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Quarantina0zero3tre – Mani libere

30 aprile 2020

Avevo ripreso a compiere con cura e con calma i gesti più semplici, come ricevere un pacchetto di mandorle caramellate dalle mani dell’ambulante, e dire un: – Grazie -, accompagnato da un sorriso angelico (il venditore avrà avuto più o meno la mia età; o magari mi sbaglio, è parecchio che non controllo nello specchio il più recente aggiornamento di me), prenderlo e aprirlo. Frugare, anzi, scartabellare, visto l’alto livello di controllo esercitato, col medio e l’indice, ficcarci dentro anche il pollice e riemergere con la mano chiusa attorno a due o tre praline irregolari, ruvide e scure, tanto profumate di zucchero e così promettenti, da desiderare di cacciarle all’istante in bocca con tutte le dita, a rischio di darmi un morso senza accorgermene, a rischio di soffocare per la foga. Rischio subito eluso perché, anche con la saliva che mi schiumava dal fondo del palato e che iniziava a emergere all’angolo delle labbra, che aprivo e chiudevo passandoci in mezzo con la lingua, mi guardai prima bene attorno con circospezione.

Qualche persona mi passava accanto. Una coppietta troppo impegnata a perdersi negli occhi; un manovale curvo, le mani in tasca, il passo veloce e lo sguardo basso sulla sua sigaretta; nell’angolo della piazza opposto al mio un carabiniere parlava con un tizio in borghese, troppo lontani per darmi retta.

La mano a coppa stretta attorno al suo bottino uscì dall’ombra e consentì uno sguardo concentrato. Erano belle, cazzo, quelle mandorle. Così casuali nella conformazione presa dalla cottura. Comprate in strada, senza dichiarazione di provenienza, e l’ambulante sembrava pure un nordafricano. Belle. Potenzialmente sporche. Vendute a me da una cucina anonima, clandestina, incontrollabile. Oggetto di un atto di fiducia estrema. Venite a me.

Prolungai la visione fino a toccare il mare, che sfrigolava in lontananza verso il tramonto.

Venite a me, mandorle caramellate. Con una manciata lunga, strusciata a tirare il labbro inferiore giù contro il mento, vi porto dentro la bocca desiderante, fatela piena. Riempitela del vostro gusto rosso brunito, lasciatevi roteare dalla mia lingua, rendere zuppe dalla mia saliva. Ah, che gusto. Che gusto.

Ne masticai come se mai ne avessi potute assaggiare prima. Stordita da tanto piacere e delusa dalla breve durata, scordai tutte le cautele e pescai ancora dal cartoccio grezzo, prendendone di più. Con gesto più veloce. Le ficcai in bocca senza degnarle di mezzo sguardo.

Le mie puttane. Godo di voi, e voi non vi ribellate, brave. Vi getto a palate, vi ammucchio, vi addento, vi bagno di saliva, vi ingoio e torno a le superstiti rimaste tra denti e guance per finirle a morsi e ingoiare anche loro.

Ripetei il gesto, forse una volta di troppo: Una si mise di traverso tutta intera nella glottide, e d’un tratto non respiravo più.

Cercai di ritornare in me, di ragionare con calma su cosa fare, ma l’urgenza di vita stavolta bloccò la mia intenzione. Il mondo si fece scuro e opaco, dalla mia bocca aperta sentivo uscire una pappa zuccherosa. Dimenticai il sacchetto, forse finì in terra. Portai d’istinto le mani contro lo sterno e poi contro la gola, scoprii di non poter tossire. Un caldo intenso mi invase collo e orecchie, lambendo il mio cervello. Ogni pensiero era vano, ogni speranza lontana come le sagome controluce dei natanti al largo, ultima immagine colta prima di svenire.

Riaprii gli occhi sentendomi schiacciare forte contro l’addome, mi accorsi di aver sputato fuori qualcosa, di avere un corpo addossato al mio, sentii la schiena calda, provando freddo in qualunque altra parte. Con quelle sensazioni che si affacciavano disordinate alla mia coscienza riemersa, seppi di essere viva.

Il corpo che mi sorreggeva, adesso mi adagiò con cura sul terreno, e mi si inginocchiò accanto. Era l’ambulante, ne riconobbi gli occhi, la bocca sorridente e, eccole lì, due volte benefattrici nello stesso giorno, quelle mani grandi e scure, dalle unghie smozzicate. Non feci caso se fossero pulite.

Gli dissi, ancora: – Grazie – , senza badare al tono della voce.

Lui aggrottò la fronte.

– Lo sai – , mi prese a dire, e io mi feci più piccola, temendone il rimprovero. Capendo il peso reale del mio gesto. Il rischio corso, la sventatezza e il costo che stavo per pagare.

– Lo sai -, riprese, – cosa significa quello che è appena successo?

Senza riposte pronte, mi limitai a interrogarlo muta, guardandolo dal basso.

– Che siamo liberi.

Tutto lì. Siamo liberi, aveva detto, e insieme avevamo guardato l’orizzonte, oltre il confine della piazza, oltre il pontile. Le barche ora sembravano vicine e distinguevo le onde entro cui oscillavano in quel pomeriggio tiepido e senza vento. L’odore del mare mi colpì l’olfatto. Vidi il cartoccio in terra, le mandorle sparpagliate annusate da un cane randagio. Non mi importava più di loro. Eravamo liberi.

Il ragazzo mi respirava vicinissimo. Doveva aver fumato.

– Sì,  è così. – Stavolta riuscii a sorridere. – Non avremmo potuto fare questo.

 

 

Quarantina0zero2due – Sirena

23 marzo 2020

@projectmermaids

Appena vide Renata sulla soglia fece quattro o cinque passi svelti verso di lei, urtando più di un passante, e si affrettò a prenderle le mani tra le sue.

I capelli le si erano incollati al volto e i suoi vestiti erano zuppi per il temporale che assediava la piccola stazione facendone rombare le vetrate. Attorno alle sue scarpe e alla valigia si era già formata una piccola pozzanghera e, nel vederla così, con gli occhi vuoti, la carnagione esangue e sul punto di disciogliersi sul pavimento anche lei con tutto il resto, Nicola ebbe la visione di una sirena capitata per errore sulla terraferma. Invece era Renata. Che tornava dalla Danimarca.

Teneva le minuscole mani infreddolite tra le sue e, nel riceverne il sorriso e, con quello, il primo accendersi di una fiammella calda nello sguardo, riuscì a sovrapporle l’immagine della ragazza abbronzata e sicura, in posa assieme a lui davanti al grande specchio dove avevano appena interrotto l’amore per immortalare, con allegria e un senso di lontana irrequietezza, la giustezza di quei giorni, gli ultimi, i più intensi, prima della separazione di tanti mesi prima. L’immagine che aveva prevalso su tutte quelle scambiate durante la lontananza, l’ultima in cui erano stati insieme.

Adesso potevano esserlo di nuovo. Avevano nelle tasche intere odissee da raccontarsi, incastri magici da ritrovare, odori familiari da ravvivare, e nuovi capelli bianchi da contare. Teneva le sue mani tra le proprie e accoglieva come miracoli, dagli occhi ormai tornati vivi e accesi, le strette e lunghe pieghe della pelle, che si formavano guizzando sopra gli zigomi in direzione delle tempie.

Renata prese fiato in un sussulto, ebbe come un istante di smarrimento e girò il volto. Nicola si curvò su di lei, sollecito, per seguirne la nuova inclinazione. Renata sussultò ancora e, con una decisa rotazione della testa, tornò faccia a faccia con Nicola investendolo con uno starnuto. Lui d’istinto scattò all’indietro ma subito si fece addosso a lei, la avvolse in tutta la sua fragilità di pioggia e di raffreddore, si fece contagiare dallo scoppio di risa della ragazza e impastò il proprio viso con il suo, scivolando tra gocce di natura indistinta, ne riconobbe l’alito e vi aggiunse il suo, leccandola e baciandola e lasciandosi leccare e baciare a sua volta, finché non sentirono entrambi un ronzio nelle orecchie che li convinse a staccarsi.

– Non avresti mai potuto fare questo.

– Cosa?

– Starnutirmi in faccia.

– Neanche tu.

– No, io neanche.

– Non avresti potuto leccarmi e baciarmi così.

– Come due estranei.

– Davanti a tutta questa gente, poi.

Si strinsero alcuni istanti per poi tornare a tenersi le mani.

– Nicola, mi è venuta una voglia – aggiunse Renata, e Nicola in un momento era già nudo con lei tra le lenzuola e ne poteva contare a una a una le ciocche dei capelli aggrovigliati e umidi sparsi sul cuscino, ne stringeva i seni tra i denti e i fianchi tra le mani, e la sentiva muoversi e affannarsi attorno e sotto di lui, e la incalzava e la incalzava e la incalzava sempre più forte, sempre più intensamente, mentre lo specchio restituiva le evoluzioni dei corpi nella perfezione di quell’esecuzione.

Dominandosi a fatica recuperò la lucidità necessaria per domandarle in un orecchio: – Quale voglia?

Renata, eccitata come una bambina, rispose col sussurro più languido che fosse mai uscito dalle sue labbra: – Scattiamoci una fotografia.

Quarantina0zero1uno – Forse le formiche

20 marzo 2020

Time pieces – Allan Kaprow

– Mi dispiace se ti siedi qui?

La ragazza represse male un sorriso.

– No. Non ti dispiace.

Lui, che non aveva distolto lo sguardo dal suo, colse il segnale di via e sorrise a mezza bocca a sua volta.

Sedettero all’unisono, con lo stesso movimento affettato che li fece leggermente rimbalzare sulla panchina in legno. Qualche frammento di vernice scrostata scese piroettando sopra l’erba ma nessuno dei due se ne accorse. Forse le formiche.

Lo attraversò il dubbio che tutto stesse accadendo esattamente come lo aveva immaginato, o che il fatto di ritrovarsi nel parco seduto accanto alla ragazza avesse prodotto a ritroso il falso ricordo di un immenso desiderio. Scelse di non saperlo.

Intanto il sole sfioccava rado attraverso il fogliame che li circondava. Intanto uno stormo di anatre si levava dal canneto starnazzando. Intanto, attorno a loro, solo il cane Molly si muoveva sregolato, tartufo sul terreno e coda sventolante. Reiventava il vecchio gioco di una preda da cacciare.

– Così tu vieni qui?

– Qui?

– Nel parco. A passeggiare.

– A volte. È un caso che tu mi abbia incontrata, sarei passata per la strada, come al solito. Ma oggi, – disse alzando e socchiudendo gli occhi, come per osservare meglio qualche dettaglio del cielo -, oggi mi sono detta: Beh, che male c’è ad allungare un po’? Con una giornata così.

– Una giornata così merita – fece lui, dondolando la testa in avanti.

– Merita, sì.

La ragazza si morse il labbro inferiore.

– Lo lasci sempre libero?

– Libera, è una femmina. Ed è molto educata.

Ma il cane era già lontano dai loro pensieri, così il perché stessero entrambi lì, impegnati a cercare parole, mentre si erano trovati proprio perché di parole ne avevano avuto abbastanza.

– Credo che farò domanda per un semestre all’estero. – disse improvvisamente lui.

– Oh. – Fu la risposta della ragazza.

Guardavano lontano, guardavano le punte delle loro scarpe. Guardavano le onde prodotte dal mare di fili d’erba che li attorniava. Lui si voltò e scoprì com’era fatto il suo profilo.

La ragazza aveva un orecchio roseo, e una tonalità calda di rosso si era diffusa sottopelle, tra il collo e la fronte. A lui sembrò che la sua bocca fosse sul punto di parlare. Invece si dischiuse appena e restò così, sospesa tra il respiro e l’assaggio.

Mosse con cautela il braccio e le accarezzò una guancia. La ragazza non seppe reagire in altro modo che assecondando il movimento imposto dalla mano, e arrivò a guardarlo dritto negli occhi.

– Non ci saremmo potuti avvicinare tanto.

– No. – Rispose lui, avvicinandosi ancora.

– Non avremmo potuto fare questo.

Nel dirlo, eliminò ogni distanza tra le sue labbra e quelle del ragazzo. Lui spostò il palmo dietro la nuca di lei e la spinse di più a sé.

Non molto lontano, un tagliaerba iniziò a rombare allo stesso ritmo delle pulsazioni di quei due.

Quel giorno fecero conoscenza anche le estremità dei loro nasi, sfregandosi, e sfregando ogni sporgenza e ansa dei loro volti; e le loro lingue, affondando e scavando nell’intimità reciproca; e le loro mani intrecciate; e quindi le mani con i fianchi; e quindi i fianchi tra di loro; finché arrivarono a emozionarsi, tremanti e molli, scoprendosi tanto a contatto, anche le loro gambe nervose.

Si affrettarono a cadere nell’erba alta, incuranti della lenta avanzata dei giardinieri e di quella impetuosa del cane Molly, venuto a depositare, accanto al loro respirare accelerato e fondo, una coda di lucertola.

 

Dell’infinità del desiderio

6 maggio 2014

Per alcuni giorni sono stata in viaggio tra Milano e Trieste attraversando quattro stazioni, ciascuna col suo aneddoto da asporto, e una quinta appena sorvolata, nell’orbita del pianeta Marte. Seduta di fronte a un uomo mezzo greco, un certo Aghios, un buono a prima vista, che non si domandava se il primo venuto fosse il partito migliore al quale rivelare tanto di sé stesso, e presto o tardi ne pagava le conseguenze. Uno che mi assomigliava, sai. Ma assomigliava tanto pure a te. Di lui ho sentito dire che fosse un perdente. Malelingue. Se dico che mi somigliava, Aghios, e intanto somigliava pure a te, non era altro che uno come noi. E noi vinciamo, questo lo sottoscrivo, inseguendo ostinati la vita.

Così per Anghios, e il viaggio era un pretesto. Lui che non partiva mai, ora viaggiava per “bisogno di vita”, non di altro. Ma “dalla sua gioia e speranza non bisognava escludere del tutto la donna. Era tanto piena quella gioia e speranza che la donna – la donna ideale, magari mancante di gambe e di bocca – non poteva esserne assente”. Così abboccava all’amo di sguardi destinati a lui tanto quanto lo erano al panorama che scorreva alle sue spalle, dietro al finestrino (ma guai “se alle occhiate fosse seguita la parola, si sarebbe corso il pericolo di trovarsi trasportato di colpo da quella patria ideale al bosco più pericoloso”). Aghios contava i propri “tradimenti” già a decine, appena congedato dalla stazione di partenza. La donna ideale “giaceva nell’ombra fusa con molti fantasmi, parte importante degli stessi. Ma la donna non è sempre la stessa nel desiderio” – sono parole sue – “È vero che prima di tutto serve all’amore, ma talvolta la si desidera per proteggerla e salvarla. È un animale bello, ma anche debole, che se si può si accarezza e se non si può si accarezza ancora.

Aghios ambiva a farsi delle amicizie occasionali, lontane dal suo quotidiano, con le quali sfoggiare la propria bonomia e generosità. Si ostinava a difesa della libertà (della quale non conosceva nulla, me ne sono convinta in quel vagone dove ne discorse a lungo tra sé e sé. O forse mi sembrava, i rumori del treno parevano rivelare mozziconi di frasi che solo io potevo decifrare). Avevo una scarpetta che penzolava sulla punta del piede disteso, e Aghios la fissava ipnotizzato, senza trattenere alcun pensiero. Così appresi il senso della sua “libertà”, quella di non amare alcuno, se non “tutta la vita, gli uomini, le bestie e le piante, tutta roba anonima e perciò tanto amabile. Anzi, “- sempre parole sue – “se fra gli uomini non ci fossero state anche le belle donne avrebbe potuto aspettare la morte con la serenità di un santo.

Ma non potei assistere a lungo quel povero diavolo, cambiai carrozza prima che si compisse la fatalità del tradimento al quale correva incontro, stazione dopo stazione. Appresi in seguito che volle farsi amico un febbrile e inquieto giovane, dal quale ricevette confessioni in grado di annebbiare la sua lucidità. E che, al risveglio da un sogno, passata ormai Gorizia, seppe di aver rifiutato la compagnia della propria moglie, come pure quella del giovane e accettato invece quella della ragazza dallo stesso amata. Di averne accarezzato in volo, in preda a grande commozione, “la bellezza del corpo morbido, giovanile … i capelli biondi”, di averla avuta sotto di lui, incapace di allontanarla come avrebbe dovuto, come a volerla proteggere dall’”orrendo spazio … [che] era infinito e perciò quella posizione doveva durare eterna.

Lo interruppe uno schianto, a seguito del quale credette di destarsi, dormire ancora e risvegliarsi a breve, ma a farlo fu soltanto il personaggio Anghios. Italo Svevo, che ne muoveva i fili, invece, restò ferito a morte. A nulla sono valsi i miei tentativi postumi di capire a cosa puntasse l’inizio della frase “Alla stazione di Tries”

Mi sento autorizzata a credere che, anche nel finale, Anghios non avrebbe rinunciato al desiderio. Come faremo entrambi, andando ciascuno verso la propria destinazione.

Corto viaggio sentimentale

Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale, Ed. Newton Compton, 2014

 

In pdf QUI

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