Posts Tagged ‘Fumetto’

La formazione del rivoluzionario

28 ottobre 2014

Che meraviglia la nuova rubrica di Vibrisse curata da Matteo Bussola, La formazione della fumettista e del fumettista che prende il via oggi con un testo di Cristina Mormile. Mi ha fatto venire voglia di prendere su la tastiera e scriverne.

Non ho mai commentato i post su “La formazione della scrittrice e dello scrittore”, che pure leggo molto volentieri, non mi sento all’altezza: bazzico la scrittura restando sempre e solo ancora in prevalenza una lettrice. Ma questa volta è diverso, e non perché sia una disegnatrice di fumetti.

Ho appena regalato a un caro amico una quindicina di buste della spesa cariche di fumetti Marvel e DC Comics che furono acquistati da mio fratello quando era ancora studente (il più delle volte, immagino, coi soldi della cresta fatta alla spesa di mia nonna). Erano stati per anni accatastati sul pavimento di un box coperto da erbacce, in fondo al giardino di casa dei miei alla periferia di Roma. Un anno fa li avevo portati da me, sfilati dalle buste, ne avevo scollato le pagine, spolverati tutti a uno a uno e ri-infilati in nuove buste numerate. Accatastandoli nello spazio vuoto tra pianoforte e divano.

Volevo catalogarli e rivenderli, mio fratello ormai vive lontano e a me pareva un peccato buttarli. Quando però, dopo alcuni mesi di inerzia, la polvere ha ripreso il sopravvento, mi sono arresa all’evidenza di non avere abbastanza tempo e costanza per fare quello che mi ero prefissata. Buon per il mio caro amico, dalla natura insaziabile e generosa, anche quando veste soltanto i panni del divoratore di fumetti.

– Conservarli per leggerli, no?

Mi annoiano le saghe, i fantasy, figuriamoci le storie di supereroi. No, non li avrei tenuti comunque.

Comics d’infanzia a parte, sono cresciuta a pane e Moebius, Manara, Caza. In seguito conobbi Sienkiewicz, Miller e altri autori di affascinanti tavole straniate e psicotiche. Continuai a leggere fumetti in proporzione inversa al mio crescente avere a che fare col disegno (tecnico) e ho ripreso da poco, “costretta” da mio figlio, che ormai preferisce la lettura serale di strisce di Asterix e Topolino, a quella di libri densi di parole.

Non gli do mica torto. Io, che butto giù a tempo perso righe su righe su questo blog e altrove, riconosco al fumetto la stessa dignità del libro tutto scritto. Forse non sarà mai il mio genere prediletto, mi coinvolge troppo la buona scrittura, e poi da bambina lessi Poema a Fumetti di Dino Buzzati, scoperto in mezzo ai libri di mio padre e da allora, rispetto alle graphic novel, trovo che la preponderanza di immagini seducenti porti con sé troppe semplificazioni del testo scritto, invertendo di fatto l’importanza dei due media.

Ma, come Cristina Mormile, anche io avrei voluto fare il Liceo Artistico. Disegnavo benissimo, ero considerata un talento tra i compagni di classe. Durante elementari e medie distribuivo tavole con dediche e realizzavo disegni per supplire ai mancati compiti degli altri. Mio fratello idem. Lui, a dieci anni realizzava perfino esperimenti con la settima arte (insieme al compagno di scuola elementare, oggi divenuto tra l’altro un bravo fumettista, Stefano Piccoli), ma questa è un’altra storia.

Siamo stati bambini fortunati, perché sempre incoraggiati dai genitori a coltivare i nostri talenti. Ma, al dunque, abbiamo optato per scelte molto sensate: io il Liceo Classico e lui il Liceo Scientifico. Per queste scelte, e per quelle che ne sono derivate, oggi abbiamo costruito entrambi un presente che nulla ha più a che fare con le arti grafiche e viviamo entrambi routine quotidiane per quanto mi riguarda alienanti, che però garantiscono ai nostri figli un tetto sulla testa, cibo in tavola ogni giorno e l’opportunità di qualche sfizio.

I tempi sono cambiati. Cristina Mormile, con la sua testardaggine, ha realizzato ante-litteram quello che oggi sembra diventare sempre più un obbligo per i ragazzi che si affacciano al futuro. Le trasformazioni in atto impongono alti livelli di flessibilità mentale e grande fiducia in sé.

Tra i miei amici annovero artisti di strada e di palcoscenico, creativi nei campi delle lettere e del disegno, persone che in piena maturità hanno saputo reinventarsi vita e lavoro. Non sempre per necessità, sia chiaro. Quando ci incontriamo e parliamo insieme dei fatti e dei problemi piccoli e grandi che ci accomunano, colgo una differenza fondamentale tra noi: i miei amici governano il senso delle loro vite.

È dura mettere da parte le proprie abitudini mentali, come lo è arrendersi davanti all’evidenza che già oggi il “pezzo di carta” (Diploma o Laurea) non garantisca affatto il posto di lavoro. O tentare di rispondere alla domanda: Se tutti si avviano a vivere seguendo il proprio genio, a chi spetterà il compito di svolgere le umili mansioni quotidiane, i lavori più faticosi o ingrati, quelli senza i quali avverrebbe il blocco completo della nostra società? Ma confido che questa risposta la forniranno ben presto i diretti interessati.

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Logan LaPlante alla conferenza TED tenuta presso l’Università del Nevada

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La privacy di Tobin

12 febbraio 2014

(Ragionamento in forma di mesh up: “Il senso della privacy ai tempi di internet” di Jaron Lanier Vs. “La palma di Tobin” di O. Henry*)

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Quindi cercherò oltre, una volta finito “I Booddensbrook” mi infarinerò con uno spesso strato di filosofia zen, … non prima di aver familiarizzato con l’analisi bioenergetica di A. Lowen, W. Reich fino ad arrivare a Freud. Senza dimenticare di costruire solide basi di stoicismo e filosofia taoistica.(**)

Quindi cercherò oltre, una volta finito “I Booddensbrook” mi infarinerò con uno spesso strato di filosofia zen, … non prima di aver familiarizzato con l’analisi bioenergetica di A. Lowen, W. Reich fino ad arrivare a Freud. Senza dimenticare di costruire solide basi di stoicismo e filosofia taoistica.(**)

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Io con la testa ci sono e non ci sono.

«Che sia dannato» faccio a Tobin, «se riesco ad applicare il metodo scientifico a questa storia della privacy, ancora troppe incognite, malgrado Snowden e gli altri, proprio non ci riesco».

Noi due, Tobin e io, ce ne andammo a Coney, un giorno, e fra me e lui avevamo quattro dollari, e Tobin aveva bisogno di distrarsi. Per via di Katie Mahoner, la sua fidanzata, di County Sligo, che era scomparsa da che era partita per l’America tre mesi prima […]

«Fregatene,  ancora con questa fissazione con le prove provate. Apri la mente, se proprio non credi al soprannaturale, almeno segui qualche teoria, una filosofia, affidati all’introspezione, considera gli aneddoti… Uh… » E si interrompe con un sospiro penoso. È quasi impossibile cercare di distrarlo.

Davanti a un casotto di sei metri per otto, Tobin fa alt e gli occhi gli si fanno più umani.

«Qui,» dice «penso che mi divertirò. Mi farò investigare la mano dalla prodigiosa chiromante del Nilo, e vediamo se accadrà quel che deve accadere». […]

«Uomo,» dice madame Zozo «la linea della tua mano mostra […] che non sei arrivato a questo punto della vita senza malasorte. E dell’altra te ne toccherà. Il monte di Venere, o t’ha ammaccato una sassata?, dice che sei innamorato; la tua ragazza t’ha dato dei dispiaceri».

«Sta parlando di Katie Mahoner » mi sussurra Tobin a gran voce.

«Vedo,» dice la chiromante, «dolore e tribolazioni per colpa di una che non puoi dimenticare. Vedo che le linee indicano nel tuo nome le lettere K e M ».

«Hai sentito?» mi dice Tobin.

«Fa’ attenzione» continua la chiromante «ad un certo uomo nero e a una donna bionda; che te ne verranno guai. Presto farai un viaggio per acqua e subirai un danno finanziario. Vedo una linea che ti porta buona sorte. Un uomo entrerà nella tua vita per portarvi la fortuna: lo riconoscerai dal naso arcuato».

«C’è anche il nome?» […]

La chiromante guardò la mano, pensosa. «Qui il nome non c’è, però le linee dicono che è un nome lungo, e dovrebbe esserci la lettera ʽoʼ […]»

M.me Zozo, lei per esempio, ha usato l’intuizione umana per dedurre i fatti di Tobin e predire le sue mosse, non disponeva certo di un dossier su di lui, non lo aveva mai visto prima. Né può contare, non essendo né ricca, né potente, su sistemi statistici basati sui Big Data.

Il suo mestiere sfrutta quelli come Tobin, disposti a cedere notizie di sé in cambio di vantaggi effimeri, percepiti come più importanti di quanto non sia il loro valore reale.

D’altro canto, non c’è storia: gli studi mettono i fatti dalla parte di Madame Zozo. Altro che il “precrime” di Minority Report che viene sbandierato come già possibile.

Lei fa come il T9: completa i frammenti di informazione carpiti ai clienti, usando come database l’esperienza unita al ragionamento umano, per il momento molto più efficace di qualsiasi algoritmo.

Visto che, più che l’accesso alle informazioni, conta la potenza di calcolo, la chiromante del Nilo è la prova vivente che i sistemi di sicurezza nazionale sono ben lontani dall’anticipare i crimini.

E la fiducia propagandata con la terminologia da “divinità onnisciente”, può fare grossi danni.

Come le assicurazioni sanitarie USA, che dopo aver evitato i clienti più a rischio con complessi calcoli statistici applicati a enormi quantità di informazioni sugli ignari richiedenti, da quella stessa complessità sono stati travolti, per non aver saputo gestirla.

Ma niente in confronto alla nostra grande recessione, l’esempio più lampante. Persone ridotte a modelli e bersagli per la pubblicità di mutui e crediti, e automatismi degni della fantasia di Dick: così la finanza incompetente ha fottuto sé stessa e il resto del pianeta.

Pensate che la gente abbia capito?

Il mio amico Tobin, oltre che senza soldi, è ancora per la condivisione estrema, un sogno egualitario che non prevede rendite di posizione. Infatti dà subito una prova di condivisione di botte.

Mentre ci schiacciamo per infilarci sul traghetto, un negro pianta il suo sigaro nell’orecchio di Tobin, e ci sono complicazioni […]

Un occhio nero a testa, e ciascuno se ne va contento. Anche io ho sempre avuto il mito della condivisione gratuita, ma ormai ho letto troppo, e non è più così.

Se gli smanettoni e i cyberattivisti, così come i social network, predicano la condivisione ma poi bloccano la libera circolazione delle informazioni su sé stessi, vorrà dire qualcosa.

Sul traghetto di ritorno, quando c’è l’uomo che grida «Chi vuole il cameriere?» Tobin vuol dichiararsi colpevole, muore dalla voglia di soffiar via la schiuma da un boccale di birra ma, quando si fruga in tasca, si trova assolto per insufficienza di prove. […]

Su un sedile, appoggiata alla ringhiera, stava una giovane donna con completo per automobile rosso e capelli color ambra immacolata. Passandole accanto Tobin, senza intenzione, l’urta col piede, e […] mentre si scusa ceca di far la mossa col cappello. Ma gli dà una botta, e il vento se lo porta via, in mare. […]

Ecco, Tobin mi prende per un braccio, e dice, eccitato: «Jawn,» dice «Sai che stiamo facendo? Stiamo facendo un viaggio per acqua». […]

«Ascolta,» dice Tobin «non hai orecchie per il dono della profezia o i miracoli degli ispirati. […] Sta accadendo tutto, davanti ai nostri occhi. “Attenzione” dice “all’uomo nero e alla donna bionda. Ti daranno dei guai”. […] E dov’è finito il dollaro e sessantacinque che avevo nel cappotto dopo il tiro a segno?»

Al modo come la metteva Tobin, sembrava corroborare l’arte della predizione, sebbene a me sembrasse che accidenti di quella sorta a Coney potevano capitare a chiunque, senza che c’entrasse la chiromanzia. […]

All’angolo di una strada, sotto un lampione a gas, intento a guardare la luna sulla sopraelevata, c’era un uomo. Un tipo lungo, ben vestito, col naso che andava su e giù due volte, dal principio alla fine, come un serpente. […]

«Buona notte a voi, signore» disse Tobin all’uomo. Quello si toglie il sigaro di bocca e ricambia i saluti, tutto socievole.

«Vorreste dirci un po’ il vostro nome,» dice Tobin «per vedere quanto è lungo? Può darsi che sia nostro dovere fare la vostra conoscenza».

«Il mio nome» dice l’uomo, cortese «è Friedenhausman, Maximus G. Friedenhausman».

«La lunghezza è quella giusta» dice Tobin. «Lo scrivete con una ʽoʼ ?» […]

Appunto.

Chi raccoglie ed è in grado di manipolare i dati personali  ha in mano una leva del potere, legittimata dalla ignoranza di chi, come il mio amico Tobin, concede i propri dati personali. Che equivalgono a beni, con un valore monetizzabile, in teoria.

Qualcuno dice che, per non rinunciare alla libera circolazione, basterebbe utilizzare reti più piccole, autogestite e svincolate dai sistemi di trasporto dati planetari. Ma è un’autarchia che mi sembra impraticabile su vasta scala. E poi, qual è la libertà nel ghetto?

C’è anche chi sostiene che, se l’accesso a pagamento ai dati personali venisse istituzionalizzata, renderebbe più equa la distribuzione della ricchezza e meno incontrollabili i risultati delle speculazioni.

Immagino la conversazione con Madame Zozo:

«Mi direbbe se per caso soffre per amore?»

«Glielo dico per cinquanta dollari.»

«Oh, beh, probabilmente oggi pioverà. Rischia di bagnarsi, si ricordi di prendere l’ombrello. Mi deve 50 cents».

Eppure, mi domando: se uno squattrinato come Tobin sarebbe disponibile a farsi pagare, sarebbe altrettanto disposto a rinunciare alle proprie illusioni? E come convincere i colossi della rete, o i manipolatori dell’alta finanza ad accettare passivamente una così devastante restrizione del proprio campo d’azione? Senza una vera spinta popolare, che contrasti l’influenza delle lobbies sulle istituzioni, anche questo scenario non mi sembra realistico. Mi scoppia la testa, non se ne esce proprio.

«Bene, voi due,» dice l’uomo col naso, guardando in su e in giù se per caso ci fosse una guardia «Ho goduto immensamente della vostra compagnia. Buona notte». […]

«Ascoltate, uomo,» dico io «[…] cercate di capire la mia posizione in questo pasticcio. Secondo le mie idee, io sono amico del mio amico Tobin. È facile essere amico dei fortunati, perché rende; non è difficile essere amico dei poveri perché quelli vi gonfiano di gratitudine come un pallone, e poi ti fai fare il ritratto davanti al povero abituro con un secchio di carbone ed un orfano per mano. Ma mette a dura prova l’arte dell’amicizia far da amico ad uno sciocco nato. Ed è quello che sto facendo […] ed io lo assisterò nell’esperimento finché non si sarà persuaso che da voi non c’è da ricavare proprio niente». […]

Perché, alla fin fine, il punto è questo. Io sono disposto a credere alle favole, alle credenze, alle dicerie, alle deduzioni illogiche, se può tornare utile. Un vero amico è quello che ti segue anche dietro il sipario dell’assurdo, sapendo che, al termine del viaggio, lo attenderà comunque una delusione. Perché vorrà essere con lui per sostenerlo.

«Dovete sapere» dice l’uomo del destino «che il mio lavoro è di tipo letterario. Io vado in giro di notte cercando estrosità tra le folle e verità nei cieli.» […]

E poi l’uomo dice che deve andare a casa, e ci dice di accompagnarlo. […]

Io con la testa ci sono e non ci sono. Quasi direi a Tobin di girare i tacchi e andarci a bere qualcosa da soli. Ma lo vedo così determinato, immagino l’impatto dello smacco che sta per subire. L’uomo riprende, dopo una breve passeggiata in nostra compagnia:

«Vi prego di entrare nella stanza dell’interrato dove possiamo pranzare e partecipare a un conveniente rinfresco […] scendete questi gradini, […] io intanto entrerò dalla porta di sopra, e verrò ad aprirvi. Dirò alla nuova ragazza che abbiamo in cucina» dice «di farvi un bricco di caffè prima che ve ne andiate. Per essere arrivata tre mesi fa dall’isola, Katie Mahorner fa proprio un buon caffè. Entrate,» dice l’uomo «la mando subito da voi».

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*) Estratti dal racconto “La palma di Tobin” in O. Henry, “Memorie di un cane giallo e altri racconti” A cura di Giorgio Manganelli – Piccola Biblioteca Adelphi, 1980

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**) Illustrazione e citazione tratte dalla graphic novel di Alice Socal “Luke. Anche i cattivi invecchiano”  – Giuda edizioni. Una bella recensione si può leggere QUI.

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Devi Dormire – Quattro storie che

17 novembre 2012

[segue]

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(un post per sonni sereni)

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Uno

– Mi racconti l’Uomo ragno?

– Va bene.

Ti racconterò di quella volta

Che sviluppò il “Senso di ragno”.

Quando Peter Parker

Fu morso dal ragno mutante

Subito si presentò

Il Senso di ragno.

– Che cos’è il Senso di ragno?

Il Senso di ragno è come

Una telefonata:

“Pronto?”

“Sì, sono l’Uomo Ragno, chi parla?”

“Ciao Uomo ragno,

Sono…

Il Senso di ragno!”

“Ah, ciao, Senso di ragno. Cosa volevi dirmi?”

“Niente. Volevo avvertirti

Che sta per avvenire un’esplosione”

“Oh! Dai! Dove?”

“Proprio qui, nei tuoi pressi.”

“Qui? Qui dove? Oh!”

“Mmm… alla tua destra.

Presto, spostati!”

“Sì, mi sposto subito a sinistra!

Grazie, Senso di ragn…”

<KABOOOWW!>

“Ma… come, tu mi avevi detto

Che l’esplosione sarebbe stata a destra

E invece, ahia, è avvenuta a sinistra!”

“Ah, scusa.”

“Scusa cosa? Guarda che mi hai combinato!

Dovrò farmi cucire una nuova

Tutina di ragno da Zia May!”

“E scusami, ti ho detto, su.

Quanto la fai lunga.

È che io, sai,

Come un po’ tutti,

Non mi oriento bene.

Confondo la destra con la sinistra.”

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Due

– Ancora.

Mi racconti ancora del Senso di ragno?

– Va bene.

Quella volta che l’Uomo ragno

Fu morso dal ragno mutante

Sviluppò il Senso di ragno.

– Che cos’è il Senso di ragno?

– Il Senso di ragno è

Come una telefonata:

“Pronto, parlo con l’Uomo ragno?”

“Sì. Chi è?”

“Sono io, il Senso di ragno.”

“Ciao Senso di ragno. Che mi dici?”

“Crollano i titoli Treccani.”

“Come sarebbe??

Ma che significa?”

“Guarda,

praticamente, no?,

avevo allungato la mano

in alto

sulla mensola,

perché stavo cercando il ferro.”

“Quale ferro?”

“Il ferro da stiro.”

“Eeh?”

“Eh. Poi ti spiego, perché

È un’altra storia.

Intanto però

Dovresti

Allontanarti, sai?”

“Ah, disgraziato! Ora ho capito!”

<TRACRATASTONFCAPUMBUMPUMUMPUMPPUMPUMP!>

“Scommetto che sotto il militare sei stato Carabiniere”.

.

Tre

– Ancora! Ancora! Ancora!

– E va beene.

Un giorno l’Uomo ragno venne punto

Dal terribile morso del ragno mutante.

E sviluppò…?

– Il Senso di ragno.

– Esatto.

E cos’era il Senso di ragno?

– Booh?

– Il Senso di ragno era

Una specie di telefonata:

“Pronto?”

“Pronto signo’.”

“Chi è?”

“Sono io

Il Senso di ragno.”

“Ah, sei tu. Che c’è stavolta?”

“Signo’.”

“Eeeh! Che perditempo! Dimmi, allora, parla!

Che tra poco inizia la partita.”

“Sì Signò. Volevo sapere

Se qualche volta,

Magari, tanto per cambiare,

Potevo stirare qualcosa.”

“Eeeh?”

“Stirare, sì. Chessò:

Camice, pantaloni, ragnatele.

“…Tovaglie?”

“No, tovaglie e lenzuoli no, Signò.

Troppo pesante.”

“Uhm. Affare fatto.”

“Grazie, grazie!

Adesso però usciamo,

Stiamo sempre chiusi in casa.

Non andiamo mai

Da nessuna parte.

Ti porto a vedere la partita

Al bar dell’angolo.”

“Buona idea, sai? Dove ti raggiungo?”

“Sono qui, in strada, Signò,

Affacciati alla finestra

Che mi vedi.”

“Aspetta… Eccomi.

Ma dove sei?”

“Signooo’! Yu-huu! Sono qui!”

“Ah, sì, ti vedo.”

“A proposito, signò,…”

<SSSSHHHHWWAAAAAAARMMMMMMFFFFRRRIIIIGGGGGGSSSSSssssssss…>

“Sei licenziato.”

“…Il meteorite. Stavo per dire. Quello.

Scusa Signo’. Ma tu

Non mi facevi parlare.

Che puzza di bruciato.”

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Quattro

 – Un altra!

– No, ora dormi.

– Ancooora!

– Uff. L’ultima?

– Occhei.

– Allora,

Una volta l’Uomo Ragno

Subì il morso dal terribile

Ragno mutante

EsviluppòilSensodiragno.

– E che cos’era

Il Senso di ragno?

– Il Senso di ragno

Era una specie…

– Di telefonata.

– Giusto!

“Senso di ragno!

Pronto! Senso di ragno!

Sempre tra i piedi e però

Mai una volta che sia alla portata

Quando serve”

“Signò. Sono qui, stavo stirando.”

“E tu chi ç@##° sei?”

“Sono Ramsete, signo’.

Il cugino di Senso di ragno”

“Ramsete. Benissimo, Ramsete,

E che caspiterina ci fai qui, Ramsete?

Dov’è Senso di ragno?”

“Senso di ragno licenziato ieri, Signo’.

Non ricordi?”

“Ah, è vero.”

“Ho preso il suo posto.”

“Tanto è lo stesso.

Ma io dico: in famiglia

Vi somigliate tutti?

Non siete connessi H24?

Non avete sentito le ultime notizie?

Non lo sapete che

L’Iran ha lanciato da poco

Un potentissimo

Missile nucleare

Diretto proprio verso

Un punto imprecisato

Di questo nostro

Grande, mitico,

Glorioso, inespugnabile

Paese?

Non lo sapete che

È vostro indiscutibile

Imprescindibile

Inoppugnabile

Inderogabile

Dovere

Tenermi al corrente

In tempo reale

Di quello che accade nel mondo?

Eeeeeeh?! Rispondi!”

“Non lo sapevo, no.”

“Seh, vabbé.

“E adesso che facciamo?”

“Signo’,

Per non saper né leggere né scrivere,

Direi che non sia il caso

<ZWISCHHH…>

Prima del volo

Dalla finestra aperta

Di lanciare ragnatele

Contro il muro,

Onde trovare un appiglio

Che consenta il mirabile salto

Nel vuoto sul Corso

Di gente affollato

Di macchine

Tutto ingolfato

Ma guarda:

C’è pure un prelato

Che medita accanto

A un pelato, che…”

“AAAaaaarrghhhhh….! SPLLACCCICK’”

                                     “Oooooh!!!” (la folla)

“Perché, Signo’…

Signo’,

mi seenteee?

Volevo avvertire

Che prima

Avevo passato

Una mano di pittura

Alle pareti, capito Signo’?

Uno spatolato lucido,

Un bistro che sfuma in pervinca,

Comunque, Signo’:

Vernice ancora fresca.

Ecco perché…

Le ragnatele

…Signo’?”

.

[continua]

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Roxy Music – Out of the blue


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