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The Square. Take five. Quadrilogia in 5/4 – Il Nero, lato a destra del quadrato

31 ottobre 2019

di CRT2

 

 

Il nero, la notte, il buio… spaventano i bambini, ma anche da adulto se sei nel nero più profondo non dovresti muoverti, dovresti star fermo aspettando di capire dove andare quando spunta un po’ di luce che anche se fioca, è comunque importante per mettere un passo dietro l’altro con sicurezza.

 

Se guardo dentro al mio armadio di abbigliamento nero trovo ben poco: un jeans slavato che in origine era nero; un maglione di cotone che avrò, si e no, messo su due tre volte in 10 anni e non mi decido a buttare; una camicia Lacoste (regalo di compleanno indossato una volta); un vestito gessato, da indossare nelle occasioni importanti (tipo un Matrimonio di amici). Un paio di scarpe.

Insomma non scelgo di comprare e indossare spontaneamente il nero pur non avendo nulla in contrario con chi ne fa una bandiera e “sintomatico mistero”, una divisa anche se indossa una T-shirt.

Metto al centro della questione Stilisti e Architetti che, nella maggior parte dei casi (almeno nel mio mondo-frequentato) sul nero fondano uno stile, quasi a distaccarsi dai loro prodotti creativi che di solito indagano, forme, colori, lustrini.

Da anni mi pongo la domanda che non discuto con i diretti interessati e ho deciso di farlo da quando un “personaggio” conosciuto nei miei trascorsi professionali, si faceva incidere all’interno delle camicie nere fatte a sua misura, le iniziali del nome per non “sporcare” con le lettere trapuntate il total black con cui si vestiva.

Nella teoria dei colori in base allo spettro, il nero non viene considerato assenza di colore ma assenza di luce, cioè il corpo che la attrae e la assorbe ci appare nero, mentre il corpo che la riflette totalmente ci appare bianco e ambedue questi estremi contengono tutta la gamma dei colori conosciuti.

Un concetto che in extrema ratio, tra fisica e fisico, diventa una scelta se lo adatti al tuo modo di essere.

Fuori dall’Horror, Latex, pelle attillata o borchiata… funerali, il nero quando portato per fare eleganza e distinguo sembra essere uno “status”, dove l’occhio si ferma perché non ha rimandi colorati, punti di ancoraggio dei ricordi, magari fastidi per aver colto dei toni accesi che stridono con il tuo modo di pensare l’eleganza.

Insomma guardi il nero e ti fermi, non vai oltre, non puoi andare oltre perché non ti viene data la possibilità di farlo dal colore stesso e forse dal soggetto che lo ha scelto.

Con il nero non ci scherzi (non ti viene voglia di farlo), non ci discuti con immediatezza (perché devi trovare prima le parole per farlo), non ti avvicini troppo (mettere distanza è anche utile per inquadrare soggetti che non scelgono sfumature), insomma per chi scrive il nero è pieno di “non” e non di possibilità, anche se non puoi escluderlo dalla realtà.

Ovvio, se vai per sottrazione su tutto gli estremi li trovi e se scegli di rimanerci (negli estremi dico) e ci stai bene è meglio che tu lo faccia, sempre. Ma è sull’uso di questo colore che dovresti stare attento, troppo nero su tutto toglie il fiato, ci riporta indietro all’epoca del buio dentro alla testa e non al rinascimento delle coscienze. Diventa pesante venirti a trovare, sentire, parlare, se stai sempre dentro al nero, diventi ripetitivo, mortale quasi, saresti da evitare se per partito preso professi ideologicamente il nero convincendo chi più chi meno, che tu sai dove sta la luce… ma non lo dici a nessuno perché finché sei tutto nero nel nero, nemmeno si capisce chi sei, cosa vuoi fare, cosa vuoi essere. Sarebbe, forse inutilmente, da consigliarti di cominciare a uscire dal nero per accorgerti che la diversità dei colori esiste, è quasi infinita, ti sta intorno e ti sostiene, non puoi per una legge puramente fisica, eliminarla.

Randomize ((Trinariciuti) + (Tre volte) + (Tribordisti))

23 febbraio 2014
Un post zeppo di tre, però l’alternativa pare essere una sola.

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Peppone
Gino Cervi – Peppone in comizio

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La nave della Terza Repubblica sta salpando squilibrata.

La mia cara amica, nata e cresciuta a tribordo delle simpatie politiche, giusto ieri mi diceva: “Alfano non mi piace ma spero che riesca a raddrizzare questa situazione”.

Giuro che per un attimo, invece di Alfano (ero distratta), ho capito “Renzi”, poi mi è venuto il dubbio che avesse detto “Grillo” (certo, non Vendola, non Civati, né tantomeno Cuperlo).

Ma certo, aveva detto Alfano. Allora si augurava che solo la nave della destra venisse raddrizzata.

La capisco. In tempi come questi chi lotta quotidianamente per restare in piedi vorrebbe contare su un pavimento solido piuttosto che su delle travi marce. È tutto molto umano, e umano è il fatto che io e lei dopo più di trent’anni ancora ridiamo insieme, imitando l’ex delfino che, con le vene del collo ingrossate, rinnega tre volte, moltiplicato tre, B.: “Si è circondato di troppi idioti inutili! Da troppi inutili idioti! Troppi! Inutili! Idioti!” Alalà.

Solo che io, fin dall’altro secolo, sarei quella delle due cresciuta sul lato di babordo delle simpatie politiche. E non ho potuto non aggiungere, per quella mia mania di far quadrare i cerchi, che per me A. e B. hanno solo concordato una vecchia strategia: separare l’anima riformista da quella conservatrice, per poi riunirsi a elezioni avvenute, riportando in seno a un’unica destra i delusi di Grillo.

Meno male che io e lei abbiamo altri argomenti in comune su cui deviare le conversazioni. Questioni di vita, trattate in un linguaggio piano, materia fertile.

Tra i miei amici non ci sono molti letterati, alcuni non leggono né libri né giornali. Ce ne sono di quelli che a scuola dichiaravano di non interessarsi di politica, e su quella linea, poi, hanno proseguito. Credo, mi pare di capire dalle statistiche che circolano, che rappresentino la maggioranza degli italiani.

Ci sono rapporti di amicizia (a volte – ne conosco – anche relazioni sentimentali) che sanno prescindere dalle fedi, politiche o religiose. Legami che sostengono tra loro persone che, se non si conoscessero, incontrandosi su terreni favorevoli allo scontro, si sbranerebbero vive.

Si tratta comunque di punti a favore della speranza, isole solide sopra cui sostare a riprendere fiato prima di rituffarsi in mezzo ai flutti. Di questi tempi, ripeto, non è poco.

E se ho l’anima ormai forgiata per sempre da principi egualitari e da tutto ciò che un tempo poteva essere senza dubbio detto pensiero di sinistra, oggi non trovo alcuna forza politica a farmi da sponda. La stessa mescolanza che nella vita quotidiana spesso mi piace frequentare, che trovo vivifica e utile e piacevole, quella che è substrato indistinto e ineludibile della società italiana, in campo istituzionale non riesce a tradursi in spinta positiva per il cambiamento. La politica adotta sempre metodi da tifoserie calcistiche.

Ah, sì.

Io e la mia amica abbiamo fatto insieme il liceo classico. E quando penso a quegli anni riprendo a scrivere con un linguaggio quasi arcaico, definibile in ogni modo tranne che popolare. Forse indugio un po’ troppo nei luoghi comuni. È vero.

Ma ho con me l’antidoto, vado a spulciare il blog di Paolo Nori, scrittore che mi piace per la semplicità di pensiero e scrittura. Dal quale avrei tutto da imparare quanto a stile e concisione (ma non mi riesce, darò ancora la colpa alla facoltà di architettura).

Il 19 febbraio, ma pensa tu, Nori scriveva (“Un leggero senso di superiorità”):

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Nel libro di Claudio Giunta Una sterminata domenica, in un saggio che  si intitola «Una magnifica cosa pop: Radio Deejay dalle 9 alle 12» a un certo punto c’è scritto: «Un leggero senso di superiorità. Chi non lo ha avvertito, chi non lo avverte ogni volta che accende la radio? Tutti quei poveretti con il loro vocabolario di cento parole e la loro paratassi da scuola elementare che dicono cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri…». Ecco, quando ho letto quel passo qui (a pagina 103), ho pensato che io, quel leggero senso di superiorità non lo avverto e non l’ho avvertito perché il vocabolario di cento parole, la paratassi da scuola elementare e le cose banali o approssimative o assurde sull’attualità, la musica, i film, i libri sono i miei strumenti di lavoro, mi è venuto da pensare, o, meglio, togliendo di mezzo, per quanto è possibile, me stesso, sono gli strumenti di lavoro di Daniil Charms, ho pensato, o, in certe cose, di Georges Perec, e, in certe altre, di Samuel Beckett, per come li capisco io, e probabilmente li capisco male.

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Sciocca io che non guardo Sanremo e poi pretendo che i miei amici si convertano alla letteratura.

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Leggere pillole di Nori mi riappiana, e mi riporta un ricordo antico. Forse per la cadenza così riconoscibile, data la comune provenienza dall’Emilia Romagna. O forse perché parla di sua figlia come “la Battaglia”, mi fa tornare in mente Guareschi. Non quello di Don Camillo che faceva passare per scemo il babordista Peppone, ma quello dei libri che mi regalava mia mamma da ragazzina, in cui parlava della sua famiglia e chiamava la sua, di figlia, “la Pasionaria”.

Guareschi l’intellettuale di destra, fondatore del Candido e onorato degli insulti di Togliatti che, in risposta alla sua satira contro i trinariciuti, durante un comizio gli diede del “Tre volte idiota, moltiplicato tre!”.

Togliatti e non Alfano, alla faccia dei luoghi comuni.

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[Nota sul titolo: Avevo necessità di un concetto sintetico. “Randomize” è la versione Visual Basic del comando “Random”, che in informatica indica la produzione di un qualsiasi risultato dalla combinazione casuale di più fattori.]

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