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L’ora del me

colazione

Un certo Aldo Busi, che da Montichiari

Vaga per il mondo sfidando i “sicari”

A me personalmente

Insegna stabilmente.

Le pagine che scrive son breviari.

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“E da seduto mi dimentico al meglio. […] mi dimentico dell’alienazione altrui, ecco, quindi di me che la subisco e che, anziché puntare su un altro umanottero… che tanto si rivelerà uno che non ha letto niente e niente vuole saper più di quello che ignora e che l’unico trasporto che sente verso di me, un esempio irraggiungibile che gli morde l’amor proprio, se non proprio la coscienza, è o uccidermi o fare il bel gesto di risparmiarmi… punto a una sedia.”

Se le circostanze della vita non mi obbligano a fare diversamente, mi sveglio presto, per cercare concentrazione e prendere il mio the. Etichetta gialla, aroma di limone, vestito di limone vero e di un cucchiaino di miele. Ci inzuppo per un secondo gli angoli di pochi biscotti che gusto appena prima che si disfino.

Se le circostanze ancora lo permettono, sto con la finestra aperta su un grande prato esposto a Sud. In ogni stagione e clima, anche se piove. L’aria fresca o freschissima è quanto di meglio per entrare in sintonia col nuovo giorno. Dà libero corso a pensieri che forse solo a quest’ora possono materializzarsi e lavorare in pace e in silenzio.

Chissà se è esperienza anche di chi sta leggendo, l’ambiente lavorativo dei miei pensieri è nel retrobottega delle attività quotidiane. E in un punto qualsiasi della giornata, senza preavviso, mi arriva qualcosa di simile a un responso, non sempre a una domanda formulata, spesso è una nuova domanda che ancora non sapevo di voler esprimere.

Domande, limone e miele della vita, sono ciò che mi mette in moto la testa, dove girano e girano, fino al mattino dopo. E spesso, davanti a un the e con la finestra accanto spalancata, generano impulsi all’azione.

Bella di casa, la finestra aperta.

Vociare di uccelli.

Ieri ho salutato un desiderio e l’ho lasciato con la mano stretta a una certa me, su un’isola, ad aspettare il mio ritorno.

Non sento il solito brusio di traffico lontano, sono tutti in vacanza.

È passata metà agosto e non ho visto stelle cadenti, ma nemmeno quest’anno ne ho sentito la mancanza.

Un altro biscotto.

Ne ho ancora talmente tante di stelle legate a desideri espressi negli anni, stando infagottata nell’asciugamano in spiaggia. Ne raccoglievo a decine, assieme alle punture di zanzara.

Striscia sulla calotta cranica un principio di mal di testa da poco sonno. Ho fatto almeno un sogno però.

Il sogno che ricordo di aver fatto è una riconciliazione impossibile con un ex datore di lavoro di scarso valore, uno di quelli che proclamano al mondo la propria aderenza ai sani principi egualitari della sinistra che non è mai stata, né qui né altrove, e in ogni cosa della propria vita si comportano al contrario. E a me, che sono sempre stata una allergica ai principi preconfezionati, me ne fregava poco, stavo lì per lavorare. Ma poi con le code di occhi e orecchie, giorno dopo giorno mi accorgevo che era infastidito di quel fregarmene poco, quel mio preferire andare al Foro Italico a pattinare sul marmo liscio in barba ai divieti, dopo l’orario, piuttosto che trattenermi a sua disposizione. E mentre io mi lanciavo braccia all’indietro, controvento, velocissima sul marmo proibitissimo, lui architettava antipatici sgambetti per dimostrare a tempo debito che fossi inadatta a lavorare, invece di parlarmi apertamente.

Stanotte, sia come sia, ci ho fatto pace, e amen. Non è la prima volta che mi riconcilio con un fantasma. Mi sono alzata serena.

Campane dalle Chiese.

Squilli di trombe dalla Città Militare si sovrappongono per poco. Siamo in Italia, baby.

Altro silenzio.

È il momento di aprire il libro di Aldo Busi. Sì, mi pare di averlo intravisto ospite di certe trasmissioni-spazzatura, negli anni passati. Ma non mi sono soffermata. Ricordo invece di averne letti tanti di suoi libri, e ho smesso quando mi sono sentita di proseguire da sola, dopo che mi ha aiutato a svicolare dall’ipocrisia imperante. A smaltire sensi di colpa che non mi appartengono e restituire la stessa dignità a sogni, impulsi, impegno e distrazioni.

Non so se, come dice lui, sia davvero “un pesce piccolo al quale fa orrore il plancton che gli spetterebbe”. Non le ho viste le trasmissioni-spazzatura e il plancton, specie a colazione, fa orrore anche a me.

Riprendo a leggere Busi, quindi. Chissà quale domanda me lo ha portato davanti a colazione. Intanto, eccone una sua:

“Perché i figli del popolo, gli operai, le commesse, quelli del call center, i contadini, gli impiegati, i precari, gli esodati, i disoccupati, i sottoposti tutti, i neoproletari, insomma, per un salario da fame e spesso neanche quello, invece di andare in giro a far casino negli stadi e a impasticcarsi nelle discoteche e a peggiorare il loro stordimento e quindi la loro situazione contrattuale, non restano a casa loro a leggere cercando anche di capire cosa c’è nero su bianco? Capirlo come fatto che apparentemente non ti riguarda e palesemente non ti piace, innanzitutto, prima di proiettarvi la pochezza della tua interpretazione e dei tuoi sentimenti, di quello che tu chiami “il tuo vissuto”?”

Vorrei svernare all’isola.

Ho finito sia the che biscotti.

Però c’è luce e silenzio fuori, io continuo a leggere. Le circostanze ancora lo permettono.

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George Michael – Older

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