Rubano ancora al sonno l’allegria

Prima che per la terza notte non riesca a chiudere occhio (e meno male che mi era passata), chiedo umilmente scusa a Manuela con la quale ho trascorso qualche ora in splendida conversazione privata come due amanti clandestini di diverso segno, ma ho urgentemente bisogno di mettere in piazza quel pezzo del mio puzzle.

Sono io, ehi, mi riconosci? Lo so, sembra che stia parlando con me stessa, non è così. Ricordo. Un giorno, mentre scoppiava un tuono lontano, scesi da un aereo che mi portava dove tenevo una conferenza per lavoro. L’aria era tesa e calda, il cielo velato di nuvole bianchissime, grandi grandi. Le guardai un momento con sorpresa e poi salii sul taxi. Fu un giorno come un altro, verso sera mi sentii punta dalla voglia di non tornare indietro.

Mi riconosci? Ti sento scandire bene le parole, ma quelle nuvole bianchissime che solo adesso mi sembra che virino al rosa, mi confondono. Ti riconosco? Non so, non so. Non so. Mi pare che la nebbia non frequenti spesso questi posti. Allora che cosa si è aggrappato alla mia vista? Mi sembra di udire voci che mi chiamano, non vedo quasi più niente, non riconosco nulla. Devo tornare indietro, ma indietro non tornerò mai più. Devo continuare avanti, ma avanti a me non vedo proprio niente. Che ne sarà di me? E di me? Fa eco l’altra voce, Chi sei? Sono io, ehi, sono io, sì, dai, mi riconosci?

Vado a tentoni, tastando muri, vetrine, spigoli, cercando di ricostruire un filo spezzato che, spero, mi porterà fuori da questo labirinto. Nuvole di pianura in mezzo ai colli, morbida stoffa, stesa attorno a un braccio. Sapete dove si va per l’aeroporto? Ma guardi è tutta un’altra direzione, si sente bene? Mi riconosci? Scusi, si sposti, devo sbrigarmi. Si sente bene? Non so, non so. Non so se ti riconosco. No, non mi sento bene.  Cosa si sente, si vuole sedere, c’è un bar giusto girato l’angolo. Ma lei lo vede, l’angolo? Certo, lei no? Non vedo niente, non riconosco nulla. Grazie, vorrei che mi portasse da un oculista. Starà scherzando, qui non ce n’è nessuno. Mi faccia pensare. Mi riconosci? Ehi, sono proprio io. Mi scusi, può fare in fretta? Ho un biglietto aereo non rimborsabile, il volo parte tra meno di due ore. Un ottico. Mi dia il braccio, la porto da un ottico speciale. Un ottico? Ma cosa dice, lei non si rende conto. Che cosa dice?

Vedo che salgo a rubare il sole/

per non aver più notti/

perché non cada in reti di tramonti/

l’ho chiuso nei miei occhi/

e chi avrà freddo/

lungo il mio sguardo si dovrà scaldare.

Siamo quasi arrivati, ma, piange? Lei non si rende conto. Lei, piuttosto, deve andare a fondo con questo suo problema. Siamo arrivati, le apro la porta. Mi lasci qui. Sicura? Sì, sicura, mi lasci qui. Però non pianga. Mi lasci, la ringrazio tanto, la ringrazio tanto. Entri almeno, le sto tenendo la porta. Grazie ancora.

Vedo i fiumi dentro le mie vene,/

cercano il loro mare,/

rompono gli argini,/

trovano cieli da fotografare./

Sangue che scorre senza fantasia/

porta tumori di malinconia.

Chi è? Mi scusi, questa donna, Ancora non se n’è andato? Mi lasci da sola con l’ottico. Che succede? Mi riconosci, mi riconosci adesso? No, ma vedo nuvole grandi, sempre più bianche e grandi. Sieda qui, le porto un bicchier d’acqua.

Vedo gendarmi pascolare/

donne chine sulla rugiada,/

rosse le lingue al polline dei fiori/

Lei, mi scusi se tiro col naso, lei ha paura del polline transgenico? Beva, si sentirà meglio. Oggi fa molto caldo.

ma dov’è l’ape regina?/

Forse è volata ai nidi dell’aurora,/

forse è volata, forse più non vola.

Ah, sì, la questione delle api che non sono più quelle di una volta. Non mi interessa adesso, io non vedo più niente. Ne è sicura? Provi questi occhiali. Funzionano subito? Il tempo di controllare la montatura sul tuo visino. Ci diamo del tu allora. Solo se smetti di piangere. D’accordo. Così, un bel sorriso, ecco.  Guardami. Mi riconosci adesso? Ah!

– Tale e quale a zio Vincenzo!

– Chi, io?

– Tale e quale, tale e quale… Anche la voce, come ho fatto a non riconoscerti prima? Tu… Serpe velenosa!

– Sei impazzita?

– Tu, ti sei insinuato nella MIA famiglia quando avevo otto anni e per due mesi hai dato il tormento a mamma, alla mia mammina, con la scusa di insegnarle a cantare! Per fortuna che almeno papà aveva la vista buona e non gli è sfuggito quello che stavi tramando!

– No!

– Per colpa tua ho avuto gli incubi per anni! Non mi sono mai più fidata degli uomini, per quello che hai combinato alla mia mamma, maledetto! Prima, aveva perso ogni interesse per noi, quante volte si è bruciato il pranzo mentre aspettavamo che usciste dalla camera dei miei genitori! Per giorni ha pensato soltanto a cantare, a cantare. Quando non c’eri vagava per casa come sotto un incantesimo. E noi, tutte sole e spaventate poverine ad aspettare il ritorno di papà dal lavoro. Poi, ha pianto per giorni dopo che sei stato cacciato, verme strisciante! E papà, un uomo distrutto, dopo quella volta non si è mai più allontanato da casa e ora è come un pezzo dell’arredo: sta sempre lì, immobile e fissa la povera mamma dalla sua poltrona. Perché sei ritornato nella mia vita? Perché?

– Rosaria, togli gli occhiali. Toglili, ti prego, ahi! Ahia! Lasciami fare, capirai poi, ahia!

– Maledeeeetto! Tò! Tieni! Per tutto quello che ci hai fatto e ancora dobbiamo penare per colpa tua!

– Aaaaaaaah! E basta! Levati questi occhiali, Rosaria, è un ordine!

– Non ti permettere! Fermatiiiii! Aiuutoooo! Aaaaa!

– A costo di romperli, gnnn… Grrr… Ecco!

– Cos’è successo? Ora ci vedo benissimo. E tu, sembri così… innocuo.

– Sono stati gli occhiali. Funzionano benissimo, anche troppo. Te lo dicevo.

– Uh!

– Ricominci?

– No, è che ho capito tutto. Era una primavera calda, calda come questa, quando quell’uomo si è insinuato nella vita di mia madre. Io respiravo il profumo dei fiori nell’aria, la sentivo esercitarsi nel canto, la vedevo felice. Mi ero anche un po’ innamorata di lui, nonostante avessi solo otto anni. A me e alle mie sorelle portava cannoli e arancini, poi si chiudeva con lei nella camera da letto dei miei. Lei iniziava a intonare compìta le melodie scritte sugli spartiti che lui le portava, poi la sua voce si faceva più flebile, prendeva un tono roco, sembrava che soffrisse, gemeva, anche, mentre cantava. Io e le altre due allora, accostavamo le orecchie alla porta, che era così sottile da far passare tutto. Ci sembrava che anche lui cantasse, ma più sotto voce, in sussurri ritmati, uniti a quelli di lei. Questo durava un tempo che pareva interminabile, invece all’improvviso tutto finiva, lasciandoci stremate. Ci tenevamo per mano, scivolate col sedere per terra, con le orecchie che ronzavano e un formicolio che correva per tutto il corpo. Loro, uscendo, non si curavano di noi e ci scavalcavano senza rivolgerci parola. Poi si sedevano in sala e mordicchiavano arancini in silenzio.

– È per questo motivo che ti si sono appannati gli occhi, perché stai respirando un’aria simile a quella che ti inebriava, tuo malgrado, in quei giorni.

– Chissà. Ma guarda, sono tutta sudata. Mi dispiace averti aggredito, guarda che graffi ti ho fatto.

– Non fa niente. Un bicchiere d’acqua?

– Grazie, magari. Però…

– Vieni qui, fatti abbracciare.

Vedo gli amici ancora sulla strada,/

loro non hanno fretta,/

rubano ancora al sonno l’allegria/

all’alba un po’ di notte:/

e poi la luce, luce che trasforma/

il mondo in un giocattolo.

Cosa vedi ora? Ora vedo te. Mi riconosci allora?

 …

Che bella dormita, non ricordo altro che un sogno di nuvole bianchissime. Ma, sono ancora al computer? Chi ha scritto questa roba?

Faremo gli occhiali così!

Faremo gli occhiali così!

.

.

Ricordo di Marie A.

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento.

B. Brecht

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