Perspective giving. Lo stratagemma che ci salverà

Casa profuma tutta di bucato pulito. È un segno. Significa che fuori non ho potuto stendere, come d’inverno. Che senso di raccoglimento, oggi piove. Sto bene nei vestiti, non ne sono più infastidita. Sveglia domenicale a testa confusa e poi, durante il the, appunti (mentali).

Pretendere esperienza autentica dalla scrittura, perché ha influenza sul lettore. La fascinazione, il potere insito in una scrittura di mestiere può convincerlo che ciò che fa il personaggio costituisca un’ispirazione o un modello. Se ammettiamo (o ci auguriamo) che la scrittura abbia ancora un ruolo nella società, allora bisognerà improntare i nostri racconti alla massima onestà. Ciò non significa che debbano riferirsi pedissequamente all’esperienza personale di chi scrive ma piuttosto che di ciò di cui non si ha avuto esperienza diretta o indiretta per averla studiata e onestamente ragionata, si debba evitare di fornire un’interpretazione. Ne ho buttate fuori di storie che non rispettano esattamente questi canoni, e credo che si avverta. Ma, nel complesso, e in modo speciale ultimamente, su questo blog ci sto mettendo vita vera.

E intanto intorno si scatenavano le tempeste tipiche della domenica mattina, i miei gioielli. Cosa sarei oggi senza loro? Il pensiero aveva cambiato direzione. Più tardi in edicola, per qualche minuto dopo il tuffo, sono rimasta conficcata dentro a una rivista. Era in inglese però e, visto il prezzo, dovevo capire se acquistarla o meno. Dopo un po’ mi si è avvicinato il giornalaio di soppiatto e, soffiandomi i capelli da sopra la spalla, ha detto “Che fa allora, la compra?” Io l’ho guardato di sottecchi e aperto il portafoglio senza dargli la soddisfazione di una risposta. Venditore di notizie al chilo, sparati i miei soldi in qualche gratta-e-vinci e godi.

Di nuovo a casa, la mente ormai è sgombra. Leggo di una ricerca* di quelle che confortano i risultati già raggiunti dal buonsenso. Si aggiunge ad altre, lette di recente, attestanti il fatto che l’essere umano, sottoposto a determinati condizionamenti preliminari, mette in atto inconsapevolmente pensieri e comportamenti meno etici di quanto non sarebbero in assenza di tali condizionamenti. Qui, in sintesi, viene verificato un metodo detto “perspective taking”, che prevede che due individui o gruppi in conflitto tra loro trascorrano del tempo esclusivo insieme e facciano lo sforzo di pensare intensamente all’esperienza dell’altro, fino a comprendere le similitudini e le affinità esistenti tra loro. Nel caso di contendenti in condizioni paritarie, decenni di ricerche dimostrano che gli esiti sono quasi sempre positivi e il metodo viene usato per risolvere conflitti etnici e politici.

La ricerca scopre, però, che mentre chi è in posizione dominante riesce a calarsi nei panni dell’antagonista e a creare i presupposti di un dialogo, l’altro, invece, spesso è talmente sfiduciato e stanco da non riuscire a immedesimarsi nell’avversario. Col risultato di pensarne male, e vederne soltanto gli aspetti negativi. Nel caso di contrattazioni commerciali poi, o di conflitti di coppia, tanta è la sfiducia da parte di entrambi da far loro mettere in campo, inconsapevolmente, i peggiori imbrogli e inganni per massimizzare il reciproco danneggiamento. Addirittura portando fuori dal terreno del conflitto lo stesso atteggiamento, tenuto con ignari soggetti estranei. Questa la conclusione:

“Immedesimarsi nell’altro, porta piuttosto spesso ad attuare comportamenti anti-etici”.

Ma, caspita: questo è un rischio che corre anche lo scrittore quando cerca di forzare la psiche del personaggio che non lo rappresenta. È un rischio che ha ricadute, quindi, anche su chi gli vive attorno. E io lo corro eccome questo rischio, coi miei esercizi iperrealisti di immedesimazione. Devo rifletterci. Riflettere soprattutto sui condizionamenti preliminari. Ma prima leggo le ultime battute:

“Entrare nei panni di un’altra persona è una delle più importanti attitudini degli esseri umani. Permette di cooperare su grande scala e spesso dà la spinta necessaria al nostro desiderio di fare qualcosa per il benessere degli altri”.

Ma la ricerca, oltre dare evidenza di dove fallisce il metodo, suggerisce anche uno stratagemma: dare l’opportunità al contendente in posizione svantaggiata di raccontare per primo (perspective giving) la propria visione del conflitto all’altro. Sempre che quest’ultimo sia e si dimostri seriamente interessato ad ascoltare, chi parla si sentirà, dopo, meglio disposto all’immedesimazione con l’antagonista più fortunato di lui. E l’intero processo di avvicinamento avrà qualche chance di buona riuscita.

Sébastien Thibault, illustrazione dell’articolo The curios perils of seeing the other side

Questo tema dell’immedesimazione mi perseguita. L’altra sera avevo letto l’imbufalito post di Luca Massaro dal titolo Una ragazza è una donna:

[…]è una donna quella che decide, insieme al proprio compagno, di abortire l’embrione perché affetto da una malattia genetica di cui loro sono portatori sani; e se lo fanno è perché è stata la scienza medica (ginecologica) alla quale si sono affidati per evitare di avere un figlio inutilmente sofferente, nella speranza, invece, di averne in futuro un altro che non abbia a patire le determinazioni della natura. E se una donna abortisce per tali ragioni, non è affatto sola e disperata e incapace di guardare la vita. Tutto il contrario: proprio perché ha visto che la vita sofferente per una malattia genetica è una vita di merda, ha scelto sia per l’embrione che per sé, avendone – come la Corte Europea dimostra alla faccia della Legge 40 – pieno diritto.

Il senso delle affermazioni è indiscutibile. Sono d’accordo con lui. Ma, al termine della lettura, mi ero ritrovata in compagnia di un’inquietante ossessione riguardante il potere della donna. Che può scegliere di dare la vita e anche la morte, all’occorrenza.

Passato poco tempo, mi è capitata sott’occhio l’Amaca del 26 agosto, dove Michele Serra, nell’ambito di una condanna alla piromania estiva, pronuncia un suo atto di fede nei confronti dell’incapacità della donna di esercitare il male nei confronti della Terra – Gea- e conclude l’articolo con queste parole:

[…] Ma avere l’ impulso di devastare un luogo per sottometterlo, per negarlo, per cancellarne le tracce di vita, è cosa solo dei maschi: la statistica non concede eccezioni. In questo senso il piromane è colui che trasferisce sul volto della Terra lo stesso sfregio che il maschio padrone infligge al volto della femmina che considera infedele o indegna, o più semplicemente non sua. Gea è femmina, accoglie il seme e lo fa germogliare. Piromani, stupratori e sfregiatori di donne andrebbero inclusi nella stessa branca del Male.

E mi è venuto da rincarare la dose: l’intero genere umano lo dovrebbe essere. Umanizzando Gea, mi sono chiesta: può forse scegliere -e per analogia può farlo la donna-? Il seme ormai lo porta non più soltanto il caso, ma soprattutto l’Uomo, la cui specie si estinguerebbe senza l’agricoltura. Il “corpo” di Gea è da tempo immemorabile, e irreversibilmente, al servizio dell’umanità, ma quale scelta.

Insomma, qui ci sono uomini che tentano di mettersi nei panni delle donne e che sbandierano certezze su ciò che è di esclusivo appannaggio della nostra esperienza. E intanto, invece di sentirmi più felice, io mi sento così incompresa. Ma com’è che la vivo tanto male? Ragioniamo.

1. il corpo è mio e lo gestisco io

Ma davvero il corpo è mio e lo gestisco io? Non vorrei mai essere fraintesa, e meno che mai dal movimento femminista**, che è gente che mena forte. Certo che il corpo è mio. È sulla libertà di scelta di come gestirlo che nutro qualche dubbio. Semplificando:

– Già da feto custodisco dentro di me gli ovociti che mi potrebbero consentire, un giorno divenuta adulta, la maternità. Ecco, mi pare che prima ancora di nascere la scelta sia segnata. Il mio corpo è uno strumento di propagazione della specie.

– Veniamo al momento clou. Concepire oppure no? La mia libertà di scelta finisce, come ogni libertà, laddove inizia la libertà dell’altro. In primis del mio compagno, mi sembra ovvio. Oppure no? Quante donne con o senza un compagno fisso si mettono in testa di concepire un figlio che sentono come necessario, indispensabile, irrinunciabile? In quel caso la loro scelta è libera? O forse condizionata dalla necessità che avvertono? E, poi, da dove arriva questa necessità? Dalla promessa di un benessere o di una felicità futura?

[Come sa benissimo chi ha già avuto figli, non è che la gravidanza sia sempre una passeggiata di salute. Nove mesi di disagio, di scompensi fisici ed emotivi, solo sporadicamente bilanciati dal -giusto- orgoglio (quando percepito) di detenere il potere di creare nuova vita; o dalla gioia -immensa- (quando percepita) di avere per il resto dei propri giorni la responsabilità e l’onore di costituire un modello per un essere umano al quale passeremo il testimone.]

Per cosa io rinuncio per sempre alla mia “singolarità”? Per delle felicità temporanee, non garantite, condizionate da tanti di quei fattori aleatori che verrebbe da pensare che (se non ci fossero di mezzo la misteriosa spinta di un istinto ancestrale, il supporto della serotonina prodotta a seguito agli eventi cardine -orgasmo, parto, allattamento- della vita di una madre, le questioni di orgoglio o di realizzazione sociale), in realtà, io sia l’oggetto di un raggiro universale (o di una sòla, come si dice a Roma).

[Fermo restando che sono la prima propagandista, specie tra le giovani indecise,  delle incommensurabili gioie della maternità e mai tornerei indietro sulle decisioni prese, tuttavia vale lo stesso quanto detto sopra]

– E infine, io, che nella maternità ho provato una realizzazione e un’esaltazione mai provata né immaginata prima d’allora. Che per tanto tempo ho sognato e cercato di ripetere il miracolo, nella malaugurata ipotesi che negli equilibri della mia vita attuale una gravidanza (voluta ma “difettosa” o  anche inaspettata) arrivi a minacciare di deflagrare come una bomba e rimettere ogni cosa in discussione, la scelta, quella di proseguirla o meno, mi apparterrà davvero in tutto? Quale sarà l’istanza prevalente che mi guiderà? Il pensiero che l’embrione sia una persona dotata di diritti, quello del figlio disabile che avrebbe di fronte a sé una vita di sofferenza, il rispetto della libertà o dei desideri del mio compagno, il bisogno di ottenere una mia personale gratificazione o, al contrario, di liberarmi di un peso insopportabile?

Io, strumento di continuazione della specie, davvero ho tanta libertà di scelta? Per me è fuori di dubbio che sceglierò la soluzione più conveniente per tutti coloro che ne sono coinvolti, in ordine di importanza, me compresa. Ma non sono affatto sola con il mio strapotere, non nel senso in cui ne parla Luca, che giustamente ricorda che la diagnosi preimpianto viene chiesta da una coppia con un preciso progetto di vita. Non sono sola perché non posso permettermi di scegliere soltanto in base a ciò che sento di desiderare nel profondo. Alla fine, la mia scelta sarà sempre, sempre, condizionata da fattori esterni. Anche quando questi non sono incarnati dal giudizio di una società ipocrita o da una Chiesa o (magari, peggio) da un’ideologia, che viene a ficcare il naso nelle mie mutande.

2. mi metto nei panni di una donna.

Ogni volta che sento un uomo proferire la frase mi metto nei panni di una donna, inizio a sentire un prurito su tutto il corpo e mi prende la frenesia di grattarmi. Ma chi sono questi uomini che si permettono di mettersi nei panni di una donna? Ma perché, cosa li spinge a farlo, a difendere loro a spada tratta -nel modo in cui farei io che donna sono- i miei diritti? Come presumono di conoscerli davvero, questi diritti, avendo soltanto come riferimento dei principi teorici?

Io ti voglio, io ti pretendo accanto, uomo. Non mi piace affatto pensare a un mondo in cui i due sessi non si trovino insieme e in equilibrio. E se, quando cerco di immedesimarmi in te prima di formulare un giudizio che riguarda la tua essenza, ascolto per prima cosa la tua campana (ovvero, fuor di metafora, leggo, ascolto e cerco anche di persona la tua opinione sulle questioni che ti riguardano), altrettanto mi aspetto che faccia tu. I concetti, visti dal di dentro, non sono così nitidi. Spesso mi sento confusa e non sono certa che quello che viene sbandierato nelle piazze come dogma sia sempre la Verità valida per tutte. Però, se mi venisse richiesto di dire la mia in riferimento a ciò che avviene sul corpo di altre donne difenderei il loro diritto ad autodeterminarsi a spada tratta, proprio come fai tu uomo, per conto mio, a ogni piè sospinto (e te ne sono grata, veramente).

[Di tutto questo ragionare ho sentito il bisogno di confrontarmi con un giovanotto “illuminato”, il quale per concludere ha esclamato È questo il principio liberale! Sì, è così. E allora:]

È bellissimo, io trovo, per le donne di oggi avere a disposizione una generazione di maschi cresciuti e formati al sole del pensiero egualitario. Adesso però andrebbe fatto quello scatto in avanti del quale ancora noto con dispiacere la mancanza: non limitarsi a riempirsi la bocca dei principi di parità e di reciprocità tra i sessi, ma anche dedicarsi all’ascolto profondo gli uni delle altre, alla discussione o anche all’invenzione di un nuovo dibattito (purché senza le inutili faziosità che è oggi così di moda e social agitare) sui temi dei diritti e del rispetto delle diversità tra uomini e donne. Questo, secondo me, porterebbe davvero al risultato di migliorare il mondo. Altrimenti continueremo in questo modo: tu che va in giro a predicare i miei diritti e io che me ne resto dentro la caverna ad aspettare fino a notte fonda che ritorni a scaldarti un po’ con me.

Forse, potremmo iniziare ad applicare lo stratagemma suggerito dai ricercatori del glorioso MIT, io di sicuro mi sentirei un po’ meglio.

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Cheryl Barnes  – Easy to be hard

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*) Articolo The curios perils of seeing the other side di Jamil Zaki, pubblicato su Scientific American Mind – Luglio/Agosto 2012. Studi e ricerche del neuroscenziato Emile Bruneau del Massachussets Institute of Technology (2009), dello psicologo Micheal Kraus dell’Università dell’Illinois (2011) e dello psicologo Adam Galinsky della Northwestern University (ancora non pubblicato).

**) Su questo tema posso davvero parlare solo per me, ma con la minima sicurezza di rappresentare molte altre donne. Riguardo al femminismo, non mi sento sufficientemente confortata da particolari studi o conoscenze. Ma posso ricordare che il movimento femminista, nato nella scia delle rivoluzionarie aperture del ’68, ne ha, di fatto, chiuso la breve stagione affermando una prima forma di negazione del principio base dell’”egualitarismo”, che aprì le porte alla separazione tra gruppi disomogenei (altre “negazioni” furono, ad esempio: la formazione di gerarchie interne al movimento, a causa del carattere di rivoluzione permanente che aveva assunto; o altre forme di diversità, incoraggiate dal successo del femminismo a portare avanti con orgoglio le proprie istanze -gay e lesbiche, portatori di handicap, nuove religioni…-), addirittura finendo col trovarsi in netta opposizione con esso (e il termine opposto a rivoluzione è restaurazione).

Con questo voglio dire che, a mio parere, le battaglie portate avanti per la difesa della dignità femminile dagli esordi del movimento femminista in poi, oltre a mietere i successi che consentono ancora oggi a tutte le donne del mondo di poter contare su diritti e leggi fondamentali e su una sicurezza e libertà della quale mai hanno potuto godere nel corso delle precedenti epoche storiche, quelle battaglie hanno purtroppo, però, trascinato con loro anche una pecca originaria: la segregazione del mondo femminile da quello maschile.

Si legga, al proposito, Guido Viale: Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione Ed. Mazzone, 1978 (2a ed. Nda Press, 2008)

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