Posts Tagged ‘Avverbi’

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Dentro

17 ottobre 2019

di Francesca Perinelli


Sono rientrata. Già non mi sembra vero il lungo stacco, benché tutto racconti – pure le scarpe, le loro suole lise – la realtà del dolore che risuonando pulsa e, dalle dita dei piedi fino al capo, desta la convinzione: è vero, ho camminato. Ora vorrei dormire. Contro la luce ambrata dell’autunno, sfilerò il corpo, piano, come un vestito stanco. Lo poserò senza pensarci tanto. Ovunque, Dentro, è sempre un buon riparo. So il nome di stanze e quadri alle pareti, sento i loro saluti e voglio ricambiarne la pazienza, la silenziosa considerazione. Perché vengo da Fuori, luogo di forte assenza, so che non servono più le distrazioni. Lascio spento lo sfondo, non schiaccio interruttori, mi produrrò in assensi, mi arrenderò ai cliché ristoratori. Non ho bisogno d’altro. Non ho bisogno d’altro. Non ho bisogno che di immaginare. Passaggi delle dita tra i capelli. Il suono buono di un respiro al fianco. Apro il tempo del sogno, riparazione immemore del danno, ricostruzione di voglia di vita. Sollevo i lembi tenui del sipario e prima di entrare faccio capolino, esploro la penombra che mi invita. Sono tornata. Guardami pure Dentro, sembro tanto diversa? È tutto un po’ malconcio, questo è vero, ma ho un cuore come nuovo e intatto ho ancora il fegato di usarlo. Mi riconosco, dentro. Sono chi se ne sta accucciata accanto al drago, senza timore davanti al fuoco acceso, col nido delle aquile sul capo. Sempre la stessa me, che non demorde mai ma che, se serve, ritorna sulle orme, e sa lasciare andare. Qua dentro sono io e io soltanto, ma di noialtri fuori lo so a che punto siamo, non ho dimenticato. Fermo il corso del Tempo, si può ciò che si vuole e, prima di riprendere il cammino, ora voglio soltanto riposare.

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Sovente

10 ottobre 2019

di Francesca Perinelli


Ne è sinonimo, ma non vuol dire spesso – facile da confondere con la materia opaca e incoercibile, dura da attraversare, dell’altro avverbio assiduo. Sovente, tenue e aereo, posa le sue ali fragili solo su spalle attente, offre presenza a caso e all’occorrenza; non è di peso mai e siccome fugge, chi incontra prima si illude e poi si strugge dal forte anelito della sua presenza; svela l’impredicibile; si erge aritmico in sella a onde capricciose, facili a cogliere il cambio di corrente, dissemina punti fermi come ami, pesca sirene folli che nella rete combattono tra loro, incrociano le code e insieme nude intrecciano i loro alti canti, fino a sedurre il saggio alla pazzia, fino a condurre il suolo fino al cielo. E quindi si dilegua, per liberare tutti. Tanto lo sanno, tutti, che di lì a breve il corso delle cose verrà piegato alla ripetizione. La volontà lo può, chi vuole è chi desidera. Ciascuna coincidenza è sempre un segno, la forma presa dal più forte sogno. Viene come conforto, abbraccio della mente, sperata occorrenza, sorpresa ricorrenza di ciò che si aspettava. Sovente accade la pioggia d’autunno, e la telefonata di un amico; sovente si dimenticano gli occhiali e torna in mente quella tal canzone; sovente ci si trova ad alzare gli occhi al cielo, per smadonnare o per sperare invano; sovente ci si perde un passo dopo l’altro; sovente si gironzola nei pressi di quei giorni che furono felici, si incappa nelle quinte dei ricordi, dove sovente capita di ripensare a te.

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Infine

3 ottobre 2019

di Francesca Perinelli

Tu mi conosci allegra, spensierata, mi hai visto volare alto e col motore al massimo dei giri. Tu mi conosci anche come inquieta, sai che sto sempre attenta, colgo segnali, lavoro su più fronti e cerco di ottenere risultati. Ti sembro in-sofferente in questo, forse è così. Mi muovo per non restare ferma. Da ferma l’equilibrio è molto incerto e a volte mi travolgono i pensieri. Non riesco ad arginarli senza un tramite. Lo specchio non è molto, mi serve un altro essere, o anche più di uno. Io nel confronto elaboro, riesco a ordinare, trovo quel senso che la vita nega al reale. Tu sei abituato al dialogare come a un rimpallo di flussi di coscienza, campioni in questa disciplina ti lusingano di tanto confessare. Li osservi perdere il contatto con sé stessi e il resto. Indagano il telefono, li vedi impappinarsi, impallidire, perdere il filo, si trovano sempre altrove, e tu sei tale e quale. Sempre ebbri del faticoso vivere, voi ci bevete sopra, marinai di Dalla, per ritornate ai vostri sfinimenti. Per me, non sei né testimone e neanche specchio, non perdo tempo a interrogare oracoli, voglio il conforto empatico di occhi e mani. Non mi capisci. Se parlo, a te non interessa. Sai già cosa pensare, la tiri per le lunghe fino a sera, quando uscirai a distrarti e a non dormire. Tu mi conosci o almeno così credi: mi piace volare alto o rintanarmi sotto il pelo dell’acqua; tenere il motore al minimo o spingerlo al massimo dei giri, che importa. Trovare soluzioni per vivere del giusto, assicurare il bene a me e a quelli che amo. Non perdermi nei circoli viziosi. Se non vuoi darmi credito, devo lasciarti indietro a tutti i costi. Che, in fin dei conti, non sono troppo salati se riesco ancora a girare il mondo in camper, solitaria. Di certo troverò altri amici, infine.

The Square. Quadrilogia degli avverbi – Ancòra

26 settembre 2019

di Francesca Perinelli


È l’ora più bella del giorno e la preferisco: quando il cielo svioletta, svenendo per l’ultima volta, travolge il sensato e lo spinge ai piedi dell’ombra. Io quell’ora l’ho avuta del tutto, sapendo la fine, corteggiandone la commozione, senza fretta, sfacciata, sventata. L’ho avuta finora e ora soffro la sua sparizione. Ora che non esiste più allora, né l’ora, devo fare da me. Ricercando il ricordo di un posto, scavo nella vaniglia candele che riempiono l’aria di dolce, l’atmosfera protetta per me, cibo da conservare a ogni costo. Anche senza sapore. Mentre tutto l’aroma più intenso, di caffè, di orzo, pane e di fame, fughe lunghe di ore e d’incenso, è svanito bruciandosi lento. La sua traccia di cenere ha sgretolato l’asprigno e il bruciato, l’aglio e l’olio di mandorle, caro e tiepido nido da cova di labbra e narici di corpi provati ma vivi, fumiganti e tremanti, fitti dentro e al di fuori le foglie degli alberi alte, che in quell’ora sono trascoloranti. Ciò che inseguo, io so e conosco e so dirne il nome. Quel che invece ci sfugge, e che ti confonde, e si sfronda nei volti dove ripartisci l’ansia per il futuro, è una premonizione. È il nome che una volta mi chiedesti di trovare: “la nostalgia di qualcosa che deve ancora avvenire”. Per me tutto è avvenuto, e ancora non so dirlo. Ma puoi cercarlo tu, vai ora. Se mai lo scoprirai, illuminami pure. Perché queste candele sono fioche, intorno il mondo è buio e io vivo soltanto per l’ancòra.


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