni, annegate nel terreno. Neanche alla fiera dell’est.  Peccato, mi ci vedevo bene a camminare affacciata alla finestra. Le avrei fatto cambiare aria, sul serio. Peggio per lei.

L’acqua scorre, ancora. Come ieri. E oggi perché mai? Ascolto. Dice che ci prende in giro tutti, sembra, ma non mi è chiaro. E’ una bocca con molte lingue. Si aggrovigliano tra loro e poi si sciolgono in strani gargarismi. Affascinanti, ma non troppo comprensibili. Comunque li preferisco al mutismo delle case. La mano si protende, sono stupita. Ma sì, è la mia, solo non lo sapevo, non mi aveva detto di aver sete. Mentre penso, a volte ne approfittano, i pezzi del mio corpo. Mi vedono assente e si muovono, così, di loro iniziativa. Brrr! Ecco, mi ha schizzata in faccia. Vedi come fanno. Adesso anche la bocca ride. Chi l’ha autorizzata?

Meno male, arriva Savio. Lui è diverso, è di Napoli. Lui pensa. Quando non produce, Savio fa musica. Lo vedi controluce passando per la strada, seduto alla tastiera, che srotola lunghi pentagrammi infarciti di note e di tabelle. Gli fa quello che farei io agli edifici. Scinde, mescola, distingue, scarta, incrocia, pulisce e poi si ferma. Osserva il risultato e suona, per quei pochi che hanno la compiacenza di fermarsi ad ascoltare.

Ci sono altri musicisti in giro ma sono tutti carbonari. Ti accorgi di loro perché ogni tanto a qualcuno scappa di alzare un po’ il volume, sennò non lo sapresti. Si aggirano torvi, si ritrovano in piccoli capannelli e si disperdono presto. Sono così oscuri che mi fanno antipatia. Non mi interesso di ciò che suonano. Avete qualche nota per le mani? Alzatelo quel volume, cos’è che canticchiate a mezza bocca? Anche se non posso dargli torto (qui suonare non è visto di buon occhio), c’è che, quando ti avvicini, senti che rimasticano vecchi ritornelli, sonate in mi minore o canti di battaglia. Savio è diverso, l’ho già detto. Frequenta i capannelli solo perché è di Napoli. E’ un peripatetico. E ha valige e valige piene di partiture nuove.

Anche lui ogni giorno si allunga alla fontana. Però è lo sguardo che lo muove. Quello mi bussa anche se sono di spalle. Ha uno sguardo impertinente. Savio è lì, alla sua finestra, e quello se ne scappa giù. Io mi giro, lo saluto:

– Ho le chiavi!

– Arrivo!

Anche Savio scende solo. Che si arrangino, stupide finestre. Lo sguardo, che è più furbo, lo precede. Si fa seguire, lo porta lento sponda a sponda, come me, alla fontana.

– Posso offrire?

– Non sia mai. – Nel mentre, si alza la sua mano (gliel’avrà detto lui di farlo?). Finiamo sempre a sorseggiare fianco a fianco per il corso.

Lunedì gli scappa un “Tito Livio…”, e a volo radente vedo un neocolonialismo tedesco dietro l’uscio. Resto a bocca aperta, non ci avevo pensato. Me ne compiaccio, anche se mi allarma, saluto e torno alla finestra. Martedì, con Chateaubriand, mi spiega perché Sudan, Ciad e Darfur, muoiano affogati nel petrolio. Spalanco gli occhi, quante ne sa. La notte riuscirà a dormire? Giovedì, come si scalda: “Una visione. Serve una visione, realistica, della politica sul futuro energetico del pianeta!” Prendo nota, questo è interessante. E intanto mi gusto il mio caffè. Mercoledì? Pioveva troppo. Quando piove non guardo nella piazza, sto sola, dietro alla tenda tirata, e sto bene così.

A Savio non va chiesto: “Come stai?” E’ un grave errore. Si intristisce. Fa: “Una meraviglia.” E tutto intorno si raffredda, il sole si nasconde, i rami si spogliano e tira un forte vento. Nel cielo di cobalto i suoi pensieri grigi girano. Gracchiano, si scontrano e si spiumano. Lottano sulle nostre teste mentre ci incamminiamo incerti. Mi spavento, voglio tornare indietro, ma non lo dico. Poi mi passa, mi conosco. A lui tutto il contrario, devo portarlo via. Dalle parti dei miei, di pensieri. Me ne venisse in mente uno. Oggi non sono ispirata, butto lì: – Hai visto i titoli?

– Che dire? – Si raggrinza – Ho aperto i giornali e avevo già letto tutto. Mi pare di essere nel ’95.

Esplodo: – Sì! – Io, che ho la memoria corta, ecco che m’illumino, e lui si disorienta (il fatto è che con Savio mi succede. Che i pensieri si riaffacciano, tutt’a un tratto. Io riallaccio i miei e lui perde il suo filo. Tanto ne trova subito un altro, frugando bene. E’ così che passiamo ore a fare vasche. Uno allaccia e l’altra snoda, ma a volte ci passiamo così bene i capi che ne esce quasi un bel tessuto).

Ho la memoria corta: A me invece, all’improvviso, è parso di essere tornata solo a qualche minuto fa.

– Ti devo assolutamente parlare.

– Dimmi, – si fa serio. Ma devo andare, ho scordato (il perché l’ho appena detto) un appuntamento. Li vedo già, mi vengono incontro.

– Ho scoperto un libro. Quello che hai detto, è proprio lì, alla pagina dove ho lasciato il segno. – Il corso intanto si è affollato, c’è gente in mezzo a noi. Grido (mi sentono anche i muri, ma tant’è, sono scemi, loro, stanno là e non sanno che farsene di quello che dico):

– Dobbiamo tornare a vivere, a studiare, a leggere, ad andare al cinema.- Dico solo a me? Non mi risponde. Ma mi riprendo: – E poi a discutere, di quello che abbiamo vissuto, studiato, letto, guardato. Come da giovani!

Ho forzato il concetto. Al più, a vent’anni, in una di quelle strade buie e fangose, stipata con alcuni altri in una vecchia Citroen, si diceva: “Il campo al di là delle palanche l’hanno comprato i costruttori.” “Chi lo dice?” “Mio zio che sta al Comune.” “Ci seppelliscono nel cemento.” “Stanno comprando tutto”, “Non resterà più uno spazio libero”. “Ogni speculazione è in mano a uno, vuole arricchirsi sempre più”. “Ci vogliono le bombe”. “Sì, buttiamogli le bombe”. Ma non riuscivo neanche a immaginarlo, il lancio nel cantiere. Dove sarebbe scoppiata? Con quali esiti? La notizia sarebbe trapelata, l’indomani, e se sì, cosa avremmo letto sui giornali?”. Però andavamo avanti qualche tempo, annuivamo a turno con la testa. In silenzio e al buio, ognuno stretto nel suo cappotto. Faceva un freddo a restare lì, sul ciglio della strada a motore spento. Non ne capivo molto il senso. Non c’era neanche la luna e un cane abbaiava non lontano.

A un certo punto girava una fialetta, di quelle per raccogliere l’urina. In trasparenza, foglioline mezze secche. “Ma che è?” “E’ marjuana”, “Ah.” I pochi metri cubi si riempivano di fumo, ci bruciavano gli occhi. “Boh, io non sento niente” “Manco io” “Ih ih ih, quanto siete buffi! Ih ih ih!” Faceva così, Fausto, non capivo se bleffava. Prima ci rassicurava, vedere come sballava di gusto, quella come altre volte, per il fumo, per il vino o per la birra. Vero o finto che fosse quello sballo, sbiancava tutto, rideva senza un perché, e a un tratto ammutoliva. A quel punto, almeno a me, si stringeva il cuore. Fausto all’improvviso ammutoliva, appoggiava la testa al finestrino e così restava, finché non lo scarrozzavamo a casa.

Allora mi sembrava di essere impegnata. Mi sentivo una ragazza di Truffaut a guardarmi vivere con loro. Erano tempi in cui bruciavano le campagne. Cattivi fattori. Trascurati. Disonesti. Si restava all’improvviso senza niente. Non fa nulla, che m’importa? Dicevamo. E’ capitato a me, a Fausto, a Pietro e ad altri. A Massimo toccò di peggio, mi ricordo. Si adattò. Negli anni, quella pessima gestione quotidiana, tutta quella ipocrisia e mai una rottura, per lui formarono un modello.

Ognuno reagiva a modo suo. Ci accomunavano proclami di disprezzo per la terra. Ma poi ci trovavamo nella notte, sdraiati in mezzo a zolle sconosciute, stretti forte tra di noi e pieni di paura. Da allora le mie parti vanno sole, manco mi avvisano, meglio per me sapere a cose fatte.

Sono anni che non vado a un concerto. Allora ne avevamo anche ogni giorno: nuovo rock, serate jazz, pure dodecafonia. C’era la radio e, di più, dischi su dischi su dischi. I discorsi, l’analisi politica invece, stentava a decollare. Parlo per me, è chiaro, che avevo altre priorità (ai primi colloqui di lavoro, un’amica laureata rendeva così conto di un curriculum di studi disastroso).

Ho forzato il concetto, dunque. La mia generazione per poco non è quella di Savio, ma mi piace pensarmi più vissuta. Sia come sia, mi sembra che capisca (è di Napoli, e poi una volta disse con aria grave che era dovuto crescere in fretta).

Adesso un viavai di gruppi di persone ostacola il dialogo, frammenta e fiacca la mia voce.

Quindi rincaro:- Una volta, oggi non più (anche tu? Te lo ricordi?), intorno alla ventina, ci incontravamo per condividere, interpretare, tracciare strade. Ma non è ancora tardi, dobbiamo solo riprendere l’abitudine!

Non sono sicura che mi senta ancora. Il rumore si è innalzato. E poi, intanto, mi hanno preso sotto braccio. Ci allontaniamo, io e gli altri, ma ancora insisto:

– Prendi quel libro! Ha la copertina verde, un verde ramarro, sta sul mio davanzale! Dobbiamo parlarne, prendilo. Leggilo un po’, poi me lo ridai.

E in quel momento me lo ritrovo accanto, senza nessuno in mezzo: – Va bene, va bene… -. E’ così allegro. L’ultimo sguardo, quello furbo, si è infilato tra la gente (senza permesso, si capisce) e ha ricucito la distanza. Mi sento meglio, posso andare a lavorare sul mio nuovo copione.

 

Questa città è nota per le partiture da esportazione, sembra strano ma nessuno mai che allieti le sue strade con dei suoni. Io, però, qui sono un’eccezione. Sono La Contastorie. Una mia vecchia mira, la musica automatica, mai avrei sperato di farla proprio io. Sono stata la prima dell’epoca moderna e ancora oggi resto l’unica. Nessuno vuole o è in grado di insidiare il mio inutile primato. Potei fare molto e meglio, se avessi almeno un apprendista o altri artisti intorno, ma non è proprio aria. Inizio a stufarmi di questa stagnazione. Ora che i tempi sarebbero maturi.

Poco lontano, per esempio, finanziano progetti. Competizioni, ricerche, sviluppo di filiere. E di pari passo la loro società avanza nel progresso. Della mia arte, ormai, so i pregi e i difetti. Se solo la potessi potenziare. Prevedo evoluzioni, come dire? Perfino rivoluzionarie.

Nel diluvio di notizie e informazioni, la gente apre l’ombrello e si protegge. Quando può, semplifica e fa di tutt’erba un fascio, s’indurisce e tira avanti. Qualcuno si accorse, un giorno, che potevano aiutare questi spettacoli antichi, dove il pubblico raggiunge i luoghi arcaici della mente. Lì sono sepolte le emozioni, lì le ritrova intatte e pronte all’uso. Senza l’aleatorietà dell’elettronica, né l’elefantiasi delle filarmoniche. Ma fin da quella prima intuizione, c’è stato chi ha cercato di infiacchirne la potenza, o peggio di distorcerne gli scopi. Al bando il racconto che dipana, concesse solo figure e canzonette. Si può creare al più una blanda nostalgia, che chieda solo di tornare a ridere per niente. Diluita in un folklore che consola, l’idea è caduta in mano a fondamentalisti. Così, per il momento, l’ho lasciata stare.

E poi, era successo un fatto. Che un mio palmo era volato sopra a Fausto. Sembrava che dormisse ma non ne ero sicura. Faceva in modo di chiudersi in un angolo scuro e non rispondeva più a nessuno. Neanche a me che, inconsapevole, avevo un palmo posato sul suo viso. Inutile dire che guardavo altrove in quel momento. Era stata una scelta della mano. Sulla sua pelle fredda, la mia ha rabbrividito, costringendomi a girarmi verso di lui. Gli amici sparavano battute, alzavano di più il tiro per avere una qualsiasi reazione.

Io stavo molto attenta a chi avevo attorno. Volevo averne  cura, lo facevo stare a suo agio. Fausto mi dava una gran preoccupazione, era perfetto. L’idea di un tale diamante appena mescolato col carbone, alla portata di chiunque, mi faceva impazzire. Ci pensavo, e intanto non mangiavo e a non dormivo più. Cercavo il suo contatto ovunque. Ma lui si comportava come niente.

Non me ne vergognai, neppure quando, senza preavviso, mi dischiuse due occhi di bambino perso al buio. Non era mia intenzione, ma ho esagerato. Finendo per infierire su di lui, come gli amici, che di nascosto lo canzonavano “il verme con le ali”. Non ne potevo più. Stavo male a guardarlo e non poter far nulla. Così i miei polpastrelli si sono fatti caldi. Sono diventata un tizzone acceso e ho osato infondergli calore. Più lui si riscaldava, più io scendevo in quel suo mondo freddo, una buca scavata dentro una solitudine senza fine. Sotto gli occhi di tutti, mai nessuno ci disse nulla.

Magia cattiva delle parole. Da allora ci siamo raccontati a turno una storia chiusa, passandoci parole gonfie e vuote. Niente. Tutto. Sempre. Mai. Forti di queste, e maledicendo le terre arate, ci siamo rivoltati come lombrichi nel fango delle strade, per tanto e tanto tempo, da perdere ogni senso del reale. A sera, stanca, mi ritrovavo a guardare la mia vita dal di fuori, e mi facevo pena. Finché, verso la fine, mi ha soccorso la scissione estrema. Una me stessa ha teso la mano all’altra, nella buca. Abbiamo stretto un patto disperato, per la sopravvivenza; niente più storie! Sono scappata lontano. Fausto, non l’ho mai più rivisto.

 

[segue]

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