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The Square. Quadrilogia del piacere – Il cibo

9 maggio 2019

di Francesca Perinelli

 

Amiamo il cibo perché libera l’anima, il corpo è soddisfatto e non chiede altre attenzioni. Amiamo il cibo e ce lo costruiamo come sappiamo, per darci il massimo del gusto. Ce lo facciamo recapitare sul luogo di lavoro, in casa per la cena con gli amici, sul tavolo del banchetto per la festa. Se un’esplosione macchia di rosso l’esperienza, non sono schizzi di sangue ma sugo di pomodoro. Ci saremo abboffati, non importa. Passata la buriana faremo penitenza, implorando l’intercessione di Asclepio con l’imbibizione ripetuta di filtri profumati che rendano le acque calde, medicamentose. Tutto amiamo del cibo. Il pensiero, insieme ricordo del passato (potremmo costruire intere biografie basandoci sui pasti consumati) e attesa di un futuro promettente (qualunque evento sarà accompagnato da un adeguato pasto, come sedersi al cinema col pop corn in mano). Ne amiamo gli ingredienti, i gesti per produrlo, quelli ben noti e quelli misteriosi, a cui siamo riguardosamente grati alla comparsa del piatto davanti a noi sul tavolo. E come amiamo condividerne l’esperienza. Non c’è sapore più reale di quello del quale si può parlare a bocca piena con commensali affini, a occhi socchiusi oppure ben sgranati, per il piacere o per la sorpresa (scegliamo pure lì per lì). Con la scusa di assaporare cibo ci incontriamo, confrontiamo, soppesiamo, valutiamo, decidiamo che strada prenderà la nostra frequentazione. Alcuni dalla nascita sono esclusivi consumatori, altri invece, ostinati produttori. Chi voglia deviare il corso delle cose potrà provare il brivido di un corso di cucina, chi è pigro potrà seguirlo on-line, tutti però preghiamo di invitarci per il saggio finale.

Dicotomia discorsiva n. 25 – Cibo, bistecca: Ben cotta / Al sangue (Su Cartaresistente)

23 agosto 2013

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Dicotomia_25_bistecca

“Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio.”
(Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, 1891)

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon

Disegno di Fabio Visintin

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Supecalifragilisticespiralidoso, no

23 settembre 2012

Io la mia opinione ce l’ho. Ho solo un paio di problemi a esporla:

1) In un caso come questo sono consapevole di essere una semplice fruitrice di informazioni. Una che legge, valuta e infine sceglie. E figuriamoci se mi arrischio ad entrare in un dibattito più grande di me. Tutt’al più posso azzardare un’opinione. L’ennesima. Della quale il mondo, ci mancherebbe, non sente alcuna necessità.

2) Ho difficoltà a considerare la figura del blogger come quella di un oracolo. Insomma, c’è blog e blog. E ho idea che il lettore medio non se ne renda sempre conto. Per me il lettore medio è un po’ come un bambino (nell’accezione più bonaria del termine). Talvolta in altri blog -migliori del mio, s’intende- leggo apprezzamenti ad affermazioni pubblicate, che sfiorano l’atto di fede.

Roma / Lazio, Juve / Milan, capitalisti / marxisti, innocentisti / colpevolisti, credenti / non credenti, scapoli / ammogliati, con figli / senza figli (segnatela questa, che poi ci ritorno). Pro OGM / contro OGM. Uffa.

Perdonami la semplificazione (ma semplificare è necessario, in certi casi), prendo a prestito da Luisa Carrada il seguente pentalogo:

1. Comincio dall’inizio

Non dare per scontata alcuna conoscenza pregressa. Perché i bambini dovrebbero conoscere l’origine di una guerra che dura da 30 anni?

In principio c’erano gli ominidi. I quali non svilupparono il loro cervello a sufficienza per poter assurgere a padroni del pianeta finché non iniziarono a mangiare carne. La carne viene dagli animali. Gli animali per vivere devono mangiare. L’agricoltura fornisce il cibo per gli animali.

2. Mi metto nei panni del lettore

A chi dovranno a loro volta raccontare? Ad altri bambini. Fai riferimento il più possibile alle loro esperienze.

Hai presente tutti quei film catastrofici basati su inondazioni, asteroidi, sbarchi di alieni, guerre devastanti, profezie infallibili, epidemie, sovrappopolazione, carestie, eccetera eccetera? Anche tu vai al cinema pensando che in fondo la fine non è affatto dietro l’angolo? Già, ma la variabile “vaso sulla testa”, quella che ricorda Stefano

[ma sei davvero fuori di testa: non lo sai che il mondo ormai si divide tra riprodotti e non riprodotti, e che i primi sono estremisticamente molto suscettibili, te lo dico per esperienza, e buon per te che mamma m’ha fatta cinica. Esci di casa con circospezione per qualche giorno, ragazzo. In ogni caso, bella battuta]

dove la mettiamo? Sarà mica il caso di ficcare il naso in quegli argomenti che ti propinano i mezzi d’informazione e d’intrattenimento (ormai coincidenti) e provare a farti un’idea autonoma? Che poi, esponendo un’idea tutta tua sai che bella figura ci fai al prossimo aperitivo con gli amici?

 3. Ti racconto una storia

I fatti nudi e crudi sono difficili da assimilare. Non dare mai per scontato che per qualcuno una statistica senza contesto sia interessante.

C’era una volta un bambino africano nato nel 2000. Nel 2040, fortuitamente sopravvissuto alla morte di tutti i suoi cari, viste espropriate di nuovo le terre dov’era nato –stavolta dai cinesi-, emigrato a vent’anni nel ricco e decadente West, fatta accettare al mondo la sua investitura da parte della volontà divina e pertanto venerato urbi et orbi, e quindi compiuto il massacro perfetto, era diventato il signore di tutto il globo terracqueo.

Il suo unico cruccio stava nel fatto che, ormai, non restava quasi più nessuno su cui governare: In Europa e USA, indirizzando bene la rabbia repressa della popolazione dell’ex- terzo mondo, aveva fatto fuori quasi tutti. La gente rimanente per un po’ aveva continuato ad aumentare a dismisura, tanto che il pianeta pareva che sarebbe scoppiato da un momento all’altro.

Poi, tempo una generazione, e la diffusione tra le ex- culture subalterne -e con solo mezzo secolo di ritardo- di un certo pensiero nostalgico che propinava il ritorno ai bei tempi andati, tutte le trame dei film di cui si parlava prima divennero realtà. E lui, poveretto, iniziò nuovamente ad avvertire un certo appetito. Assaggiò uno degli ultimi pomodori che si trovavano in giro e si sorprese a pensare: “Che schifezza. Non ci sono più i pomodori di una volta”, intendendo quelli che si vendevano all’ipermercato mentre era ancora uno squattrinato extracomunitario studente di economia.

4. Falla semplice

Una sola idea per frase. E varia la lunghezza delle frasi.

Mangiare bere uomo donna

Togli il primo verbo (toh, va’, anche il secondo), e crolla tutto il resto. Mi dici niente.

Ah, non t’importa perché ci vorrà tempo per capire come andrà a finire e tu comunque non hai figli? Immagina che i progressi nella medicina ti renderanno longevo e arzillo al pari di Andreotti e del Berlusca (aspettativa di vita di circa 200 anni). Ah-ah.

 

5. Non banalizzare il lessico

Per imparare le parole lunghe bisogna ascoltarle. Basta non metterne troppe in una sola frase.

Supercalifragilisticespiralidoso lo devo cassare. Mi resta da dire: Leggi qui.

Rita Pavone – Viva la pappa col pomodoro

 


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