Notizie dall’ANTA – Grandi mete, piccoli segnali

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giacche

4) Il completo da lavoro

È un bel po’ che mi compaiono cose davanti come segni. E io non sono superstiziosa per poterne approfittare. Proprio pochi giorni fa ho avuto una conversazione con due amiche, loro credono al soprannaturale. Si è parlato di esorcismi e di malocchio. Sono venuti fuori episodi che le hanno avute come protagoniste. Forse non c’è nessuno che possa dire di non aver mai vissuto qualcosa di spiegabile secondo le leggi conosciute, ma io mi ostino a fare un ragionamento semplice.

Se esistessero davvero forze così grandi da far comparire oggetti dove non ce ne sono, da far ammalare i sani, da cambiare il corso di una vita, semplicemente volendo fortemente il male di qualcuno, come mai non ne esistono di altrettanto potenti da impedire la morte di un bambino, portare alla scoperta di una cura contro il cancro, la soluzione alla fame nel mondo, la pace in Terra e un governo stabile per questo sfortunato paese?

Natalia Ginzburg scrisse Le piccole virtù in cui fece capire che però aveva a cuore soprattutto le grandi. Aveva convinzioni ferme continuamente rintuzzate da minuti distinguo. In sostanza, praticando il piccolo fatto, trovava la forza per sostenere il grande assioma.

Un punto di vista estremamente femminile, che lei stessa non faticò a riconoscere come tale. Forse a me sta capitando proprio questo, con la differenza che nel tempo in cui vivo, il tempo in cui viviamo tutti, non è facile avere ideali da difendere, mete a cui tendere con incrollabile certezza.

Allora mi capita di trovarmi davanti a una bella ma banalissima levata del sole e pensare che non è un caso che si manifesti in quel modo sfacciato proprio a me. O leggo un libro nuovo e ogni due pagine mi fermo per un’illuminazione. Frasi che parlano di ciò a cui sto pensando in quel momento. Piccole cose, nessun malocchio, né poltergeist, né altro di così inspiegabile. Sono io che le vedo. Piccole, significantissime cose. Ma significantissime di che?

Ci perdo tempo sopra. Mi fermo a pensare senza conoscere l’oggetto del pensiero. Mollo tutto, o quasi. Il resto mi sembra di importanza relativa, tanto che G., vedendomi in difficoltà, non molto tempo addietro mi diede un compito facile facile per distrarmi. Parla di ciò che trovi nell’armadio, rendi concreto il pensiero, non divagare. Recupera una visione lucida sul mondo, mi disse, pressappoco.

Ma i tempi sono proprio complicati. Forse lo sono io, mah, chissà. Fatto sta che ultimamente non ho fatto il compito. Mi rincresce, e ci voglio riprovare. Apro l’armadio e mi vengono le vertigini. Sembra che di me stessa ne esistano molte versioni.

Il capo più presente, e anche il meno utilizzato ultimamente è il tailleur. C’è da dire che penso che abbia fatto il suo tempo nella mia vita. A parte questo completo giacca e pantaloni in vellutino marrone. Un taglio aderente e sportivo, qualcosa che indosso ancora con tranquillità.

E giusto l’altro giorno, una di quelle amiche che credono al soprannaturale mi ha tirato le orecchie: trova che io racconti in modo sempre troppo autoreferenziale.

Voglio parlare di quel completo, allora, partendo dalla donna che ho conosciuto nei camerini del negozio nel quale l’ho comprato.

§§§

A Roma, in un giorno qualsiasi. Era d’autunno, forse. Si era già svoltato il millennio. Non l’anno trascorso, non il precedente, era il tempo in cui la donna non si riconosceva più nello specchio. Non era cambiata nella taglia, né in qualsiasi dettaglio fisico. Era perfettamente riconoscibile a chiunque non fosse coinciso con sé stessa.

La donna era stata invitata dalle colleghe a prendere con loro un autobus e raggiungere la zona del Vaticano durante l’ora di pausa prevista per pranzo. Meta, lo shopping.

Lei aveva un problema con quella pratica, essendo cresciuta nei racconti della fame del tempo di guerra e uscita da un’infanzia nella quale venivano rammendate calze e collant, messe toppe a gomiti e ginocchia consumate, comprati vestiti in occasione di feste e cerimonie o stagionalmente, durante la crescita, perché  era la figlia maggiore e non aveva nessuno che le passasse cose già usate.

Da adolescente le vennero riadattati i vestiti della madre finché non venne l’età in cui i compagni di classe iniziarono a prenderla in giro perché non seguiva la moda. In seguito fu sempre piuttosto restìa allo shopping, o sarebbe meglio dire che era cresciuta indolente e incapace di spendere denaro per delle velleità, dalle quali era comunque tentata. Imparò a difendersi dalla formalità delle persone esibendo un’eccentricità voluta.

Forse la cosa ebbe inizio la volta che quasi provocò un infarto a un signore maturo. Un uomo puramente ariano nell’aspetto e nel comportamento, che trovandosi in strada nell’ora e sul percorso di ritorno dalla scuola della donna, allora non pienamente tale, e di tanti suoi coetanei, si imbestialì per la vista di qualcosa che per strada secondo lui non avrebbe dovuto esserci.

La spudorata passeggiata di una coppia di amici. Lei, un’olandese solare, amica della donna, di cui era anche vicina di casa. Avanzava con le anche che venivano per prime, facendo molleggiare il seno abbondante. Si torceva i riccioli rossi col dito indice, e l’altra mano stava ficcata nella tasca posteriore di una salopette jeans.

Accanto le camminava un ragazzo alto, pallido e magrissimo, coperto di tessuto strappato in più punti, di pelle nera, e di catene e spille da balia chiuse sui vestiti e su lembi di pelle. Il ragazzo aveva la testa sormontata da una cresta alta, rigida, coloratissima. La donna, allora ragazzina, li seguiva ammirata e non riusciva a staccar loro gli occhi di dosso.

Non ci riusciva neppure l’ariano, mentre scaricava l’erba appena tagliata sull’aiuola davanti casa propria. Li vide sfilargli davanti al naso, controsole, e restò immobile, compresso e muto, finché non lo superarono tanto da essere certo di non poter essere udito.

La donna, che era poco più di una bambina, non poté non accorgersi di lui. Immaginò, comparandola alla propria, l’eccitazione ben più pressante nell’uomo, al passaggio della giovane straniera. Immaginò l’invidia per quel compagno che poteva camminare accanto a lei alla pari.

Immaginò che l’uomo fosse padre di figli biondi e perfettamente ariani, sempre beneducati, ben pettinati e ben vestiti, e che andavano in chiesa tutte le domeniche. Ed ebbe la visione netta di lui che, accanto a una moglie molto adeguata a costituire la coppia, partecipava alla vita di quartiere, fatta di ripetuti inviti a cena, del circolo sportivo, di tornei di bridge e mercatini di solidarietà.

Mentre i due elementi di disturbo svoltavano sulla strada principale, anche la donna/bambina attraversò il campo visivo dell’uomo. Sentì arrivarle addosso un forte brivido, l’onda d’urto della repressione, seguita da un’esplosione inaspettata, diretta proprio contro di lei.

– Ma è una vergogna, ha visto? – Cercò di farne la sua sponda, sorprendendola. Era certa che in nessun’altra occasione le avrebbe rivolto la parola. Un bolo di cattiveria le risalì l’esofago fino alla bocca.

– Visto cosa?

– Quei due, no? Che schifo! – L’uomo non poté credere di essere provocato e incalzò:

– Lei farebbe mai entrare in casa un tipo come quello, con quei capelli, con quelle…

– Io? Io sì! – Alzò la voce lei, guardandolo con intenzione e inclinando bruscamente il mento in alto.

Se lo lasciò alle spalle che implodeva mugugnante in mezzo al proprio strazio, che le ricordò gli accessi d’ira di Paolino Paperino. Proseguì oltre, sforzandosi di mantenere il passo di prima, mentre dentro soffriggeva dalla soddisfazione.

Di lì a poco avrebbe conosciuto la musica dei Clash e degli Smiths, gli anni settanta conclusi da appena un lustro, la new age post punk dell’era in corso, libri e film alternativi ai gusti delle masse. Avrebbe affrontato il mondo mantenendosi isolata. Apprendendo di poter scioccare chi la guardava, portando avanti la fisicità come uno scudo.

Talvolta subì attacchi gratuiti, venne stigmatizzata. Ma non voleva pagare il prezzo dell’omologazione, che l’avrebbe deviata dalla strada appena intrapresa della scoperta di sé. Lo specchio la ripagò restituendole immagini precise e appaganti per diversi anni.

La donna crebbe, con lei crebbero sia i dubbi che le certezze. Presero forza gli ideali, guadagnò e perse miti e amicizie. Finché non si confrontò col mondo del lavoro. L’ultima generazione in grado di cogliere i frutti del proprio studio era stata quella dei suoi genitori. Il vento era cambiato, spirava in verso contrario alla sua direzione e a quella dei coetanei, e si andava sempre più rafforzando.

Quando ancora non tutte le porte si erano chiuse, riuscì a fare gavetta senza eccessive umiliazioni, e in questo le fu utile la considerazione di sé rimasta alta nel tempo. Però dovette mimetizzarsi, nell’aspetto e nel comportamento, per avere accesso e rimanere negli ambienti nei quali sperava di trovare un impiego. Forse fu un caso, ma quella scelta si rivelò corretta.

L’azione persistente della mimesi, portata avanti per l’intero giorno, per quasi tutto l’anno, per la somma degli anni che si succedettero, scavò sempre più percettibilmente la distanza tra ciò che la donna sapeva di essere realmente e l’immagine che trasmetteva.

Quando le colleghe le proposero di andare con loro a fare shopping, finì per accettare. Si convinse pensando alle ultime volte che guardando lo specchio aveva visto riflessa una sconosciuta. Forse un gesto qualsiasi, purché compiuto fuori dai suoi soliti schemi, l’avrebbe salvata. Raggiunsero il negozio nei pressi del Vaticano. Una commessa sveglia le mise tra le braccia cose diverse da quelle che indossava in quel momento.

Si ritrovò sola nel camerino. Riusciva a considerare soldi ben spesi solo quelli che fossero usati per abiti da portare sul lavoro. Provò un completo invernale di velluto marrone, il taglio era strafottente, non proprio impiegatizio. Ma addosso le stava molto bene.

Inoltre, si sorprese a riconoscersi nello specchio. Capì che quello era un minuscolo segnale, che nel tempo andò ad aggiungersi ad altri, a volte più importanti, a volte molto meno, sulla strada del riavvicinamento a sé, la grande meta ancora da raggiungere.

La donna sapeva bene, e la vita glielo confermò ogni giorno, che bisogna essere pronti, perché il messaggio atteso può arrivare con ogni messaggero. E va riconosciuto. E benché il messaggio non coincida, né vada mai confuso con il messaggero, questo non è sempre da buttare dopo l’uso. Perciò ancora oggi continua ad apprezzare quel completo, e se lo tiene stretto.

Questo è ciò che mi disse, in quella occasione e nelle molte altre volte venute dopo che, uscite simultaneamente dai nostri camerini, ci guardammo per lunghi secondi senza poter fiatare. Ebbe inizio una lunga frequentazione, che dura ancora oggi. A volte ci perdiamo, poi ci ritroviamo ancora e sempre più simili. Penso che, un giorno o l’altro, non ci distingueranno più.

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2 Risposte to “Notizie dall’ANTA – Grandi mete, piccoli segnali”

  1. Wish aka Max Says:

    Una delle mie massime favorite è “niente è per caso”. E però io non credo al fato, o alla predestinazione, insomma al grande disegno. Credo nel fatto che le cose accadono quando siamo pronti per accorgerci che accadono. Che i treni si prendono quando si è pronti a prenderli. E in questo senso mi pare che ci sia una tale armonia tra la seconda e la prima parte del post, che va proprio nella direzione del niente è per caso. Bello.

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