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Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /3

7 luglio 2012

3. Al termine della notte

 

7/07/2012

 [segue]

Seguirono anni di aridità voluta. Durò, mi sembra, quasi un’eternità. Forse è stata necessaria, ma quanto tempo. Tanta paura a usare le parole. Prima di riprovarci ci pensai su molto a lungo. Di quando in quando scoprivo racconti sani e li studiavo scettica. A furia di ascoltare senza coinvolgermi, iniziai a ritrovare un senso. Riverberi tra le esperienze di ciascuno, e non solo. Anche tra queste e la collettività. Storie che illuminano zone proibite, riaprono vecchie ferite ma, invece che una volta, portano su nuove strade, fuori da sé, nel mondo. Infondono speranza e danno forza per agire. Poi mi sentii pronta. Recuperai anche il mio bisogno di terra curata, mi ci accostai pian piano, con apparente indifferenza.

Come ne avevo l’occasione, ronzavo attorno a quei progetti che, anche alla lontana, prevedevano il ricorso alle meccaniche, ai fondali, alle storie archetipe, e il mio interesse deve essere stato notato. Una volta, di ritorno da un lungo periodo nel mio nuovo podere, mi è stata offerta questa opportunità (sono una persona inoffensiva, mi do da fare senza troppe domande). E l’ho colta al volo.

Per dedicarmi ai miei automi ho tralasciato il resto (eccetto libri, dischi e la mia terra). E’ un genere di nicchia, ci vuole tempo, una competenza da orologiai, una sensibilità da streghe (stavolta quelle buone), una faccia tosta da attori. Sono meccanismi di disarmante semplicità, che dicono nati dall’incontro di un riccio con un’arpa. Fragili se esposti alle intemperie, soggetti a raffreddori e febbri tanto quanto lo è chi gira la manovella.

Per mia sfortuna io non so suonare. Mi sono ritrovata, in atmosfere fatte di musica e d’immagini, a raccontare storie con la voce. La gente se le porta via impigliate tra i capelli fino ai sogni, solo perché ancora gli gira in testa una canzone, come girava dentro il mio organetto.

Il repertorio è popolare quanto basta per non insospettire. Quasi nessuno sa di camminare sul confine friabile tra mente ed universo. Dove si trova l’energia che, dalla notte dei tempi, da coraggio agli uomini. Quella che porta fianco a fianco a costruire ponti di dignità, di orgoglio e di indipendenza, in omaggio ai loro desideri finalmente liberati.

A volte improvviso, seguendo una richiesta estemporanea, accetto tutto fuorché temi religiosi. Spunta dal cerchio qualcuno che aspettava solo che la mia corda venisse pizzicata per entrare in risonanza. Canta sulla mia musica e colora di ricordi personali il racconto che io svolgo. Si commuove, e con lui sospira il pubblico.

Più spesso però, alla finestra, mentre ripenso alla mia vita ingarbugliata, me la ripeto, con voci sempre nuove. La riorganizzo, giocando ai burattini con le mani (eh, sì che si divertono). Se alla fine ho il naso che mi prude, ho fatto centro. Sveglio Luigi, anche nel cuore della notte e buttiamo giù una traccia. Quando chiudiamo il lavoro quotidiano, mangiamo cioccolata. Poi resta a farmi compagnia mentre mi perdo a immaginare. Lo spettacolo più bello, quello che può osare strumenti più evoluti, una compagnia di contastorie sincronizzati su un unico, complesso, scandaloso copione. Una scarica che genera una devastante commozione degli astanti, con impensabili riuscite verso il mondo.

Succede invece che da noi si preferisca omaggiare la memoria, fermarsi al pittoresco. All’aria tradizionale, al testo classico. Che impresari, politici e mecenati frenino strenuamente ogni miglioria.

Così, tra le mie mani ecco messa in sordina la punta di diamante. L’innovazione dalla tradizione, il futuro alla portata. Fosse vero. Non serve un occhio tanto esperto per capire che puoi fare capannelli di persone, riempire anche un piccolo teatro, farne video e postarli su youtube, Ma non andrai lontano. Sotto una valanga di aspettative si seppelliscono le possibilità e si finisce col patire solo i limiti. Senza soldi e senza iniziativa, si lasciano le cose come sono. Ma tant’è. Per ora mi accontento e faccio quel che posso.

Intanto, ci ritroviamo ancora a tavolino io, Luigi e gli sviluppatori, esperti del soggetto del mio prossimo spettacolo, i professori Nio e Rosenkrantz. Come ce la spassiamo. Luigi ha un ruolo indispensabile: il Sostenitore, il mio, personale. Quando mi vede afflosciare su un’idea, mi pompa un po’ l’iniziativa. Se perdo parti della trama, apre il suo grande quaderno e mi ricorda tutto. Quando vado a riposarmi, lui continua a lavorare, a documentarsi, a fare proposte, che il mattino dopo mi presenta ben allineate e mi costringe a ragionarci su. Nessuna passione per l’incarico del momento, ma ha fatto scuole speciali, e molta gavetta. E in ogni momento si mantiene un uomo libero.

I due prof sarebbero più giovani di me, ma sono titolati che neanche un nobile della famiglia reale. Nio parla veloce, dissemina argomenti e fatti inconfutabili, Rosenkrantz interviene e puntualizza con educazione. Vagliamo ogni ipotesi e le sue varianti. Quindi mettiamo un punto e definiamo un nuovo traguardo. “Ci ritroviamo a breve per parlarne”. “Mi piace quest’idea”. “Anche a noi”. “Arrivederci”.

Prima di allontanarsi Nio, con gli occhi stanchi per le notti col bambino, si ferma e fa, come parlando con sé stesso: “Tutti questi ragazzi strafottenti. Vanno agli esami coi pantaloni calati, ti si rivolgono dandoti del tu. Poco ci manca che mettano gli anfibi sulla cattedra. Passa del tempo e poi ti bussano alla porta coi loro centodieci. Pure con lode! Li metti alla prova, li fai lavorare e loro? Non sanno fare niente, niente. E nemmeno fanno uno sforzo”.

Resto in piedi dopo che se n’è andato. Penso a quanto sembra giovane, il Dottor Nio. Gli farò leggere il mio libro verde.

 

Sabato e domenica li passo su in collina. Quando era certo che non ne sentissi il bisogno, un giorno che camminavo ai margini di un bosco, si aprì davanti alla mia vista un campo appena dissodato. I solchi profondi correvano a unirsi insieme nella fuga. Era tutto rintanato in una gola, chiuso più a valle da frutteti e vigne. A quella vista ebbi uno sbandamento e mi accucciai in mezzo all’erba alta e ai rovi che graffiavano, aspettando che passasse. L’altra me stessa, che dopo tanti anni tenevo ancora per mano, invece si tese ad arco verso quel terreno, con tanta forza che mi sfuggì la presa. Mi rialzai in fretta e la raggiunsi in tempo per non vederla sparire tra le grandi zolle. Era supina, sdraiata in mezzo al seminato. Vincendo la paura di udire la risposta, le domandai cosa intendesse fare. Lei, che si si era fatta pallida e tremante, alzò uno sguardo caldo su di me.

 

“Ora io ti conosco

vertigine, sollievo e causa

del dolce dolore

che culla la mia anima

 

anche se il tempo

ha cancellato il senso

della parola chiave

 

tra le tue braccia

 

come una foglia

ho voglia di un inverno

in cui morire”

 

Disse, e si dissolse nella terra scura.

Ci misi un certo tempo ad accettare il fatto, finché risolsi che un cerchio si era chiuso. Mi diedi da fare per fare mio quel campo, ora un ottimo fattore lo governa. Sennò, non sarei in grado di tenerlo. Gente come me non ne ha le competenze.

In generale, capaci e no, siamo sempre meno a volere un po’ di terra, e sempre più assomigliamo a quegli stormi che la sera fanno ritorno ai boschi, mentre di giorno si scaldano in città. Troppi. Fastidiosi. Fuori luogo. Gli uccelli nel verde, le marmitte in città. Va’ a spiegare che non è più possibile. Non c’è ritorno ai modi antichi. Trovami un albero che non sia piantato nel cemento, o una casa che non ospiti un giardino. Minimo, anche, solo un balcone. Ci dobbiamo tollerare, noi uccelli e voi motori. Siate liberi di calcare le carreggiate ai margini dei campi. Noi vi sporcheremo solo un poco i parabrezza.

 

Lunedì ho tenuto uno spettacolo, una storia collaudata. Era il teatro di quartiere, ottanta sedioline, tutto a cielo aperto. Spettatori, meno di una ventina, bambini compresi. Tra loro, il caro Rosenkrantz, venuto per solidarietà e perché il progetto è firmato anche da lui. Si è finto interessato fino all’ultimo. Un vero gentiluomo.

La mia assistente, Clara, era alle scene. Che, coi cartelloni, io fabbrico da sola (qualcosa è regalato da artisti incontrati per le strade. Andando per fiere, vivo per qualche notte in mezzo a zingari e circensi). Luigi alle mie spalle alla regia. Poco prima, ho detto anche a loro di leggere il ramarro. Parlavo di quel libretto, è ovvio. E’ che hanno entrambi quella erre esilarante. Ramarro. Ramarro. Glielo faccio ripetere a più non posso. Ridiamo insieme, e parte bene la giornata.

 

Pochi ma buoni. Si sono fatti coinvolgere, hanno partecipato. Al termine il cappello era dignitoso, hanno anche preso qualche bigliettino.

Trascino il mio carretto, lo porto fino al piano. Chi incontro per la strada non domanda. Ci conosciamo. Buongiorno e buonasera e un sorrisino. Non voglio disturbare, sembro un tantino pittoresca. Basta una mossa falsa, che mi sbilanci appena un po’ e appaio strana. Lo strano, lo straniero fa paura. Non oso immaginare (niente domande, sono inoffensiva).

Mi metto alla finestra, ho ancora un po’ da fare. Le mani però, non vogliono saperne. Guardo verso sinistra, loro manovrano a destra. Che fate? Non trovate cosa? Non trovano più il libro. Cielo.

Siamo persi. Io, qui, sola e lui, poggiato chissà dove. L’ho sempre sospettato che fosse troppo in gamba per restare. Se n’è andato, accidenti a me, è troppo presto. Scendo di nuovo in strada. Sta per imbrunire e oggi ancora non ho mangiato.

Corro, mi fermo. Fischio alla sagoma in ombra di Savio:

– Hai preso il mio libretto?

– No, avevo altri impegni, ma lo farò.

– E’ troppo tardi, l’ho perduto. Aiutami a cercarlo.

– Scendo!

Eccolo, lo sguardo è saltato giù e se l’è tirato dietro. E’ un po’ ammaccato, ma si spolvera appena la giacca:

– Posti che preferisce? Abitudini?

– A volte lo porto nella piazza. – Devo ammettere che spesso è lui che mi trascina. Ne sa molto più di me e gli vengono certe idee. Erano anni che non mi godevo così questa città. Libri (mica tutti, però). Altro che finestre.

– Andiamo.

Correndo, arriva anche Clara.

– Che è successo? – Savio le spiega tutto. A poco a poco si aggiungono persone. Sulle prime, mi sono familiari. Viene Luigi, poi i miei due prof e qualcuno del pubblico di oggi. Portano amici. Sono entusiasta, decido un piano. Mentre lo illustro, intorno ho facce nuove. Tutti per il libro, evviva. Quando lo troveremo ne parleremo, è certo. Discuteremo, faremo analisi e ci alleeremo. Sarà un nuovo inizio. Andiamo, fatti ritrovare!

Parte la battuta, tutti si sparpagliano. Ora non posso mica andare a vento, tiro le marce e vado dritta verso la fontana. Adesso è buio, il muschio è umido. Provo una morsa allo stomaco, forse è la fame. Sono ancora sola qui, cerco di abituare gli occhi ai giochi di luce e ombra. Non so come chiamarlo, la situazione è ridicola.

Passa altro tempo ed eccole. Figurarsi se potevano mancare. Scivolano a goccioloni sul mio viso e non sono certo schizzi della fontana. Lei in questo frangente si è come ritirata. Molto discreta, mormora e bisbiglia, le scendono trecce d’acqua a piombo nella vasca, come perfetti tuffatori olimpici. Rispetta il mio dolore. Ancora sono sola. Mi rassegno, posso anche lasciarmi andare, ormai. Che liberazione qualche bel singhiozzo tondo. Seduta, poi mi accascio, guardo per un po’ tutto per storto e infine chiudo gli occhi.

Mi sveglio perché ho le orecchie che mi sbattono. Per un istante provo empatia per Dumbo, ma è un po’ diverso. Sto molto in alto, il cielo è terso. Non sento freddo, sono avvolta in una pagina morbida. Le cose sono due, o si è ingrandito il libro o sono io più piccola. Anzi, le cose sono tre, è anche possibile che stia ancora sognando, ma il mio cervello (altro secessionista) ha scelto di non dirmelo.

Quassù è tutto molto silenzioso. A parte l’aria che fa sbattere le orecchie. Non avevo mai sentito un silenzio così. Mi sento bene, mi basta sapere che ci sei, non dirmi nulla. Ci aggiriamo piano piano sopra i tetti. Sbircio nelle aperture, le case sono vuote. Fatto strano, per strada è come un giorno di mercato. Andiamo a curiosare? Plana così, perfetto, restiamo dietro l’angolo. Guardali, oh, guardali. Quei tre laggiù, poggiati spalle al muro, come gesticolano. Uno prende un foglio, si gira e fa uno schema con la penna. Gli altri gliela prendono di mano e lo completano. Più in là c’è un circolo di donne coi bambini, sono sedute a terra, invitano i passanti a unirsi a loro, guarda il cerchio che si allarga. E tutte le auto blu al parcheggio! Gli autisti che discutono coi loro deputati. Si scambiano opinioni, alcuni si convincono e scappano a palazzo, c’è da votare un decreto che ha aspettato troppo a lungo. I cinema e i teatri hanno code di gente in chiacchiera. Gli anziani con i giovani, i padri con i figli. Quelle ragazze timide, guardano quelli che cedono loro il passo, gli sorridono. Si avvicinano, anche, uomini a donne, con gesti o frasi che le accendono. Finiscono a ballare guancia a guancia. Senti che musica. Che musica. C’è chi balla in ogni strada e poi, attento, qualcuno che si china, solleva una cartaccia o una foglia, segue un’idea di verde. No, non è qua sotto, cerchiamo ancora. E si disperdono a gruppi nella ricerca di cui hanno smarrito il senso originale. Però che risultato. L’avresti immaginato?

Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /2

7 luglio 2012

2. Del raccontare e del morire

 

7/07/2012

 

 

[segue]

 

 

Quando la musica finì ogni cosa riprese il proprio corso. Nelle mani stringevo ancora quei quattro fogli. Il tempo di abbassare gli occhi su di loro e di rialzarli e tutto intorno era sparito. Non più cori, certo, quella era una messinscena, ma nemmeno persone. I tavoli avevano sedie rivoltate sopra, e il Padrone stava spazzando a terra. Mi lanciò un’occhiata interrogativa. Le luci erano basse. Compresi che si era fatto tardi, ma quando mi voltai verso i miei due compagni di serata per proporre loro di continuare altrove la nostra chiacchierata, mi accorsi che stavano svanendo. Di loro sbiadivano in fretta due sorrisi a mezz’aria, e un uovo rimaneva sopra il tavolo.

“Meglio un uovo oggi” disse da lontano la vostra voce. Proprio la vostra, la riconobbi facilmente, è a lei che accorro ogni notte per quietarmi. Stavolta, che mi avevate promesso un bacio, le vostre tracce mi hanno condotto, invece che a voi, a un uovo. Ghiotto, lo posso immaginare, date le ristrettezze in cui versate ultimamente. Spariva anche quello, con le vostre parole, e il locale si faceva sempre più buio. Chiesi al Padrone dov’era il bagno e mi ci recai, portando con me la cartelletta azzurra. Stavo sanguinando. Chiusi la porta a chiave e mi fermai un attimo a pensare. Avrei potuto appendere i fogli ritrovati sulla porta. Le porte dei bagni pubblici sono fatte per appendervi messaggi in codice, frasi d’amore, ganci per incontrare gente nuova, insulti, beffe. A volte vi si consumano brevi romanzi, dei quali l’uno e l’altro protagonista non vivono mai insieme l’attimo che fugge. Ma no, non era quello il posto. In più, non ebbi il coraggio di ficcare la mano dentro al cuore spappolato per estrarvi una scheggia ed appuntare i fogli al legno. Li lasciai sul lavandino, accanto al water. Non erano che la rappresentazione di un’idea. E le idee, si sa, se non vengono raccolte, sono soltanto carta da culo.

Vi saluto per ora, Amico mio, ancora così caro. Esco nella fredda nebbia del mattino. Devo curarmi, o morirò presto dissanguata, e temo che a me non basterà un rimedio da banco.

Nella Piazza

(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

Nella piazza ci vado appena posso, appena mi viene voglia. Ci giro intorno, provo a far altro, poi prendo le chiavi e scendo. In mezzo alla piazza c’è una fontana. Il mio passo è ambiguo, mi sposto di bolina, ad ogni ostacolo mi lascio rimbalzare in un’altra direzione. Come per sbaglio (come no),  tocco il bordo muschioso. Ci affondo, non mi respinge, non rimbalzo più. Sono arrivata.

Alzo gli occhi alla finestra. E’ ancora lì, che idiota. La stupidità degli edifici, sono in imbarazzo per loro. Vorrei sfasciarli e ricostruirli altrove, diversi, scomporre le famiglie e gli abitanti solitari, riaggregarli in nuovi gruppi. E farlo ancora e poi ancora. Tanta statica mi schiaccia. Chiedo sempre alla finestra di scendere con me ma resta lì, infissa nei suoi cardini, bloccati nei telai, cementati nei muri, incastrati nei pilastri, conficcati nelle fondazioni, annegate nel terreno. Neanche alla fiera dell’est.  Peccato, mi ci vedevo bene a camminare affacciata alla finestra. Le avrei fatto cambiare aria, sul serio. Peggio per lei.

L’acqua scorre, ancora. Come ieri. E oggi perché mai? Ascolto. Dice che ci prende in giro tutti, sembra, ma non mi è chiaro. E’ una bocca con molte lingue. Si aggrovigliano tra loro e poi si sciolgono in strani gargarismi. Affascinanti, ma non troppo comprensibili. Comunque li preferisco al mutismo delle case. La mano si protende, sono stupita. Ma sì, è la mia, solo non lo sapevo, non mi aveva detto di aver sete. Mentre penso, a volte ne approfittano, i pezzi del mio corpo. Mi vedono assente e si muovono, così, di loro iniziativa. Brrr! Ecco, mi ha schizzata in faccia. Vedi come fanno. Adesso anche la bocca ride. Chi l’ha autorizzata?

Meno male, arriva Savio. Lui è diverso, è di Napoli. Lui pensa. Quando non produce, Savio fa musica. Lo vedi controluce passando per la strada, seduto alla tastiera, che srotola lunghi pentagrammi infarciti di note e di tabelle. Gli fa quello che farei io agli edifici. Scinde, mescola, distingue, scarta, incrocia, pulisce e poi si ferma. Osserva il risultato e suona, per quei pochi che hanno la compiacenza di fermarsi ad ascoltare.

Ci sono altri musicisti in giro ma sono tutti carbonari. Ti accorgi di loro perché ogni tanto a qualcuno scappa di alzare un po’ il volume, sennò non lo sapresti. Si aggirano torvi, si ritrovano in piccoli capannelli e si disperdono presto. Sono così oscuri che mi fanno antipatia. Non mi interesso di ciò che suonano. Avete qualche nota per le mani? Alzatelo quel volume, cos’è che canticchiate a mezza bocca? Anche se non posso dargli torto (qui suonare non è visto di buon occhio), c’è che, quando ti avvicini, senti che rimasticano vecchi ritornelli, sonate in mi minore o canti di battaglia. Savio è diverso, l’ho già detto. Frequenta i capannelli solo perché è di Napoli. E’ un peripatetico. E ha valige e valige piene di partiture nuove.

Anche lui ogni giorno si allunga alla fontana. Però è lo sguardo che lo muove. Quello mi bussa anche se sono di spalle. Ha uno sguardo impertinente. Savio è lì, alla sua finestra, e quello se ne scappa giù. Io mi giro, lo saluto:

– Ho le chiavi!

– Arrivo!

Anche Savio scende solo. Che si arrangino, stupide finestre. Lo sguardo, che è più furbo, lo precede. Si fa seguire, lo porta lento sponda a sponda, come me, alla fontana.

– Posso offrire?

– Non sia mai. – Nel mentre, si alza la sua mano (gliel’avrà detto lui di farlo?). Finiamo sempre a sorseggiare fianco a fianco per il corso.

Lunedì gli scappa un “Tito Livio…”, e a volo radente vedo un neocolonialismo tedesco dietro l’uscio. Resto a bocca aperta, non ci avevo pensato. Me ne compiaccio, anche se mi allarma, saluto e torno alla finestra. Martedì, con Chateaubriand, mi spiega perché Sudan, Ciad e Darfur, muoiano affogati nel petrolio. Spalanco gli occhi, quante ne sa. La notte riuscirà a dormire? Giovedì, come si scalda: “Una visione. Serve una visione, realistica, della politica sul futuro energetico del pianeta!” Prendo nota, questo è interessante. E intanto mi gusto il mio caffè. Mercoledì? Pioveva troppo. Quando piove non guardo nella piazza, sto sola, dietro alla tenda tirata, e sto bene così.

A Savio non va chiesto: “Come stai?” E’ un grave errore. Si intristisce. Fa: “Una meraviglia.” E tutto intorno si raffredda, il sole si nasconde, i rami si spogliano e tira un forte vento. Nel cielo di cobalto i suoi pensieri grigi girano. Gracchiano, si scontrano e si spiumano. Lottano sulle nostre teste mentre ci incamminiamo incerti. Mi spavento, voglio tornare indietro, ma non lo dico. Poi mi passa, mi conosco. A lui tutto il contrario, devo portarlo via. Dalle parti dei miei, di pensieri. Me ne venisse in mente uno. Oggi non sono ispirata, butto lì: – Hai visto i titoli?

– Che dire? – Si raggrinza – Ho aperto i giornali e avevo già letto tutto. Mi pare di essere nel ’95.

Esplodo: – Sì! – Io, che ho la memoria corta, ecco che m’illumino, e lui si disorienta (il fatto è che con Savio mi succede. Che i pensieri si riaffacciano, tutt’a un tratto. Io riallaccio i miei e lui perde il suo filo. Tanto ne trova subito un altro, frugando bene. E’ così che passiamo ore a fare vasche. Uno allaccia e l’altra snoda, ma a volte ci passiamo così bene i capi che ne esce quasi un bel tessuto).

Ho la memoria corta: A me invece, all’improvviso, è parso di essere tornata solo a qualche minuto fa.

– Ti devo assolutamente parlare.

– Dimmi, – si fa serio. Ma devo andare, ho scordato (il perché l’ho appena detto) un appuntamento. Li vedo già, mi vengono incontro.

– Ho scoperto un libro. Quello che hai detto, è proprio lì, alla pagina dove ho lasciato il segno. – Il corso intanto si è affollato, c’è gente in mezzo a noi. Grido (mi sentono anche i muri, ma tant’è, sono scemi, loro, stanno là e non sanno che farsene di quello che dico):

– Dobbiamo tornare a vivere, a studiare, a leggere, ad andare al cinema.- Dico solo a me? Non mi risponde. Ma mi riprendo: – E poi a discutere, di quello che abbiamo vissuto, studiato, letto, guardato. Come da giovani!

Ho forzato il concetto. Al più, a vent’anni, in una di quelle strade buie e fangose, stipata con alcuni altri in una vecchia Citroen, si diceva: “Il campo al di là delle palanche l’hanno comprato i costruttori.” “Chi lo dice?” “Mio zio che sta al Comune.” “Ci seppelliscono nel cemento.” “Stanno comprando tutto”, “Non resterà più uno spazio libero”. “Ogni speculazione è in mano a uno, vuole arricchirsi sempre più”. “Ci vogliono le bombe”. “Sì, buttiamogli le bombe”. Ma non riuscivo neanche a immaginarlo, il lancio nel cantiere. Dove sarebbe scoppiata? Con quali esiti? La notizia sarebbe trapelata, l’indomani, e se sì, cosa avremmo letto sui giornali?”. Però andavamo avanti qualche tempo, annuivamo a turno con la testa. In silenzio e al buio, ognuno stretto nel suo cappotto. Faceva un freddo a restare lì, sul ciglio della strada a motore spento. Non ne capivo molto il senso. Non c’era neanche la luna e un cane abbaiava non lontano.

A un certo punto girava una fialetta, di quelle per raccogliere l’urina. In trasparenza, foglioline mezze secche. “Ma che è?” “E’ marjuana”, “Ah.” I pochi metri cubi si riempivano di fumo, ci bruciavano gli occhi. “Boh, io non sento niente” “Manco io” “Ih ih ih, quanto siete buffi! Ih ih ih!” Faceva così, Fausto, non capivo se bleffava. Prima ci rassicurava, vedere come sballava di gusto, quella come altre volte, per il fumo, per il vino o per la birra. Vero o finto che fosse quello sballo, sbiancava tutto, rideva senza un perché, e a un tratto ammutoliva. A quel punto, almeno a me, si stringeva il cuore. Fausto all’improvviso ammutoliva, appoggiava la testa al finestrino e così restava, finché non lo scarrozzavamo a casa.

Allora mi sembrava di essere impegnata. Mi sentivo una ragazza di Truffaut a guardarmi vivere con loro. Erano tempi in cui bruciavano le campagne. Cattivi fattori. Trascurati. Disonesti. Si restava all’improvviso senza niente. Non fa nulla, che m’importa? Dicevamo. E’ capitato a me, a Fausto, a Pietro e ad altri. A Massimo toccò di peggio, mi ricordo. Si adattò. Negli anni, quella pessima gestione quotidiana, tutta quella ipocrisia e mai una rottura, per lui formarono un modello.

Ognuno reagiva a modo suo. Ci accomunavano proclami di disprezzo per la terra. Ma poi ci trovavamo nella notte, sdraiati in mezzo a zolle sconosciute, stretti forte tra di noi e pieni di paura. Da allora le mie parti vanno sole, manco mi avvisano, meglio per me sapere a cose fatte.

Sono anni che non vado a un concerto. Allora ne avevamo anche ogni giorno: nuovo rock, serate jazz, pure dodecafonia. C’era la radio e, di più, dischi su dischi su dischi. I discorsi, l’analisi politica invece, stentava a decollare. Parlo per me, è chiaro, che avevo altre priorità (ai primi colloqui di lavoro, un’amica laureata rendeva così conto di un curriculum di studi disastroso).

Ho forzato il concetto, dunque. La mia generazione per poco non è quella di Savio, ma mi piace pensarmi più vissuta. Sia come sia, mi sembra che capisca (è di Napoli, e poi una volta disse con aria grave che era dovuto crescere in fretta).

Adesso un viavai di gruppi di persone ostacola il dialogo, frammenta e fiacca la mia voce.

Quindi rincaro:- Una volta, oggi non più (anche tu? Te lo ricordi?), intorno alla ventina, ci incontravamo per condividere, interpretare, tracciare strade. Ma non è ancora tardi, dobbiamo solo riprendere l’abitudine!

Non sono sicura che mi senta ancora. Il rumore si è innalzato. E poi, intanto, mi hanno preso sotto braccio. Ci allontaniamo, io e gli altri, ma ancora insisto:

– Prendi quel libro! Ha la copertina verde, un verde ramarro, sta sul mio davanzale! Dobbiamo parlarne, prendilo. Leggilo un po’, poi me lo ridai.

E in quel momento me lo ritrovo accanto, senza nessuno in mezzo: – Va bene, va bene… -. E’ così allegro. L’ultimo sguardo, quello furbo, si è infilato tra la gente (senza permesso, si capisce) e ha ricucito la distanza. Mi sento meglio, posso andare a lavorare sul mio nuovo copione.

 

Questa città è nota per le partiture da esportazione, sembra strano ma nessuno mai che allieti le sue strade con dei suoni. Io, però, qui sono un’eccezione. Sono La Contastorie. Una mia vecchia mira, la musica automatica, mai avrei sperato di farla proprio io. Sono stata la prima dell’epoca moderna e ancora oggi resto l’unica. Nessuno vuole o è in grado di insidiare il mio inutile primato. Potei fare molto e meglio, se avessi almeno un apprendista o altri artisti intorno, ma non è proprio aria. Inizio a stufarmi di questa stagnazione. Ora che i tempi sarebbero maturi.

Poco lontano, per esempio, finanziano progetti. Competizioni, ricerche, sviluppo di filiere. E di pari passo la loro società avanza nel progresso. Della mia arte, ormai, so i pregi e i difetti. Se solo la potessi potenziare. Prevedo evoluzioni, come dire? Perfino rivoluzionarie.

Nel diluvio di notizie e informazioni, la gente apre l’ombrello e si protegge. Quando può, semplifica e fa di tutt’erba un fascio, s’indurisce e tira avanti. Qualcuno si accorse, un giorno, che potevano aiutare questi spettacoli antichi, dove il pubblico raggiunge i luoghi arcaici della mente. Lì sono sepolte le emozioni, lì le ritrova intatte e pronte all’uso. Senza l’aleatorietà dell’elettronica, né l’elefantiasi delle filarmoniche. Ma fin da quella prima intuizione, c’è stato chi ha cercato di infiacchirne la potenza, o peggio di distorcerne gli scopi. Al bando il racconto che dipana, concesse solo figure e canzonette. Si può creare al più una blanda nostalgia, che chieda solo di tornare a ridere per niente. Diluita in un folklore che consola, l’idea è caduta in mano a fondamentalisti. Così, per il momento, l’ho lasciata stare.

E poi, era successo un fatto. Che un mio palmo era volato sopra a Fausto. Sembrava che dormisse ma non ne ero sicura. Faceva in modo di chiudersi in un angolo scuro e non rispondeva più a nessuno. Neanche a me che, inconsapevole, avevo un palmo posato sul suo viso. Inutile dire che guardavo altrove in quel momento. Era stata una scelta della mano. Sulla sua pelle fredda, la mia ha rabbrividito, costringendomi a girarmi verso di lui. Gli amici sparavano battute, alzavano di più il tiro per avere una qualsiasi reazione.

Io stavo molto attenta a chi avevo attorno. Volevo averne  cura, lo facevo stare a suo agio. Fausto mi dava una gran preoccupazione, era perfetto. L’idea di un tale diamante appena mescolato col carbone, alla portata di chiunque, mi faceva impazzire. Ci pensavo, e intanto non mangiavo e a non dormivo più. Cercavo il suo contatto ovunque. Ma lui si comportava come niente.

Non me ne vergognai, neppure quando, senza preavviso, mi dischiuse due occhi di bambino perso al buio. Non era mia intenzione, ma ho esagerato. Finendo per infierire su di lui, come gli amici, che di nascosto lo canzonavano “il verme con le ali”. Non ne potevo più. Stavo male a guardarlo e non poter far nulla. Così i miei polpastrelli si sono fatti caldi. Sono diventata un tizzone acceso e ho osato infondergli calore. Più lui si riscaldava, più io scendevo in quel suo mondo freddo, una buca scavata dentro una solitudine senza fine. Sotto gli occhi di tutti, mai nessuno ci disse nulla.

Magia cattiva delle parole. Da allora ci siamo raccontati a turno una storia chiusa, passandoci parole gonfie e vuote. Niente. Tutto. Sempre. Mai. Forti di queste, e maledicendo le terre arate, ci siamo rivoltati come lombrichi nel fango delle strade, per tanto e tanto tempo, da perdere ogni senso del reale. A sera, stanca, mi ritrovavo a guardare la mia vita dal di fuori, e mi facevo pena. Finché, verso la fine, mi ha soccorso la scissione estrema. Una me stessa ha teso la mano all’altra, nella buca. Abbiamo stretto un patto disperato, per la sopravvivenza; niente più storie! Sono scappata lontano. Fausto, non l’ho mai più rivisto.

 

[segue]

Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /1

5 luglio 2012

1. Di foglie, di finestre e di fontane

5/07/2012

Mio caro Amico,

sono una frequentatrice di caffè, vi entro spesso, ogni volta che mi trovo in un posto nuovo e voglio conoscerne l’essenza. Che detto così ricorda la freddura “Un uomo entra in un caffè. Splash”. Qualcosa di simile però avviene davvero con me, quando mi trovo in questi nuovi luoghi io mi ci immergo. Stanotte non avevo sonno e sono venuta a cercarvi. Avete lasciato tracce, io le ho seguite. E mi hanno condotta guardacaso in un caffè, aperto alle ore piccole. Bene.

Un vecchio Juke Box coperto di ragnatele stava appoggiato al muro. Due uomini male in arnese sedevano ad un tavolo appartato. Sentivo freddo, dopo la lunga camminata all’aria aperta. Per riscaldarmi mi sedetti a un tavolo accostato al loro. Sfogliavano il giornale. Uno diceva:

– Ti voglio leggere questo: ACEA, cinque milioni di premi ai dirigenti

– Cos’è l’Acea? – rispose il più vecchio, che sembrava cieco.

– Ah, già, tendo a dimenticarmi che non sei italiano. Ma anche se lo fossi, se non vivessi a Roma te lo dovrei spiegare. L’Acea è stata, storicamente, la società monopolista per l’acqua a Roma, dal novantadue contende ad Enel l’energia elettrica della capitale e adesso è una grande multiutility italiana.

– Ah, bé, una multiutility!

– Ah! Ah! Vecchio mio… – Commentò l’altro,

– Allora, qual è il punto?

– Altro che emergenza democratica, qui il cancro ormai ha metastasi dappertutto. Io mi domando come sia possibile che avvengano cose come questa senza che nessuno si opponga. In questo momento, poi.

– Spiegati meglio.

– Niente di nuovo, certo. Però… Qui dice che non pagano i fornitori per mesi e intanto i dirigenti intascano gli utili come “premi” di produttività.

– Un’azienda così grande.

– Bella roba – Mi permisi di intervenire. Era stato il mio compleanno e avevo in circolo abbastanza alcol da farmi straparlare. I due si girarono verso di me, tesi loro la mano e così ci presentammo. Il vecchio, quello cieco, si chiamava Jorge, aveva origini argentine, appassionato di Germania ed Inghilterra. L’altro, Antonio, era un italiano fissato con il Portogallo. Strana coppia a quell’ora della notte. Ma non erano gli unici avventori, oltre a me, s’intende. Il posto era molto grande e ben illuminato. I tavoli venivano pian piano occupati da gente, come dire, diurna, come impiegati, suore, turisti e scolaresche. Davvero molto strano. Gli schiamazzi e il rumore di tazzine andarono aumentando.

– Sapete, – proseguii con chiacchiere da bar, a volte come mi soddisfano, – sono cose frequenti queste, in Italia. I dirigenti intascano e i dipendenti vengono vessati da continue minacce e proibizioni. Se proprio ci fosse la volontà di migliorare le cose, andrebbero tenuti da conto i meccanismi che regolano la risposta a premi e punizioni. Le neuroscienze…

– Carissima, – mi interruppe Jorge, – Senza dubbio la questione è appassionante, ma mal posta. Lei tratta le cose in termini di dipendenza.

– N-no, io… – balbettai.

– La prego, mi lasci proseguire. Come se gli uomini non avessero possibilità di scelta. Atteggiamenti scritti nei nostri geni governerebbero la nostra capacità di giudizio. Se quegli uomini, quegli impiegati e quei dirigenti, dico dell’Acea come di ogni altra azienda, riuscissero ad accostarsi al loro lavoro, ed alla vita, quindi, che spesso con il lavoro coincide in molti aspetti, cercando di intuirne la poesia, la visione, la ricerca della felicità, anziché accanirsi contro gli aspetti fallimentari…

– Cioé, cosa vuol dire, dovrebbero raccontarsi delle storie per fingere di star meglio?

– Lei è così giovane.

Non so che dirvi, amico mio, anche se voi sapete quanta gioventù vi sia ancora nella passione, ad esempio, che mi spinge a voi, il termine espresso da questo vecchio al termine dell’esistenza, se non forse già morto, mi estrasse dai polmoni un sospiro malinconico.

– Anch’io da giovane ero ossessionato dalla separazione tra romanzo e poesia.

– Ma cosa c’entra? E… come fa a saperlo? – Le orbite bianche di Jorge ruotarono nella mia direzione. Mi sorrise, di un sorriso dolce.

– Se lo conosco bene, Jorge vorrebbe proporle la sua soluzione: l’unione di una successione organizzata di circostanze, il racconto, con la riscoperta del valore originario delle parole operata dalla poesia, l’epica…

– Piuttosto le parlerei di lealtà verso i propri sogni* – lo corresse l’amico.

– Sia come sia, il romanzo è morto.

– Un brindisi al romanzo, allora.

– Cin cin, – risposi, incerta, alzando il bicchiere di the freddo.

– Sedevo in questo stesso caffè alcuni anni addietro, – riprese Antonio, sostituendosi all’amico, – e avevo in mente il colore delle foglie, il loro colore attuale (“ciò che è ora e che non è più subito dopo. Ciò che trascorre), mi venne in mente come quell’essere attuale impedisca a strade parallele d’incontrarsi. Giochi proibiti**. Pensai il poeta è un risentito, il resto è nuvole. E, guardi, giusto in una cartella come quella…

– Quale?

– Quella davanti a lei – Me la indicò. Era sotto il mio naso, ma la vedevo solo in quel momento. Una cartella azzurra, sopra c’era scritto “Tra sole e ombra” (io pensai a voi rabbrividendo, sentii le vostre labbra sulle mie spalle).

– …Trovai il mio senso dentro una Iper madeleine lì contenuta.

– La apra, su la apra. – mi incitarono, eccitati come bambini.

Sollevai il lembo superiore della cartella e ne tirai fuori dei fogli stropicciati. Non c’era alcuna logica. Tuttavia incominciai a leggere e, in quel momento, accadde qualcosa di imprevisto.

Coro Premiere ensemble de AGAO – Día europeo de la opera 2010

*) Jorge Luis Borges – “L’invenzione della poesia”, Ed. Mondadori, 2001

**) Antonio Tabucchi – “Si sta facendo sempre più tardi”, Ed. Feltrinelli, 2001

Forbidden games, racconto compreso in questa sorta di romanzo epistolare, era stato concepito come introduzione a un libro fotografico di Márcio Schiavone “And between shadow and light / E entre a sombra e a luz” (Dorea books and Art, São Paulo 1997). “La fontana comunale era di ghisa […] Una brocca, una donna nuda sul balcone, avrebbe voluto parlarti se avesse potuto, ma era un’immagine di sempre e il sempre non ha voce”.

[segue]


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