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Quello che i giornalisti vogliono

4 aprile 2014

E quanto me ne importa.

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Stamattina mi sentivo giù. Mi basta poco, in genere, così come mi basta poco anche per esaltarmi. Ma oggi, con questo tempo ballerino, e poi sono una donna, e poi ancora avevo una cosa qui che mi rodeva per un fatto contingente, di esaltazione oggi, beh, nemmeno l’ombra.
Il punto è che a volte mi annichilisce la consapevolezza della vacuità del tutto, o forse mi piacerebbe solo non percepirmi una di tanti.
Mi rifletto in una vetrina e mi sorprendo migliore del numero progressivo che la società mi appioppa. Ah, se gli altri mi vedessero come mi vedo io.
Quando sono vagamente depressa divento un po’ Tafazzi, vado a cercarmi rogne, come si dice a Roma, che dopo mi compiango meglio.
Avevo colto un titolo che pareva foriero di tremenda indignazione, l’ho seguito fino a un articolo di Luca Mastrantonio sul Corsera che impallinava i politici che strizzano l’occhio ai riti populisti, come quello dei selfie sparati a ripetizione sui social network. Perché chi lo fa cerca di dimostrare

a) di esistere
b) di avere il pollice opponibile, unico requisito evolutivo richiesto
c) di essere importante — vale per le persone comuni —, perché qualcuno ti sta fotografando, anche se è un autoscatto
d) di essere come tutti — questo vale per le persone importanti —, perché ti fai fotografare con chiunque.
Risultato? Una sbronza globale di narcisismo e demagogia.

Per superare l’onta sono andata in palestra dove l’allenatore ha osservato: “Anvedi che figurino me stai a mette su, France’” e a me m’è ripartito l’up, tanto che mi sono guardata bene allo specchio e ho pensato: non sfigurerei in un selfie.
Questo degli autoscatti è un tema inevitabile.
Ecco che Floris e Severgnini presentano i loro libri a Otto e mezzo. Apprendo quindi che, anche se questo tempo richiede di essere veloci, per i politici (ma sì, oggi tutto è veloce, perché non la politica? Buttiamola in battuta, così non mortifichiamo nessuno: noi cambiamo quattro ministri intanto che in Inghilterra ne è in carica uno solo, pappappero) è importante non disabituarsi all’esercizio di qualità più durature.
La resilienza, ad esempio. Una parola in apparenza goffa, ma invece tanto italiana. Che significa elasticità, capacità di tornare allo stato originale dopo un trauma. che esprime l’eroismo quotidiano, la poesia nelle cose che fanno le persone che hanno una vita veramente difficile. Bisogna essere orgogliosi di essere normali (e intanto si noti bene che resilienza è anche una parola molto in voga tra i pediatri).
Ammetto di essermi distratta, dei tanti nessi che non ho capito c’è quello tra il narcisismo dei politici e questa conclusione: La generazione che è stata adolescente negli anni Ottanta è stata l’ultima a guardare con ottimismo al futuro. E il periodo attuale è simile agli Ottanta perché si sta assistendo al crollo di una certa classe dirigente, ma oggi noi (noi generazione, non tanto la politica) abbiamo l’obbligo di restituire alle nuove leve ciò che abbiamo loro sottratto.
Dobbiamo restituire loro l’ottimismo, quindi, ma non prima di aver ispirato i politici con con la nostra resilienza, col nostro orgoglio scopertamente infantile per tutta la nostra sfiga.
Che simpatica demagogia di ritorno quella di certi giornalisti.
Potrei provare a leggere i due libri, perché no. Ma mentre lo sto pensando mi assale uno squadrone di sbadigli, e sono botte.
Meno male che, a seguire, Crozza fa travestire Berlusconi da Regina d’Inghilterra.
È sera ormai, sono tornata su. Quando mi sento così, pigio sull’acceleratore e faccio anche cose turpi, ma nella media. Non sono in politica, quindi non esprimo populismo o demagogia, bensì mi viene facile immergermi nei riti popolo, contentarmi delle piccole gioie riservate al demos.

Crozza mi ha ispirato, non ci penso due volte: mi faccio un autoscatto mascherata.
Anvedi che figurino. Adesso posso anche dispensarla qualche lezione di ottimismo.

mascherina

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Pretendere la verità

27 febbraio 2014

Un deja vu che non vorrei avere più

 

Ieri dal Giornale Radio Rai ho ascoltato:
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“Lo sblocco delle adozioni dalla Bielorussia, congelate da diversi anni, è stato annunciato dal Ministro degli Esteri, Federica Mogherini. La questione era stata portata all’attenzione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano su sollecitazione delle famiglie, con cui la Farnesina si è tenuta costantemente in contatto.”
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Deja vu.
Tuffo al cuore e salto indietro nel tempo.
Ho pensato: “è la notizia della prosecuzione di uno stillicidio, non, come può sembrare, di un trionfo della diplomazia, né una soluzione definitiva a quei casi di accoglienza di “Bambini di Chernobyl” che sfociano in richieste di adozione da parte DEI BAMBINI senza genitori” (ci sono casi diversi, non ne parlo qui per semplicità).
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Vorrei sapere chi ha passato le informazioni ai giornalisti di Repubblica, del Fatto Quotidiano e di Avvenire* (altri quotidiani non ne ho voluti leggere).
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Per amor di verità:
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1) Le adozioni non erano bloccate da “soli” otto anni, ma da quasi dieci. Ovvero, dal discorso del presidente Lukaschenko dell’ottobre 2004 (io c’ero, ero in Bielorussia, a trovare la mie future figlie) che vietava a tempo indeterminato adozioni internazionali e soggiorni terapeutici per il risanamento da Chernobyl nei paesi occidentali.
I soggiorni terapeutici però sono ripresi quasi subito, le adozioni sono rimaste bloccate fino alla stipula del primo protocollo bilaterale, frutto della pressione disperata degli aspiranti genitori dei bambini coinvolti nel blocco.
La riapertura formale c’è poi stata, ma solo per tranche di bambini autorizzati di volta in volta, dal 2009. Ovvero dalla temporanea decadenza del divieto di mettere piede sul suolo dell’UE riferita al Presidente e ai principali esponenti governativi bielorussi.
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2) La scelta scellerata della coppia di Cogoleto, nel 2006, ha soltanto rallentato le adozioni. E ha causato molta inutile sofferenza aggiuntiva. Trovo fuori luogo (e ritorno a chiedermi chi ha dato le stesse -erronee- informazioni a diversi giornalisti, quando esistono fior di rassegne stampa sull’argomento, basta cercare) ripescare quella vicenda che ha dilaniato il movimento degli adottanti dall’interno e reso più difficile tutta la strada percorsa successivamente.
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3) Mi sembra più che evidente, anche senza conoscere i dettagli, che questo recentissimo governo non ha alcun merito in relazione alla vicenda, se non quello di aver apposto una firma su un documento che sancisce la fine di un incubo per una certa quantità di bambini e ragazzi e delle loro famiglie.
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4) I numeri delle adozioni che si leggono su Avvenire sono parziali, ed è strano perché uno dei nostri principali interlocutori, oltre alla Farnesina e alla Presidenza del Consiglio, fu il Vaticano. Il lavoro congiunto delle famiglie del Coordinamento e queste istituzioni permisero, tra il 2009 e il 2012 l’adozione di centinaia minori bielorussi da parte di coppie italiane.
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L’adozione, nel nostro caso, è stato un processo durato sette anni e mezzo, e si è conclusa nel 2011. Non so come sia possibile, ma le mie ragazze hanno risentito molto poco dei danni di questa situazione. Non è stato così, purtroppo, per la stragrande maggioranza di quei bambini che nel 2004 avevano dai sette ai tredici anni, fate voi i calcoli e provate a immaginare.
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A causa di cattive informazioni come quelle date dai quotidiani citati, si diffonde l’ignoranza. Trovo nei commenti e in giro nei forum dichiarazioni prive di qualsiasi appiglio con la realtà dei fatti. Per tacere di chi parla tanto per parlare anche se non ha nessuna voce in capitolo per farlo, né interesse diretto.
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Prima di formarvi un’opinione, pretendete sempre la verità dalle notizie che vi vengono date in pasto.

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http://www.repubblica.it/solidarieta/diritti-umani/2014/02/26/news/bielorussia-79722753/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/26/adozioni-dalla-bielorussia-sbloccate-lannuncio-del-ministro-mogherini/895599/#disqus_thread

http://www.avvenire.it/famiglia/Pagine/bielorussia-sbloccate-le-adozioni.aspx


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