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Le foglie

31 ottobre 2017

È autunno, le foglie stringono salde i loro rami. 

Vorrei rincorrerle come da bambina, quando il vento alza le gonne della sera.

Rabbrividisco, guardo in basso e so:

se non per la mancanza delle foglie, 

tutto mi sembra giusto, 

perfino la bambina.

[In questo periodo di poche, pochissime parole, mi viene soltanto voglia di guardare bene.]

Nonostante il Narratore

10 novembre 2014

Ho prenotato una camera d’albergo a Milano, tramite un sito web che fa da intermediario. Dopo qualche minuto, a prenotazione effettuata, mi è arrivata una email dov’era scritto che l’albergo non accettava la carta di credito prepagata che avevo indicato come garanzia.

Ho telefonato. Mi è stato detto che avrei dovuto dare il numero di una carta non ricaricabile. Ho riattaccato, ci ho pensato su, ho richiamato. Mi ha risposto un nuovo operatore.

L’ho informato di non voler fornire gli estremi della mia carta di credito e gli ho domandato se potevo pagare direttamente, saltando la prenotazione, con un bonifico. L’uomo mi ha detto, strisciando tutte le esse:

– Sssignora, sssi potrebbe ma, sssa, dovrebbe farlo con qualche giorno di preavvissso, per dare tempo all’albergo di verificare ssse il pagamento è andato a buon fine. Ma, comunque, sssignora, non si preoccupi perché la camera le viene mantenuta.

– Davvero?

– Certo, ssstia tranquilla.

Ho assicurato il tizio che sarei arrivata all’albergo prima delle 10.30 del mattino del giorno successivo, e ci siamo salutati cordialmente.

La mattina dopo, sveglia alle 5.30. Prendo il treno delle 7.00, alle 10.00 arrivo alla stazione centrale di Milano. In dieci minuti raggiungo l’albergo. Alla reception c’è lo stesso personaggio di ieri.

Mi accoglie con un sorriso e mi informa che a quell’ora è troppo presto per farmi fare il check-in perché le stanze sono ancora tutte occupate, ma che posso stare tranquilla: fino alle 18.00 la prenotazione mi viene mantenuta.

Trascorre il tempo e alle 17.25 mi cade l’occhio sul display del telefono che avevo silenziato: due chiamate senza risposta da un numero di Milano.

Risponde la voce del secondo operatore. È imbarazzato. Mi ingiunge di venire a pagare la camera entro le diciotto, dopodiché la renderanno disponibile ad altri clienti. Bofonchio, grondando irritazione, che è una scorrettezza, che mi costringono a lasciare a metà ciò che stavo facendo per non rischiare di dormire alla stazione.

Così come mi trovo, con la borsa a tracolla e senza giacca, esco nel tardo pomeriggio di questa città.

Copro il percorso verso l’albergo a passi frettolosi e a testa bassa. Ma il clima buono, l’aria talmente asciutta e fresca, mi fa sollevare gli occhi e intravedere, tra i palazzi con le finestre illuminate, un calmo cielo d’autunno che se ne sta così in alto, percorso da nuvole leggere. Per un istante mi accorgo dell’esistenza del Narratore, lo sento nitidamente mentre pensa tra sé e sé: Quanto sto bene, non ho nessuna voglia di discutere.

Salgo le scale all’ingresso, percorro un quarto di giro col cristallo della porta girevole che mi precede lento. Mi appoggio al bancone sventolando quei “micragnosissimi sessanta euro” e dico, senza troppa convinzione:

– Comunque non si fa così. Per colpa vostra rischio di non avere un posto per la notte.

L’impiegato diventa zucchero e miele, cinguetta tanto che pare il canarino Titty: lui mi capisce benissimo ma, d’altra parte, cosa ci può fare? È stretto da un lato dal collega che promette ciò che non può mantenere e il capo che lo tempesta di chiamate imponendogli di mandarmi fuori se mi presento dopo le 18.00. Eh.

Il pensiero di un letto che mi attende a fine giornata val bene la repressione della mia controbattuta.

Esco. Rientro che è quasi mezzanotte.

Prendo la chiave della camera 508, al quinto piano. Sento lo sguardo dell’impiegato sulla mia camminata claudicante, mentre mi allontano dalla reception illuminata a giorno. Ho due borsoni sulle spalle, che mi dolgono. Ma non importa, ancora poco e potrò dimenticare ogni fatica. Devo soltanto spingere un pulsante, questo, accanto al quale sventolano gli angoli di un foglio attaccato al muro con lo scotch. Mi ci avvicino, ormai ho gli occhi che si incrociano, per leggere che l’ascensore è guasto.

Rabbia d’autunno

12 novembre 2013

http://www.taleas.com – Just a bunch of cubicles

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria. Il sole era basso nel cielo, una stella minore, un astro morente. Raffiche su raffiche di entropia. Alberi irrequieti, temperature in diminuzione, l’intera religione settentrionale delle cose era giunta al termine. Neanche un bambino nei giardini. Ombre e luce sulle zoysie ingiallite. Querce rosse e querce di palude e querce bicolori riversavano una pioggia di ghiande sulle case senza ipoteca. Le controfinestre rabbrividivano nelle stanze da letto vuote. E poi il ronzio monotono e singhiozzante di un’asciugabiancheria, la contesa nasale di un soffiatore da giardino, il maturare di mele nostrane in un sacchetto di carta, l’odore della benzina con cui Alfred Lambert aveva pulito il pennello dopo la verniciatura mattutina del divanetto di vimini.

È l’incipit del mio libro preferito, Le Correzioni di Jonathan Franzen. Così come conviene agli incipit, contiene il germe dell’intero libro, e si condensa in sole 9 righe (sul foglio standard del mio LibreOffice Writer).

Il narratore è una voce fuori dal tempo, che sa e si può permettere da subito un racconto simbolico, collega i cambiamenti del tempo atmosferico con ciò che va cambiando nel destino dell’uomo occidentale. Anima oggetti ed esseri viventi, fa la parola viva. Anzi, è la parola stessa il narratore, e con lei tutti gli oggetti della sua descrizione, il mondo occidentale.

Questo narratore/parola/mondo entra da sottopelle nelle sensazioni del lettore e lo trasforma in un abitante del Midwest, il luogo da cui si incammina la trama del romanzo. Gli suggerisce ricordi legati alle sensazioni che richiama. Lo avvolge in un ambiente realistico, le sensazioni che gli fa provare sono tattili (il freddo che arriva dalla prateria), visive (l’alternanza di ombre e luci e dei colori sulle foglie delle piante), sonore (il rumore di un’asciugabiancheria sovrapposto a quello di un soffiatore da giardino), olfattive (l’odore delle mele -“nostrane”- a maturare in un sacchetto, l’odore della benzina che porta chi legge, risalendo dal pennello al braccio di chi lo sorregge, a conoscere il primo protagonista del romanzo).

Egli narra al passato, racconta i fatti all’imperfetto proprio perché la storia è già accaduta e, per darne le differenti sfaccettature e poterne suggerire un’interpretazione, di volta in volta legata ai personaggi che la sua “camera” segue, deve distaccarsene nel tempo e nello spazio, restarne al di fuori e governare il cammino cieco del lettore.

Il mondo sul quale questo incipit spalanca lo sguardo del lettore è l’autunno nei boschi del Midwest, un luogo tipicamente americano nei pregi e nei difetti e, proprio in quanto tipicamente americano, rispecchia l’andamento de “l’intera religione settentrionale delle cose”.

E il lettore, fino a un momento prima del tutto inconsapevole dell’incombenza della stagione fredda, sente montare attorno a sé la rabbia cieca di un gelido fronte autunnale. Allora, speranzoso, solleva gli occhi dalle pagine, e tenta di individuare nei dintorni almeno qualche segno che lo convinca di trovarsi in certe sconosciute praterie del Midwest.

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Le correzioni

Jonathan Franzen2005

Super ET

pp. 604

€ 14,50

ISBN 978880617449


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