L’Anno della volpe (un buon proposito su Cartaresistente)

Propositi

Ho cinquecentomila euro per le mani. No, la metà. Sono solo due e cinquanta. Solo. Si fa per dire, duecentocinquanta. Mila euro.
Non perdiamo la calma. Sono numeri, i soldi sono solo numeri. Si può applicare ai soldi, per esempio, la proprietà invariantiva: se sommo o sottraggo lo stesso importo ai termini di una sottrazione, il risultato non cambia.
Quindi, se non mi sbaglio -ma il momento è delicato, ho la testa nel pallone, devo mantenere la calma-, dopo aver comprato la casa dei miei sogni, ma senza mutuo, per la proprietà invariantiva, entrate e uscite resteranno le stesse. Gli stessi rimarranno i problemi, stessa la vita di sempre.
Non posso mica sprecare una botta di fortuna così, eh.
Magari un mutuo piccolo piccolo, di durata decennale, posso anche sostenerlo. Così da liberare una parte del denaro.
Quello che resta, lo reinvesto. Oppure lo mangio tutto in viaggi.
Anzi, meglio: investo ciò che rimane e spendo i proventi in viaggi. Ottima soluzione.
Con Qwerty, la mia amica di tastiera, avevamo pranzato insieme. Siamo entrambe a un punto di svolta della vita, il nuovo anno sarà un’occasione di rinnovo. Dopo il caffè, ce lo ripromettevamo da tanto, siamo entrate in una tabaccheria con addosso un’aria da volpi che levati.
Il tabaccaio, che nei dintorni tutti chiamano Shining, chissà perché, è un uomo bello grasso, ma non sprizza l’aria felice che emanano di solito le persone grasse. È comparso dalla penombra del negozio, gli occhi erano fessure, come la bocca. Dice lo stretto indispensabile con uno strano sibilo al termine di ciascuna frase.
“Vorremmo un gratta e vinci, ma uno vincente. Quali sono quelli che vincono di più?”
Lui, bassissimo, ha ruggito di rimando:
“Sono tutti vincenti, dovete solo scegliere! Ssss…”
Davanti a noi, oltre il ripiano trasparente del tavolo, erano esposti una ventina di tipi diversi di biglietti. Tutti vincenti, a dire del tabaccaio. Non simulava nemmeno, non era proprio felice, quello là.
“Ma, ci sarà una differenza tra l’uno e l’altro”.
“La differenza la fa solo quanto volete spendere. Ssss…”.
Il nostro accordo è per metà e metà: investimento e vincita miliardaria, se sarà destino. Fosse suonata appena meno ostile la risposta, forse avremmo osato di più, invece gli abbiamo dato soltanto cinque euro e in cambio abbiamo ottenuto il nostro bigliettone.
“Non capisco se ci fa o ci è”.
Ho alzato le spalle.
“Certo che sembra crederci davvero”.
“Secondo me crede soltanto ai soldi”, ha detto Qwerty, che, per un nostro accordo, mi stava già strusciando l’acquisto sulla gobba (a tombola quest’anno ho fatto quaterna, cinquina e tombola).
Shining serviva altri clienti (pochi erano entrati per le sigarette, gli altri erano tutti in cerca di fortuna con le lotterie), e intanto ci osservava di sottecchi.
“Date qua”, ha grugnito all’improvviso, sfilando il biglietto dalla mano di Qwerty. “Si fa così! Ssss…”, e si è strofinato con rabbia il nostro investimento sulle terga, guardandoci negli occhi. Ce l’ha restituito senza spiegazioni.
Perplesse, ma decise a credere, lo abbiamo imitato anche noi, con meno concitazione. Quindi ci siamo avvicinate saltellando al banchetto dove si compila il Superenalotto.
Tre numeri li ho grattati io, tre numeri Qwerty.
Ci credereste? tre numeri azzeccati, quindici euro vinti. Una cosa che non sembrava vera. Che quando l’abbiamo detta al tabaccaio, si è illuminato tutto, sembrava un altro.
“E adesso… Cosa volete fare? Ssss…”, ha detto, lasciando trapelare un filo di ansia nella voce.
Siamo entrate per vincere, cosa pensava che avremmo fatto? Comprati altri due biglietti (uno da dieci e uno da cinque euro), abbiamo ripetuto il rituale: lo strofinio e i saltelli.
È uscito un solo vincente: Dieci euro, reinvestiti in altri due Gratta e vinci da cinque.
Shining stavolta si è strofinato l’altra chiappa e, per imitazione, anche io e Qwerty abbiamo cambiato lato.
Nemmeno un solo, micragnoso numero, si è degnato di gratificarci. Niente di niente.
Quando ci siamo incolonnate per uscire, mi sentivo inquieta, non ero soddisfatta. Ho preso Qwerty per una spalla, che aveva già messo un piede sulla soglia:
“Solo un altro biglietto, l’ultimo”.
“Ok”.
Il gioco consisteva in questo: trovare, sotto la superficie argentata, due cifre uguali tra loro. “In caso di vittoria, si avrà diritto alla somma corrispondente”.
Abbiamo raschiato in fretta, senza altre cerimonie.
100.00… 50,0… 500.00… 500,00… 40,… 200,00
“Oh”.
Erano numeri grattati in fretta, e se ne stavano lì davanti ai nostri nasi come se niente fosse. Come se non ci fossero tra loro, in bella mostra, due cinquecento tondi uno affiancato all’altro.
“Non dire nulla, aspetta.”
“Ok, guardiamo meglio”.
Ho cinquecentomila euro per le mani. No, la metà. Sono solo due e cinquanta. Intanto che Qwerty ricontrollava, ho cancellato tutti i propositi virtuosi, che avevo espressi in vista del giro di boa dell’ultimo dell’anno.
Non posso trattenermi dal fantasticare.
Nel tempo di un alzata di sopracciglia, attraverso sogni iperbolici, viziati dall’accumulo di ambizioni frustrate. Cavalco ippogrifi, edifico sulle nuvole città ideali, e, già che ci sono, mi riprometto di centuplicare in qualche modo la cifra, e avviare un piano di ristrutturazione del pianeta intero. Sì, sì. Che i soldi, quando ci sono, è meglio utilizzarli.
“Mi passi la monetina, scusa?”, mi chiede Qwerty, svegliandomi con una gomitata.
Il tabaccaio ora ci osserva inquieto. Così gli altri avventori del negozio. Non vola una mosca, mi pare che alle nostre spalle siano comparse metaforiche balle rotolanti, inseguite dal vento della prateria. Lontane, eteree, all’orizzonte – che in questo modesto negozietto fisserei più o meno tra la vetrina delle sigarette e il deposito di scatoloni sulle mensole in alto, dietro il bancone dove sta la cassa.
“Questi sono due zeri, e qui…”
“Qui no…”
“Ce ne sono tre”.
“E qua, prima di cinquecento, questa è una virgola”.
“Invece questo è un punto”.
Ecco perché sembravano più invariantivi degli altri, quei numeri bugiardi. Fine del cardiopalma.
Non tireremo di nuovo fuori il portafogli, almeno per oggi, ma promettiamo ad alta voce a Shining che torneremo presto: abbiamo provato il brivido della vittoria.
Adesso è urgente stracciare e far sparire i nuovi propositi, quelli di un attimo fa, e tornare a volare basso.
Per cominciare, farò attenzione all’economia: inizio escogitando un’unica promessa facile, sola ma almeno buona: mi impegnerò per la felicità, la mia e quella degli altri. Questo proverò a fare. Mi pare di poterlo mantenere, come impegno. Mi verrà facile.
Anzi, mi accorgo di avere già iniziato.
Mentre torniamo in strada, infatti, il tabaccaio ci saluta morbido, per una volta schiude un po’ di più la bocca. Gli vedo balenare un luccichìo tra i denti, disposti a falce, come una mezzaluna d’oro.

Settimana d’autore – Buoni propositi 2016 su Cartaresistente
Testo e collage di 
Francesca Perinelli

 

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