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Dicotomia n. 9 – Metereologia: Neve/Sole

30 marzo 2018

Il post originale è apparso su Cartaresistente il 29 marzo 2013

 

Come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. (Khalil Gibran, Il Profeta, 1923)

Silenziosa. Effimera. Crepitante al tatto. Equivalente a tonnellate di acqua dell’oceano, se accumulata a strati sulla testa. Ma solo se stai ferma e immobile. E, se fai raffreddare il corpo spegnendo a uno a uno tutti i processi metabolici. Si impiega tempo a morire soffocati nella neve. Intanto, puoi pensare alla vita breve dei cristalli. Ce n’è di tutti i tipi. La luce fioca del lampione a qualche metro da te li rende simili a meteore, luci biancastre a sciami che attraversano il tuo campo visivo solo per pochi istanti. Per individuarli puoi fissare un punto da vicino, metti questo cestino per l’immondizia in ghisa, che è ancora poco coperto. Ecco, concentrando lo sguardo in un solo punto, puoi provare a distinguere forma da forma. Fiocchi di neve. Impalpabili e precari. Il tempo di toccare una superficie solida e già iniziano a sparire,  annichilendosi nel colore dello sfondo. La notte è lunga, non sai quanto ci vorrà. Le ciglia sono già pesanti, inizia a formarsi un bordo che presto si fletterà in basso, impedendoti di guardare oltre. E questo è ciò che accade in breve. Rimane il pensiero a farti compagnia, mentre attendi che si spenga pure quello. E sarà a causa del peso, del freddo, oppure del fiato che verrà a mancare? Forse un costone misto di neve e ghiaccio si staccherà dalla montagna alle tue spalle e ti travolgerà a sorpresa, senza lasciarti il tempo di capire? Oh, magari fosse, ti dici, spegnendo qualche settore del corpo rimasto ancora acceso. In questa distesa desolata, nella notte che avanza, una valanga sarebbe una soluzione accettabile. Ti colpirebbe… “Presa!” Avverti un dolore lancinante a orecchio e guancia destra, all’improvviso. Da dove è sbucato quell’impiastro? Ma sono due, tre, ti guardi attorno e scopri di essere circondata da bambini. Tirano palle di neve, e ti hanno scelto come bersaglio. La cosa è inaccettabile, scombina tutti i tuoi piani. La cosa è insostenibile, smuovi le gambe e le braccia intorpidite. La cosa è intollerabile, e merita vendetta. La neve è forte e dura, se ben pressata e lanciata con la giusta forza. Intorno sibilano palle ben pasciute, non puoi evitare di rispondere. Ti surriscaldi in fretta, ripetendo forsennata i gesti del gioco. Ansimi e ridi, la neve ti si squaglia sui capelli, bagna i vestiti, già zuppi di sudore dall’interno. La neve si sporca, diventa marrone e grigia. La scopri amica, e sembra che ti stia dicendo “Vedi, io stasera avevo in mente di divertirci un po’”.

Sotto il sole, apparso dopo un periodo di maltempo, neve compresa, il pensiero corre alle emozioni dei periodi di vita più intensi in cui si finisce di rilassarsi e si è più attenti al dire e al fare. Con il corpo al sole si entra in uno stato d’animo diverso che suggerisce: evitare distrazioni, grazie! Facile in questo stato d’animo immaginare avventure per evadere da schemi protettivi adottati per l’inverno. Già al primo caldo sole dell’anno pensi a certi luoghi che conosci e puoi raggiungere, una strategia piuttosto elementare per contrastare il freddo che fino a ieri ti ha circondato. Le atmosfere soleggiate conciliano le riflessioni d’istinto, ritorniamo all’uomo-animale spogliato di tutta la sua immagine pre-costituita. Inoltre, gli stati mentali influenzati dal sole sembrano attaccarsi in modo positivo gli uni agli altri in un continuum imprevisto ma logico: scambiare informazioni non verbali, è il corpo che parla. Il sole è anche un Dio collerico sempre più Dio e sempre più collerico e vicino alla nostra atmosfera, forse per questo la sua immagine ha attraversato le epoche, religioni, mondi e culture, riti, miti e arti che ci hanno lasciato manufatti di una straordinaria lucentezza. Il sole è anche sintesi, luce naturale, splendore, regalità, scioglie le nostre paure ancestrali irradiando sicurezza e restare nella sua primordiale dialettica ci rende oltretutto sinceri, trasparenti e se vogliamo, unici! Essere o sentirsi nel sole è alla fine essere o sentirsi nell’energia, investiti, quasi trapassati di positività, niente a che vedere con la poesia della neve che cade. Nessuna lentezza, incertezza, sbavatura, nessun “amour faible” ma “amour fou”, nessuna arroganza ma molta concretezza. Fuori dal “credo” e dai colori dell’energia si entra nel siderale dove i pensieri si spengono, l’aria non esiste e si resta a guardare un Pianeta infuocato, infuocato tanto per noi terrestri che in forma ellittica ci giriamo attorno in moto perpetuo tra: giorno e notte; stagioni e umori; sonno veglia; positività negatività. Forse proprio per essere un “forgiatore” dell’umano carattere il sole resta un elemento essenziale per vivere, crescere con una certa energia in corpo e per fortuna si spegnerà quando non ci saremo più. Non è un amico, anzi devi avere timore di cos’è, della forza che ha e devi stare attento quando ti suggerisce: “Vedi, io oggi avevo in mente di divertirci un po’”.

Francesca Perinelli e Davide Lorenzon – Dicotomie resistenti n. 9
Disegno di Fabio Visintin

Un’offerta speciale – QUATTRO

29 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[TRE – Leggi dall’inizio]

Barbagianni

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QUATTRO

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Di giorno, nulla faceva pensare che quell’uomo che, parlando, lasciava un fondo liquido dentro le forme vuote delle sue parole, covasse tanta angoscia vedendo approssimarsi le ombre del crepuscolo. Ogni tramonto d’oro lo convinceva a distogliere lo sguardo.

La terza volta, davanti a un cielo che negava il travaso delle ore virando con indifferenza dal grigio scuro al nero, voltò la schiena alla finestra aperta, mise su il soprabito e si incamminò in strada a occhi bassi, la schiena appesantita dal magone. Quando la sua testa si abbassò sul cuscino, sapeva già quale notte sarebbe andato ad abitare.

Stavolta la neve scendeva grave e abbondante come solo a quelle latitudini accade. La sera si accendeva della luce giallastra dei lampioni, che i grossi fiocchi provvedevano a distribuire, piccoli fuochi pallidi, in ogni direzione.

Cesar scivolò fuori dalle mura e andò ad avventurarsi sul solito percorso. Aveva sciolto dal vincolo i gorilla, e, addentratosi nel bosco, si era recato ai margini di una vasta area militare, estesa fino al confine orientale del Paese. La sua era un’abitudine recente, una fuga istituzionalizzata. Qualcosa che creava un momentaneo stallo nel disagio. Il tempo si cristallizzava come i fiocchi pressati che schiacciava col suo peso.

Avanzava per ore respirando e pensando, più spesso a torcia spenta. Trascorreva così gran parte della notte ma invece di stancarsi, una volta rientrato, cadeva in un sonno facile e pesante, sufficiente ad affrontare il giorno.

Il vento era rinforzato e sferzava la sommità delle betulle, creando fantasie improvvise di luci vorticanti e puntiformi.

Aveva già percorso a passi larghi un lungo tratto del sentiero conosciuto e, mentre osservava a naso in su il volo di un barbagianni oltre le cime, gli si piazzò di fronte un’ombra che gli sbarrò il cammino.

L’ombra gli puntò una luce intensa a poca distanza dal viso e disse, con voce giovanile e fioca:

– Chi sei? Che ci fai qui?

Capì che non lo aveva riconosciuto e gli scappò un sorriso ironico. L’altro si innervosì.

– Parla subito o, cazzo, o io ti…

– Tranquillo, tranquillo, sto solo facendo una passeggiata.

Senza riflettori addosso e il suo consueto abbigliamento era un gigante goffo perduto nella tormenta. Tentò un gioco rischioso, fingendosi una nullità e trattenendosi a dialogare con l’altro. E accadde l’insperato.

A poca distanza, in un punto particolarmente denso della macchia, stava montata una tenda da campeggio, debolmente illuminata dall’interno. Un altro giovane era di guardia all’accesso e, riconosciuto l’amico, si fece da parte per lasciarli entrare.

Cesar fece la conoscenza con una decina di ragazzi sui vent’anni che, dopo una comprensibile iniziale diffidenza, complice anche qualche sorsata di vodka e l’aria mite del nuovo arrivato, decisero di fargli posto nelle discussioni.

Per poco non gli andò di traverso la vodka che si passava in circolo con gli altri, quando si rese conto di trovarsi in mezzo a un ritrovo del gruppo clandestino su cui riceveva corposi dossier dai Servizi e intorno al quale venivano svolte riunioni dell’Esecutivo non meno che settimanali. Stavano scegliendo modi e tempi nientemeno che di una rivoluzione. Sarebbe stato facile per lui segnare un punto facile come quello e dare una svolta decisiva alla propria carriera. Ma non lo fece.

Quell’incontro si ripeté notte per notte. Le guardie del corpo, elementi estranei a lui e sicuramente controllati dal Presidente, non avendo visto nulla, non potevano nemmeno sospettare.

In breve entrò con mano pesante nel vivo delle scelte, poteva fare molto per la causa, e uscì allo scoperto denunciando la sua vera identità.

La rabbia dei cospiratori lo tenne lontano dal bosco per un paio di notti, quindi lo riammisero tra loro. Si erano convinti che la persona che avevano davanti era qualcuno che avrebbe avuto tutto da perdere dall’immischiarsi nel loro complotto. Il suo sguardo, i modi, la voce, ormai tutto rivelava, meglio di qualsiasi dichiarazione, la sua vera natura.

Privilegi e vantaggi dovevano compensare tutte le volte che il Presidente gli imponeva di prendere determinate decisioni, ma le crepe nelle sue certezze, col tempo, avevano scavato una voragine.

La questione che più gli rimordeva la coscienza era quella della pena capitale. Riceveva centinaia di richieste, da dentro e fuori del Paese, sulle richieste di clemenza da far approvare al Capo. A volte, questi sembrava cedere alle pressioni e emanava decreti che risparmiavano qualche condannato, relegandolo al carcere a vita.

In realtà, era lui in prima persona il custode di un elenco di potenziali beneficiari, in virtù dell’interesse spesso più mediatico che umanitario che in tali gesti di clemenza riponevano diverse potenze straniere. Patteggiamenti tra le diplomazie erano all’ordine del giorno. In ballo, come esito più ambito, l’abolizione definitiva della pena di morte. Quel lavorio passava rigorosamente sotto silenzio stampa, trattandosi di lunghe e delicate contrattazioni, costantemente influenzate dalla mutevolezza del quadro politico ed economico internazionale.

Ogni volta che veniva raggiunto un accordo, spettava a lui annunciarne l’esito, favorevole ad un singolo o ad un gruppo di condannati. In quelle occasioni, l’opinione pubblica internazionale si spaccava.

I più inneggiavano alla ritrovata magnanimità del Presidente, ad un presunto scatto etico in avanti dell’intera nazione, alla certezza del prossimo riavvicinamento di questa all’asse costituito dalle nazioni egemoni del pianeta.

Pochi, invece erano quelli che, molto realisticamente, riconoscevano la natura ambigua dei provvedimenti e sapevano riconoscere la marchetta pagata al resto del mondo, che non spostava di una virgola la strategia di negazione sistematica dei più elementari diritti della popolazione. E che vedevano, nel ripetersi di questi fatti, la consacrazione della propria nazione a ingranaggio di un meccanismo di scambio tra gli Stati, portandola a contribuire pesantemente alla vertiginosa caduta morale dell’umanità intera.

Ora che per Cesar si era accesa una luce al termine del suo vicolo cieco, decise che avrebbe cercato di sobillare certi generali, dei quali conosceva bene l’odio per il Presidente. Sarebbe stato lui il Cavallo di Troia che avrebbe portato alla liberazione il paese.

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[CINQUE]

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Città raccontate: Roma n. 7 – Augusto battuto dalla Vergine (su Cartaresistente)

18 settembre 2013

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Teatro_Marcello_Neve

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Era un vivacchione, un uomo di mondo, giocava a fare il divo, Augusto. Amava gli spettacoli del circo e, sotto la sua reggenza dell’Impero, si celebrarono giochi ovunque e di continuo, fossero recite, lotte, o anche naumachie. Quel giorno sedeva tenendosi ben stretto il suo saccellus popiccorniorum (Chi va a Roma perde la poltrona – detto cristallizzato parecchio tempo dopo, ma lui lo conosceva già, e il seggio lo inchiodava a terra col suo peso), gustando l’inaugurazione del Teatro Marcello (completare l’opera intrapresa da Cesare fu un suo incaponimento, era nato a settembre, sotto la Vergine, il segno dei cocciuti), quando, a detta di Svetonio, “le connessure della sua sedia currule si allentarono ed egli cadde supino.” Tutti i poppicornia disnocciolaronsi perdirintorno alla sua augusta mole, e in un attimo fu neve anche d’estate. Il setto del bel naso alto e adunco gli fremette e, dall’alto delle sopracciglia unite fin giù alle froge, giurarono di aver visto prorompere un getto d’aria bollente. Non era ira, ma un’ulteriore idea, quella che ribollì nella divina testa, fluendosene fischiante in modo tanto vigoroso. Augusto fu folgorato dal fermo immagine della sua Caput Mundi tutta tinta di bianco nel mese al quale aveva elargito il proprio nome a memoria della sua eccellenza. Pensò: “Credo che al Divo Augusto convenga tosto far nevicar di Agosto sopra la capitale dell’impero… Sai che spettacolo!”

Ma poi accaddero tanti altri fatti ben più importanti e si dimenticò l’idea, lasciando quella poltrona incustodita saecula saeculorum. O almeno per trecentocinquant’anni, finché non se ne impadronì il papato, che edificò la basilica di Santa Maria Maggiore dove si disse che avesse avuto luogo una nevicata agostana. L’evento però accadde all’Esquilino, e attribuito a un gesto della Vergine, divinità novella. Lì, sotto il Campidoglio, d’estate, non nevicò mai affatto. E poi, parliamoci chiaro, la neve a Roma è tanto poetica, ma è una mostruosità. Meglio cercare sollievo in una mostra. Potrebbe far piacere visitare quella che si aprirà in ottobre, presso le Scuderie del Quirinale*, che farà rincontrare Augusto duemila anni dopo la sua morte.

NB: Sì, il mais venne importato dalle Americhe solo dopo Colombo ma, dopotutto, anche quella alla base della fondazione della Basilica di Santa Maria Maggiore non è che una leggenda. La neve visita di rado Roma e, quando accade, sembra sempre un miracolo.

Roma di neve. (La lezione)
Sarà che non ci siamo abituati
al tappetino bianco sulla strada,
agli alberi guarniti
come pandori, il giorno di Natale.
Sarà che non mi si apre più il cancello
– ci vuole mezzo litro di sbloccante -,
e se non mi salvasse il giornalaio
sarei ancora qui, a fare foto
al cortile di panna,
alla chiesa che pare
servita dal fornaio.
Sarà che il mondo è bello
e se non fosse per i senzatetto,
che rischiano la pelle alla stazione,
direi: sono felice.
Come quando uscivamo da bambini
alla guerra delle palle di neve,
inneggiando a quel cielo che pensava
a chi non ha imparato la lezione.

Fabrizio Centofanti

(da La poesia e lo spirito)

(Figura straordinaria,) Fabrizio Centofanti è sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2005 ed è ideatore e animatore de La Poesia e lo Spirito insieme a Franz Krauspenhaar. Laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino, prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma ed è tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione” (Bio tratta dal portale Letteratura Rai).

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Testi di Francesca Perinelli
Fotografia di Luigi Scuderi

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Dicotomia n. 9 – Neve/Sole (Su Cartaresistente)

29 marzo 2013

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dicotomia-09_nevesole-

Come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.

(Khalil Gibran, Il Profeta, 1923)

 

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[Continua a leggere su Cartaresistente]

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Testi di Francesca Perinelli e Davide Lorenzon
Disegno di Fabio Visintin

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Notizie dall’ANTA – Un ricordo rosa e giallo fluo

2 marzo 2013

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tuta da sci2) La tuta da sci

Dicono che oggi mettano lo skipass in una tasca interna, sul polso (avrò capito bene?). Questa qui ha tutte tasche esterne con zip crudeli e digrignanti. E lo skipass, che ci stava attaccato per via di un moschettone con un cordino elastico, allora somigliava a un odierno biglietto magnetico per l’autobus e rischiava, esci e rientra nella tasca, di essere tranciato via. La prima volta che sono andata a sciare con questa tuta intera, rosa scuro,  maniche a sbuffo, portavo anche occhiali giallo fluorescente, e una fascia spessa per la fronte con ciuffo di capelli protudente d’ordinanza. L’ho indossata ancora non proprio di recente, filando a palla di cannone sulle piste insieme a Lola. Erano circa quindici anni che non lo facevo più. Lo sci non si dimentica, è come andare in bicicletta.

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Una postilla

Ingrano lentamente, G, con questa “pratica di straniamento”. Ma continuo a lavorare nella direzione che mi hai indicato. Non proprio in discesa libera, anzi, mi sembra di saltare sulle cunette, come quelle delle piste di Albertville nel ’92, l’anno delle olimpiadi invernali. Non le amo le cunette, ma quando ci capiti in mezzo, come affrontarle, se non mettendoci la massima concentrazione?

Arriverò in fondo. Anche se è difficile scarnificare il pensiero, oltre al linguaggio. Fuor di metafora, non posso parlare subito di gonne, magliette e calze, uscirei immediatamente fuori pista. Intanto ho cavato dall’anta una tuta da sci. La mia, l’unica da tanti di quegli anni che è meglio che non mi sforzi troppo di ricordare. Anche i ricordi più lontani non sono mai obiettivi, né neutrali.

Prendiamo Hernest Heminguay, che scrisse Festa Mobile* al termine della vita. E chiarì per sempre ai posteri la sua visione degli eventi: Si tolse qualche sassolino dalle scarpe con Gertrude Stein e sistemò per bene anche l’amico Francis Scott Fitzgerald. Restituì un ritratto di Parigi senza trucco, quale solo chi l’abbia vissuta e amata tanto può permettersi di fare. Ma soprattutto (questo ho notato, nella persistente ricerca di me stessa attraverso gli scritti altrui), sapendo di avere poco tempo, e volendo rimettere ordine alle cose, riesumò l’amore per la prima moglie, Hadley, in modo talmente intenso che a leggerlo sembra che si sia morso le mani per il resto dei suoi giorni dall’attimo dopo averla lasciata (per un’altra, il “pesce pilota”, che lo introdusse senza possibilità d’uscita nel gorgo torbido dei famosi e ricchi). Se davvero si sia consumato nel rimorso giorno per giorno, a intermittenza, o soltanto nell’ultimo periodo, non è dato saperlo. Quello che Hem afferma e che vale alla fine di tutto, però, è che mai la vita è stata tanto bella e facile come lui la ricorda nei giorni della povertà.

Come la ricorda, come la trasfigura, come è stata veramente, allora. Perché solo ciò che è fissato nella memoria è accaduto. Nel modo in cui ricordiamo che sia accaduto. Per le cicatrici che lascia, sulle quali a volte nasce un’inspiegabile serenità. A patto che, dopo aver perso l’orientamento, esserci ritrovati a terra o irrimediabilmente cambiati, riconosciamo di avere ancora riserve inesauribili di noi per affrontare giorni nuovi.

Appena prima di chiudere con amarezza, accennando agli anni che seguiranno, Hem scrive due paragrafetti lirici sulle sciate alpine insieme ad Hadley. Due baci posati per sempre sopra le sue indimenticate guance.

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Heminguay – uno stralcio di Festa Mobile

festa mobile

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*) Ernest Heminguay – Festa Mobile. Ed. Mondadori, 1998

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L -47

10 febbraio 2013

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Quel pagliaccio di Nemo

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neve USA

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Sulla costa est nevicate e tempeste
Flagellano strade, paesi e foreste.
Noi non siamo mica da meno:
Sfigurare contro Nemo?
Si soccomberà anche a procelle modeste.

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Non parliamo della Capitale.

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Racconto di Natale /8

24 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

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– La scelta era tra Montecatini Terme e Cuba.

Non stavo bevendo nulla, per cui rischiai di strozzarmi con quel po’ di saliva che avevo in bocca. Quando ripresi la padronanza delle corde vocali, chiesi:

– E, …come hai fatto a scegliere?

– Semplice, ho chiesto a un mio amico toscano, conosciuto su internet, il quale mi ha sconsigliato vivamente Montecatini, a meno che non fossi a caccia di avventure sessuali. Cosa che non avrei neanche escluso, ma quel mio amico mi ha fermato subito.

– Cosa? Ho sentito bene?

Ero scandalizzata. Non per altro, per l’età della mia dolce nonnina, in riferimento alla questione osé menzionata testé. Ma lei, animo puro e innocente, mi aveva frainteso:

– Eh. Ma lo sai che un gigolò, così mi ha detto, che ti tenga compagnia un’intera giornata (di meno non vale la pena), chiede almeno set-te-cen-to euro! Figlia mia, però, bevi qualcosa. Non immaginavo che fossi così sensibile riguardo al denaro. Ti mantengono ancora i tuoi genitori, in fondo. Capisci bene che così, anche solo per tre giorni, tra albergo, bagno turco, fanghi e accompagnatore, mi gioco molto più di una sola pensione.

Attesi qualche momento e ripartii, cercando di non battere ciglio:

– Ehm. Quindi hai deciso per Cuba perché…

– Perché, sempre un mio amico, un altro amico,

– Conosciuto su internet.

– Conosciuto su internet, sì, anche lui. Mi ha detto che a Cuba volendo si possono visitare posti esotici e incontaminati, e si può incontrare della gente speciale, molto affabile, tutto il contrario dei mercenari e delle mercenarie delle quali di solito si sente parlare da quei porcaccioni, come certi tuoi zii romagnoli…

– Zio Fausto! E zio Felice! Non dirmi, ti prego. Non voglio sapere.

Nonna cubista, ci avrei scommesso. Avevo infilato d’istinto la testa in mezzo alle ginocchia. “Oh. Mio. Dio.” Pensai. Quanto ancora dovevo scoprire vivendo.

– Allora, ninnì. Veniamo al dunque. Anche quest’anno non ti sei laureata.

– Eh, no, nonna, ma ormai è questione di mesi…

– Non me ne frega niente. È solo che non posso permettermi di aspettare ancora. Così ho deciso che questo Natale ti faccio direttamente il regalo della laurea.

Credetti di sorridere, invece la bocca si aprì in modo soltanto spropositato, mentre vocalizzavo:

– Eeeh?

– Allora, fai tu. Qui dentro – da dietro il cuscino tirò fuori il borsello ritrovato nella neve – c’è un biglietto andata e ritorno per Cuba, e la prenotazione di tre settimane di albergo a quattro stelle con accesso diretto alla spiaggia.

Non capivo. Era lei quella che, fino a poco prima, dichiarava di volersi dare al turismo sessuale.

– Posso partire io, e lasciare la casa per tre settimane a te e a quel tuo ragazzo. A tua madre racconti che sei andata a sciare in Abruzzo, mentre voi vi tappate in casa col frigorifero pieno e quello che succede succede. Oppure…

– Op- pure…

Tremando, anticipai mentalmente quello che avrebbe detto.

– Oppure, potresti partire tu per Cuba.

– Da sola?

Mi morsi subito la lingua.

– Senti, cocca, io ho una sola pensione e il mio amico cubano, portiere d’albergo…

– Conosciuto via internet?

– Conosciuto via internet, sì, può coprire il soggiorno di una sola persona. Per il tuo amico, arrangiatevi un po’ voi. Io la mia parte l’ho fatta. Allora, che ne dici?

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§

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Lupo era, ed è ancora, l’uomo più strano che io abbia mai conosciuto. Ma non glie ne faccio una colpa. Ognuno è quello che è, e non può essere nient’altro, anche se avrei tanto voluto che le cose fossero andate diversamente. Oggi non posso pensare a lui senza che accorra subito Tristezza a stringermi forte a sé. Allora, facendo immensi sforzi, devo sganciarmi da quell’abbraccio mortale e tornare alla vita di ogni giorno.

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§

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Lasciata mia nonna, e infilato il mio regalo sotto le maglie, stretto dalla cintura dei pantaloni, mi precipitai a cambiare le prenotazioni a mio nome. Poi preparai i bagagli, una volta messi al corrente i miei. La mattina della vigilia ci salutammo abbracciandoci due volte con entrambi.

Quando arrivò il taxi, gli chiesi di fare una veloce deviazione.

Lupo viveva in una villetta insieme ai genitori. Lungo il viale non c’erano parcheggiate auto, ma solo la sua moto scalcagnata. Camminai fino alla porta, tenendo con le mani coperte dai guanti due bicchieroni termici ricolmi di té caldo e profumato. Le posai in terra, sul tappetino, e con convinzione premetti il campanello. Attesi un paio di minuti, poi lo chiamai una volta:

– Lu’.

Ma lui non rispondeva. Lo feci ancora, con minore convinzione. Ci avevo sperato fino all’ultimo, ma non si stava smentendo.

– Volevo solo dirti buon Natale.

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§

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– Dai, dai.

– E se non è lei?

– E dai!

– Sc… scus-mi, miss.

– Eh?

– Ar-iù de feimus èctress?

– Ah, no no no. Non sono io, io sono italiana.

– Ah, è ita…

– Oh…

– Non fa niente, facciamo una foto insieme?

– Ma no!

– Su, che le costa? Si metta in posa, ciiis!

– Ma no, ma no, mi lasci in pace!

– Che antipatica.

– Chissà chi si crede di essere.

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§

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In alto, sorvolando l’Oceano, stringevo forte le palpebre. Lì lo spazio non era ancora siderale, il sole regnava incontrastato al di sopra di qualsiasi nuvola.  Ero profondamente commossa davanti all’incontro con quella rara e ineccepibile certezza. Pensavo: dovrei dirglielo, a Lupo, che soffre tanto l’inverno, gli strapperei un sorriso. Ma invece di cominciare a scrivere, restai immobile a fissare il cielo oltre il finestrino. Lassù, a braccetto con l’idea della morte certa in caso di incidente, lasciai il pensiero correre. Continuava a tornarmi in mente la scena che avevo colto dal taxi che sgommava via verso l’aeroporto. La figuretta magra di Lupo che usciva dalla porta a piedi scalzi, i capelli scompigliati, che raccoglieva una delle due tazze di té ancora fumante e, con un’espressione tutta seria, alzava appena il palmo di una mano nella mia direzione.

 

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Thin Lizzy – Don’t Believe A Word

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Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe me if I tell you
That I wrote this song for you
There just might be some other silly pretty girl
I’m singing it to

Don’t believe a word
For words are so easily spoken
And your heart is just like that promise
Made to be broken

Don’t believe a word
‘Cause words can tell lies
And lies are no comfort
When there’s tear in your eyes

Don’t believe me if I tell you
Not a word of this is true
Don’t believe me if I tell you
Especially if I tell you that I’m in love with you

Don’t believe a word
No Don’t believe a word
Don’t believe it, don’t believe it
Not a single word
Hey, don’t

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Racconto di Natale /7

23 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

[segue / leggi dall’inizio]

.fettine

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Il tempo scorre, non lo si può negare. Quando te ne accorgi, ti sembra che la vita sia come uno di quei sogni nei quali la realtà si modifica strada facendo. Un momento prima stringevi qualcosa in mano, chessò, la mano di un altra persona, per esempio. E te ne stavi così, beata, a pensare che in fondo era tutto tanto facile. Perché mai ci eravamo fatti degli scrupoli in passato? Chi si ricorda più? Ah, ma ora le cose erano diverse, sì. Come se avessimo scoperto l’acqua calda: bastava solo lasciarsi andare, ma davvero, come mai non ce n’eravamo accorti prima? E poi, un attimo dopo, ancora con lo sguardo rapito e la bocca sorridente, davi un’altra occhiata alla mano e, la miseria. Non stringeva più proprio niente.

Il tempo era passato, io avevo avvertito Lupo che mia nonna sarebbe tornata da un momento all’altro e, mentre si rivestiva e lo guardavo, e pensavo “Quest’uomo è il mio” e galoppavo con la fantasia, e il futuro era pieno di incontri, e tutto il mondo diventava un orto botanico nel quale lui mi portava in moto in una mattina di maggio piena di sole, facciamo il caso, e ci addentravamo a passeggiare in una serra afosa. E io gli dicevo: Senti che caldo umido, e poi: Conosci queste piante? Oh, Dio, le orchidee, e poi le rose, le rose… E lui mi spingeva in un angolo, aspettando che la gente si fosse  allontanata, e poi mi guardava con due occhi degni del suo nome, Lupo, e mi… Uh-uh. E magari, usciti da lì, scarmigliati e disorientati, camminando stretti stretti, saremmo entrati in una pizzeria al taglio e avremmo mangiato insieme, e lui all’improvviso mi avrebbe baciata con la bocca piena di pizza, e.. Oh-oh. E tutto si sarebbe ripetuto ancora, e… E intanto se ne era andato, e io ero rimasta lunghissimi minuti seduta sul letto a guardare nel vuoto e avevo sentito la chiave nella toppa che girava, mia nonna era tornata.
Passò l’ora di pranzo. Mi ero appoggiata sul divano, ancora febbricitante, provavo quattro accordi. Il telefono era buttato lì, sul posto accanto a quello che occupavo io. Era quasi Natale, mi continuavano ad arrivare gli auguri degli amici e le chiamate dei miei genitori. Mia madre era passata già due volte quel pomeriggio, complottava per farmi tornare a casa e io opponevo resistenza. Nonna aveva sempre qualcosa da fare, andava e veniva fumando come un bastimento. Scoprivo in quale stanza si trovava seguendo la scia del fumo. Gli abiti stirati da lei avevano un curioso odore di ammorbidente e nicotina. L’odore della mia infanzia.
Lupo. Provai a mandargli un messaggio: “Come va?” A cui rispose solo “Ti voglio bene”. In un sospiro raggiunsi il soffitto, lo toccai con un dito e ridiscesi al ralenti sul divano. Baciai le mie stesse mani, baciai il telefono, poi la chitarra, mi girai e rigirai mille volte su me stessa. Non potevo aspettare. Gli inviai un ingenuo: “Che mi dici?” E lui, di nuovo: “Ti voglio bene”. Mi misi a sedere con la schiena dritta, per toccare bene terra con i piedi. Poi restai in attesa che arrivassero dei pensieri utili, per tanto di quel tempo.

– Ninnì. Vieni.
– Arrivo.

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Fiutando le correnti più dense dell’intorno, già fumoso di suo, mi ritrovai in cucina.

– Nonna! Ma hai visto l’ora?
– Sì, io faccio uno spuntino. Vuoi favorire?

Aveva aperto una bottiglia di Vermentino e stava pasteggiando a fettine di salame. Mi sedetti accanto a lei al tavolo rotondo di cristallo, che come base aveva un cilindro di plexiglas. Un tempo era un acquario, ora il vuoto che racchiudeva ospitava solo spugne, coralli e sabbia granulosa e bianca. Cedetti anch’io e iniziai ad affettare il salame. Le fette venivano fuori con una forma curiosa. Erano cuori, erano fette di cuore. Mentre mangiavo non apprezzavo molto, mi venne su un rigurgito di disgusto. Nonna disse:

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– Bevi.

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Certo, io bevvi. E fu così che passai la terza notte a casa sua, ciucca di Vermentino di Gallura. La febbre mi era scesa, ad ogni modo. Prima di chiudere gli occhi, vidi scorrere i pensieri nell’aria, come su un gobbo, scritti con un inchiostro che svaniva subito dopo averli formulati.
Forse Lupo aveva cambiato idea. Anzi, sicuramente. Se non lo conoscevo io. Forse aveva riflettuto sul fatto che mi ero appostata davanti a casa sua, e si era infastidito. Ma che sciocchezza! È che io non sapevo dove andare a parare, non capivo più che fare con lui. Ero costretta a spiarlo. Mica sempre, ogni tanto, per conferma. Va bene: per masochismo, lo ammetto, per frenare la fantasia che galoppava. Lo sapevo cosa avrei visto presto o tardi, standomene in attesa.
Lupo, io non l’avevo conosciuto così nei miei confronti. Era cambiato. E mentre mi trattava male non mi mollava affatto. Forse frequentava un’altra, più altre? Ero stata scalzata via da rapporti reali? Platonici? Virtuali? E allora cosa cercava ancora girando intorno a me? Sapevo che era un tipo che si stufava presto. Forse era soltanto ricaduto nella sua confortevole apatia emotiva. Sospettavo che alla mia dignità non ci pensasse affatto. E adesso, oggi, che altro era successo oggi?
“Ti voglio bene”, rilessi quello che mi aveva scritto, e iniziai a pensare che forse stava tutto lì il problema. Tentai fino a tarda sera di parlargli. La madre mi disse che era andato alle prove. Il suo telefono era staccato. Ringraziai la spossatezza estrema che mi avviluppava, e l’alcol, per il fatto che il mio stato di veglia si sfilacciò a poco a poco, senza ripensamenti.

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[continua]

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Dente – Oceano

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Racconto di Natale /6

22 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012)

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[segue / leggi dall’inizio]

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jbaker

C’è che quando dormi in un letto che non è il tuo, a parte il caso della camera d’albergo, non te la senti di approfittartene più di tanto. Insomma, fuori era giorno, vedevo che qualche rettangolino luminoso si disegnava sulle pareti opposte alla finestra. Chissà che ora era. Ma in quella stanza non c’erano orologi. Misi mano al cellulare e intanto cercai qualcosa da guardare per distrarmi, attendendo la trafila dell’accensione. Mhm, mhm. Pareti quasi nude, d’altra parte lì ci si veniva per stirare. Giusto quei tre quadretti appesi: una natura morta macchiaiola, una geometria astratta in toni freddi, una composizione anonima, che avrei definito… sì, cubista. Da Picasso e Braque in poi, la brutta fama delle scatolette si era completamente rovesciata. Cubismo diventò sinonimo di libertà creativa, scoperta della quarta dimensione, un -ismo acculturato, e si fece sempre più algido e cerebrale. Questa era la nuova formula del reale, les papier collés, i culi spigolosi. Che ne faceva del cubismo nonna? Sono convinta che sapesse benissimo cosa fosse. Che quel movimento era legato alla relatività di Einstein per la stessa legge del caso che lo univa ancora oggi al termine “cubista” (nessuno spigolo in quei corpi, eh), oppure anche a “cubano”. Altro che scientismo, altro che cerebralità. Anche Henry Miller, per esempio, sapeva di cosa parlava quando curò la prefazione a Les Illuminations di Léger. Cubismo, cubiste, Cuba, Tropico del Cancro. Josephine Baker e le sue banane. Cubiste pure loro, sì. Al tropico chissà che caldo, a ballare coperta da tutte quelle banane. Uh… Ma che caldo anche a restare ferma dentro al letto e pensare a tutto questo.

Ah, ecco, il telefono era acceso, segnava già le otto.

Odore di caffé. Prima della prima sigaretta, il primo e l’unico caffé nella giornata di mia nonna. Che per portarmene una tazzina impiegò un tempo lunghissimo, durante il quale riuscii a sapere il numero dei gradini della scala che saliva a fatica, contando i tintinnii della porcellana in bilico. Ci teneva a me, e, certo teneva altrettanto a dimostrarsi ancora autosufficiente.

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– Sveglia, che tra poco arriva il tuo amico capellone.

– Chi, Lupo? – Mi stupii.

– Sì, lui. Agenore. Gli ho detto di aggiustarmi il rubinetto che perde.

– Ma va?

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Appena il tempo di darmi una lavata e di infilarmi di nuovo sotto le coperte, Lupo fu puntualissimo. Udii da sotto la sua voce che diceva:

– Andiamo a dare un’occhiata all’ammalata.

Mi ritrovai a sorridere senza saperlo nascondere. Quando attraversò la soglia della stanza, si mise a sedere in terra, a gambe incrociate. Portando il viso all’altezza del mio.

– Che hai fatto ai capelli? – Li aveva tutti pettinati all’indietro. Sembrava il garzone di un fornaio.

– Tua nonna me l’ha imposto. Sto tanto male?

– Per niente. Hai l’aria del bravo ragazzo.

– Io sono un bravo ragazzo.

Si alzò aggiungendo:

– Vado a dare una mano a tua nonna. – E, senza più guardarmi in faccia, si voltò e mi lasciò da sola. Sentii la mia vecchietta usare con lui un tono docile, dargli indicazioni e consigli, offrirgli più di una tazzina di caffè.

Dopo il rubinetto, fu la volta della tapparella che stava collassando. Quella fu una faticaccia. Andava capito come funzionava tutto il sistema, prima. Mi alzai per dare un’occhiata dalla balaustra. La scatola in cartongesso stava appoggiata a terra, contro il muro. Lupo invece era arrampicato sulla scala e reggeva con difficoltà l’avvolgibile. Mia nonna protendeva le braccia verso di lui come se  le spettasse salvarlo in caso di caduta. Era una scena esilarante. Mi ritirai in punta di piedi perché non reggevo la tensione. E perché temevo di scoppiare a ridere. La cosa fu conclusa in meno di mezz’ora, quindi arrivò il momento di fare la spesa. Nonna preparò le buste, si infilò il cappotto e uscì, raccomandando a Lupo di vegliare sulla nipote influenzata.

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– Allora, come ti senti?

– Credo di avere ancora la febbre, ho freddo.

– Fai sentire.

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Per tutto il tempo che Lupo era rimasto in casa, il cuore mi si era come espanso in tutto il corpo. La mia felicità aveva preso un’evidenza fisica. Spostai senza timore la sua mano dalla fronte alla mia bocca e da questa allo sterno, che si alzava e abbassava velocemente. Lupo non disse niente, si infilò tutto vestito nel letto e cominciò a baciarmi.

Facemmo l’amore lentissimamente, guardandoci negli occhi. Venimmo insieme, a lungo e silenziosamente. Silenziosamente restammo abbracciati. Baciando, quando riprendevamo fiato dall’apnea dello stupore, ogni punto alla portata delle nostre bocche. Veniva naturale, anche se ora sembra una cosa eccentrica: io mi coglievo vivere nel presente. Non avevo mai fatto esperienza prima di allora, che io ricordassi, di tanta consapevolezza. Di me e dell’uomo fermo e delicato che mi stringeva a sé.

[continua]

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Bebel Gilberto – Cada Beijo

Racconto di Natale /5

21 dicembre 2012
(un racconto di Francesca Perinelli ©2012).

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[segue / leggi dall’inizio]

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Nessun pranzetto a lume di candela, come una volta dopo i nostri esami, solo qualcosa buttato giù in fretta al bar. Alla fine la gente mi fece le domande giuste, ma certo poca roba. Quello che era sembrato un trionfo, si rivelò nient’altro che un buffetto sulla guancia.

Una volta usciti, avevamo riso di quella storia della somiglianza con l’attrice. Lupo sapeva che non sopportavo il paragone. Ci tenevo a essere apprezzata per me stessa, e proprio nel periodo della vita nel quale stavo lavorando a questo scopo, cominciò una specie di persecuzione. Parenti, amici, persone appena conosciute, a volte subivo quasi delle aggressioni. Le donne, soprattutto, capitava che mi seguissero anche in bagno per dirmi quanto ero fortunata a somigliare a tale famosa attrice. Comunque quel giorno liquidammo il tutto in una risata.

Salimmo in moto, Lupo mi aveva detto “Non ti lascio tornare da sola”. Raccogliendo molliche mi sembrava di poter ricostruire il pane spezzato.

All’altezza di casa sua mi indicò un punto all’altro lato della carreggiata.

– Non è tua nonna quella?

Effettivamente, sul marciapiede opposto a quello che scorreva al nostro fianco, c’era mia nonna che si sporgeva verso il parco e rovistava col bastone in basso, appoggiata con tutto il corpo alla siepe di arbuscelli. La stessa siepe dietro la quale eravamo finite entrambe solo la sera prima. Sentii agitarsi qualcosa nello stomaco mentre la moto faceva rotta su di lei.

– Ciao.

– Chi è? Ah, voi.

Alzò la testa, ed era furibonda.

– Datemi un po’ una mano, su!

– A fare cosa, nonna?

– Ieri sera ho perso il borsello, qua dietro. Aiutatemi a cercarlo.

– Ieri sera? – fece Lupo, rivolgendomi uno sguardo diffidente.

– Eh, poi non abbiamo avuto più il tempo di parlare…

Appena iniziai a raccontare, mia nonna gli piazzò le mani sul sedere e lo spinse con insospettabile forza dall’altra parte dell’infilata di cespugli.

– Ehi! – Protestò Lupo. Ne ricevette in cambio uno sguardo umido e trepido, qualcosa che avrebbe squagliato anche una pietra. Lupo incassò signorilmente e si mise in cauta esplorazione.

– C’è un buco qui.

La neve si era quasi del tutto sciolta, aveva piovuto di nuovo nella notte. Si capiva bene ormai che il terreno era stato lasciato aperto per una stretta fessura, in corrispondenza di un cantiere per la riparazione di qualche guasto alle tubazioni.

– Tu ieri sera sei finita dentro… Qui? E come mai?

Finsi di non aver sentito la domanda. Appoggiai una mano a terra e mi misi a sedere guardando la strada, in attesa dell’ineluttabile chiarimento.

Lupo riemerse tutto sporco di fanghiglia, tenendo nella mano destra il borsello perduto e ritrovato. Il mistero su che cosa contenesse andò ad aggiungersi a quello che riguardava l’insolita passeggiata serale della vegliarda. Alla quale però non era il caso di fare tante domande.

Stava giusto allontanandosi dopo aver sibilato un vago ringraziamento, quando dovetti dire:

– Svengo.

E infatti svenni.

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Riaprii gli occhi sul solito lettino di fortuna. Ero svestita a metà, e adesso stavo in maglietta, mutandine e calzettoni, ben coperta da tre strati di coperte multicolori, confezionate ai ferri ai tempi in cui mia nonna ci vedeva ancora bene. Sentivo trabaccare nelle stanze intorno, ma non capivo molto di quello che accadeva. La testa mi ronzava e sul tavolino di fronte a me stava un bicchiere vuoto con accanto la confezione aperta di una pastiglia di Aspirina effervescente. Richiusi gli occhi e caddi di nuovo in un lungo e immemore sonno fino a sera.

I miei genitori furono avvertiti. Si materializzò l’ectoplasma di mia madre, la riconobbi dal profumo e dal bacio che mi appoggiò piano su una tempia. Le sorrisi ad occhi chiusi, lei mi fece qualche raccomandazione e poi si ritirò in cucina a confabulare con la sua, di madre.

La mattina seguente mi risvegliai sempre nello stesso letto.

[continua]

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In a manner of speaking – Nouvelle Vague

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