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Diario dei sogni #1 – Pesci volanti

1 dicembre 2019

Ho un amico che riesce a tenere un diario dei sogni. Ai bei tempi in cui sognavo anche io, tentavo di fermarne il ricordo, alla mattina. Ma mi riusciva male. Ne perdevo le tracce via via che la mano riacquistava l’uso della penna e i sogni, in qualche modo, mentre li trasferivo su carta, si accorciavano, si facevano piccolissimi e si accartocciavano anneriti e indistinguibili, disperdendosi come brandelli di pagine incenerite all’istante dalla fiammata della veglia.

In realtà, ho capito solo di recente, è la capacità di raccontare che non è innata in me, e che necessita di coscienza e di lucidità per strutturare in frasi le forme intuitive in cui si mostrano le idee, così anche i sogni. Quando la notte finisce, il regno della subcoscienza non apre subito le braccia e continua a circondarmi mentre ciondolo per casa, sussurra sulla mia nuca teneri incantamenti che mi ingannano, e mi ritrovo a tirare su lo yogurt con gli occhiali.

Altro che diario. Che tanto mancherebbe dell’oggetto: quei sogni che una volta saltavano fuori a nastro come pesci volanti per ore, ormai lasciano campo libero a M.me Subcoscienzà e le sue perfusioni mattutine di confusione senza costrutto.

Pazienza per gli appunti mancati. Ma senza sogni che nobilitino le mie notti, devo adattare i giorni a ricoprirne il ruolo. Vivo, e intanto mi organizzo la memoria: Questo ricordo lo tengo, questo lo tengo, questo lo do via. A parte il fatto che inciampo per la distrazione, mi sbuccio le ginocchia e mi si smagliano le calze, è una faticaccia, al termine della quale spesso mi sono scordata le decisioni prese e mi ritrovo con dei ricordi inutili che sbucano a casaccio dai cassetti, e quelli che fino a ieri stavano sempre in mezzo ai piedi, non si sa più dove sono finiti quando servono, signora mia.

Per non parlare del consolidamento delle esperienze: dar loro il giusto peso non è questione da poco. Per non sbagliare mi porto i pesi a casa, li accumulo per mesi, finché passa la data di scadenza e finisco per buttarli tutti nell’indifferenziata.

Non sogno perché mi manca il tempo. Torno a casa tardissimo per i miei giorni densi, carichi di doveri a cui mi incaponisco ad addizionare vissuti che alimentino la parte sognante, tanto affamata per le lunghe veglie che tagliano la fase rem, e con lei i sogni.

I miei pesci volanti ormai ruotano senza sosta sotto il pelo dell’acqua, senza riuscire a emergere.

Da qualche giorno si è interrotto il circolo, per poco tempo, non certo per mia intenzione. Una piccola parte di me si è messa di traverso, sassolino dentro negli ingranaggi, e ha fermato tutto. Ora dormo. Mi sveglio senza sveglia da una settimana.

La prima notte sono semisvenuta dallo stress; la seconda ho sorvegliato il dolore fisico; la terza mi sono riposata senza memoria; la quarta sono emersa dal sonno con le orecchie che ricordavano un coro di bambini; la quinta mi sono svegliata troppo presto, eccitata dal rischio di sognare ancora.

La sesta, la scorsa notte, sul fare del mattino, ho aperto le persiane con un gesto ampio delle braccia – erano tinte di bianco le persiane -, e un vento frizzante ha scosso i miei capelli. Sotto di me la rena granulosa teneva a stento gli assalti della schiuma screziata di azzurro di un mare che mi salutava, ondoso e invitante. Intanto sopra le creste, coronati da voli di gabbiani, saltavano a pelo d’acqua senza posa una miriade di pesci volanti.

The Square. Quadrilogia dei respiri – Nel sonno

5 settembre 2019

di Francesca Perinelli

In volo in volontà involontario l’hai fatto mille volte e apri e chiudi alveoli a notte fonda senza sonno ascolti passa un cane e alla luna a lei è lui a ululare pianto, per quanto fiato abbia. Respira e poi riprende. Dormi se lo dimentichi, il respiro, coperto dal respiro delle cose. Respira l’aria dietro le finestre, vicini a conversare con gli amici, le fronde vive dentro il temporale, e cani, e volpi, e i gatti e i cinghiali, i camion e la spazzatura; le moto di passaggio e le autoradio. Lo fa la notte quando è silenziosa. L’ascolti e ti riposi bene, preso nel flusso sciolto che nebulizza l’etere, lo porta a fare mondi; genera fatti, agisce le persone; e si dissolve. Altera il tuo respiro, contrae le corde, e tu produci suoni, articoli parole. Vorresti ma non riesci a liberarti. Smetti lunghi secondi e ricominci. Non sai che fartene e non puoi farne a meno. Nel sonno ne hai coscienza, lo sai quello che non riesci più ad ammettere durante il lungo assedio della veglia. Continua, su, non perdere il respiro. Credici in pieno. È la tua condizione; il solo modo di essere vivente. Non un ricordo e non un potenziale. Tu sei espirando e inspirando forte. Tu sei, scambiando l’aria con il mondo, che ti attraversa ma ti lascia indenne, che ti sorseggia e ti conferma: sei. E io, che voglio essere con te, respiro nel tuo alito, mi accordo, ti scivolo all’interno, ti fuoriesco e ti riprendo in me, respiro. Bocca e narici sono il nostro tramite, legame inconsistente che non lega. Io lo conosco, lo sento come mai, lo voglio. Lo prendo e mi ci avvolgo. E, finalmente, posso dormire anch’io.


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