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Rinnovare il guardaroba

7 maggio 2015

Nel weekend appena trascorso abbiamo rinnovato il formicaio: riaperto tutti i buchi, portato al sole i tappeti, fatta entrare un po’ d’aria nuova, ripulita la dispensa.

Sabato, com’era prevedibile, c’era un gran traffico sulle strade. Ma si stava bene. La maggior parte di noi si è spinta fino al centro commerciale, ci siamo incolonnati in fila per dieci, fermandoci a chiacchierare, ai crocevia concordati, con gli amici che avevano il nostro stesso programma. È stato bello metterci di nuovo in marcia, tutti e millecinquecentosettantadue (il nostro gruppo ristretto di amici più cari, facciamo ogni cosa insieme fin dall’infanzia).

Durante la pausa forzata del giorno precedente, il primo maggio, la “festa” (Uh!) dei lavoratori, siamo stati proprio a disagio, stretti e immobili là sotto, le zampe in zampa, col solo passatempo di darci l’uno con l’altro sugli elmetti le forti capocciate utili allo stordimento, cosa di cui avremmo, francamente, fatto a meno. Ma questi erano gli ordini. E poi, lassù, con voi, non si poteva stare. Troppa confusione. Molti di noi soffrono pure di favismo. Una questione di salute pubblica, così ce l’hanno spacciata.

Il due di maggio, quel giorno sì, davvero è festa grande. Suona la sveglia e siamo già in strada all’alba, per battere sul tempo le scope e i macchinari, riempiendoci le tasche del ben di Dio che voi tanto disprezzate. Arrivate a chiamarlo perfino “spazzatura”. Si va avanti finché si trovano buchi per stipare il cibo, poi, stanchi e molto felici, ci rintaniamo negli ambienti della colonia; mangiamo, ci ubriachiamo e balliamo, fino a cadere esausti uno sull’altro. Nel pomeriggio, in genere, si  va in uscita libera e, sabato scorso, complice un tempo senza paragoni nell’arco degli ultimi tre o quattro due di maggio trascorsi, ci siamo organizzati per lo shopping. Per noi formiche il guaio sono le taglie. Non perché siamo piccoli, ormai si vende di tutto, ma perché, essendo in tanti, i numeri più comuni vanno a ruba e rischi di ritrovarti in quattro a condividere un paio di mutande, o a camminare in tre in un solo paio di sandali, con grave danno alla regolarità di marcia della fila.

Per questo, simulando noncuranza, chi prima si è risvegliato dal sonno alcolico del grande baccanale, si è messo subito in cammino. Mai meno di due o trecento a volta, in ogni caso: i più esigenti, quanto a look, del formicaio. Idoli delle teenagers, sarebbero stati anche stavolta i più eleganti della stagione entrante, pace a loro.

Se non l’avessi saputo, c’è stata una falcidie.

Noi eravamo tra quelli che seguivano. Quelli che si accontentano dello scampolo in saldo di due o tre anni prima. Gente senza pretese, lo ammetto, un po’ frustrata, ma forte dell’idea che chi sa aspettare, gode. Primi della seconda truppa in esodo dal formicaio, stavamo fermi al bordo, osservavamo. Ci davamo di gomito, scommettevamo su una madre e un figlio dei vostri, che andavano su e giù per la strada.

– La vedi, la cretina?

– Eh, che non la vedo? Ha preso il bipattino al figlio.

– Ma se lei peserà il doppio, almeno. E come si sbilancia all’indietro!

– Occhio, ragazzi. Se siamo fortunati, stavolta nei negozi troviamo ancora qualche cosa.

– Ecco, ecco… Guardate!

Sabato scorso ho subito una brutta caduta. Sono salita sul bipattino del mio bambino, mi spronava ad accelerare, e non è mica facile. Si tratta di aprire e chiudere le gambe muovendo i pattinoni a forbice coi piedi, e lo facevo, ma andavo piano piano. Come se la rideva, il piccolo. Diceva di fare come lui: portare tutto il carico in fondo, sporgendomi all’indietro col sedere. Così ho fatto. A un tratto ho visto il cielo e, insieme, il peso si è spostato. Coi piedi, leggerissimi, pareva di volare, senonché  il corpo, tutto, è stato come preso dai vestiti e tirato per la schiena, che ha fatto “croc”, proprio sull’osso sacro. Con la testa ho atterrato il bimbo: gli avevo fatto male e se ne lamentava. Gli ho ripetuto più volte di andare a chiedere aiuto, finché non mi ha ascoltata, smettendo di lagnarsi.

Ero piombata su un mucchio di formiche in transito, me n’ero accorta perché mi stavano invadendo, pizzicandomi. Penso di essere diventata tutta nera, più o meno per un paio di minuti. Mi hanno esplorata, ho avuto la strana impressione che studiassero il mio abbigliamento.

Le nuvole erano bianche, il cielo azzurro. Quando lo guardo mai, il cielo? Il tempo di formulare questo pensiero ed ero tornata linda.

Al Pronto Soccorso hanno scoperto che non si è rotto niente. Ma, che dolore, non riesco a star seduta…

A parte questo, sto bene. Soltanto che, da quel giorno, mi sembra di sentire nelle orecchie una vocina che dichiara di essersi persa, e di sentirsi tanto sola. Inoltre, all’improvviso, fa: “Se solo mi portassi a fare shopping!”

Credo che sia la mia coscienza risvegliata. È troppo tempo che sto come distesa, guardando verso il cielo senza nemmeno vederlo.

Intanto, devo essere andata fuori moda.

 

La (s)consapevolezza dell’essere

24 febbraio 2015

 

  • I. La consapevolezza e l’incoscienza

Poteva pedalare anche all’indietro, la bici azzurra. O era un falso ricordo? All’indietro, la bici di suo figlio fatica a muoversi, il piccolo grugnisce di uno sforzo non simulato quando va tirata fuori dal deposito, e lei gli deve imporre di scansarsi, di lasciarle fare. Lui borbotta, lei solleva il peso e la gira in verso contrario. È una bici blu. Mentre la sua, quella era stata azzurra, proprio celeste chiara, con la corona spessa, le pareva. Ma forse ricordava male. Indietro, andava una meraviglia. Forse. Fatto sta che ci si pedalava forte.

  • II. Il sogno e la realtà

Se si stratifica il tempo, come le mani di vernice sopra una vecchia bici, tra strato e strato a volte restano intrappolate bolle d’aria. Gratti la superficie, anche senza volerlo, e trovi ad aspettarti un vecchio colore. Resti sorpresa. Ti torna in mente tutto, o quasi. Quello che è stato davvero, e quello che hai aggiunto tu (non puoi negarlo: certi sogni si sono solidificati e tu li credi realtà, o fai finta di crederlo. Sono davvero tante le volte che ti sei escoriata le gambe, cadendo malamente dalla bici? Tante in diversi anni, o in una sola stagione? In un solo mese? In una manciata di ore?).

  • III. I fatti fraintesi

Insieme, vediamo il verde, perché tu metti il giallo, e io il blu; così il rosa, l’arancione, quasi ogni colore; con l’eccezione di quando tutto è rosso: è rosso per entrambi. E, se vediamo nero, allora è dura. Capire cosa ognuno di noi per primo vuole. Diciamo di dialogare. Se io parlo di carne e tu di pesce, e ci intendiamo benissimo, quindi hanno lo stesso sapore? Ci sembra di correre affiatati, ma a poco a poco i rami degli alberi ti si richiudono dietro la schiena, mi si annebbia la vista, rallento, convinta che non ti riprenderò. Dietro una curva, eccomi sbatterti contro. Stavi tornando da me.

  • IV. Il sogno e la realtà

La vita nelle bolle è effimera. L’inutile vetro argentato smette di riflettere, le bolle scoppiano. Scoppiano ad una ad una, ti liberano nell’aria in un momento e tu torni alla veglia. La pasta è cotta, condiscila col sugo e porta in tavola. A lui lasciala in bianco, con burro e parmigiano.

  • V. La consapevolezza e l’incoscienza

Suo figlio l’apprezza, specie quando in salita la bici blu arranca, e lui grida: “Vieni da me, non riesco a usare il cambio!” La bici grande tonfa nell’erba alta, lei sbuffa, ritorna indietro a piedi e lo raggiunge. Prende il sellino con la mano sinistra, lui ci è seduto sopra, si mette in posizione di partenza. Prende il manubrio al centro, ai lati ci sono le mani del piccolo, che freme e ride insieme, e grida ancora: “Dai, brava, così, sto pedalando, ora lasciami andare!” Lo vede allontanarsi, sa che non ha nessuna intenzione di fermarsi. L’afferra un groppo di malinconia. Risale in sella e lo segue. Le arriva la sua voce, lo sente dire: “Grazie!”

  • VI. La Grande rappresentazione

La madre non ha tempo, non si specchia più nel vetro liscio (che si impolvera) dal retro argentato (che con il tempo si ossida e forma macchioline ai bordi come bolle, brucate nottetempo da invisibili insetti). Dritto e rovescio, facce opposte della medesima faccenda casalinga che non la riguarda: la curiosità è bambina e lei, no, non lo è più. Infatti è il figlio quello che riapre il caso.

– Secondo te le cose che sono riflesse nello specchio sono uguali alle cose vere?

– Credo di sì. Direi proprio di sì.

– Io invece pensavo di essere diverso.

– No, sei abbastanza uguale.

– Uhm. – Fa seguire una serie di affacci al bordo della specchiera, giravolte, arretramenti.

– Ma proprio tutto-tutto è uguale a quello che sta davanti allo specchio?

– Perché ti fai tante domande complicate?

– Cerco solo di scoprire le cose che tutti devono sapere al mondo.

– Un’indagine scientifica… Ma devi condurla con metodo, qual è il tuo metodo per stabilire se è vero ciò che pensi?

– È semplice, controllo che le cose che sono davanti allo specchio siano uguali a quelle che sono riflesse.

– Non fa una grinza. – Si costringe a darsi appena un’occhiatina.

– Anche io sono uguale al mio riflesso nello specchio?

Lui osserva le due mamme, rimugina, e delibera:

– Uguale uguale.

– Ah. Ne sei proprio sicuro?

– Aspetta un po’, fatti guardare bene… Lo sai che sei bellissima?

Ora, o è bugiardo lui o lo è lo specchio.

  • VII. Deliri d’onnipotenza

– Ci pensi se tu eri quella che consegna le statuette ai film più belli?

– Uh, sì, indosserei un magnifico vestito, tutto lungo qui e con una scollatura così, e i capelli li…

– Pensa che fortuna! Io ti direi qual è il film più bello che ho visto e tu decideresti di dare a quello la statuetta.

– Sai, funziona proprio così la consegna degli Oscar. A proposito, com’era il film che hai visto oggi al cinema?

– Bellissimo. Il film più bello del mondo… Come mi piacerebbe se tu gli consegnassi la statuetta.

 

Devi Dormire – Il mio Pinotto fragile

8 marzo 2014

[segue]

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(ai maschi, con amore)

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– Mi racconti una storia?

– Ti racconterò di Pinotto, il burattino.

Il papà di Pinotto era un informatico

che viveva da solo

e per farsi compagnia

aveva creato un robot

con la scocca in plastica

e l’interno riempito

di microchip e fili colorati.

La mattina appena sveglio

iniziava a telecomandarlo.

Pinotto ballava e cantava,

pronunciava frasi, poesie,

faceva conti con le quattro operazioni

e anche con qualcuna in più.

Era un burattino perfetto.

Quando tornava dal lavoro

il papà trascorreva tutto il tempo

con Pinotto, fino all’ora di dormire.

Di notte Pinotto se ne stava zitto e fermo.

A volte suo papà si svegliava

e se lo stringeva al petto.

Pinotto però restava sempre

zitto e fermo.

Così iniziò a pensare

che a Pinotto servisse altra compagnia.

Si ricordò di una bambina

che non andava a scuola, e decise

di prestarle il suo burattino di giorno

per insegnargli quello che a lui non riusciva.

Turchina

(questo era il suo nome)

aveva solo tre anni.

Il papà di Pinotto non sapeva

che Turchina giocava duro con Pinotto

il quale, sera dopo sera,

tornava sempre più ammaccato.

Una volta arrivò a spezzargli il collo.

Dal buco sotto il mento uscivano fili,

cavi e microcip. Pinotto non si muoveva più.

Senza perdersi d’animo Turchina

cercò di riassemblarlo: prima

ci sputò dentro, poi lo cosparse di colla,

e infine fece combaciare i lembi

e gli strinse attorno tre giri di scotch.

Il papà di Pinotto impallidì

vedendo come era conciato,

ma non rimproverò Turchina,

che d’altronde era solo una bambina.

Mise Pinotto sopra il suo scaffale,

mangiò in silenzio e se ne andò a dormire.

Nella notte, lo sputo corrosivo di Turchina

finì col fondere assieme i circuiti e i cavi

tranciati, la colla si indurì e Pinotto

fu infine rianimato da una misteriosa luce

che scendeva come un faro

nella stanza.

Quando suonò la sveglia, Pinotto saltò

da solo giù dallo scaffale e andò a svegliare

suo papà dicendo “Ho fame”.

Il padre ebbe bisogno di numerose

tazze di caffè prima di convincersi

di non stare sognando.

Pinotto era diventato

un bambino vero.

– Ma questa è la favola di Pinocchio!

– No, è quella di Pinotto. Ascolta.

Quella volta Pinotto e il padre

restarono in casa a ballare e cantare

senza bisogno di telecomandi

né di ricaricare le batterie.

Ma dal giorno dopo Pinotto

dovette andare a scuola

e, dato che era un bambino

intelligente e già piuttosto colto,

se ne andò dritto dritto

in prima elementare.

Non amava la scuola,

ma almeno ottenne

di non vedere più Turchina per tre anni.

Finché, era settembre, se la trovò

seduta al tavolo della sua stessa mensa.

Fu così che riprese il tormento.

Giocava duro con lui a ricreazione,

a pranzo, in giardino, in bagno,

e Pinotto tornava a casa ogni giorno

sempre più ammaccato.

Finché una volta non gli spezzò il collo.

Pinotto non si muoveva più,

ma invece di portarlo in ospedale,

suo padre se lo riprese a casa.

Di notte tornò a essere un burattino

con la scocca di plastica e fili e chip

sbordanti dall’incastro del collo con le spalle.

Turchina, che si sentiva in colpa,

si intrufolò in casa sua, una sera,

chiedendo se ci fosse dello zucchero.

Raggiunse di soppiatto il burattino,

e tentò di nuovo l’incantesimo:

gli sputò dentro, usò lo scotch e la colla,

e, uscendo con lo zucchero

ricevuto da quel tonto del padre,

lasciò Pinotto sullo scaffale, fiduciosa.

La notte un raggio calò

dal centro della stanza

e il giorno dopo Pinotto

era un bambino vero.

Di sei anni.

Ancora.

Dovette ricominciare il ciclo elementare,

stavolta in classe proprio con Turchina.

La maestra, convinta di fargli un favore,

lo sistemò in banco con la presunta amica.

Pinotto era un bambino fine, poetico,

sveglio, vivace, ma fragile.

Così, tanto per non sbagliare,

per mettere subito in chiaro

il proprio punto di vista,

firmò con cinque nocche

il sorriso soddisfatto di Turchina.

Prese lo zainetto e lo scagliò

contro la maestra,

quindi se la diede a gambe

saltando giù dalla finestra aperta.

– È vero, non c’entra niente con Pinocchio.

– Infatti. Questa storia parla

di violenza di genere.

 

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Fabrizio De André – Il Bombarolo

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La danza degli aghi di pino

3 gennaio 2014

[Una suggestione nata da un fatto di cronaca avvenuto a Capodanno: la scomparsa, per 24 ore, di due fratellastri, un bambino e una bambina di quattro e cinque anni, portati al calar della notte dalla mamma a fare una misteriosa passeggiata nei boschi innevati del Monte Livata]

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Ciack ciack. Pesta più forte, ciack ciack. Provo freddo improvviso a una guancia, il fango è schizzato fino a qui.

Ciack ciack.

Scema. Scema. Scema! Ma che fa?

Balla nel fango, risponde. E sorride. La manica del mio giaccone striscia sul viso bloccato a fissarla. È già notte, e noi siamo perduti nel bosco.

Hanno scritto – tra ore diranno, sono solo le tre del mattino -, “Ritrovati i bambini scomparsi”.

Ha detto – l’uomo della Protezione, bianco-sonno, bianco-fame e bianco-paurascampata – dirà – “Non mi spiego”.

Ciack ciack, ho i piedi gelati.

Ciack ciack. Ha una spalla lussata.

Non mi spiego.

Ma lei mi tira la manica e ride. Mi sblocco.

Ciack ciack.

E mi unisco alla danza.

“Non mi spiego come siano sopravvissuti”, dirà l’uomo della Protezione.

“È presto per dire Abbandono”, scriveranno dopo il ritrovamento.

Ma lei balla, e io pure. Ciack ciack. No, non siamo dispersi. È una danza, stiamo solo ballando nel bosco, che la grotta era buia e, si sa, i bambini lo temono, il buio.

Fuori piove la luce riflessa dagli aghi di pino – mantello che copre dal freddo, sipario che ci apre la vista.

Ciack ciack.

Ora so dov’è il mio centro pulsante. È con lei.

Scemo.

Io la guardo e lei lancia la sfida. E lo dice dolce. Sorella di latte, mia dolce sorella da piccoli anni.

Ciack. Mi tiravo su in piedi a guardare il tuo viso di cera nel sonno.

Ciack ciack. Ti drizzavo per le mani, iniziava il cammino con te.

Ciack ciack ciack. Correvamo lontano, ci gridavano di ritornare.

Ciack ciack ciack ciack. Ora è mamma che dice “Facciamo un bel giro nel bosco”.

Il centro pulsante ci scalda e ci mantiene in vita.

La danza degli aghi di pino.

É argento di sogno, carezza di dita sul capo.

Dormiamo ballando e non ce ne accorgiamo.

È oro di sole che spunta lontano – ciack ciack – e noi qui continuiamo a ballare.

Ciack ciack. Ciack ciack. Ciack ciack. Facciamo che erano gli elicotteri che ci stavano cercando.

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ELP – From the beginning

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Questo racconto è ospitato, nell’ambito del contest “Illuminazioni Notturne”, dal blog The Pop Corners, progetto artistico multidisciplinare creato da Leyla Khalil.

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Devi Dormire – Il pollosauro

18 dicembre 2013

[segue]

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pollosauro

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(un post per chi è stanco di scuola elementare)

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Quando eri ancora piccolo piccolo

una volta, al parco giochi,

ti sei messo a scavare nella terra

con la tua amichetta Leyre.

E scavavate e scavavate.

Eravate tutti insozzati di erba e terra,

fino ai capelli.

Io guardavo il papà di Leyre,

cercavo una sponda,

ma quell’omaccione era tutto soddisfatto.

Contento lui.

Mi sa che dei bucati si occupa la mamma.

A un certo punto hai sollevato qualcosa,

qualcosa di biancastro.

Mi pare che stessi per metterlo in bocca

perché mi ricordo di averti sgridato,

ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece rideva.

Ci siamo avvicinati per osservare meglio

che cosa avevi in mano.

Anche Leyre ti osservava.

Era un piccolo pezzo di qualcosa.

Era biancastro.

Sembrava un osso, un minuscolo

osso,

fatto come quello di un pollo.

Mi ricordo che hai detto

“Dinosaulo”

E io mi sono messa a ridere.

Ma mi sono subito vergognata perché

il papà di Leyre invece era rimasto serio.

Allora abbiamo avvicinato

la testa alla buchetta scavata

dalla tua manina.

Lo abbiamo fatto tutti insieme

e da fuori si è sentito un rumore sordo,

come di cocci.

Ma era solo un’impressione.

Ci siamo messi a scavare insieme

intorno a dove avevi trovato l’osso.

E ne è sbucato un altro

un po’ più grande.

Poi un altro.

E un altro.

E un altro.

Finché il papà di Leyre ha detto

“Basta così”.

Mi pare che ci fosse venuta all’improvviso

La tremarella.

A tutti.

E ci siamo allontanati così veloci,

ma così veloci,

che ci siamo ritrovati, non so come,

tu a letto,

io accanto a te mano nella mano,

nel buio della tua cameretta.

Il giorno dopo

Al parco, al posto della collinetta

dove avevi giocato con la tua amica,

si era aperta una voragine.

C’erano zolle di terra dappertutto.

Perfino sugli alberi.

Ci siamo fatti largo tra la gente,

spingendola via con il passeggino.

Abbiamo guardato giù.

Niente più ossa di pollo.

Invece, si allontanavano dalla buca

delle orme incredibili,

grandissime.

Come di enormi zampe di gallina.

Tu hai detto di nuovo

“Dinosaulo”

e mi hai convinto

non so come

a seguire quelle impronte

che schiacciavano l’erba alta.

Abbiamo solcato chilometri di sterrato

con i copertoni del tuo passeggino.

Abbiamo attraversato paludi,

deserti  infuocati,

abbiamo sofferto la sete,

la fame,

specie in presenza di certi cespugli

con delle bacche rosse

che odoravano di formaggio

andato a male.

Ma alla fine,

di spalle,

ricurvo su se stesso,

abbiamo visto lui:

il dinosauro più orripilante,

un Pollosauro Blu.

Blu, come il colore dei sogni.

E infatti, proprio mentre si girava

e apriva il becco spaventoso

nella nostra direzione,

ci siamo ricordati

di stare sognando.

E il pollosauro

*Puf*

È scoppiato in silenzio

e si è frammentato

in una miriade di bollicine

che ci sono ricadute addosso

sfrigolando.

Per il solletico

abbiamo chiuso gli occhi.

Quando ho riaperto i miei

ho visto che dormivi

con la testa sul cuscino,

nella tua cameretta.

Mentre io, accanto a te,

avevo ancora la mano

stretta nella tua.

 

[Continua]

 

Nouvelle Vague – Let Me Go

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Tutti a casa

12 dicembre 2013

.Bimbo

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E quindi stamane sono entrata nel solito bar, stavolta senza le amiche, ero da sola (e il barman che dimostra trent’anni -però ne ha ventitre- per questo mi ha snobbato, perché non ero con le solite amiche, non perché fossi da sola, perché poi è entrata da sola una ragazza molto bella e lui non l’ha snobbata affatto, e il bicchier d’acqua col caffè l’ho chiesto all’altro suo collega, uno che a occhio croce dovrebbe navigare sui quaranta, ma forse ne ha di meno, di anni.

– È un problema d’età -, ho fatto tra me e me, – la sua.

Ma comunque.)

Sono entrata, non per abitudine, perché da sola io difficilmente ci entro, al bar, la mattina, quando vado di corsa perché sono in ritardo. Ci sono entrata perché sentivo freddo. O, più che freddo, un umido, che risaliva dalle caviglie su per le ginocchia, e mi serviva qualcosa di caldo che dall’alto calasse in giù a rinfrancare il tutto, incluse le caviglie e le ginocchia. Qualcosa come un caffè sarebbe stato sufficiente.

Entrando, al vento che mi accompagnava in una folata dalla porta aperta e richiusa, ho detto che oggi faceva un clima milanese. Tutto quell’umido, quel cielo grigio, quella cappa. Ma di più, quelle sonorità attutite, come per un coperchio gigante che spingesse sopra la grande pentola della Capitale.

Mossa sbagliata.

Il barman-romano-tipo non te lo fa passare l’accostamento di Roma con Milano. Sul finale del match ho raccolto la solidarietà del titolare che ha fatto, a mezza bocca:

– È un problema d’età, non ci scordiamo che ha solo ventitre anni.

Sono uscita che il cielo come al solito si apriva. Al solito per Roma. Non faccio in tempo a giurare che di certo pioverà, che il sole mi smentisce. E il caso opposto, ma meno di frequente.

Ho alzato la testa e l’ho notato, il po’ di azzurro che si apriva il varco, solo perché sentivo roteare pale di elicottero. Niente di strano, è la colonna sonora della città. La testa l’ho alzata giusto per verificare la zona dalla quale stare alla larga, in questi tempi di proteste e forche improvvisate.

Bisogna stare all’erta. E poi, tengo famiglia.

Proprio stamane, quando ho portato il pupo a scuola, ho trovato i bidelli tutti in ambasce. Si era perso O.

– Io vado a vedere alla fermata dell’autobus.

– Io resto davanti al cancello.

– Io guardo meglio dentro.

– Io cerco alle scuole medie.

Ho chiesto cos’era successo, come se non avessi sentito abbastanza. O. è un compagno di classe di mio figlio. Ha sei anni ed è di etnia Rom.

– Ha lasciato la sorellina nei guai e lui è sparito.

Abbiamo proseguito camminando fianco a fianco in silenzio, fino all’ingresso. Ho salutato il mio bambino stringendomelo addosso un po’ più del solito, chissà se se n’è accorto. E me ne sono andata, guardando se per caso ci fosse O. nei dintorni. Bella cosa, un bimbo di sei anni in giro da solo in questa città-incubo.

Subito dopo, dentro una metro piena, ha fatto il suo ingresso una zingara sui venticinque anni. Dico venticinque perché quando l’ho conosciuta, circa cinque anni fa, ne dimostrava una ventina, ma forse ne aveva già di più. Lo ostetriche dell’ospedale, ai tempi in cui le frequentavo, mi avevano raccontato che, impronta genetica a parte, i Rom in genere crescono poco perché piuttosto malnutriti nell’infanzia. Le mamme hanno poco latte perché malnutrite a loro volta. Come gli italiani che nascevano a cavallo delle due guerre, gracili e sottopeso per le carenze nutrizionali.

È entrata questa ragazza con la quale ricordo che cinque anni fa, tornando dalla mia maternità al lavoro, proprio attendendo la metro, avevo scambiato due parole affettuose. Allora teneva in braccio il suo neonato, lo cullava e gli sussurrava cose, piano piano, vicino alle piccole orecchie.

– Buon giorno signori e signorini…

Oggi ne aveva tra le braccia un altro, di neonato, e pareva stanca. Aveva appena iniziato la sua litania quando una signora bionda e stizzita ha fatto il gesto di aprire il portafogli, tirando fuori con rabbia delle monete, e dicendo:

– Io te lo do “un piccolo aiuto”, ma perché quel bambino dorme così pesantemente mentre tu gli strilli addosso? Gli hai dato del sonnifero, dì la verità!

– Sì, come no,- rispondeva lei, – Come anche tu dai del sonnifero ai tuoi figli.

– Io figli, vivaddio, non ne ho fatti, ma se ne avessi non li tratterei come tu tratti i tuoi!

Nel frattempo, in totale indipendenza dalla scena sopra descritta, si svolgeva il passaggio delle monete da una mano all’altra, conclusa la quale la ragazza si è fatta largo tra la folla, cercando spazi adatti a riprendere con calma la sua questua.

Io ero confusa. E arrabbiata. Avevo ancora in mente le facce pallide dei bidelli che cercavano O. Se fosse stata lei sua madre?

E mentre mi voltavo per non farmi riconoscere, come se in tutta Roma ci fossi solo io a far due chiacchiere una tantum con le zingare, una donnina sui sessanta mi lanciava segnali con gli occhi.

– Che roba, eh? – Le ho detto, convinta che deplorasse le insinuazioni della donatrice di elemosine. Ma ciò che ho ricevuto di rimando è stato:

– Dico io, non potrebbero dargli una pillola, a questi, per fargli fare meno figli? Questi qui sono pieni di soldi, e il Comune gli dà pure il posto dove vivere, se promettono di mandare i figli a scuola. Bisogna mandarli a casa tutti.

– Ma chi?

– Tutti.

Cercando di sviscerare il suo “Come”, l’ho persa. Voglio accennare, giusto per inquadrare meglio la mia interlocutrice, che ci ha tenuto a farmi sapere che lei non è assolutamente di sinistra. Ma che è andata a votare Renzi alle primarie, perché sembra promettere bene, come i forconi che oggi riempiono le piazze, che a lei stanno tanto simpatici. E che solo un anno fa, per lo stesso motivo, aveva votato Grillo, ma ora le sembra che si sia rammollito.

Fuori, più tardi, di nuovo sotto il cielo che sembrava grigio, ma che invece tramava all’ombra delle nuvole per aprirsi alla chetichella, con quel suo classico modo romano e noncurante, sono entrata nel solito bar, e poi ne sono uscita. Ho alzato gli occhi cercando di capire dove stessero ronzando gli elicotteri della Polizia.

E ho visto il blu, inatteso.

Come le buone notizie alle quali non speravi più, come certi finali che intuivi dall’inizio che si sarebbero realizzati, ma che la trama che si stava svolgendo proprio non ti faceva credere possibili.

Sono andata a chiudermi nel posto di lavoro, chiedendomi se intanto O. l’avessero trovato. Augurandomi che perlomeno fosse tornato da solo a quella baracca che chiama la sua casa.

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Maestria elementare

11 settembre 2013

Drusilla Cappaduia coltiva alcuni particolari hobbies, dei quali il più strano consiste nell’arrampicarsi sui supporti più alti che riesca a trovare e rimirare il paesaggio assumendo astruse pose plastiche. Un altro suo hobby è il lallalelismo, del quale purtroppo non sappiamo cosa pensare, non avendo ancora ben capito in che consista. Pare però che Drusilla ci si applichi con particolare dedizione e profitto, e che chi è in grado di apprezzare le sue qualità veda in lei un diamante grezzo. In realtà la ragazza non dispone di poi così tanto tempo per i suoi trastulli, è costretta a lavorare per mantenere una cospicua prole, che si è manifestata nella sua vita dalla sera alla mattina, così, come per magia.

Proprio durante una sessione lavorativa piuttosto defaticante, Drusilla ricevette una telefonata. La donna che le rivolse la parola in era preda all’affanno e, prima di presentarsi si sincerò di avere, all’altro capo dell’apparecchio, la persona giusta. Solo dopo aver ricevuto adeguate rassicurazioni, si qualificò come la maestra dell’ultimo figlio di Drusilla, che aveva appena iniziato la prima elementare, e si dilungò in preamboli per dire che il bimbo non si era fatto niente, cioé… adesso stava bene, però, due ore prima eh, era caduto giocando e si era sbucciato le ginocchia, e forse era stato per la spinta di un altro bambino, che però si era scusato subito. Druislla si allarmò, temendo che le stesse annunciando un danno fisico.

Ma nei successivi dieci minuti la maestra, con una discreta capacità oratoria, portò la lallalelista a tempo perso a concludere da sola, e ad alta voce, che “davvero” non era successo niente, e che suo figlio piangeva ancora in quel momento, ma per motivi suoi (ma certo, non era abituato a cadere, era un bambino di città e si lamentava anche per una pellicina tirata della falange). La rampinista in erba, conquistata la calma, la mantenne anche quando, al termine della giornata, vene a sapere che il bambino che aveva dato la spinta al proprio era di etnia Rom. Glielo aveva indicato lui stesso, dicendo “è stato quel bambino”, e non aggiungendo altro aggettivo o epiteto.

La storia recente di Drusilla comprende circa otto anni trascorsi entrando e uscendo da un paese straniero che, secondo buona parte dell’opinione pubblica italiana (non sua), sarebbe inferiore al nostro per cultura. Questo il verdetto nazional-popolare diffuso nell’autunno di sette anni prima, quando, a colpi di mass media, si trattò di stabilire la supremazia tra due modus vivendi, il nostro e quello della nazione d’origine di una certa bambina sottratta per giorni da “benefattori” italiani a quello che a loro opinione ritenevano fosse un triste destino, che l’attendeva al rientro nella propria terra natìa.

In quegli anni aveva frequentato soprattutto bambini abbandonati e problematici. Che avevano le ginocchia sbucciate -e questa era la loro parte sana- ma anche l’anima spesso e volentieri molto più provata da una vita veramente pesante. Ogni tanto c’era un’epidemia di pidocchi nei loro orfanatrofi, e allora via tutti i capelli, che tanto poi ricrescono. Non sono quelle, non le questioni di forma, le cose importanti per un bambino, pensava e pensa tuttora Drusilla.

Lei, quando aveva saputo della presenza di un piccolo Rom in classe di suo figlio, dentro di sé aveva pensato che si trattasse di un’opportunità per lui. Per entrare in contatto con una cultura differente, e crescere (bene) attraverso in un sano confronto (che poteva anche diventare scontro, perché no) tra bambini, in un contesto protetto come quello scolastico. Non avrebbe mai scagliato la prima pietra per inchiodare “il colpevole” alle sue “responsabilità” e dare corso quella campagna di denigrazione dell’elemento problematico, anticipata da mormorii e “speriamo bene” già prima del primo giorno di scuola, quando si era saputa la composizione delle classi.

Drusilla ama la musica, e tra i compositori italiani, ce n’era uno che le era entrato nel cuore, ai tempi in cui… Vabbé, lasciamo andare, è un’altra storia.

Ricorda la lavoratrice controvoglia che Luigi Tenco, nell’alveo della contestazione pre-sessantottina, compose una canzone che accusava apertamente di ipocrisia le istituzioni, partendo dal gradino più “basso”, i maestri elementari.

Cara maestra, / un giorno m’insegnavi / che a questo mondo noi / noi siamo tutti uguali. / Ma quando entrava in classe il direttore / tu ci facevi alzare tutti in piedi, / e quando entrava in classe il bidello / ci permettevi di restar seduti. […]

La circolazione di Cara Maestra fu impedita per ben due anni, i tempi erano quelli che erano. La sua diffusione clandestina favorì il risveglio di un certo numero di coscienze e, pur tra mille distinguo, le cose sembrerebbero essere cambiate. Anche se prendersela col corpo insegnante oggi è facilissimo, in pratica uno sport nazionale. Se la scuola non funziona, non è colpa di uno stato che non trova pace nelle sue elaborazioni di astruse formule per il rinnovamento, e intanto indirizza male i propri fondi, ma piuttosto degli insegnanti, quegli scrocconi scioperati che hanno pure il coraggio di lamentarsi, con tutte quelle ferie che hanno a disposizione.

La società ha emesso il suo verdetto, e oggi Tenco sarebbe un menestrello di quartiere. Ecco come la pensa Drusilla. Pensa che quella umana sia la specie più evoluta sul pianeta grazie alla strutturazione di conoscenze, regole e valori comuni, la loro condivisione, trasmissione nei secoli, perfezionamento e consolidamento, attuati attraverso  l’organizzazione delle società. E che i bambini, in tutto ciò, siano una categoria a parte.

Lasciati a sé stessi durante la crescita, si evolvono molto poco rispetto al piano delle scimmie antropomorfe, questo è ciò che insegna l’osservazione di casi nemmeno tanto unici e rari di abbandono (il bambino-Tarzan può essere un’eccezione, i piccoli che vivono in branco nelle favelas e vengono accoppati dai poliziotti nelle strade del Brasile, è invece una mostruosità di cui nessuno parla), che ogni tanto vengono portati alla luce dalla cronaca, ma anche dalle conclusioni di alcuni studi socio-antropologici.

Dunque è la società nella quale vivono e crescono, e in particolare sono quegli elementi della società che sono più a contatto con i bambini (genitori e insegnanti per primi) a far sì che questi ultimi si trasformino durante la crescita negli ingranaggi di un meccanismo che dovrebbe avanzare compatto attraverso le epoche, per la sopravvivenza. Dovrebbe accadere, ma non è sempre così.

Le divisioni e i conflitti che si verificano tra etnie e popoli, come pure entro le più piccole frammentazioni della società, frenano pericolosamente questo processo. E lo fanno attraverso la cattiva educazione e l’abbandono dei propri elementi più fragili.

Il discorso sarebbe lungo e prenderebbe direzioni che non né lei né io sapremmo gestire. E poi siamo entrambe persone emotive, che riconoscono per prime di faticare a uscire dagli schemi del pregiudizio.

Evitare di distorcere la realtà, di effettuare discriminazioni, di incidere negativamente sulla crescita dei più piccoli e sul futuro dell’intera società, pur senza esplicitarla, invece, è stata la principale preoccupazione della maestra che aveva telefonato a Drusilla e che aveva tenuto a parlarle anche la mattina successiva, per confermare di essersi capite bene il giorno prima.

L’esistenza di questo tipo di maestri è un soffio di speranza per tutti. È anche e soprattutto a fornire strumenti e a rafforzare il loro ruolo che andrebbero rivolte le strategie di uscita dall’emergenza di una società in crisi come la nostra. Nell’attesa, signori maestri, io e la cara Drusilla vi ringraziamo preventivamente e vi auguriamo un buon anno (scolastico), e di fare e di poter godere i frutti di un ottimo lavoro.

Luigi Tenco – Cara maestra

Devi Dormire – Quattro storie che

17 novembre 2012

[segue]

.

.

(un post per sonni sereni)

.

Uno

– Mi racconti l’Uomo ragno?

– Va bene.

Ti racconterò di quella volta

Che sviluppò il “Senso di ragno”.

Quando Peter Parker

Fu morso dal ragno mutante

Subito si presentò

Il Senso di ragno.

– Che cos’è il Senso di ragno?

Il Senso di ragno è come

Una telefonata:

“Pronto?”

“Sì, sono l’Uomo Ragno, chi parla?”

“Ciao Uomo ragno,

Sono…

Il Senso di ragno!”

“Ah, ciao, Senso di ragno. Cosa volevi dirmi?”

“Niente. Volevo avvertirti

Che sta per avvenire un’esplosione”

“Oh! Dai! Dove?”

“Proprio qui, nei tuoi pressi.”

“Qui? Qui dove? Oh!”

“Mmm… alla tua destra.

Presto, spostati!”

“Sì, mi sposto subito a sinistra!

Grazie, Senso di ragn…”

<KABOOOWW!>

“Ma… come, tu mi avevi detto

Che l’esplosione sarebbe stata a destra

E invece, ahia, è avvenuta a sinistra!”

“Ah, scusa.”

“Scusa cosa? Guarda che mi hai combinato!

Dovrò farmi cucire una nuova

Tutina di ragno da Zia May!”

“E scusami, ti ho detto, su.

Quanto la fai lunga.

È che io, sai,

Come un po’ tutti,

Non mi oriento bene.

Confondo la destra con la sinistra.”

.

Due

– Ancora.

Mi racconti ancora del Senso di ragno?

– Va bene.

Quella volta che l’Uomo ragno

Fu morso dal ragno mutante

Sviluppò il Senso di ragno.

– Che cos’è il Senso di ragno?

– Il Senso di ragno è

Come una telefonata:

“Pronto, parlo con l’Uomo ragno?”

“Sì. Chi è?”

“Sono io, il Senso di ragno.”

“Ciao Senso di ragno. Che mi dici?”

“Crollano i titoli Treccani.”

“Come sarebbe??

Ma che significa?”

“Guarda,

praticamente, no?,

avevo allungato la mano

in alto

sulla mensola,

perché stavo cercando il ferro.”

“Quale ferro?”

“Il ferro da stiro.”

“Eeh?”

“Eh. Poi ti spiego, perché

È un’altra storia.

Intanto però

Dovresti

Allontanarti, sai?”

“Ah, disgraziato! Ora ho capito!”

<TRACRATASTONFCAPUMBUMPUMUMPUMPPUMPUMP!>

“Scommetto che sotto il militare sei stato Carabiniere”.

.

Tre

– Ancora! Ancora! Ancora!

– E va beene.

Un giorno l’Uomo ragno venne punto

Dal terribile morso del ragno mutante.

E sviluppò…?

– Il Senso di ragno.

– Esatto.

E cos’era il Senso di ragno?

– Booh?

– Il Senso di ragno era

Una specie di telefonata:

“Pronto?”

“Pronto signo’.”

“Chi è?”

“Sono io

Il Senso di ragno.”

“Ah, sei tu. Che c’è stavolta?”

“Signo’.”

“Eeeh! Che perditempo! Dimmi, allora, parla!

Che tra poco inizia la partita.”

“Sì Signò. Volevo sapere

Se qualche volta,

Magari, tanto per cambiare,

Potevo stirare qualcosa.”

“Eeeh?”

“Stirare, sì. Chessò:

Camice, pantaloni, ragnatele.

“…Tovaglie?”

“No, tovaglie e lenzuoli no, Signò.

Troppo pesante.”

“Uhm. Affare fatto.”

“Grazie, grazie!

Adesso però usciamo,

Stiamo sempre chiusi in casa.

Non andiamo mai

Da nessuna parte.

Ti porto a vedere la partita

Al bar dell’angolo.”

“Buona idea, sai? Dove ti raggiungo?”

“Sono qui, in strada, Signò,

Affacciati alla finestra

Che mi vedi.”

“Aspetta… Eccomi.

Ma dove sei?”

“Signooo’! Yu-huu! Sono qui!”

“Ah, sì, ti vedo.”

“A proposito, signò,…”

<SSSSHHHHWWAAAAAAARMMMMMMFFFFRRRIIIIGGGGGGSSSSSssssssss…>

“Sei licenziato.”

“…Il meteorite. Stavo per dire. Quello.

Scusa Signo’. Ma tu

Non mi facevi parlare.

Che puzza di bruciato.”

.

Quattro

 – Un altra!

– No, ora dormi.

– Ancooora!

– Uff. L’ultima?

– Occhei.

– Allora,

Una volta l’Uomo Ragno

Subì il morso dal terribile

Ragno mutante

EsviluppòilSensodiragno.

– E che cos’era

Il Senso di ragno?

– Il Senso di ragno

Era una specie…

– Di telefonata.

– Giusto!

“Senso di ragno!

Pronto! Senso di ragno!

Sempre tra i piedi e però

Mai una volta che sia alla portata

Quando serve”

“Signò. Sono qui, stavo stirando.”

“E tu chi ç@##° sei?”

“Sono Ramsete, signo’.

Il cugino di Senso di ragno”

“Ramsete. Benissimo, Ramsete,

E che caspiterina ci fai qui, Ramsete?

Dov’è Senso di ragno?”

“Senso di ragno licenziato ieri, Signo’.

Non ricordi?”

“Ah, è vero.”

“Ho preso il suo posto.”

“Tanto è lo stesso.

Ma io dico: in famiglia

Vi somigliate tutti?

Non siete connessi H24?

Non avete sentito le ultime notizie?

Non lo sapete che

L’Iran ha lanciato da poco

Un potentissimo

Missile nucleare

Diretto proprio verso

Un punto imprecisato

Di questo nostro

Grande, mitico,

Glorioso, inespugnabile

Paese?

Non lo sapete che

È vostro indiscutibile

Imprescindibile

Inoppugnabile

Inderogabile

Dovere

Tenermi al corrente

In tempo reale

Di quello che accade nel mondo?

Eeeeeeh?! Rispondi!”

“Non lo sapevo, no.”

“Seh, vabbé.

“E adesso che facciamo?”

“Signo’,

Per non saper né leggere né scrivere,

Direi che non sia il caso

<ZWISCHHH…>

Prima del volo

Dalla finestra aperta

Di lanciare ragnatele

Contro il muro,

Onde trovare un appiglio

Che consenta il mirabile salto

Nel vuoto sul Corso

Di gente affollato

Di macchine

Tutto ingolfato

Ma guarda:

C’è pure un prelato

Che medita accanto

A un pelato, che…”

“AAAaaaarrghhhhh….! SPLLACCCICK’”

                                     “Oooooh!!!” (la folla)

“Perché, Signo’…

Signo’,

mi seenteee?

Volevo avvertire

Che prima

Avevo passato

Una mano di pittura

Alle pareti, capito Signo’?

Uno spatolato lucido,

Un bistro che sfuma in pervinca,

Comunque, Signo’:

Vernice ancora fresca.

Ecco perché…

Le ragnatele

…Signo’?”

.

[continua]

.

.

Roxy Music – Out of the blue

Devi dormire – Un’astronave è per sempre

28 settembre 2012

Ti racconterò di quando Han Solo era un bambino

e si avvicinava il Natale.

Un giorno Han Solo passò davanti a un concessionario di astronavi

e vide: una ferrari

un cavallo a dondolo

e

una stranissima cosa

rotonda enorme

con due cornette in testa,

si chiamava Millennium Falcon.

Era un’astronave fantastica

gigantesca grigia piena di sportelli

e di lanciamissili.

Han Solo corse dalla mamma e chiese il Millennium Falcon

come regalo di Natale.

La mamma provò a lungo a dissuaderlo ma lui era irremovibile,

un vero scassalaminchia.

Così, in preda al malditesta, la madre acconsentì.

La mattina del 25 dicembre

Han Solo sgattaiolò fuori dal letto caldo caldo

e si mise i moon boot

perché

– Tutti sanno che la notte di Natale c’è la neve.

Anche se non è vero.

– Invece è vero,

lo sanno tutti.

– Ok è vero.

Allora,

arrivò strisciando panza a terra

fino a sotto l’albero

che dormiva ancora

e aveva le luci spente.

Tutta la casa aveva le luci spente.

E così Han Solo poveretto

tastò un po’ con le manine

e scoprì un pacchetto ricoperto di carta da regalo

provò a capire cosa fosse,

ma era un pacchetto strano.

Finché arrivò la mamma risvegliata dai rumori

e disse

– Ti sei già alzato?

sono le cinque,

disgraziato.

– Voglio aprire il regalo.

rispose Han Solo

– Va bene,

cedette la mamma,

– Ma prima indovina cos’é.

– Un disco?

– Nooo

– Un libro?

– Nooo

– Una tagliola?

– Nooo.

– Un accendisigari?

– Nooo.

– Un frullino?

– Nooo.

– Una pialla?

– Nooo.

– Un dado da brodo?

– Nooo.

– Insomma, si può sapere cos’è?

– Nooo.

– Come sarebbe ?

– Anzi, scusa, sì

– Ambé.

E allora?

– È

– È?

– È

– È?

– Una pallina da tennis.

Han Solo non era convinto.

Ormai il sole si era alzato e poté dare un’occhiata al pacchetto.

Bè, era proprio grande,

così grande che usciva fuori dalla finestra

e per scartarlo capì che non sarebbero bastate le sue manine.

Chiamò tutta la sua famiglia,

il gatto, pure,

i vicini, anche quelli antipatici,

i compagni di classe,

le maestre,

nonni e zii,

e tutto il quartiere.

Ma purtroppo

a mezzogiorno

ancora non erano riusciti ad aprirlo.

Allora

chiamò dalla galassia vicina

il suo amico Chewbacca

quello grande e peloso

che dice sempre Hhahhhhaaaa

e non si capisce una cippa.

Quando arrivò Chewbacca

con una zampata tolse tutta la carta

e scoprì che il magnifico regalo altro non era che

il Millennium Falcon.

Han Solo era ansioso di provarlo ma era troppo piccolo per guidare

allora invocò Yoda, il maestro jedi

che si materializzò e con il potere della forza

lo fece diventare improvvisamente grande.

Han Solo saltò sull’astronave,

la mise in moto,

salutò famiglia e amici

e si avventurò

ai confini dell’universo.

Quello fu un bellissimo Natale

l’ultimo in cui lo videro.

.

[continua]

.

Clerks’ Soundtrack: Supernova – Chewbacca

Finestrelle

10 giugno 2012

La notte tra venerdì e sabato di solito è quella nella quale dormo meglio. Acquista peso tutta la stanchezza che sono riuscita a non sentire nella settimana e mi trascina giù. Se ho la fortuna di non avere grossi impegni, cerco di mettermi a letto presto. Non si sa mai. Lo scorso inverno dovevo fare in fretta: tra le due e le quattro Morfeo aveva preso l’abitudine di darmi una pedata e di scaraventarmi ad occhi spalancati dentro al buio, poi erano guai. Notte dopo notte diventavo sempre più l’altra me stessa, quella che mal sopporta le convenzioni, i compromessi, gli abusi, le falsità, prima di tutto commesse in prima persona. Mesi duri, di rimessa in discussione di ogni cosa ma mai un inverno è passato così in fretta, a furia di riempire il tempo diurno di impegni che mi tenessero in piedi e a all’erta. Finché non è passata, così com’era giunta, sarà stato il ritorno del bel tempo, non ne ho idea. Qualcosa mi è rimasto, ora non voglio perderlo, si tratta di qualcosa che mi riavvicina al nucleo originario. Qualcosa di incondizionatamente mio.

Oggi che dormo meglio l’unica cosa che possa rovinarmi il sonno sono quegli incubi spaventosi nei quali mi guardo allo specchio e scopro di avere tutti i capelli bianchi o di vederli cadere a ciuffi, o di aver perso i denti. A pensarci bene, l’incubo dei denti è proprio il peggiore. Quando lo faccio, mi risveglio improvvisamente col cuore in gola tutta spaventata e prima mi devo convincere che non era vero niente, poi fatico e non riprendo sonno per un bel pezzo perché temo di ricadere nel sogno precedente.

Sabato scorso, dopo il risveglio, ho sfogliato D (il settimanale “femminile” di Repubblica che leggono pure tanti maschietti, che offre tanti spunti di conversazione, eccetera), da poche settimane sono tornata a sopportarlo. E mi sono illuminata, c’era una bellissima intervista a Toni Morrison, della quale lessi Amatissima ai tempi in cui la scrisse. L’ho pure ritagliata, l’intervista. Ci sono scrittori che danno tanto dentro ai libri ma neanche le interviste scherzano. Quando la gente è autentica sa quello che deve dire senza tentennare. E se quello che dice coincide proprio con quello che subodoro possa essere il mio stesso pensiero se solo decidessi di fermarmi a organizzarlo, allora sono felice. Ritaglio quei fogli di giornale e li metto da parte, anche dopo anni possono tornarmi utili, in un dialogo senza tempo tra quella che ero, quella che sono e il mentore che ho scelto. Faccio lo stesso con le interviste on-line, oh se mi piacciono. Ci sono persone che aggiungono tasselli nuovi di volta in volta e io che riconosco un pensiero che si arricchisce di nuove sfumature, me le riguardo tante volte, spesso le trascrivo e mi tornano in mente magari sull’autobus, guardando fuori dal finestrino. Mi sento così bene, così vicina a quella persona, che vorrei averla sul sedile accanto e abbracciarla forte per il resto del viaggio per ringraziarla.

Per cui va bene pure D, che però mi crea problemi. Quali? Che mi ricorda di essere stata cresciuta con poca convinzione d’essere una “femmina”. Tanto per dire, non m’intendo di moda. Proprio non mi piace. Al massimo decido con dodici mesi di ritardo sui rotocalchi che dopo dieci anni la zampa d’elefante può tornare nel soppalco e rimetto i jeans attillati come negli anni ottanta. Quindi quelle copertine, per dirne una, il più delle volte mi fanno francamente orrore. Molti di quei servizi sono talmente pretestuosi (e così lontani dal mio mondo, temo che sia anche un fattore geografico a distanziarmene, ma non vorrei apparire regionalista in senso retrivo proprio di questi tempi). Non tutti, nel mucchio di trovate ad effetto nel quale immagino arrovellarsi per una settimana la redazione, a volte c’è davvero l’idea buona. Va meglio con le rubriche, tolto l’oroscopo che mi dicono sia interessante anche se non ci credi, giudizio del quale mi fido ma non mi va di perderci tempo. Allora, rimessi su i jeans stretti noto, grazie a D, che tornano i sopracciglioni, i colori sgargianti (noi ragazze di allora li chiamavamo fluò) e le bombolette spray per verniciare cose che non siano solo muri (già, io ci ho fatto tante magliette e manifesti da attaccare ai muri durante le feste).

Era grosso modo il periodo in cui Verdone si cuciva addosso un goffo personaggio che, con la scusa dei tempi che correvano, faceva capitolare la minorenne Natasha Hovey in una scena, per fortuna almeno al buio, nella quale consumavano un amplessetto di quelli che manco te ne accorgi, che se Natasha l’avesse girata appena qualche anno dopo, ne avrebbe riso con le amiche citando Guzzanti (figlio): “Piaciuto?”

Carla Signoris e Corrado Guzzanti – Ti è piaciuto?

Intanto dalla poltrona in salotto leggevo in prima pagina “Appena dodici anni e già fa girare la testa a tutti”. L’inadeguatezza serpeggiava accanto a me, che ero più o meno quindicenne. Evidentemente il mio momento era già passato (!), eppure come si buttavano a pesce quegli uomini più grandi, spesso anche fidanzatissimi o già sposati. Sono cresciuta stando sulla difensiva, “cioncando” mani, come si dice a Roma. Non potevo mai abbassare la guardia ma invece di inorgoglirmi a volte mi deprimevo. Mi sentivo lontana, nonostante le prove contrarie, dai requisiti richiesti alla bellezza (e avere la bellezza voleva dire avere diritto all’amore altrui, sempre secondo i dettami degli anni ottanta), sempre più distanti, come quello dell’età minore.

Poi la società formulò qualche ripensamento, di recente anche sulla magrezza estrema in passerella. Bene, benissimo. A me non importava più direttamente ma ne provai sollievo. Quando, qualche mese fa, ho intravisto, esattamente nel taglio basso di una prima pagina come quell’altro, un titolo malizioso sulle doti seduttive di un’altra modella di circa dodici anni, le braccia mi sono cadute a terra. Mi sono detta: Che umanità noiosa, nemmeno sa rinnovare i suoi cliché.

E ieri mattina invece, che sorpresa! L’ultima frontiera è l’outing del giovane omosessuale. Se non lo faccio io perché non sono giovane o non sono omosessuale, dev’essere mio figlio a farlo, meglio se ancora imberbe, purché di me si parli, che sono di vedute tanto aperte. Ohé! Mi sono messa le mani tra i capelli. Certo che, a ripensarci, l’orientamento sessuale tutto sommato ti pare di averlo riconosciuto subito. Del servizio su D di ieri la prima parte era encomiabile, tutte quelle foto di bimbi che da adulti, diversi anni dopo gli scatti, potevano affermare (in prima persona, eh): Già lo sapevo. Quelle testimonianze rinsaldano ancor più l’idea che le persone siano persone. E basta, chi se ne frega di chi si portano a letto. Però poi giro pagina e leggo che era solo l’antipasto. Che la notizia vera è quella dei blogger, marito e moglie che sbandierano il figlioletto, di appena sette anni, che va in giro a dire che si sente gay, e che bravi sono loro che lo accettano.

Io ho la presunzione di capirli bene, i bambini, prima di tutto perché ho conservato molti e precisi ricordi della mia infanzia e poi perché sono anni ormai che ci convivo e ho potuto rinverdire e anche arricchire tutte le mie conoscenze. E mi pare che l’articolo soffi sul fuoco di una tendenza pericolosa. Quella all’attribuzione precoce di un orientamento che non sarà chiaro ai diretti interessati se non una volta terminati gli anni dell’adolescenza. Lo stesso problema si pone per le bambine ricoperte di fiocchi e di profumi, ed i maschietti cresciuti nel mito del calciatore. Come sopporteranno il senso di sconfitta se si scopriranno gay in età adulta?

Io non lo avrei fatto, non avrei creato la notizia. Non aggiungono nulla al dibattito sull’outing le parole di un bambino. Credo che gli adulti debbano creare per i più piccoli il terreno per sperimentare in serenità il proprio modo di affrontare la vita, eventualmente anche rendendo loro possibili i ripensamenti. Immagino quella persona, che oggi ha sette anni, presentarsi dai genitori, mettiamo tra altri sette e dire:

– Mamma, papà, vi devo parlare.

– Se è per la paghetta settimanale ti ricordo che l’ultimo aumento l’hai avuto appena un mese fa.

– Non è per la paghetta. Devo dirvi qualcosa di importante. Qualcosa che riguarda me.

– Oh! Oh! Cara, hai sentito?

– …Ssssì! Evvai! Tesoro, sai che siamo sempre con te in tutto e per tutto, sei nostro figlio e quindi…

– Certo, certo, lo leggo anch’io quel blog nel quale parlate di me da quando sono nato e che é seguito da mezza America. Quindi volevo dirvi che…

– Aspetta! Oh, caro, passami il fazzoletto. È giunta L’Ora.

– Piccola, teniamoci per mano, non so se il mio vecchio cuore reggerà l’emozione. Dicci Junior, dicci pure.

– Mamma, papà…

– Figlio, prima di continuare, vogliamo che tu sappia che, come abbiamo già detto in passato alle maestre delle elementari, alle psicologhe, ai commentatori del blog, ai giornalisti, al gruppo di sostegno delle madri di bambini gay, poi ai tuoi professori delle superiori, all’allenatore deluso della squadra di rugby e anche a quello entusiasta di danza classica, a Fiona la bambina della porta accanto che ti voleva baciare in bocca al tuo compleanno dei dieci anni, a Clark che ti scrive poesie da quando abbiamo parlato con sua mamma e che aspetta questo giorno come lo aspettiamo noi da ormai sette lunghi anni, … Dov’ero rimasta, caro?

– Continuo io, sei evidentemente troppo emozionata. Vedi, Junior, quello che tua madre ed io vorremmo dirti é che noi… Sob! Ti ameremo sempre per quello che sei! Ihihihh, uhuhuhh,….

– Dio, come parli bene!

– Sai che in privato puoi chiamarmi Dave, tesoro, non te lo scordare.

E qui mi fermo, per rispetto di Junior, che ha ancora soltanto sette anni e che ancora non ha scoperto veramente niente della sua sessualità.

In seconda elementare, avevo sei anni, c’era un bambino tutto stortignaccolo, uno scrocchiazeppi coi capelli a ciocche arruffate ficcate dentro gli occhi e le mani tutte zozze, si chiamava Marcellino. Un giorno aveva detto qualcosa alla maestra e lei si era rivolta a noi, seduti ai banchi: “Se avete qualche dente che dondola, Marcellino ve lo tira via. Chi vuole provare?” “Io, io, io!” Avevano alzato le mani quasi tutti. A sei, sette anni la bocca pare un’altalena e ci vuole un po’ di coraggio a tirarsene via uno da soli. Tormentarlo con la lingua dà una certa soddisfazione ma quando cade, bé, poi arriva il topolino. Meglio toglierselo, allora, questo dente.

Anche io dissi “Io, io!”  e Marcellino si avvicinò a me, terzo banco della fila a destra della cattedra, me lo ricordo ancora. Si avvicinò a me, io aprii la bocca con fiducia e lo lasciai ispezionare la cavità orale. Fremevo dall’emozione di quel contatto, sentivo il suo alito sulle guance, lui fece “tic” e sorridendo mi consegnò il dentino. Io gli sorrisi di rimando con la nuova finestratura in mostra, tutta sanguinante. Oggi so che gli fui grata, come lo sono a quegli scrittori che mi mettono le loro parole nel cervello e ne cavano fuori i pensieri che ancora non avevo organizzato. Forse è stata quell’operazione maieutica in classe a decidere il mio primo orientamento sessuale, o forse no. Di sicuro Marcellino è stato il mio primo amore.

 

 


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