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The Square. Quadrilogia degli avverbi – Ancòra

26 settembre 2019

di Francesca Perinelli


È l’ora più bella del giorno e la preferisco: quando il cielo svioletta, svenendo per l’ultima volta, travolge il sensato e lo spinge ai piedi dell’ombra. Io quell’ora l’ho avuta del tutto, sapendo la fine, corteggiandone la commozione, senza fretta, sfacciata, sventata. L’ho avuta finora e ora soffro la sua sparizione. Ora che non esiste più allora, né l’ora, devo fare da me. Ricercando il ricordo di un posto, scavo nella vaniglia candele che riempiono l’aria di dolce, l’atmosfera protetta per me, cibo da conservare a ogni costo. Anche senza sapore. Mentre tutto l’aroma più intenso, di caffè, di orzo, pane e di fame, fughe lunghe di ore e d’incenso, è svanito bruciandosi lento. La sua traccia di cenere ha sgretolato l’asprigno e il bruciato, l’aglio e l’olio di mandorle, caro e tiepido nido da cova di labbra e narici di corpi provati ma vivi, fumiganti e tremanti, fitti dentro e al di fuori le foglie degli alberi alte, che in quell’ora sono trascoloranti. Ciò che inseguo, io so e conosco e so dirne il nome. Quel che invece ci sfugge, e che ti confonde, e si sfronda nei volti dove ripartisci l’ansia per il futuro, è una premonizione. È il nome che una volta mi chiedesti di trovare: “la nostalgia di qualcosa che deve ancora avvenire”. Per me tutto è avvenuto, e ancora non so dirlo. Ma puoi cercarlo tu, vai ora. Se mai lo scoprirai, illuminami pure. Perché queste candele sono fioche, intorno il mondo è buio e io vivo soltanto per l’ancòra.


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