L’aria

.

Inoltre metti in versi che morire

è possibile a tutti più che nascere

e in ogni caso l’essere è più del dire.

Cambia direzione e all’improvviso si gira di nuovo, non del tutto, verso di me. Senza guardarmi in faccia, batte piano il dito sulla fòrmica e mi dice:

– Mi piace il tuo tavolino.

Su quello sguardo buffo, sulle sue guance, si ferma la mia attenzione e non va oltre. Che dica questo, è ovvio. Anche qui, in poco tempo e con gesti minimi, ho disegnato il mio guscio. Il micro-habitat nel quale un esemplare della mia specie può avere l’impressione di potersi ritrovare.

– Eh, sì. Così disordinato.

Gli restituisco la smorfia delle guance. Lo faccio per farlo sentire in pace. Mi ha fatto piacere, lui crede, con la sua visita e tutto. Adesso può andarsene a casa. Chiudersi la porta di questa camera alle spalle, scendere il più velocemente possibile le scale, entrare in macchina. Mettere in moto e, forse, graffiare la carrozzeria – è così maldestro alla guida -, nel fare manovra, contro il guard rail oppure uno di quei lampioni impossibili da vedere dallo specchietto retrovisore.

Parcheggiare, stavolta con maggiore cura, pigiare il pulsante per la chiusura automatica e intanto frugare con l’altra mano nella tasca dell’impermeabile, alla ricerca delle chiavi. Aprire il portone con la posta sotto braccio, apprezzare il profumo della cucina di sua moglie, dare una sgrullata tra le orecchie al cane. Avvertire una leggera sensazione di stanchezza, soprattutto sugli occhi, stupirsene, vista l’ora, andare quindi a sedersi in poltrona a leggere i titoli in prima pagina, con un orecchio al telegiornale. Gorgogliare dello stomaco. Immagino tutto, lo conosco bene. Poi lei gli dirà, portando le fondine con la minestra in tavola, “Come hai trovato Paolo?” E lui, distraendosi, ma poco, dalla lettura, mormorerà “Su, dai, non così male. Mi sembra che risponda alle cure. È alto con l’umore.” Di lì a poco staranno parlando d’altro, e il tempo avrà ripreso a scorrere nel solito ordine: secondi che formano minuti che infilano ore che si accumulano in giorni, settimane, tutto così, uguale e ugualmente rassicurante, anno dopo anno. Finché dura.

Invece qui, qui il tempo è come immobile. Questo tavolino, per esempio.

È piuttosto un carrello cammuffato. Lo sposto, anche involontariamente, con un dito. Riportarlo vicino è un’impresa. Maledetto carrello. L’infermiera si è dimenticata di bloccare le ruote. E la superficie non è esattamente in fòrmica. Credo che non si usi più la fòrmica. Almeno non negli ospedali. Era quel materiale col quale erano fatti i banchi di scuola, di quel colore tra il verde e l’azzurro, sempre incisi e graffiati da noi ragazzi. Questo piano invece è di una plastichetta bianca, ha degli avvallamenti, come delle tasche per poggiarci degli oggetti, si vede che lo hanno realizzato da uno stampo. Emerge dalla confusione la bottiglia d’acqua, ed un bicchiere vuoto. Mi serve aiuto per riempirlo ancora, ma non ho voglia di suonare il campanello. Apro la bocca, la richiudo. Lo faccio un paio di volte schioccando la lingua asciutta. Al diavolo. Sto bene anche senza bere, basta che mi distragga. E dunque, alzo gli occhi. Pannelli quadrati, traforati, alternati a plafoniere metalliche. No, non mi sono utili. La vista dell’esterno mi è celata dalle tende tirate sul vetro della finestra.

Non voglio accendere la televisione, il telecomando è pure sul carrello, almeno finché ho la fortuna di ritrovarmi da solo nella camerata. Una fortuna, sì. Ma non mi aspetto che duri per sempre, dunque mi godo il silenzio.

Ma non dimenticare che vedere non è

sapere, né potere, bensì ridicolo

un altro voler essere che te

Sbuffo, alzo di nuovo gli occhi, che noia questo soffitto. Giusto, di interessante, quella macchia rossastra, che riga di traverso due pannelli. Sarà un’infiltrazione, al di sopra forse corrono dei tubi. Ma che mi importa? Non ho intenzione di segnalarlo ai medici, né agli inservienti. Per quello che mi riguarda questo posto non mi vedrà molto ancora chiuso tra le sue pareti. Che sono squallide e sporche. Anche le pareti di casa propria sono così: squallide e sporche. Ma uno non si accorge di questo finché non opera qualche cambiamento: un cambio di mobilio, un trasloco, una separazione, una morte. Allora le pareti, nude, rivelano l’età reale di chi ha abitato lì fino ad allora. Le cornici dei quadri lasciano aloni, come fantasmi. Così negli angoli, in alto, là dove lo sguardo non arriva mai, perché non ce n’è bisogno. Meglio restare bassi, a testa china tra le cose quotidiane. Meglio restare fermi, tutti contenti del poco che c’è, non smuovere niente. Casa mia è lontana e avvolta nel sogno. C’è ma non c’è, io non la abito più. Non credo ci tornerò. La spoglieranno presto di me e delle mie inutili cose. Ho gli occhi asciutti a forza di fissare il lembo di lenzuolo che mi nasconde i piedi, vedo le punte sporgere. Ho gli occhi asciutti mentre penso, ma in realtà sono commosso, alla mia casa che non vedrò mai più. Le stanze, quelle stanze vuote dove io manco, ce l’ho qua dentro, dove il petto mi brucia forte e dove non so come rimediare al danno. Ah, meglio farla finita di pensare. Tenere il corpo immobile, azzerare il respiro. Fermo, così.

E invece mi sorprendo a ritrovarmi in piedi, come avrò fatto? Mi sto reggendo meglio che posso alle sbarre del letto. Non pensavo di esserne capace. Sono nel corridoio, non sento i piedi. La luce è ovunque, e ovunque è sempre. Cammino, quindi, un tempo eterno, senza un incontro. Scendo in ascensore, lo sguardo ancora sbarrato, il petto che duole, il respiro quasi fermo. Mi sembra di dormire. La mia fuoriuscita dall’ospedale avviene come in sogno. Anzi, già che ci sono, chiudo gli occhi. Bene, perfetto, sì, l’eternità è dormire. E l’aria aperta è l’aria aperta. Che bella l’aria aperta. Prendo uno sguardo dal sogno, giusto per rendermi conto: sto attraversando. Macchine in corsa verso di me. Richiudo le palpebre, resto lì in mezzo, in piedi, credo. Sorrido.

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