É finita

by

un getto di Annalisa Morisani

È finita e non c’è più nulla da fare,
e questa è già una consolazione,
come dicono in Turchia
quando tagliano la testa
dell’uomo sbagliato.

(Charles J. H. Dickens)

É finita, è finita!

Gridava Tonino con gli occhi rivolti al cielo.

Era sulla sua terra, anche se ormai incolta e piena di detriti e coperta dalla polvere arrivata fin lì dalle case bombardate e sollevata un po’ ovunque dal vento che iniziava a soffiare prepotente. Era autunno inoltrato, il freddo proveniente dall’interno, dalle colline, si faceva sentire.

É finita! gridava.

Aveva una grossa testa tonda, e nonostante gli stenti della guerra lo avessero provato nel corpo, aveva mantenuto la sua grassa faccia dalle guance rosse, la testa pelata era circondata da una chierica di capelli ancora neri, corti e erti.

Allargava la bocca come chi riprende fiato dopo che ha rischiato di soffocare, mostrava i pochi denti rimasti, e inspirava profondamente, sonoramente, con l’affanno per l’agitazione, per la gioia e il dolore insieme.

E’ finita!

La voce gli si strozzò in gola

Si buttò con forza sulle ginocchia e mise i palmi delle mani per terra.

Poi chinò anche la testa fino a terra, come un muezzin in preghiera, ma rivolto verso occidente, al sole che calava dalla parte del mare. E così iniziò a piangere, rannicchiato su sé stesso, con le lacrime che scendevano abbondanti come torrenti che si scavano il percorso nella roccia e si insinuano dove trovano una strada più facile, scendevano lungo le rughe, si infilavano nelle narici e poi nella bocca, nelle pieghe del collo e infine cadevano per terra. Assaporò con la lingua quel gusto. Quel salato gli parve dolce.

Con la fronte sentiva il contatto con il suolo, con le zolle polverose per la siccità, con gli sterpi essiccati che gli pungevano il viso,

Ma era un viso coriaceo il suo, un viso da contadino, quella delle erbe secche era un solletico, una carezza.

Socchiuse quindi la bocca fino a sentire il sapore della terra.

Respirava con il naso adesso quel profumo così familiare. Con le narici inalava l’aroma delle zolle e dell’erba secca.

Non ti tradisce la terra. No. lei resta. – pensava – fedele. Non muore. Non ti lascia.

Gli parve allora di sentire il profumo aspro dei pomodori maturi, quello dolce delle patate, l’odore della terra bagnata al mattino, e quello dell’umidità che si solleva dal suolo le sere d’estate, quando il gran caldo lascia il posto al vento che viene dal mare, gli sembrò di sentire l’odore della mentuccia selvatica e quello della finocchiella, l’odore della cicoria quando la raccogli dal terreno con le radici piene di terra, e quello acre del letame, persino il profumo dell’uva al tempo della vendemmia e quello dei fichi maturi. Gli sembrò di sognare. Poi sentì l’odore della polvere che ti inonda e ti impedisce di vedere, che ti entra nella bocca e negli occhi, e le esplosioni e le grida e l’odore del sangue.

Pensò alla moglie e alle figlie alla madre e alle sorelle, e a tutti i morti non sepolti della sua terra

Niente è finita. Non c’è più niente da fare. Chi c’è c’è, chi non c’è riposi in pace. E pensò a tutti quei morti seppelliti lì sotto. Magari proprio sotto di lui.

Rimase così rannicchiato con la chierica lucida irraggiata dal sole.

Alle spalle macerie e mura diroccate segnavano il perimetro di quelle che erano state case abitate.

Abbracciato alla terra Tonino abbracciava anche loro, anche quelli che non c’erano più, mentre il vento alle sue spalle portava l’odore del nulla, del vuoto.

Solo. Comprendeva adesso cosa vuol dire essere solo. Ora che si poteva ricominciare. Ma ricominciare da dove?

Soltanto la terra non muore. Pensava.

Resiste e risorge. E questa forse è già una consolazione.


Con l’apertura di Annalisa Morisani parte il nuovo cantiere Getti, nuovi racconti da solide radici. Per saperne di più, leggi qui.

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