Ma di che cosa stiamo parlando?

Di cosa parliamo quando parliamo di argomenti come “Democrazia”, “Uguaglianza dei diritti”, “Costituzione”, “Libertà di stampa e di espressione”? Un sospetto mi è balenato davanti agli occhi stamattina, facendomi cadere l’ultimo pezzo di frollino nel the -cosa che mi ha costretto a tirarlo su con un fastidioso inzuppo delle dita nel liquido bollente. Ahi-.

Due fatti, stranamente simili tra loro, che tengono occupate lingue e penne del Belpaese mi stanno seriamente, per così dire, “inquietando”.

Punto uno.

Gianrico Carofiglio intenta una causa (vedi qui: Ostuni-Carofiglio) per diffamazione all’editor Vincenzo Ostuni, reo di averlo offeso via web. Via web, un mondo (virtuale? Forse, ma di sicuro il nuovo media imperante) che ancora non è chiaro se debba essere regolato dalle stesse leggi che regolano la società civile.

Il “popolo” degli scrittori, in prevalenza, si indigna: Carofiglio non rispetta la libertà di stampa e di espressione e non solo, la sua iniziativa costituisce un pericoloso precedente (ma da Corradino Mineo a Rainews 24 vengo a sapere di un altro fatto, risalente al 1954, che sfociò in una condanna a Giovanni Guareschi “per aver diffamato a mezzo stampa sul settimanale ‘Candido’ Alcide De Gasperi”, ha ricordato il figlio. Un’altra epoca).

E la comunità (degli autori e, in genere, di tutti gli operatori dell’editoria) che fa? Indice una bella manifestazione (anzi, un flashmob, mei cocomeri) contro Carofiglio. Tutti contro uno.

Io questa cosa l’ho letta, forse superficialmente -ma ancora non avevo collegato con il Punto due-, in questo modo: lo scrittore amareggiato si è fatto forte di quella sua seconda competenza (su questo nulla da dire, viviamo nell’epoca della non-specializzazione necessaria, la flessibilità per la sopravvivenza), ha compiuto un gesto eccessivo, dettato dalla stizza, cha ha travalicato, prima ancora che il buon senso, o il rispetto dei principi liberali, il puro e semplice senso del pudore.

Se la questione si fosse fermata lì, anche il mio sdegno si sarebbe fermato alla stigmatizzazione di Carofiglio.

Invece, grazie al diminuendo del ricorso al confronto civile e leale -innescato e radicato dai vent’anni di Berlusconi(smo) che hanno messo in ginocchio le nostre coscienze per poter mettere in ginocchio l’intero Paese- invece dicevo, evidentemente incapace di cercare (non dico trovare, basterebbe solo l’impegno del cercare) soluzioni più efficaci, il “popolo” e ha compiuto una scelta facile facile e dal risultato garantito: Tutti contro uno. Ricorda certe aggressioni fasciste degli anni settanta, compiute magari in un vicolo cieco, in questo caso davanti alla Questura di Roma.

Fin qui, bazzecole. E quindi, finalmente, vengo al

Punto due.

La questione Sallusti. Ancora una volta mi tocca domandarmi: Di cosa stiamo parlando? Siamo sicuri di sapere qual’è il quid della questione? Certo che sto con Federica Sgaggio, quando con grande efficacia retorica, ma evidentemente toccata nel profondo, addita la porcheria perpetrata dalle colonne di un quotidiano a tiratura nazionale ai danni della Verità, e di un sacco di altri principi e diritti sacrosanti. Ma mica ci fermeremo qui, vero? Perché quello di tal Dreyfus è tutt’altro che il risultato di buono o cattivo giornalismo, adatto ad essere commentato e quindi eventualmente perseguito come tale. Si tratta, a tutti gli effetti, di una porcheria, e per di più di stampo diffamatorio. Una porcheria degna delle vomitate estemporanee di un blog di quarto o quint’ordine. Di livello, mi sento di dire, anche inferiore al mio.

Sì, d’accordo. Ma comunque, la condanna in Cassazione a 14 mesi di reclusione per diffamazione (del giudice tutelare di Torino Giuseppe Cocilovo, lo ricorderei: non della ragazza o dei suoi genitori, o di chiunque sia stato toccato dalle invettive di Dreyfus), in base a quale articolo di legge viene pronunciata?* In base all’articolo 595 del Codice Penale (“diffamazione a mezzo stampa”: Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516). Un articolo che diverse proposte di legge (bipartisan) hanno tentato di modificare, escludendo la carcerazione, e che così com’è si presta, come in questo caso, a facili strumentalizzazioni (e infatti, il magistrato che ha sporto querela ha così puntualizzato la questione).

In ciò sta il motivo principale della mobilitazione della stampa (l’esatto punto del ragionamento in cui mi è caduto il frollino), mentre del commento del comitato di redazione del Giornale “Per un reato di opinione in carcere un giornalista non deve andare”, dubito della rispondenza alla questione di principio… Anche perché il reato d’opinione -oggetto di una modifica al Codice Penale operata attraverso la legge n° 85/2006, “Modifiche al codice penale in materia di reati di opinione”, approvata dal Governo Berlusconi III– non è pertinente, né coincidente con quello di “diffamazione a mezzo stampa“.

E mi è capitato di veder prendere forma un paio di considerazioni, la prima riguarda la categoria tanto vituperata (anche da me, e soprattutto nei bei tempi andati dell’impegno) dei giornalisti. I quali, per consuetudine alla verifica delle fonti, un loro dovere deontologico, in questa querelle ne escono meglio, a confronto con la categoria dei pensatori puri, dei dispensatori di cultura e anche dei blogger, in alcuni casi.

La seconda considerazione è che operazioni come quelle in corso, più che reazioni estemporanee, siano a loro volta una richiesta di reazioni. Mi spiego meglio. Nella negoziazione tra gruppi, eterogenei al loro interno, non sempre conviene mettere tutto al corrente di chiunque. Va necessariamente saltato qualche anello della condivisione democratica, se non si vuole che una discussione costruttiva sfoci nella lite condominiale, o nel consiglio di classe. È dura da mandar giù ma quando all’interno del gruppo hai anche degli emeriti caproni, per conseguire il bene comune, di alcuni passaggi devi per forza metterli a parte a cose fatte. E noi (quanti siamo diventati) 60 milioni di italiani anestetizzati e rincretiniti in massa, ci ritroviamo –a questo punto, mi tocca immaginare. Sbaglierò?- oggetto di un’azione a fini democratici, svolta secondo metodi massoni.

Se non sappiamo nemmeno sospettare manovre come queste, e sottrarci al battibecco che ogni pensiero costruttivo annichilisce, come possiamo pensare seriamente ad un risveglio di coscienze, a un cambiamento operato dal basso?

*) Franco Battiato – Uccelli

Per ricordare che la legge di Murphy è ciò che regola gli eventi in questa parte di universo, dopo il biscotto suicidatosi nel the bollente e mia conseguente ustione di secondo grado, mi si sono presentati nell’ordine: una pedalata scomoda a causa di una nuova ondata di caldo boia e l’uscita fuori sede della catena durante un discesone. Cosìcché mi sono presentata sul posto di lavoro sudata, lercia, e bisognosa di prendermela con qualcuno.

Ma ora sto meglio.

🙂

 .

*) Sono una principiante, meno male che chi legge è più sveglio di me. Il post qui pubblicato è alla seconda versione, modificato nella parte riguardante i reati di diffamazione a mezzo stampa. Chiedo scusa a chi, passando di qui, abbia già letto le imprecisioni della prima pubblicazione.

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3 Risposte to “Ma di che cosa stiamo parlando?”

  1. mariano Says:

    Sono d’accordo! E mi faccio cadere l’ultimo pezzo di frollino nel the freddo, cosa che non mi costringe a tirarlo su con un fastidioso inzuppo delle dita. Fiuu… che fortuna! Perché quella di Sallusti – diciamocelo – è stata un’azione (una condanna) che ci fa sentire oggetto di un’azione (una canna) consumata per fini democratici e casini di metodi massonici…. E io pago! Ma il popolo (io popolo) è stufo di spendere tempo e soldi di Stato, di Flashmob, di mei Cocomeri per sentire idiozie e cretinate di questo genere! Bastavano 5 minuti 5 di un magistrato con Q.I. nella media dell’umana specie per confermare 5000 o 50000 euro di multa al Giornale e via! Andare a quel paese!

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  2. ubik Says:

    Su Carofiglio concordo, anche perchè non si trattava neanche di critica letteraria, ma di insulti pubblicati su FB, E FB non è una sfera privata come dimostra questa bella intervista fatta dalla rivista dove collaboro: http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2134

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