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Notizie dall’ANTA – La cintura

7 maggio 2013

.Ninfa

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5) La cintura (o dell’ultima volta).

L’ultima volta che ho avuto indosso questa cintura (larga, di tessuto jeans, a strisce orizzontali bianche e blu, chiusa da una fibbia metallica rettangolare con sopra scritto Levi’s), sarà stato in terza media. Nemmeno tredici anni, avrò avuto. Me lo ricordo bene, la usavo non tanto per tenere su i pantaloni -perché ero una ragazzina sviluppata d’un colpo, dalla sera alla mattina, cosicché i miei, quando alle sette già sulla soglia in partenza per la scuola, spostavano i loro sguardi preoccupati dalle cuciture con l’aria di stare per saltare, alla mia faccia segnata dal cuscino (e, data l’età, ancora senza trucco) mi chiedevano: “Ma sei sicura di voler uscire così?”- non la infilavo tanto tra i passanti per lo scopo di solito richiesto a quest’accessorio, ma per l’aria che supponevo mi donasse. Trendy, si sarebbe detto qualche annetto dopo, ma ancora quel termine non si usava. Neanche “fico”, mi pare che avessi ancora sentito pronunciare, ma in fondo uscivo da poco dalle elementari. E, a dire il vero, non avrei saputo dire cosa usassero i miei coetanei, per definire ciò che li metteva in linea con la moda.

Perché, per me, quelli erano tempi in cui il mondo era tutto nuovo. Senza saperlo, in pochi mesi avevo fatto un mucchio di ultimi gesti. Come l’ultima volta che avevo giocato con i Fiammiferini, chiusi nelle loro scatole esposte nell’ultimo lavoretto fatto a scuola, una bacheca di compensato tagliato col seghetto a mano. O l’ultima telefonata ad Alessandra, la mia migliore amica, alla quale avevo risposto che, no, a casa sua non ci potevo andare, perché avevo troppo da studiare, ma in realtà perché da lei avremmo fatto i soliti giochi da bambine, mentre io avevo deciso che con quel corpo tutto nuovo avrei dovuto affrontare solo nuove esperienze. Stare affacciata, per esempio, in barba ai compiti, per tutto il pomeriggio. E attendere l’arrivo della torma di motorini smarmittati, condotti in testa da uno su una ruota sola. Daniele, il mio primo ragazzo. Avevo salutato da poco anche l’ultima volta che su di me si erano affaccendate con premura le ultime mani neutrali di qualche adulto. Pediatra, nonna o genitore. E quella gita fu l’ultima della terza media, l’ultima occasione in cui indossai la mia cintura.

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Per ogni cosa nella vita di una persona c’è una prima e un’ultima volta. Eventi che possono coincidere. O divaricare tra loro talmente tanto da finire col non mantenere più neanche il punto di contatto originale. Dipende. La cintura, per dire, la sto indossando di nuovo. Quanto mi sta bene, molto meglio che da ragazzina. Oggi che sono migliore in tutto, mi domando se questo tutto abbia qualche valore, perché non so vederlo, se non con discontinuità.

Ci sono fasi nella vita. Quella che attraverso io, la chiamo la fase trasparente. Buttate all’aria le mistificazioni, usa alla cortesia per il rispetto che porto agli altri, anche a quelli che non mi somigliano neanche un po’, non tollero, non tollero proprio, almeno per ciò che mi riguarda, l’ipocrisia. La fase trasparente somiglia al processo che porta i vecchi a dire quello che pensano fregandosene delle reazioni.

– Mica sei vecchia.

– ok, ok. Per questo motivo tengo a freno la lingua. A cuccia adesso.

– Scorbutica.

– Belzebù (ti piace? lo ripetono tutti in televisione, oggi.)

– (Mhm. Carino, sì.)

– (Allora contentati e taci.)

Le illusioni sono quello che sono, ovvero nulla di reale. Metti il ’93, l’anno dell’esame di scenografia, di cui ho questo ricordo: la sera prima avevo steso tutte le tavole per il pavimento del salone. Un lavoro abnorme, ci camminavo in mezzo orgogliosa e, mentre le contemplavo, parlavo con Fabrizio dal cordless. Commentavamo l’avviso di garanzia a Giulio Andreotti sulla base delle accuse di Buscetta a proposito dell’omicidio Pecorelli. Eravamo eccitatissimi.

E solo in parte per l’esame.

Ci sembrava di vivere un momento storico. Ma Andreotti passò indenne quella e altre bufere. Arretrò a poco a poco nell’ombra e a noi restò il senso di qualcosa di incompiuto, che non facemmo in tempo a elaborare. Intanto era iniziata l’era Berlusconi che ci tenne occupati a brontolarne per vent’anni, nel corso dei quali siamo subliminalmente soggiaciuti al fascino perverso dell’illusione dell’immortalità. Credendo che tutto ciò che viene nella vita, viene sempre per restare.

E solo in parte a causa della giovinezza.

Da ieri, io almeno (di Fabrizio non so quasi più nulla da tempo), ho sentito cadere un ultimo velo. Ho visto ancora meglio le cose come sono, che l’illusione non aveva senso: Andreotti è morto. Ha “fatto” qualcosa per l’ultima volta. Era ovvio attenderselo, no? Era umano, certo. Ma le persone hanno la tendenza a sistemarsi comode dietro il paravento delle illusioni, finché  queste non cadono (cadono sempre), lasciandole in mutande e sole davanti alle proprie responsabilità.

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Notizie dall’ANTA – Grandi mete, piccoli segnali

1 aprile 2013

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giacche

4) Il completo da lavoro

È un bel po’ che mi compaiono cose davanti come segni. E io non sono superstiziosa per poterne approfittare. Proprio pochi giorni fa ho avuto una conversazione con due amiche, loro credono al soprannaturale. Si è parlato di esorcismi e di malocchio. Sono venuti fuori episodi che le hanno avute come protagoniste. Forse non c’è nessuno che possa dire di non aver mai vissuto qualcosa di spiegabile secondo le leggi conosciute, ma io mi ostino a fare un ragionamento semplice.

Se esistessero davvero forze così grandi da far comparire oggetti dove non ce ne sono, da far ammalare i sani, da cambiare il corso di una vita, semplicemente volendo fortemente il male di qualcuno, come mai non ne esistono di altrettanto potenti da impedire la morte di un bambino, portare alla scoperta di una cura contro il cancro, la soluzione alla fame nel mondo, la pace in Terra e un governo stabile per questo sfortunato paese?

Natalia Ginzburg scrisse Le piccole virtù in cui fece capire che però aveva a cuore soprattutto le grandi. Aveva convinzioni ferme continuamente rintuzzate da minuti distinguo. In sostanza, praticando il piccolo fatto, trovava la forza per sostenere il grande assioma.

Un punto di vista estremamente femminile, che lei stessa non faticò a riconoscere come tale. Forse a me sta capitando proprio questo, con la differenza che nel tempo in cui vivo, il tempo in cui viviamo tutti, non è facile avere ideali da difendere, mete a cui tendere con incrollabile certezza.

Allora mi capita di trovarmi davanti a una bella ma banalissima levata del sole e pensare che non è un caso che si manifesti in quel modo sfacciato proprio a me. O leggo un libro nuovo e ogni due pagine mi fermo per un’illuminazione. Frasi che parlano di ciò a cui sto pensando in quel momento. Piccole cose, nessun malocchio, né poltergeist, né altro di così inspiegabile. Sono io che le vedo. Piccole, significantissime cose. Ma significantissime di che?

Ci perdo tempo sopra. Mi fermo a pensare senza conoscere l’oggetto del pensiero. Mollo tutto, o quasi. Il resto mi sembra di importanza relativa, tanto che G., vedendomi in difficoltà, non molto tempo addietro mi diede un compito facile facile per distrarmi. Parla di ciò che trovi nell’armadio, rendi concreto il pensiero, non divagare. Recupera una visione lucida sul mondo, mi disse, pressappoco.

Ma i tempi sono proprio complicati. Forse lo sono io, mah, chissà. Fatto sta che ultimamente non ho fatto il compito. Mi rincresce, e ci voglio riprovare. Apro l’armadio e mi vengono le vertigini. Sembra che di me stessa ne esistano molte versioni.

Il capo più presente, e anche il meno utilizzato ultimamente è il tailleur. C’è da dire che penso che abbia fatto il suo tempo nella mia vita. A parte questo completo giacca e pantaloni in vellutino marrone. Un taglio aderente e sportivo, qualcosa che indosso ancora con tranquillità.

E giusto l’altro giorno, una di quelle amiche che credono al soprannaturale mi ha tirato le orecchie: trova che io racconti in modo sempre troppo autoreferenziale.

Voglio parlare di quel completo, allora, partendo dalla donna che ho conosciuto nei camerini del negozio nel quale l’ho comprato.

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A Roma, in un giorno qualsiasi. Era d’autunno, forse. Si era già svoltato il millennio. Non l’anno trascorso, non il precedente, era il tempo in cui la donna non si riconosceva più nello specchio. Non era cambiata nella taglia, né in qualsiasi dettaglio fisico. Era perfettamente riconoscibile a chiunque non fosse coinciso con sé stessa.

La donna era stata invitata dalle colleghe a prendere con loro un autobus e raggiungere la zona del Vaticano durante l’ora di pausa prevista per pranzo. Meta, lo shopping.

Lei aveva un problema con quella pratica, essendo cresciuta nei racconti della fame del tempo di guerra e uscita da un’infanzia nella quale venivano rammendate calze e collant, messe toppe a gomiti e ginocchia consumate, comprati vestiti in occasione di feste e cerimonie o stagionalmente, durante la crescita, perché  era la figlia maggiore e non aveva nessuno che le passasse cose già usate.

Da adolescente le vennero riadattati i vestiti della madre finché non venne l’età in cui i compagni di classe iniziarono a prenderla in giro perché non seguiva la moda. In seguito fu sempre piuttosto restìa allo shopping, o sarebbe meglio dire che era cresciuta indolente e incapace di spendere denaro per delle velleità, dalle quali era comunque tentata. Imparò a difendersi dalla formalità delle persone esibendo un’eccentricità voluta.

Forse la cosa ebbe inizio la volta che quasi provocò un infarto a un signore maturo. Un uomo puramente ariano nell’aspetto e nel comportamento, che trovandosi in strada nell’ora e sul percorso di ritorno dalla scuola della donna, allora non pienamente tale, e di tanti suoi coetanei, si imbestialì per la vista di qualcosa che per strada secondo lui non avrebbe dovuto esserci.

La spudorata passeggiata di una coppia di amici. Lei, un’olandese solare, amica della donna, di cui era anche vicina di casa. Avanzava con le anche che venivano per prime, facendo molleggiare il seno abbondante. Si torceva i riccioli rossi col dito indice, e l’altra mano stava ficcata nella tasca posteriore di una salopette jeans.

Accanto le camminava un ragazzo alto, pallido e magrissimo, coperto di tessuto strappato in più punti, di pelle nera, e di catene e spille da balia chiuse sui vestiti e su lembi di pelle. Il ragazzo aveva la testa sormontata da una cresta alta, rigida, coloratissima. La donna, allora ragazzina, li seguiva ammirata e non riusciva a staccar loro gli occhi di dosso.

Non ci riusciva neppure l’ariano, mentre scaricava l’erba appena tagliata sull’aiuola davanti casa propria. Li vide sfilargli davanti al naso, controsole, e restò immobile, compresso e muto, finché non lo superarono tanto da essere certo di non poter essere udito.

La donna, che era poco più di una bambina, non poté non accorgersi di lui. Immaginò, comparandola alla propria, l’eccitazione ben più pressante nell’uomo, al passaggio della giovane straniera. Immaginò l’invidia per quel compagno che poteva camminare accanto a lei alla pari.

Immaginò che l’uomo fosse padre di figli biondi e perfettamente ariani, sempre beneducati, ben pettinati e ben vestiti, e che andavano in chiesa tutte le domeniche. Ed ebbe la visione netta di lui che, accanto a una moglie molto adeguata a costituire la coppia, partecipava alla vita di quartiere, fatta di ripetuti inviti a cena, del circolo sportivo, di tornei di bridge e mercatini di solidarietà.

Mentre i due elementi di disturbo svoltavano sulla strada principale, anche la donna/bambina attraversò il campo visivo dell’uomo. Sentì arrivarle addosso un forte brivido, l’onda d’urto della repressione, seguita da un’esplosione inaspettata, diretta proprio contro di lei.

– Ma è una vergogna, ha visto? – Cercò di farne la sua sponda, sorprendendola. Era certa che in nessun’altra occasione le avrebbe rivolto la parola. Un bolo di cattiveria le risalì l’esofago fino alla bocca.

– Visto cosa?

– Quei due, no? Che schifo! – L’uomo non poté credere di essere provocato e incalzò:

– Lei farebbe mai entrare in casa un tipo come quello, con quei capelli, con quelle…

– Io? Io sì! – Alzò la voce lei, guardandolo con intenzione e inclinando bruscamente il mento in alto.

Se lo lasciò alle spalle che implodeva mugugnante in mezzo al proprio strazio, che le ricordò gli accessi d’ira di Paolino Paperino. Proseguì oltre, sforzandosi di mantenere il passo di prima, mentre dentro soffriggeva dalla soddisfazione.

Di lì a poco avrebbe conosciuto la musica dei Clash e degli Smiths, gli anni settanta conclusi da appena un lustro, la new age post punk dell’era in corso, libri e film alternativi ai gusti delle masse. Avrebbe affrontato il mondo mantenendosi isolata. Apprendendo di poter scioccare chi la guardava, portando avanti la fisicità come uno scudo.

Talvolta subì attacchi gratuiti, venne stigmatizzata. Ma non voleva pagare il prezzo dell’omologazione, che l’avrebbe deviata dalla strada appena intrapresa della scoperta di sé. Lo specchio la ripagò restituendole immagini precise e appaganti per diversi anni.

La donna crebbe, con lei crebbero sia i dubbi che le certezze. Presero forza gli ideali, guadagnò e perse miti e amicizie. Finché non si confrontò col mondo del lavoro. L’ultima generazione in grado di cogliere i frutti del proprio studio era stata quella dei suoi genitori. Il vento era cambiato, spirava in verso contrario alla sua direzione e a quella dei coetanei, e si andava sempre più rafforzando.

Quando ancora non tutte le porte si erano chiuse, riuscì a fare gavetta senza eccessive umiliazioni, e in questo le fu utile la considerazione di sé rimasta alta nel tempo. Però dovette mimetizzarsi, nell’aspetto e nel comportamento, per avere accesso e rimanere negli ambienti nei quali sperava di trovare un impiego. Forse fu un caso, ma quella scelta si rivelò corretta.

L’azione persistente della mimesi, portata avanti per l’intero giorno, per quasi tutto l’anno, per la somma degli anni che si succedettero, scavò sempre più percettibilmente la distanza tra ciò che la donna sapeva di essere realmente e l’immagine che trasmetteva.

Quando le colleghe le proposero di andare con loro a fare shopping, finì per accettare. Si convinse pensando alle ultime volte che guardando lo specchio aveva visto riflessa una sconosciuta. Forse un gesto qualsiasi, purché compiuto fuori dai suoi soliti schemi, l’avrebbe salvata. Raggiunsero il negozio nei pressi del Vaticano. Una commessa sveglia le mise tra le braccia cose diverse da quelle che indossava in quel momento.

Si ritrovò sola nel camerino. Riusciva a considerare soldi ben spesi solo quelli che fossero usati per abiti da portare sul lavoro. Provò un completo invernale di velluto marrone, il taglio era strafottente, non proprio impiegatizio. Ma addosso le stava molto bene.

Inoltre, si sorprese a riconoscersi nello specchio. Capì che quello era un minuscolo segnale, che nel tempo andò ad aggiungersi ad altri, a volte più importanti, a volte molto meno, sulla strada del riavvicinamento a sé, la grande meta ancora da raggiungere.

La donna sapeva bene, e la vita glielo confermò ogni giorno, che bisogna essere pronti, perché il messaggio atteso può arrivare con ogni messaggero. E va riconosciuto. E benché il messaggio non coincida, né vada mai confuso con il messaggero, questo non è sempre da buttare dopo l’uso. Perciò ancora oggi continua ad apprezzare quel completo, e se lo tiene stretto.

Questo è ciò che mi disse, in quella occasione e nelle molte altre volte venute dopo che, uscite simultaneamente dai nostri camerini, ci guardammo per lunghi secondi senza poter fiatare. Ebbe inizio una lunga frequentazione, che dura ancora oggi. A volte ci perdiamo, poi ci ritroviamo ancora e sempre più simili. Penso che, un giorno o l’altro, non ci distingueranno più.

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Notizie dall’ANTA – Fumata nera

11 marzo 2013

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Tubonero.

3) L’indispensabile tubino nero

Nel guardaroba di una donna non dovrebbe mai mancare un tubino nero. Un pezzo per tutte le occasioni. Ero donna già da parecchio quando mi resi conto di dovermi adeguare in vista della consacrazione definitiva ai fottuti riti sociali. Ero cresciuta ma ancora giovane e sciocca, mi affrettai a procurarmelo. Avevo qualche chance di indossarlo per un aperitivo, o per un invito a cena estemporaneo.

Appena riemersa da una lunga nuotata in mare, in pieno agosto, presi il mio primo cellulare con le mani bagnate e lo accostai all’orecchio, tra ciocche di capelli grondanti acqua salata. Quando risposi a mio padre, non ero pronta a ricevere i suoi singhiozzi. Non ero pronta alla morte di mio nonno. Non ero pronta in genere a un funerale. Per questo, tornata a Roma con il primo volo, stordita e dispiaciuta, indossai senza pensarci troppo quel tubino nero, che si rivelò a tutti gli effetti indispensabile.

Nonno apprezzava le belle donne, così mio padre, così mio figlio. Pensando a loro, mi rendo conto del perché, con tutto il testosterone di famiglia in circolo, anch’io sia a tratti tanto mascolina.

Le rare volte che ci incontravamo, lui mi lusingava esclamando sempre che invece di crescere stavo ringiovanendo. E faceva arrossire me e le mie cugine con commenti compiaciuti sulle nostre gambe, se ci presentavamo in gonna. Per il resto è stato una persona molto a sé. Nei discorsi teneva banco (parlando di politica o del Papa) e raccontava molte barzellette (ancora sui politici e sul Papa). A noi nipoti pensava sempre e solo nonna, coi suoi sorrisi e le buste passate di nascosto (“Non farti vedere da nonno”) con dentro ventimila lire.

Per la durata della messa funebre mi sentii a disagio. Il nero lo indossavo, e in un’unica soluzione, proprio come la tonaca di un prete.

Il punto è che fino al giorno prima mi aggiravo pressoché nuda e senza pensieri sotto il sole, spostandomi dall’asciugamano all’onda e viceversa, tutta sensualità e vigore. Ora quel tubino addosso metteva in mostra gambe abbronzate e tornite dal nuoto e una pelle tanto scura da smarrirsi sullo sfondo della chiesa buia, e che rabbrividiva nella sua aria fresca. Non era quella l’immagine giusta per un funerale. Pareva un affronto alla morte.

A mio nonno, però, credo sarebbe piaciuta.

Indossai lo stesso vestito poche altre volte, via via che perdevo avi, sempre in piena estate. Ora sta lì appeso nell’armadio. Guai a guardarlo. Guai a guardare così lontano, fino ad agosto, mese tanto sfigato.

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Nemmeno è iniziata primavera. Ma intorno il mondo sembra non riuscire a pensare a sé stesso vivo e vegeto ancora solo tra qualche settimana. Visti da fuori sembriamo tutti coinvolti in un grande e caotico Conclave, dove ciascuno ha il diritto/dovere di dire la sua e sarà molto difficile trovare un accordo tra noi. Per ritrovarci chi, poi, a rappresentarci? Io sono allergica, moltissimo, al Super Rappresentante Universale, caro G. Ho i piedi ben piantati in terra e ti confesso che in certi momenti, realizzando che il tempo continua a rotolare in discesa, ho delle visioni tutt’altro che felici di quello che mi aspetta.

Ma tu mi avevi detto di

raccontare fatti, e basta. Nessuna riflessione, nessun pensiero, nessun sentimento eccetera: semplice racconto di fatti.

e ho disatteso in pieno questa regola. Fumata nera per oggi, mi dispiace.

Pertanto, prima di andare a cercare di capire, con gli ovvi limiti dovuti alla mia estraneità ai termini economici, una interessante discussione tra due cardinali del web, mi permetto di cadere ancora più in basso:

 

Si fece avanti un maggio senza cielo

Che non ricordava niente

Che non era mai stato prima

Che, paziente,  un dodicesimo chiedeva

D’attenzione. E finì esausto per lasciare

L’ abito nero al mese che seguiva.

Ma Giugno non ebbe cuore di indossarlo

Tutti quei grilli strepitanti addosso

E i fiori già sbocciati e il suono giallo dell’onda

Che lo spingeva al largo. Dovette dagli retta:

Chiamò a gran voce Luglio

E in fretta e furia gli porse la staffetta.

Quello, da un anno sotto il tabellone degli arrivi,

I tacchi conficcati nel terreno, attese

L’occasione col vestito in mano, per regalarlo

Al primo che scendesse giù da un treno.

Ma era così nero che fece notte presto,

E da un binario morto sbucò Agosto.

Che nudo e solo lo usò come lenzuolo

In una camera a ore, nascosto tutto un mese

Senza più speranza e senza più luci accese

Quando arrivò un Settembre sconosciuto

Gli disse di afferrare l’abito e di stringerglielo

Forte al collo, lui non avrebbe chiesto aiuto.

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Notizie dall’ANTA – Un ricordo rosa e giallo fluo

2 marzo 2013

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tuta da sci2) La tuta da sci

Dicono che oggi mettano lo skipass in una tasca interna, sul polso (avrò capito bene?). Questa qui ha tutte tasche esterne con zip crudeli e digrignanti. E lo skipass, che ci stava attaccato per via di un moschettone con un cordino elastico, allora somigliava a un odierno biglietto magnetico per l’autobus e rischiava, esci e rientra nella tasca, di essere tranciato via. La prima volta che sono andata a sciare con questa tuta intera, rosa scuro,  maniche a sbuffo, portavo anche occhiali giallo fluorescente, e una fascia spessa per la fronte con ciuffo di capelli protudente d’ordinanza. L’ho indossata ancora non proprio di recente, filando a palla di cannone sulle piste insieme a Lola. Erano circa quindici anni che non lo facevo più. Lo sci non si dimentica, è come andare in bicicletta.

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Una postilla

Ingrano lentamente, G, con questa “pratica di straniamento”. Ma continuo a lavorare nella direzione che mi hai indicato. Non proprio in discesa libera, anzi, mi sembra di saltare sulle cunette, come quelle delle piste di Albertville nel ’92, l’anno delle olimpiadi invernali. Non le amo le cunette, ma quando ci capiti in mezzo, come affrontarle, se non mettendoci la massima concentrazione?

Arriverò in fondo. Anche se è difficile scarnificare il pensiero, oltre al linguaggio. Fuor di metafora, non posso parlare subito di gonne, magliette e calze, uscirei immediatamente fuori pista. Intanto ho cavato dall’anta una tuta da sci. La mia, l’unica da tanti di quegli anni che è meglio che non mi sforzi troppo di ricordare. Anche i ricordi più lontani non sono mai obiettivi, né neutrali.

Prendiamo Hernest Heminguay, che scrisse Festa Mobile* al termine della vita. E chiarì per sempre ai posteri la sua visione degli eventi: Si tolse qualche sassolino dalle scarpe con Gertrude Stein e sistemò per bene anche l’amico Francis Scott Fitzgerald. Restituì un ritratto di Parigi senza trucco, quale solo chi l’abbia vissuta e amata tanto può permettersi di fare. Ma soprattutto (questo ho notato, nella persistente ricerca di me stessa attraverso gli scritti altrui), sapendo di avere poco tempo, e volendo rimettere ordine alle cose, riesumò l’amore per la prima moglie, Hadley, in modo talmente intenso che a leggerlo sembra che si sia morso le mani per il resto dei suoi giorni dall’attimo dopo averla lasciata (per un’altra, il “pesce pilota”, che lo introdusse senza possibilità d’uscita nel gorgo torbido dei famosi e ricchi). Se davvero si sia consumato nel rimorso giorno per giorno, a intermittenza, o soltanto nell’ultimo periodo, non è dato saperlo. Quello che Hem afferma e che vale alla fine di tutto, però, è che mai la vita è stata tanto bella e facile come lui la ricorda nei giorni della povertà.

Come la ricorda, come la trasfigura, come è stata veramente, allora. Perché solo ciò che è fissato nella memoria è accaduto. Nel modo in cui ricordiamo che sia accaduto. Per le cicatrici che lascia, sulle quali a volte nasce un’inspiegabile serenità. A patto che, dopo aver perso l’orientamento, esserci ritrovati a terra o irrimediabilmente cambiati, riconosciamo di avere ancora riserve inesauribili di noi per affrontare giorni nuovi.

Appena prima di chiudere con amarezza, accennando agli anni che seguiranno, Hem scrive due paragrafetti lirici sulle sciate alpine insieme ad Hadley. Due baci posati per sempre sopra le sue indimenticate guance.

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Heminguay – uno stralcio di Festa Mobile

festa mobile

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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Notizie dall’ANTA – Una sciarpa di lana a strisce

19 febbraio 2013

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Caro G,

Non si può restare trafitti. Con tutta questa sterpaglia addosso che pizzica e prude. Guarda fuori, sono le sei e c’è ancora luce, bisogna fare presto! Troppa confusione qui. E io avevo bisogno di un consiglio. Ero sicura che saresti accorso – certo, sarà difficile comunque uscirne, anche così-. Ma sei accorso, che troppo buono sei, anche con quelli che conosci poco e con quelle che mostrano poca lucidità – a tratti. Tu mi capisci vero? Era una di quelle situazioni dalle quali sarei potuta liberarmi con la soluzione in tasca anche da sola. Ma continuare a stare tutta sola sul cuor della terra eccetera eccetera eccetera, uffa. Non che non voglia, ma non ne ho più bisogno. Dicevo, amico mio, meno male. E sia, seguirò questo consiglio. Leggera e distaccata.

Nell’armadio c’è un sacco di roba da censire. Ci metterò le mani. Farò ordine. Inizierò un inventario senza fine, senza finalità, intendo (o meglio, una che sappiamo solo noi), ma forse anche senza conclusione. Magari mi fermerò a dieci, il numero che scegli sempre tu.

Proprio vicino a me, ora ad esempio c’è

Sciarpa

1) la sciarpa che indosso.

Di lana grossa, ma molto delicata. Appena comprata ha iniziato a impigliarsi ovunque. Non scalda molto, è più lunga che larga. Ma mi piace. Piace a chi la guarda. Ha tante strisce colorate, e con un certo numero di giri mi ritrovo il bianco accanto al viso. Non ha senso, certo, ma mi sento illuminare dall’interno. L’avevo scelta per buttare soldi in saldi, per coprirmi una sera che dovevo uscire. Ero con Lola nel negozio a via del Tritone, lei mi diceva “prova questo, prova quello, a te sta tutto bene” e io ho preso la sciarpa. La sera che l’ho inaugurata faceva troppo caldo. Roma è così, non si capisce mai la stagione. Allora me la sono quasi dimenticata, la trascinavo aperta sul cappotto spalancato. Mi sono divertita molto quella volta, ed era quello che contava, non altro.

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Prima sono uscita nel sole, non ero più abituata. Sembrava che fosse già tornata primavera (sembrava, sembrava!). Rialzata da sotto l’albero avevo la sciarpa trafitta da sterpaglie. Mi è ritornata in mente quella volta che tornando mi sono spogliata nel bagno dei disabili, e con pazienza ho tolto tutti i ciuffi e i fili d’erba secca dai vestiti, a uno a uno. E mi veniva da ridere, ne ridevo infatti e a qualcuno l’ho anche raccontato, perché mi ricordo la risposta “Chissà che penseranno”.

Bisogna fare ordine, sì sì, presto tornerà la primavera, e con lei tutto quel sole che seccherà l’erbetta che mi ritroverò tra gli abiti di nuovo, quando sarò rientrata. Da dove, ancora non lo so.

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Zucchero – Solo seduto sulla panchina del porto


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