Posts Tagged ‘Notte’

Palloncini

23 marzo 2014

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La nave viaggiava, no che non lo sapevo prima.

Prima della nave ci fu da fare i conti con la paura del buio. I sogni si accesero di un azzurro spettrale, una minuscola ogiva iniziò ad accompagnare dal basso quei risvegli che non si può fare a meno di ignorare. Bisogna camminare, a volte, fino a che il sonno torna come un’esigenza. La traccia azzurrina precede i passi e distende lunghe ombre a farci strada. A volte non ci si vorrebbe alzare, si accetterebbe un riposo così, anche assalito da torme di risvegli inquieti.

Ma quando ci si rende conto di essere ben desti, è quasi certa la voglia di far la pipì.

I conti andavano fatti anche con certe paure irrazionali. Di notte, dicono, puoi trovare nello specchio il morto che ti sta alle spalle. Che pensata ho fatto a volere a tutti i costi uno specchio piazzato nel punto più stretto del passaggio. Mi guardo però, eh. Dico io, questa è casa mia. Tutt’al più strillerò. Tutt’al più gli darò una gomitata. Allo spettro. Io mi guardo, sì, e, meno male, sono sempre da sola.

Entro in bagno, mi siedo e mi libero con un sollievo speciale.

Ma i conti con la nave, quelli non li avevo fatti mai, fino a quella notte. Chissà quant’era che già viaggiava nel buio quando comparve alle mie spalle, ombra nera, impressione alla coda del mio occhio, ingombro quasi-corpo, quasi-respiro, quasi-persona vera.

Ma come, io nello specchio sono sempre stata sola. Ho avuto un dubbio e mi sono arrestata. Lei no. mi ha toccato la spalla, gentile. Appunto, quasi-umana. Ho soffocato un urlo voltandomi: c’era, è vero, ma ondeggiava a mezz’aria con un aspetto innocuo. Il palloncino comprato ai giardinetti che stava perdendo elio e si abbassava, e se ne andava girando appresso a masse più corpulente di lei. Un’attrazione cieca, naturale e fisica, come insegnava Newton.

Alla deriva come un popolo di confine in cerca del protettore meno sconveniente, come nave seguiva proprio le rotte di questi tempi. Io non potevo offrire che qualche passeggiata nel cuore della notte e, d’altro canto, lei era solo una sagoma che si andava sgonfiando a poco a poco.

A me i palloncini non servono, ma ormai, passata ogni paura, del buio, di ciò che appare riflesso nello specchio, di ritrovarsi uno sconosciuto in casa, è rimasta questa stramba gioia di vederli ondeggiare senza motivo al mio passaggio. Poter afferrare il filo e portarli a zonzo senza meta. Vederli perdere quota giorno per giorno. Accompagnarli con dolcezza a terra. Piegarli bene e riporli in un cassetto a riposare.

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Un’offerta speciale – OTTO

2 febbraio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[SETTE – Leggi dall’inizio]

volo

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OTTO

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Fuori non piove più. E questo non è un risveglio-fotocopia dei precedenti.

Lo spazio mentale di Cesare è occupato interamente da sua figlia. “Mimì è unica”, pensa a occhi chiusi nel letto, “è nuova alla vita e mi porta molto più lontano di quanto possa arrivare con le mie sole forze”, più in là della sua stessa esistenza, che si ridimensiona e accetta il corso del tempo.

Un sorriso-colpo-di-vento dei suoi gli spalanca la vista su tutte le sue matrici accalcate: sé stesso bambino abbracciato al bastardino di casa, la sorella divertita ai suoi scherzi,  il volto serena della nonna. Quello di Anna, arrossato, i capelli arruffati dal vento, che canta aggrappata al finestrino dell’auto. E lui stesso, alla guida, al suo fianco.

– Sveglia, papà. Ho fame…

La figlia si è già vestita e pettinata. Inclina la testina impertinente da un lato e gli impone cosa fare. Trainato dalla sua mano, Cesare è costretto saltare in fretta a terra.

Sono le ultime ore prima di separarsi ancora, ma quello di oggi non è un arrivederci-fotocopia dei precedenti. Oggi il fantasma esce a braccetto con loro, non più un passo indietro. Ha un viso, un portamento, un profumo che Cesare ha riconosciuto.

Tra un giro e l’altro della chiave nella porta di casa nota una macchia scura ai piedi della scala, il suo telefono è a terra, ben visibile e acceso. Avrebbe detto di non averlo visto, rientrando, il giorno prima. Lo mette in tasca e bacia Mimì sui capelli tenendole ferma la testa.

– Smettila, mi stai spettinando pa’!

Lei fa un movimento col braccio verso l’alto, si inarca con la schiena restando in equilibrio sui talloni, ridiscende e si allontana un passo. Cesare fa una smorfia di comprensione. Pigia il dito sul pulsante che chiama l’ascensore al piano. La figlia gli si accosta di nuovo, alza il mento, cerca il suo sguardo, aggrottando la fronte. Lui la guarda a sua volta, si sorridono. Si prendono per mano.

Sì, non è un arrivederci come gli altri.

Più tardi, fuori dal bar, bacia Mimì e l’abbraccia a lungo, quindi fronteggia Anna.

Più stanca, più matura, non è la donna che un tempo gli era accanto.  Ma di lei nota soltanto quello che resta immutabile e certo. Quel movimento morbido dei fianchi nella camminata, il vizio di guardare negli occhi solo dopo aver pronunciato una frase, i suoi capelli anarchici. Il profumo sottile.

Cesare le sta davanti con le mani in tasca e non sa iniziare la conversazione. Lei gira lo sguardo attorno, cerca di non incontrare i suoi occhi, si passa le dita dalla tempia all’orecchio, ma una ciocca non vuole darsi pace, ricade dallo zigomo sul lobo. Anna  rinuncia, chiude le braccia sul petto e sbuffa. Finalmente riesce a guardarlo in faccia. Gli sorride a mezza bocca, imbarazzata, sollevando un sopracciglio.

A lui sembra, tutto sommato, un buon inizio.

– Ti aspetto all’eliporto.- Le dice senza traccia di scherno nella voce.

Le sfiora il braccio, bacia ancora Mimì e si allontana. Ma, fatti pochi metri, si volta a guardare le due sagome affiancate sul viale. Sente qualcosa che lo brucia da dentro. Si fermano anche loro.

Mimì è in equilibrio su un piede, con l’altra gamba sollevata che oscilla oziosamente, in attesa delle decisioni della madre.

Ecco il vortice assurdo della neve in cima agli alberi. Ecco il bosco, ecco il volo d’uccelli. Dagli occhi di Anna si sfila uno sguardo fiero, che dispiega  le ali e si invola all’indietro verso di lui.

E qui mi ricongiungo con me stesso. Faccio un ultimo cenno con la mano, salgo in macchina.

È domenica, e io che non credevo più alle muse, agli angeli, ai cospiratori, ai martiri, alle testine pettinate e impertinenti che inclinate un po’ su un lato mi dicono che fare sorridendo, io, oggi che è domenica e la mia terra brucia in nome dell’Europa, intanto che, colpevole, parcheggio sotto la mia falsa casa e mentre alzo gli occhi noto un volo d’uccelli dalle ali ad arco, oggi e soltanto oggi, io credo ancora.

Da una distanza indefinita si diffonde il fragore cadenzato di un elicottero, almeno così sembra. Ma forse questo, io spero solo questo, sta accadendo soltanto dentro me.

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Un’offerta speciale – SEI

31 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[CINQUE – Leggi dall’inizio]

whisky

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SEI

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L’ultima volta che aveva trascorso la notte in casa sua, Mimì aveva trovato suo padre intento a versarsi un dito di qualcosa nel bicchiere.

–  Anche mamma quando non riesce a dormire prende un po’ di quel sonnifero.

Cesare provò un senso di imbarazzo acuto. Mentre la figlia avanzava verso il tavolo al centro della stanza la bottiglia venne riposta in fretta sullo scaffale. La bambina fissò le mani strette in difesa del contenuto del bicchiere.

– Anche tu non puoi dormire?

– Io? Certo che sì.

Mimì rimase in attesa di una precisazione che non venne data, ma il padre andò a versare il whisky nel lavandino e tornò a sedersi di fronte alla figlia.

– E tu, perché sei in piedi?

– Si può sapere dove vai domani?

Cesare ancora una volta notò, con una punta di orgoglio, la sua capacità di replicare con tanta fedeltà gli schemi comportamentali degli adulti. Una domanda in risposta a una domanda. Tamburellò sul mento con tre dita, poi rispose:

– Mettiti la giacca, che ti ci porto.

Erano ancora le prime avvisaglie dell’autunno, un uomo passeggiava tenendo per mano una bambina, all’aria era ferma e tiepida dei marciapiedi deserti nel cuore della notte.

Attraversarono un ponte chiacchierando, finché si fermarono davanti a un cartellone che reclamizzava un dentifricio. L’uomo indicò col dito il rettangolo di carta fissato con lo scotch al palo di sostegno. Al centro la sagoma sfocata di un cane di grossa taglia, guardava verso l’osservatore, scondinzolando in bianco e nero.

Il testo annunciava una ricompensa per chi l’avesse ritrovato .

– Ecco.

– Vuoi dire che parti alla ricerca di quel cane?

– No. – Le lasciò il tempo di formulare la domanda successiva.

– E allora dov’è che vai?

– Alla ricerca di qualcosa che non riesco più a trovare. Che io e tua mamma non troviamo più. Ma di cui abbiamo un grandissimo bisogno.

– Allora lo farai anche per lei?

– Penso di sì. Penso che la ricompensa riguardi tutti e due.

– Tornerai con un mucchio di soldi?

– No-o-o… – sorrise Cesare, – Non lo so, Mimì, non credo. Adesso torniamo indietro.

Lei rispose con uno sbadiglio a bocca spalancata, e aprì le braccia per farsi tirare su. Come il padre la strinse a sé, la testa si posò sulla sua spalla, e prese a ciondolare inerte dopo i primi passi.

Cesare stava infilando la chiave nella toppa del portone quando una forte luce, puntata in faccia, gli fece corrugare l’espressione e portare una mano alla fronte. Confuso com’era, non si rese conto di trovarsi già all’interno della quinta replica delle passate notti.

– Cesar Andreevic?

Senza dargli il tempo di rispondere, venne fatto entrare a forza in un’auto che non aveva visto arrivare, accostata al marciapiede. Nella concitazione perse il senso dello spazio e, semisdraiato all’interno del veicolo, si tastò con angoscia la spalla dove poco prima avvertiva il peso di chi per lui era diventata la persona più preziosa al mondo. Un uomo si accomodò al suo fianco e lo spintonò verso l’altra portiera. Davanti presero posto l’autista e un terzo personaggio.

I gorilla arrivarono sulla scena pochi secondi dopo che l’auto si era dileguata in fondo al viale su cui si affacciava la discoteca. Restarono interdetti, si guardarono l’un l’altro, incerti se dare l’allarme o attenersi alle istruzioni che il ministro aveva lasciato loro, nel caso la sua ricerca della ragazza lo avesse allontanato troppo da quel luogo.

Lo attesero un’oretta,  nascondendosi tra le ombre dei palazzi, come ubriaconi senza domicilio, nel timore di venir notati. Verso le tre, Cesar sbucò da dietro un angolo e affrettò il passo sul viale mentre si aggiustava al collo la cravatta.

– Tutto bene capo?

– Sicuro. Andiamo via, ora.

Infilandosi nell’auto di servizio, distribuì a ciascuno un biglietto di una certa consistenza e diede ordine di riportarlo a casa.

I generali avevano parlato a lungo, dilungandosi sui dettagli del piano concordato con le menti dei rivoltosi. Lui avrebbe avuto un ruolo secondario, ma gli veniva garantito un incarico di notevole prestigio, nella spartizione del potere del nuovo governo.

Cesar, durante il tragitto, rimuginò sui due incontri della serata. Disceso dall’auto, mise la mano in tasca per prendere le chiavi e si ritrovò un bigliettino piegato tra le dita.

Era stato strappato da un blocco per appunti. Sullo sfondo di un quadrettato azzurro, svettavano le lunghe aste e gli occhielli di un’elegante grafia femminile.

Decifratone il senso, una volta superato lo stupore e il turbamento, comparvero le istruzioni per raggiungere l’eliporto.

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[SETTE]

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Un’offerta speciale – CINQUE

30 gennaio 2014
Due storie, o forse tre, in una
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[QUATTRO – Leggi dall’inizio]

dito sul collo

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CINQUE

 .

Cesare fissò a lungo la pioggia che scendeva fuori dai vetri della camera da letto. L’esterno gli appariva compresso, stritolato dalla mole d’acqua che veniva giù. Senza più un fuori al quale rapportarsi, l’interno della sua abitazione gli sembrò più intensamente vivo. Sentiva le pareti respirare, il corridoio risuonare di passi e, provenienti da un altrove indefinibile, sussurri che chiamavano il suo nome.

Eppure lì, oltre a lui, non c’era nessun altro.

Andò in cucina e mise ad abbrustolire due wurstel sopra una bistecchiera. Scostò una sedia dal tavolo e ci crollò pesantemente sopra. Fece il numero di Anna. Il telefono squillò a lungo finché Mimì aprì la conversazione con un “pronto?” squillante.

I minuti passarono e la tensione di Cesare lasciò il posto a un languore che somigliava al ricordo che gli restava della felicità.

Si sentì stanco. Finita la cena, lasciò pentole e stoviglie nel lavandino e andò a coricarsi prima del solito.

A luce spenta, gli occhi stentarono a chiudersi, temendo di incappare per la quarta notte nel solito sogno. Ma, alla fine, fu vinto dall’oscurità.

L’umanità straziata dalla disperazione, da un lato, e il dovere di mantenere inviolata la porta d’accesso al Presidente, dall’altro, avevano aperto uno strappo che Cesar attraversò senza ricucire, fuggendo lontano così come si trovava, nudo e imprudente.

Il vento della Storia cambiò di colpo direzione, e la rivoluzione aprì una notte le sue danze, nel fragore infernale di una discoteca di moda, per l’appunto.

Lei era giovane e in possesso di tutte le prerogative che l’avrebbero facilmente ascritta ai frequentatori abituali, ma un occhio attento avrebbe notato che non apparteneva a quell’ambiente.  Da come si muoveva guardinga, dalla prolungata mancanza di compagnia, dall’avvicinarsi per piccole tappe al tavolo riservato al Ministro e alle sue guardie del corpo. Ma quelli ormai ne avevano bevuto uno di troppo, e mantenevano con crescente difficoltà la concentrazione necessaria al loro compito.

Quanto a Cesar, fu l’unico ad averla puntata da lontano. E non si stupì quando gli passò accanto, anzi, rallentò la respirazione, come se con essa potesse rallentare il tempo, e vedere quel fianco fasciato da una gonna di pelle nera, sfilargli accanto con la morbidezza del ralenty.

Lei gli disse in un soffio:

– Ci sarà un’esplosione.

chinandosi a raccogliere la borsetta cadutale da sotto il braccio, che anche lui si era precipitato ad afferrare.

Il ministro, nella sua lecita serata di riposo, non ebbe ritegno nell’incrociare le proprie dita sopra quelle di lei durante l’operazione di recupero. Con l’altra mano, le sollevò il gomito per aiutarla a risollevarsi. La giovane, come se niente fosse, riprese a parlare mentre controllava il contenuto della borsa.

– Poi, entro un quarto d’ora dovrai essere all’eliporto, prendere o lasciare.

Finalmente sollevò lo sguardo e recitò la parte da professionista. Si dimostrò sorpresa di riconoscere l’uomo pubblico, aprì l’espressione e, per una manciata di secondi, avvolse Cesar in un enigmatico sorriso.

Lui ne comprese il senso e rispose col suo ghigno di cortesia, ma si ritrovò senza la propria parte del copione quando affiorò un secondo strato a staccare alla donna il trucco da sopra la facciata. Uno sguardo, spontaneo, umano, pudico, al quale restò impigliato al punto da non potersene staccare.

La messaggera aveva trasmesso un’offerta di riscatto, il ringraziamento del gruppo per tutte le preziose informazioni date nelle ultime settimane. Prendere o lasciare. Lui prese tutto ciò che gli veniva offerto in quel momento. Offerta inaspettata, a dispetto del periodo già del tutto insolito. Qualcosa di speciale.

La invitò a ballare, dopo aver gettato un’occhiata in cagnesco ai gorilla, scattati in direzione della donna.

Calma. Stava solo cogliendo un’opportunità di conquista, offerta da una bella ammiratrice.

Accennarono a pochi passi discordi, poi presero un ritmo comune. Lei si lasciò cingere la vita e la pantomima prese le forme di un ondeggiamento leggero. Attorno a loro si formò un circolo vuoto, la sala sembrò spalancare le pareti, le luci colorate offrirono a entrambi una scusa per far crescere il rossore.

Lui sbirciava di sottecchi l’intorno e quasi non la guardò per l’intera durata dell’improvvisata danza. Ma le parlava ugualmente, attraverso la calibrata pressione delle dita sul vestito. La donna non reagì subito ma quando, in un sussurro, si scusò e gli sorrise ancora, nell’alzare gli occhi su di lui gli affilò sul collo il profilo dell’unghia, per poi dileguarsi in fretta nel buio oltre la pista.

Cesar tornò a sedersi vacillando. Una lama gli era penetrata nel cervello.

Da quel momento in poi, il senso logico degli eventi prese a sfuggirgli. Iniziò a vivere come osservando sé stesso dall’esterno.

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[SEI]

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L -15

22 settembre 2013

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Preludio in limerick caudato

Dickinson

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Che bella espressione – «andare a dormire»

Come fosse un Paese cui volger le mire.

Dormire, morire o,

Forse, sognare un po’

È l’itinerario. Son pronta a partire.

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(Shackera Shakespeare con la Dick-

inson e ottieni un limerick)*

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Pronto da tenere accanto al letto per la notte.

Lode all’epistolario di quest’oggi, preludio di dolci sonni. L’originale delle prime strofe:

[…] Che bella espressione – «andare a dormire» come fosse un Paese in cui si va – Combattiamo per la sua unità – Lo unificheremo, sarà la mia Patria – mio caro vieni, oh diventa subito un patriota […]

è tratto da una lettera indirizzata a Otis Phillips Lord, inclusa in Emily Dickinson. Un vulcano delizioso, la vita. Lettere di un genio pudico. Traduzione di Marco Federici Solari – Ed. L’Orma, 2013

§

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Mi avvicino a questo banchetto coperto di libri dalle copertine che mettono appetito,

– Tutte foto nostre!

– Nientemeno?

Marco me ne spiega l’origine, inizia a illustrare i volumi ma lo agganciano a un’altra conversazione. Due, tre li soppeso, li apro, li sfoglio, titubo come le antenne dei grilli che mi aspettano con i cori accesi là fuori nella notte. Li appoggio proprio come li ho trovati. Un appunto mentale alla loro posizione. Raggiungo il quarto, allungo la mano, il ragazzo si libera e torna da me,

– Aprili, sfogliali pure. – Ops, l’ho già fatto… – Questo te lo consiglio, anche perché l’ho tradotto io.

– E com’è venuto?

– Direi niente male. Niente male, no.

Ecco, mi viene in mente che, chissà dove,

– Ho letto che i traduttori sono sottopagati, è vero? Ma com’è?

– Ah,

Tituba, come me poco fa richiamando le antenne che credo che altrove tentennino ancora,

– Un raro caso di schizofrenia editoriale, sto per dire qualcosa contro me stesso: la colpa è degli editori. Ma io adotto tariffe in linea col mercato.

Sembra si trovi a suo agio nella doppia veste, buon per lui. Si vede dallo sguardo che ama il suo lavoro. Ci allontaniamo per ascoltare un autore che piace a entrambi, poi, tornati, con un solo gesto gratifico me, il traduttore e l’editore insieme. E non me ne pento.

A parte la bellezza delle copertine, consiglio di seguirla, L’Orma.

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*) Chissà se i limerick tollerano la coda?

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