Posts Tagged ‘Neuroscienze’

L’efficienza di un sistema elettorale: da Talete, passando per il Caso e i Salti quantici

29 dicembre 2012

Paolo, come avrai modo di capire, ieri l’ho  sparata un po’ abbondante.

In effetti, mentre rispondevo a te avevo un altro post in cottura, e tutti i fornelli occupati. Così, ho messo il proposito in frigo, chiuso con tappo ermetico e l’ho lasciato decantare una notte.

Il guaio adesso è che fuori c’è un sole meraviglioso, che io voglio viverlo sulla mia pelle, che il vento mi chiama, come sempre mi chiama e io, da che sono nata, gli rispondo: Arrivo! E non lo lascio mai solo, quel vento egocentrico, senza i miei capelli da sbatacchiare tutto intorno alla testa, finché non si forma un nido d’aquila e la gente comincia a guardarmi strano. (Io da sola, fisicamente, non riesco a starci mai, c’è sempre questa “gente” intorno, in una città come Roma. Ancora ancora quando abitavo a due passi dal mare, ma anche la spiaggia d’inverno, non è che fosse proprio il deserto.)

Quindi la faccio breve: proprio ieri mattina, mentre meditavo in pigiama su come impegnare utilmente la  bella giornata che si annunciava fuori dallo schermo, leggevo l’ottima newsletter elettronica de Le Scienze, alla quale sono abbonata. L’impressione che ho, di solito, durante lo svolgimento di queste colazioni da giorno festivo, è sempre quella di trovarmi sul greto di un fiume e di dover necessariamente saltellare di sasso in sasso, senza fermarmi troppo in situazioni scivolose, pena il tuffo nell’acqua freddissima, per riuscire a portarmi sulla sponda nel momento esatto in cui il caffé avrà raggiunto il suo effetto di risveglio dell’adrenalina e io sarò pronta a lavarmi-vestirmi-agitarmi-in-tutte-le-direzioni, utili o meno utili (ma poca differenza fa. In fondo).

L’efficienza del caso. Ma tu guarda la scienza, ma guarda. Alcuni studiosi hanno applicato le dinamiche dei sistemi complessi ad un ipotetico Parlamento virtuale, riscontrando che la massima efficienza si raggiunge quando un certo numero di parlamentari vengono estratti a sorte tra cittadini che non fanno parte di partiti politici.

Il risultato ha mostrato anche che i processi basati sul caso, fondamentali in tanti problemi fisici, sono utili anche in campo socioeconomico tramite strategie che prevedono scelte casuali.

Ecco. Allora mi sono detta, saltando sopra un altro sasso scivoloso, “Certo che io eliminerei tutti i partiti, se ne vedrebbero di bei risultati”. Ma la democrazia è una questione complessa, tanto che i più furbi e capaci se ne sono impadroniti al punto da renderla incomprensibile alla maggioranza della gente (proprio quella che incontro per strada quando invece ne farei tanto a meno). “E quindi si voterà col porcellum, checacchio!” e ho cercato qualcosa di più sull’argomento “efficienza del sistema elettorale”. A dire la verità, a me che non sono un’economista, la questione è apparsa un tantino complicata.

1-s2.0-S026137940000007X-gr2Immagine tratta da http://www.sciencedirect.com

Numerosi studi che ormai risalgono ad almeno una decina di anni fa (ma da allora la situazione è soltanto peggiorata), dicono che

Recent electoral reforms in four countries (Italy, Japan, New Zealand and Venezuela) represent moves away from electoral systems that represented different extreme deviations from efficiency.

Insomma, saltando ancora e cercando di mantenere l’equilibrio, ho riflettuto su quanto anche la politica, scienza sociale, sia sorella minore, come ogni altra scienza, della filosofia. Perché nel frattempo mi ero spostata su Samgha, e letto l’articolo Tempo e coscienza, di Ignazio Licata. ora, chi legge qualche volta i miei farfugliamenti sa che neuroscienze, recherche e questioni affini mi attraggono inesorabilmente. Ci sono caduta, nel fiume freddo. Splash, mezz’ora a bocca aperta.

 […] un atomo assorbe o emette energia ed un elettrone orbitale passa da un livello energetico ad un altro; oppure pensiamo  ai fenomeni di creazione-annichilazione di particelle. Tutti fatti ben noti al tempo degli acceleratori e del bosone di Higgs. La domanda è: quali sono le modalità del salto dell’elettrone da un livello energetico ad un altro? E’ come il passaggio da un gradino ad un altro? In un processo di creazione-annichilazione dove vanno queste particelle? Da dove vengono?  La risposta è nel vuoto quantistico, la versione del mare di Talete della fisica teorica. Questo vuoto è in sé atemporale. O per essere leggermente più tecnici senza abbandonare il gioco della suggestione, è un’entità a tempo immaginario.

Talete dimostrava continuamente di poter essere furbo e capace anche lui come i politicanti d’ogni tempo. I filosofi hanno menti superiori. Una volta guadagnò in una sola stagione come uno sporco capitalista nostrano, speculando molto modernamente sulla previsione di un raccolto di olive eccezionale.

Era davvero un figo. Se ne fregava degli Dei fluviali e osava far deviare i corsi d’acqua durante le battaglie per sorprendere il nemico. Ogni tanto giocava coi triangoli e buttava lì l’altezza delle piramidi davanti a un’uditorio sbigottito.

Triangoli_omotetici

Ci fosse lui, oggi saprebbe risolverla questa questione elettorale, tutta questione di triangoli.

Io a scuola di Talete allora non avevo capito niente ma sto rimediando, Paolo. Ecco, mi ero fermata a quella cosa del principio umido di tutte le cose*, poi mi ero messa a leggere fumetti, ascoltare  musicaccia, bazzicare brutte compagnie (ma non è vero, su!), e di Talete mi sono dimenticata. Mai chiudere un filosofo fuori dalla porta, perché poi rientra dalla finestra.

Errori di gioventù. Talete  era uno da  continuare a frequentare. Intanto perché  con la sua intelligenza  si era proposto al mondo come “primo filosofo”, e poi perché il vecchio Tal era anche un tipo sbrigativo:

– non volle avere figli proprio per amore dei figli. (Io ho cambiato idea di recente. Saremmo andati d’accordo per un bel pezzo di strada però)

– disse che “la cosa più semplice è dare consigli”. (Specie da un blog, ma questo non poteva prevederlo)

– che “la cosa più sgradevole è vedere un tiranno esser potuto invecchiare”. (Ah, che maldipancia)

– che “la morte non è diversa in nulla dalla vita. A chi gli obbiettava perché allora non morisse, rispondeva che era perché non c’era alcuna differenza” (capito la risposta pronta di ieri, Luporenna?)

Nessuno glielo chiese mai, ma all’occorrenza avrebbe saputo dire anche se fosse nato prima l’uovo o la gallina.

.

A quel punto mi sono rialzata, ho fatto una doccia calda calda e sono uscita. Cosa che mi appresto a fare adesso, scusa la stringatezza quindi. Mi è venuta voglia di tornare a bussare alla porta di Talete**, magari con una scatola di cioccolatini sotto braccio per farmi perdonare la lunga assenza. Proverei a partire da un testo disimpegnato, ormai sono un bel po’ arruginita, e poi ho tutti quegli ebook da leggere (e poi, ancora, fondamentalmente a me piace il mare, quella grande distesa umida…).

Cochi e Renato – A me mi piace il mare

.

*) Talete […] dice che [la “realtà naturale (o una sola o piú di una) dalla quale derivano tutte le altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata”], quel principio è l’acqua (per questo afferma anche che la Terra galleggia sull’acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla constatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall’umido e vive nell’umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l’acqua è il principio della natura delle cose umide”. (Aristotele, Metafisica 983 b)

**) Guérard Cécile – Piccola filosofia del mare. Da Talete a Nietzsche – Ed. Guanda, 2012

Lettrice con Muzzioli e Wolf

1 dicembre 2012

image

Mantengo i miei propositi:

.

Uno:

Francesco Muzzioli  – Come smettere di scrivere poesia. Ed. Lithos 2011

.

Due:

Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf, Ed. Vita e pensiero, 2009

.

È l’età giusta

19 novembre 2012

Davanti alle stradine tutte allagate del parco, sotto quel cielo plumbeo, con le panchine di legno tutto inzuppato, stamattina mi sono sentita a casa. Quel mondo esterno a me, mi aveva chiamato: “scendi!” alla prima finestra spalancata, come da bambina, quando la domenica si apriva con lunghe sorsate d’aria, affacciata in balcone, persa nel canto degli uccelli, nell’ipnotico ondeggiamento delle foglie al vento. Una volta uscita mi sono chiesta perché non provi più a ricercare coscientemente sensazioni come quella. Ne facevo una questione di sopravvivenza, un tempo. Dovevo, sempre, in ogni circostanza, mantenere il contatto con la mia natura panica e allora camminavo, respiravo, mi allungavo al cielo, mi strofinavo all’erba, abbracciavo gli alberi, invocavo spiriti, il tutto in un crescendo di felicità corporea e spirituale che mi caricava, mi faceva forte, quercia indistruttibile nelle tempeste piccole e grandi dell’esistenza. Adesso no, non è più così da tanto. Ho perso la fiducia negli ingenui riti di quel tipo. Ci sono cose più urgenti, più serie, più importanti. Io, tanto, sono sempre io. O no?

Da quando ho aperto il blog (era maggio, il sole tramontava, e tutto il resto),  ho capito che quello era un atto dovuto in primo luogo verso me stessa. Si trattava di riprendere a studiare, di imparare a confrontarsi, di acquistare il coraggio necessario a mettersi in gioco in prima persona, di lasciare esprimersi fragilità e dubbi, di mettersi in discussione e di convincere altri a entrare in quella discussione. È l’età, si capisce. Un’età in cui tutto ciò che ci era stato insegnato dovesse compiersi nel corso della vita, improvvisamente si trova alle spalle, e allora si rischia di restare impalati, fermi, come già morti. Mentre davanti a noi invece si stende un gran nebbione, dal quale pare provenire della musica, accattivante come le sirene di Ulisse.

Io amo la musica, amo anche ballare e, allora, mi è stato impossibile resistere al richiamo. Ma come gettarsi in mare senza un minimo di conoscenza della tecnica natatoria? Bisogna inventarsi o adottare un metodo, uno che sia valido almeno per sé stessi. Il mio metodo è caotico. Ma ha dei punti fissi, è un procedere nella nebbia tenendo per mano una me stessa come appena venuta al mondo, fragile e fiduciosa. Portarla a percorrere, nella loro rievocazione, le altre vite, le differenti me che ancora mi ritrovo dentro. Serve ad andare avanti, questa cosa che io chiamo raccontare. E quella me stessa nuovissima è così preziosa. Sarà forse l’ultima che incontro? Non va tradita, né messa in condizioni di pericolo, di certo merita il meglio, perché sia messa in condizione di restituire altrettanto in significato. E qualche spiccetto, va là, lo si può investire in questa causa.

L’Espresso da qualche settimana allega le uscite di una collana di DVD dal titolo “La Psicologia”, un’opera in 16 capitoli che ogni tanto mi convince a tirare fuori dalle tasche ben più dei soliti spicci e “accattarmi” anche la rivista. Stamattina è andata così. Il DVD ha per titolo “Le neuroscienze”, a cura del neuroscenziato Alberto Oliverio. Le neuroscienze costituiscono il nuovo incontro, ancora in fieri , tra le diverse branche della medicina e della filosofia, differenziatesi e, in un certo senso, messe in competizione l’una con l’altra nel corso della Storia. Il DVD merita un certo raccoglimento, devo trovare il tempo di vederlo, ma il libretto allegato potevo sfogliarlo anche per strada, uscita dall’edicola. Ecco la sua apertura:

Non è un caso che in questo grafico sia Proust ad avere l’onore di aprire, accanto alla nascita della Società psicoanalitica internazionale, la serie degli eventi paralleli allo sviluppo delle neuroscienze. La pubblicazione di Dalla parte di Swann segna l’apertura del mondo letterario alla dimensione mentale, in tutta la sua complessità*. L’episodio della madeleine, lì contenuto, viene interpretato da Julia Kristeva in questo modo:

…il ragazzino assapora una tazza di the nella quale è inzuppato un dolce molto particolare, “corto e gonfio”, egli dice, che si chiama “madeleine”. Quest’esperienza, che è del tutto insignificante, lo porta in uno stato di felicità e quasi di estasi che egli tenta di comprendere. Cerca di far questo gustandone una seconda sorsata, ma in quel momento la sensazione si arresta. Il ragazzino si pone di nuovo delle domande sulla sua sensazione. Questo mi sembra il percorso di ogni esperienza di scrittura: tentare di passare dalla sensazione alla parola, trovare il significato della sensazione.

Non è un’operazione così banale. Prima di tutto, occorre essere coscienti di essersi incamminati alla ricerca di qualcosa. Si dice che chi scrive intende soprattutto “esprimersi”. L’espressione come fine non fa per me.

E poi, mica ho tempo da perdere in esercizi di esibizionismo, devo inseguire la mia madeleine, che si nasconde dentro un caleidoscopio di reali o mentite spoglie. La afferro, a tratti, e mi sembra di riuscire ad assaporarla con gusto. In quel momento però, tutto si dissolve, proprio come un biscotto di burro sul palato, e mi trovo di nuovo avvolta nella nebbia. Così, visto che ne sono cosciente, non mi fermo a quella illusione di sconfitta, ma testardamente mi rimetto alla ricerca. Allora ogni spunto può avere la sua utilità. Ed ecco che stamani, sulla panchina bagnata dalla pioggia, sopra la quale avevo messo la pellicola che avvolgeva la rivista, mi sono seduta a leggere L’Espresso. E ho trovato briciole di madeleine, ve le condivido così, nell’ordine nel quale si presentano:

– pag. 66Come ci cambia facebook” di Elisa Manacorda. In sintesi: I ricercatori dello University College di Londra hanno scoperto che i nativi digitali hanno una quantità superiore di materia grigia nell’amigdala, mentre, più o meno contemporaneamente, i ricercatori della Jiao Tong University medical School di Shanghai, nel cervello degli internet-dipendenti hanno trovato una predominanza di materia bianca, analogamente a quanto si ritrova nei cervelli di chi dipende da alcol e droghe e dei giocatori compulsivi. L’articolo procede esponendo le posizioni di ottimisti e pessimisti riguardo alle modificazioni che subisce il cervello umano, sottoposto all’”esperienza” di internet, citando alcune altre ricerche autorevoli e concludendo che, sì, i ragazzi fanno più affidamento sulla “memoria esterna” costituita dalla rete, piuttosto che sulla propria, col risultato di indebolire la capacità di memorizzare e poter utilizzare in autonomia le informazioni utili per affrontare la realtà, ma allo stesso tempo questa sorta di delega consente loro di sfruttare la mente per fare ragionamenti di portata più estesa, trarre conclusioni di maggiore efficacia e sintesi e, non ultimo, imparare a catalogare e collegare all’occorrenza, sapendo dove andare a cercarli, i dati utili a determinati scopi.

Buon pro per loro, io sono fiduciosa. Per quel che riguarda me, confermo tutto: da maggio ho visto indebolirsi la mia capacità di stabilire le giuste priorità nella vita quotidiana, aumentare la dipendenza dalle informazioni e dai fatti che originano dalla rete, ma anche crescere nella competenza di connessione tra eventi e informazioni, nella velocità di reperimento dei necessari approfondimenti, paradossalmente ho registrato un aumento del tempo dedicato alla lettura, ed in particolare alla lettura critica, una maggiore apertura alla socialità. Come mi sento giovane.

– pag. 132 “Quanto ci costa non fare” di Stefano Livadotti e Giulia Paravicini . Della serie “dove andremo a finire” se qualcuno non inizia ad impegnarsi per cambiare le cose, e invece stanno tutti lì, belli riparati dietro ai loro schermi a ripetere bovinamente le opinabili opinioni altrui. In questi termini si parla spesso del cittadino medio nonché dell’internauta che se ne sta seduto invece di migliorare il mondo. Non è sempre così. Infatti per il mondo si aggirano menti ingegnose, e sono per lo più ragazzi, che lavorano a testa bassa (spesso divertendosi) per congegnare reti alternative ad internet, e meno controllabili, nuovi programmi open source, nuovi modi per diffondere conoscenza ed interscambio, che tornino vantaggiosi soprattutto laddove la censura impedisce a intere popolazioni di poter crescere e usufruire dei vantaggi, indubbi, dei nuovi mezzi di comunicazione. Io sono sempre più convinta che questi “giovani”, domani che non lo saranno più tanto, faranno tutt’altro che sedersi in poltrona davanti alla tv. Indietro non si torna, in questa società.

E quest’immagine:

come stride. Come stride con le leggerezze di chi amministra il denaro pubblico. Cose che fanno accapponare la pelle – non per il freddo -, come il Comune di Roma, ormai ribattezzato Roma Capitale, ma non riesco a dirlo, che programma la costruzione di piste da sci… ad Ostia.

– pag. 194 “Viaggio dell’anima tra quaggiù e laggiù” di Eugenio Scalfari.

Il trauma della perdita del figlio porta David Grossman, ”anima errabonda”, a smettere di cercare

… la verità, né il senso ultimo della sua esistenza. Ove mai l’avesse cercato prima di allora, un evento, un’irreparabile sventura le ha tolto il bisogno di una motivazione. Quell’anima ha subito un trauma definitivo, una mutilazione insostenibile che ha annullato il pensiero e quindi la ricerca del senso. In un mondo insensato non esistono più le forme, tutto è indistinto, tra l’esistere e il non esistere non ci sono confini, non c’è vera vita né vera morte ma soltanto l’”essere” allo stato puro. L’”essere” è caotico per definizione, sostanza senza forma, impalpabile fluidità.

Ma Grossman, ricorda Scalfari,

… nei sei anni trascorsi dal trauma ha vissuto e operato, ha mantenuto e perfino accresciuto il suo impegno civile, politico, letterario. Ha insomma continuato a realizzare sé stesso al punto di concepire il “quaggiù” e il “laggiù” che postulano poeticamente quell’”essere” che è ovunque e in ogni luogo, che non conosce luce né buio, che ha cessato di creare forme ed estenua quelle esistenti senza tuttavia cancellarle del tutto, ombre di un sé stesso che giace non nella morte ma in un eterno e immemore riposo. Questa è l’arte e la sua forza.

Toh, al trauma, che secondo Jacques Lacan, consiste nella lacuna del linguaggio, nella sua mancanza di significato (c’è una certa somiglianza con la poetica di Grossman) è dedicato “Lacan e la psicologia del linguaggio”, di Massimo Recalcati, ho letto in quarta di copertina del DVD della collana La psicologia. Solo che l’ho perso, quel numero. Avrò altre occasioni, posso supporre. Finché c’è vita, al gioco delle madeleine non può esservi fine.

Di Proust ho un ricordo panico. Avrò avuto sì e no dodici anni quando tenevo con leggerezza tra le mani “All’ombra delle fanciulle in fiore”. Stavo a gambe incrociate su una sedia di vimini in giardino, d’estate, posso immaginare di aver avuto indosso un vestitino di cotone a fiori – non è che mi ricordi – e lo leggevo con innocenza, mi suscitava solletico, passeggiate di formiche sulla schiena. Intorno a me cinguettavano gli uccelli, frusciavano le foglie che il vento attraversava risalendo i rami, nei loro giochi di luce e ombra, e mi sentivo bene. Finché un giorno ricevetti un’occhiataccia da mia madre che disse che era “un po’ prestino per leggere certe cose” Così, senza farmi domande, soltanto un po’ delusa, riposi il libro tra gli altri volumi, certa che ne avrei ripreso la lettura, una volta raggiunta l’età giusta.

.

*) Sulla relazione tra Proust e le neuroscienze, mi riprometto la lettura di Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge di Maryanne Wolf, Ed. Vita e pensiero, 2009

 

.

 

Paolo Conte – Madeleine

Qui, tutto il meglio già qui,
e non ci sono parole per spiegare ed intuire
e capire, Madeleine, e se mai per ricordare
tanto, io capisco soltanto
il tatto delle tue mani e la canzone perduta
e ritrovata
come un’altra, un’altra vita
Allons, Madeleine,
certi gatti o certi uomini,
svaniti in una nebbia o in una tappezzeria,
addio addio, mai più ritorneranno, si sa,
col tempo e il vento tutto vola via…
Ma qualche volta è così
che qualcuno è tornato sotto certe carezze…
e poi la strada inghiotte subito gli amanti,
per piazze e ponti ciascuno se ne va,
e se vuoi, laggiù li vedi ancora danzanti
che più che gente sembrano foulards…

Quel cervello rettiliano

8 ottobre 2012

Quel cervello rettiliano citato nell’articolo di Sandro Modeo su La Lettura del Corsera e ribattuto molto opportunamente

come terza “Esecuzione pubblica” qui sul blog Delloltreuomo, come lo riconosco. Era predominante nei comportamenti della mia cara nonna, meravigliosa e affascinante, gran cervello, ma anche fumatrice e bevitrice incallita, oltre che continua portatrice di comportamenti estremi che, evidentemente, la facevano sentire bene. Lo è in certe manifestazioni eccessive di mio figlio, il quale benché piccolo, se la cava benissimo con tutti i nuovi media, e ieri dopo essere stato sull’orlo della crisi epilettica con l’ultimo videogioco per telefonino, ha passato e fatto passare a tutti una nottata degna di un horror.

Lo riconosco tanto più in me, nel mio non accontentarmi della stabilità, nel voler cercare qualcosa di più, sempre. E spesso, a rischiare, anche senza avere intenzione di rischiare veramente. Un esempio? Eccolo:

Corriere della Sera, 8 Ottobre 2012

Il dovere di Essere Intelligenti (e quello di Indagare Sulla Natura Della Consapevolezza Umana)

14 settembre 2012

Seguendo un g+ che mi consiglia sempre bene, ho letto un articolo sul blog Leucophaea dal titolo “Mistero” nel quale l’autore, Marco Ferrari, disserta della contrapposizione tra la fiducia nelle idee scientifiche e quella nella superstizione (o meglio, nella necessità insita nella natura umana di fermarsi, spesso, alle spiegazioni semplici):

[…] da mesi in redazione e fuori stiamo discutendo del perché bene o male (più male che bene) le idee scientifiche facciano una gran fatica a diffondersi e soprattutto a superare un muro di quella che potrebbe essere definita superstizione, ma non lo è, non del tutto.

L’assunto è che ci siano troppe controversie che contrappongono una spiegazione scientifica a una no. E come dargli torto? Mi fido della sua interpretazione, almeno per ciò che ritiene importante estrarre dalle 11 pagine di Jiro Tanaka in inglese scientifico ed in particolare del grafico (quasi quasi lo riporto anch’io)

che espone i tratti distintivi e quelli in comune tra la tendenza meccanicistica (che sfocia nei casi estremi nell’autismo) e tendenza mentalistica (che invece può degenerare nella psicosi). Nel mezzo c’è quella che viene definita popolazione “normale”, che include chi tende ad occuparsi di Ingegneria, Matematica e Fisica, Logica, Scienze naturali, Filosofia, Giurisprudenza e Scienze sociali, Storia, Storytelling, Psicanalisi, Terapia e Poesia.

Ma peccato, peccato davvero, per come lo sfogo poi gli prenda la mano e tutto il discorso finisca per riunire sotto l’unica definizione di “adoratori del mistero” varie teorie del complotto, visioni olistiche, agopuntura, e restare chiuso entro lo schema rigido di quella contrapposizione che, inizialmente, sembrava deplorare. Eppure in un punto si lascia sfuggire un “ci mancherebbe”:

“una interpretazione del fenomeno che lascia un angolino di inspiegato, di non rientrante nelle normali leggi della fisica e della chimica, del “c’è sempre qualcos’altro”, del “ci sono più cose in cielo eccetera”. Che è bello, da certi punti di vista, perché significa che secondo queste persone la scienza non ha ancora spiegato tutto (ed è vero, ci mancherebbe)

E quindi Marco Ferrari finisce per scagliarsi contro lo storytelling e contro la cultura umanistica tout court.

[…] Che, come dicevo sopra, vede nel mistero, nell’inspiegato e in fondo nell’inspiegabile, qualcosa di fondamentale […]Non si accontentano delle spiegazioni della scienza, vogliono sempre che ci sia qualcosa di più. E il mistero per loro deve rimanere tale, sono inorriditi dal tentativo degli scienziati di penetrarlo tanto quanto sono annoiati e respinti dalle spiegazioni. […]

Mah… Almeno maneggiando questi argomenti forse varrebbe la pena sforzarsi di entrare un po’ più nel merito. Sapere ad esempio che esiste un dibattito, seppure minimo, su un certo modo di fare letteratura, una modalità che si attiene al dato scientifico. Una certa tradizione che si fa risalire ad Anton Cechov, passando per Alice Munro e John Cheever, ma ormai declinata in molte maniere e di sicuro non chiusa a difesa di posizioni indifendibili. Insomma, io non confonderei con tanta serena certezza la superstizione e l’indagine del mondo svolta attraverso la letteratura e la poesia.

.

Dolce Consapevolezza di sé – Annamaria Papalini
(immagine, “rubata” al volo oggi all’amica Maria, dell’opera ancora imballata subito dopo l’acquisto).

.

La filosofia, madre di tutte le scienze, nasce come indagine a tutto tondo -quindi, aggiornando l’accezione, indagine a carattere “olistico”, termine che io non svilirei tanto bellamente-. In fondo, dopo molti secoli, dopo la necessaria e dolorosa separazione tra le varie branche della conoscenza avviata nell’illuminismo, si torna sempre più di frequente a cercare di indagare le commistioni, pur sempre esistenti, tra i diversi filoni dello scibile umano e cercare di abbattere il muro artificiosamente eretto tra cultura umanistica e scientifica. (Io poi sono un architetto e proprio non me ne faccio una ragione. Vi siete mai ritrovati commossi davanti, ad esempio, alla bellezza unita all’utilità pratica di un’opera di Riccardo Morandi o di Luis Kahn?)

Mi piace aggiungermi a quanti citano ad ogni piè sospinto l’affermazione di John D. Barrow (insigne cosmologo):

Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà mai essere completa

Lo stesso Barrow, quando fu insignito del Premio Templeton nel 2006, ricevette la motivazione: “per i suoi scritti sulla relazione tra la vita e l’universo, e sulla natura della consapevolezza umana [che] ha prodotto nuove prospettive sulle questioni centrali riguardo alla scienza e alla religione”.

La natura della consapevolezza umana. A che pro indagarla? Per tornare al mio limitatissimo cantuccio letterario, che è purtroppo solo un luogo dell’anima (e vammi a dimostrare che non ci sia spazio per l’anima -al più sospendi il giudizio, eccheccacchio!- tra i gangli del cervello per questa mole di nozioni, intuizioni e di riflessioni, mole che, sarà che i neuroni muoiono e non vengono rimpiazzati, ingrossa le sue file di giorno in giorno), oggi che viaggio in compagnia del Gioco del Mondo* e mi stupisco ancora (non finirò mai) di come la letteratura riguardi da vicino ciascuno di noi, mi sento contemporaneamente affine alla natura della Maga

“[…] Toc, toc, tu hai un uccellino nella testa. Toc, toc, ti bechetta dentro continuamente […]”

perché sono spesso incosciente, sbadata e ignorante come lei, ma mi riconosco anche nello sguardo che su di lei posa Oliveira

“[…] Soltanto Oliveira si accorgeva che la Maga si affacciava ad ogni istante a quelle grandi terrazze senza tempo che tutti loro cercavano dialetticamente.”

Maga e Oliveira insieme -e d’altra parte come pensare che lo stesso Cortazár abbia potuto descrivere entrambi così bene senza aver avuto esperienza di tutte e due le facce della medaglia?-, io mi sto via via convincendo che soltanto quando si arrivi a padroneggiare entrambi i mondi, senza che un aspetto prevalga mai sull’altro, si possa aspirare ad avvicinarsi, privi di preconcetti, a qualcosa che assomigli a una rudimentale conoscenza del mondo. La conoscenza del mondo, la consapevolezza del tutto e insieme di sé stessi, il tema principe, il tema fondamentale dell’esistenza. Ecco a che pro indagare.

i sentimenti, del resto, non sono un tema qualunque, sono il tema fondamentale.

.

Nel 1983 scoprii, tra le altre, una splendida canzone già vecchia di dieci anni, che richiamava la leggenda dell’indovino Tiresia, in qualche modo il riassunto simbolico e poetico del senso delle riflessioni appena esposte. E, secondo me, una buona mano la dà anche ad avallare l’intuizione di quello scrittore/tecnico (non un “artista”! E nemmeno uno “scienziato”, eh, non ci sbagliamo!), quello che “la narrativa no”, ma che anche

“reputo la disciplina scientifica di fondamentale importanza per lo sviluppo della democrazia, la cultura umanistica per studiare i sentimenti delle persone. Il mix lo lasciamo a quelli che preparano i cocktail. Una cosa è certa: oggi abbiamo il dovere di essere intelligenti, cioè aperti al mondo, capaci di integrare le conoscenze. Abbiamo anche il dovere di non essere solo creativi ma di stare a servizio della cultura, intesa,qui, in senso lato”

(mi diverto a collezionare interviste, e allora?).

Genesis – The Cinema Show

.

*) Julio Cortazár: Il Gioco del mondo (Rayuela)  – Ed. Einaudi 2005

.

Facciamoci del bene

11 settembre 2012

– Come stai?

Silenzio.

– Diciamo bene.

Ancora silenzio. Però poi ci siamo guardate e ci siamo messe a ridere.

– Se solo ti azzardi a mettere il naso in un giornale o ad allungare l’orecchio dentro una qualsiasi conversazione, ti rendi conto che al confronto, non puoi che stare bene.

E allora. Possibile mai che si debba soltanto sollazzarsi del proprio cronico malessere. Cercare una soluzione non è soltanto un obbligo morale (prima di tutto verso sé stessi), può essere anche la chiave di volta per, cavoli, per provare una buona volta cosa significa stare davvero bene. Ma veramente molto, molto bene. E magari cercare di cronicizzare questo stato, buttando nel cassonetto adatto quello precedente.

Messaggi positivi. Scartabellando pagine web ho trovato questo:

Asap SCIENCE – The Science of Orgasms

Meraviglia, sì. Devo avere il testo, mi sono detta. E così ne è nato questo simpatico scambio di mail:

The SCIENCE of ORGASMS

The human body is a wonder, but perhaps the most curious and quintessential aspect of the human experience is the orgasm.

The body’s sexual response is typically broken down in 4 stages: excitement, plateau of arousal, orgasm and resolution. Following arousal, the brain stimulates blood flow to the genitals, your heartbeat and breathing increase, and the central nervous system is fully engaged sending signals of enjoyment to the brains’ reward system. These 1000’s of nerves endings constantly relay pleasure signals to the brain, resulting in an orgasm.

For men, the orgasm includes rapid contractions of the anal sphincter, the prostate and the muscles of the penis. In conjunction with ejaculation, which sees the release of sperm and other seminal fluid, the whole process for men involves around 3-10 seconds of intense pleasure. This is followed by a refractory period from minutes to hours, in which another orgasm cannot be achieved.

Women, on the other hand, do not experience a refractory period, allowing them to experience multiple, consecutive orgasms. On average, these last around 20 seconds, though sometimes much longer, and consist of rhythmic contractions between the uterus, vagina, anus and pelvic muscles.

But it’s the brain that takes control, or rather, lack thereof during orgasm. Using functional MRI scans, scientists are able to see brain activity in over 30 discrete regions. It’s flooded with the anticipatory and feel good chemical dopamine (accumbens and ventral tegmental area), which makes you crave the feeling again. This is in tandem with a release of oxytocin (pituitary gland), a hormone that mediates bonding and love between mates.

PET scans show, surprisingly, that brain activity during an orgasm is the same between men and women. In both genders, the lateral orbitofrontal cortex is turned off, which controls self-evaluation, reason and control. Makes sense, as you often lose control during orgasm. This shuts down fear and anxiety, which is seen as the most essential aspect leading up to orgasm. The relaxation of the amygdala and hippocampus in women further reduce emotions, producing a trance-like state, while in men it dampens aggressiveness. Many areas of a woman’s brain are shut down completely during an orgasm. These effects are less striking in men, likely because of the shorter duration and difficulty with  measuring, during a brain scan. In women, an area called the periaqueductal gray or PAG is activated stimulating the flight or fight response, while the cortex, which is associated with pain, lights up suggesting that there is a connection between pain and pleasure.

Following the climax and muscle contraction, the body experience deep relaxation and heart rate slows to a resting pace.

Who knew Science could be so Sexy!

Traduzione perigliosa (in caso di misunderstandings fatemelo sapere):

La SCIENZA dell’ORGASMO

Il corpo umano è una meraviglia, ma forse l’aspetto più curioso e quintessenza dell’esperienza umana è l’orgasmo.

La risposta sessuale del corpo è in genere suddivisa in 4 fasi: eccitamento, colmo dell’eccitazione, orgasmo e rilassamento. Dopo l’eccitazione, il cervello stimola il flusso di sangue ai genitali, il battito cardiaco e la respirazione aumentano e il sistema nervoso centrale è pienamente impegnato nell’invio di segnali di gradimento al sistema di ricompensa mentale. Queste migliaia di terminazioni nervose trasmettono costantemente segnali di piacere al cervello, sfociando in un orgasmo.

Per gli uomini, l’orgasmo comprende rapide contrazioni dello sfintere anale, della prostata e dei muscoli del pene. In concomitanza con l’eiaculazione, che vede l’uscita di sperma e di altro liquido seminale, l’intero processo per gli uomini è associato a circa 3-10 secondi di intenso piacere. Questo è seguito da un periodo refrattario di alcuni minuti o di ore, in cui un altro orgasmo non può essere raggiunto.

Le donne, invece, non sperimentano alcun periodo refrattario, cosa che permette loro di provare molteplici orgasmi consecutivi. In media, questi durano circa 20 secondi, anche se a volte molto più a lungo, e sono costituiti da contrazioni ritmiche tra l’ utero, la vagina, l’ano e i muscoli pelvici.

Ma è il cervello che prende il controllo, o meglio lo perde, durante l’orgasmo. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, gli scienziati sono in grado di vedere l’attività cerebrale in più di 30 regioni discrete. Il cervello viene inondato di dopamina chimica che anticipa il senso di benessere (area tegmentale ventrale e nucleo accumbens), che porta a desiderare di provare di nuovo quella sensazione. Questo fenomeno si accompagna a un rilascio di ossitocina (ghiandola pituitaria), un ormone che fa emergere il legame e l’amore tra compagni.

Le scansioni PET (ndr: tomografia ad emissione di positroni) mostrano, sorprendentemente, che l’attività del cervello durante un orgasmo è la stessa tra uomini e donne. In entrambi i sessi, la corteccia orbito-frontale laterale, che controlla la valutazione di sé, la ragione e il controllo, è spenta. Ha senso, perché si perde spesso il controllo durante l’orgasmo. Questo spegne la paura e l’ansia, che è considerato l’aspetto più essenziale che porta a raggiungere l’orgasmo. Il rilassamento dell’amigdala e dell’ippocampo nelle donne riduce ulteriormente le emozioni, producendo una sorta di trance, mentre negli uomini si smorza l’aggressività. Molte aree del cervello di una donna sono completamente spente durante un orgasmo. Questi effetti sono meno evidenti negli uomini, probabilmente a causa della minore durata e difficoltà di misurazione, durante una scansione del cervello. Nelle donne si attiva una zona chiamata grigio periacqueduttaleo PAG, che stimola la risposta di fuga o lotta, mentre la corteccia, che è associata alla sensazione di dolore, si illumina, suggerendo che vi sia una connessione tra dolore e piacere.

Dopo il culmine e la contrazione muscolare, il corpo sperimenta un rilassamento profondo e la frequenza cardiaca rallenta fino a un ritmo di riposo.

Chi immaginava che la scienza potesse essere così sexy!

.

Non so voi, ma io dopo questa lettura mi sento molto rilassata e sto davvero molto bene. Quindi, se avete gradito, e se siete più social di quanto non sia io, date risalto anche voi al canale Youtube di AsapSCIENCE e dei suoi gentilissimi curatori:

http://www.youtube.com/AsapSCIENCE
Created by:
Mitchell Moffit (@mitchellmoffit)
Gregory Brown (@whalewatchmeplz)
asapscience[at]gmail[dot]com
Facebook.com/AsapSCIENCE
Twitter.com/AsapSCIENCE

.

.

.

Sono ancora sotto l’influenza di questo nuovo stato d’animo mentre sento crescere il desiderio di ripetere l’esperienza, allora chiedo alla poesia di portarmi con delicatezza nei luoghi mentali dove è più dolce perdere sé stessi. Di questa nota conclusiva ringrazio Lucia/Poetella , anche per l’affettuosa imbeccata/sberla che mi ha dato di recente 😀

.

Sii dolce con me. Sii gentile.

.

Sii dolce con me. Sii gentile.

E’ breve il tempo che resta. Poi

saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo

dell’umano. Come ora ne

abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo

fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare

leggere.

Una nostalgia d’imperfetto

ci gonfierà i fotoni lucenti.

Sii dolce con me.

Maneggiami con cura.

Abbi la cautela dei cristalli

con me e anche con te.

Quello che siamo

è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei

e affettivo e fragile. La vita ha bisogno

di un corpo per essere e tu sii dolce

con ogni corpo. Tocca leggermente

leggermente poggia il tuo piede

e abbi cura

di ogni meccanismo di volo

di ogni guizzo e volteggio

e maturazione e radice

e scorrere d’acqua e scatto

e becchettio e schiudersi o

svanire di foglie

fino al fenomeno

della fioritura,

fino al pezzo di carne sulla tavola

che è corpo mangiabile

per il mio ardore d’essere qui.

Ringraziamo. Ogni tanto.

Sia placido questo nostro esserci –

questo essere corpi scelti

per l’incastro dei compagni

d’amore. nei libri.

.

da “Bestia di Gioia” di Mariangela Gualtieri – Einaudi, 2010

Perspective giving. Lo stratagemma che ci salverà

2 settembre 2012

Casa profuma tutta di bucato pulito. È un segno. Significa che fuori non ho potuto stendere, come d’inverno. Che senso di raccoglimento, oggi piove. Sto bene nei vestiti, non ne sono più infastidita. Sveglia domenicale a testa confusa e poi, durante il the, appunti (mentali).

Pretendere esperienza autentica dalla scrittura, perché ha influenza sul lettore. La fascinazione, il potere insito in una scrittura di mestiere può convincerlo che ciò che fa il personaggio costituisca un’ispirazione o un modello. Se ammettiamo (o ci auguriamo) che la scrittura abbia ancora un ruolo nella società, allora bisognerà improntare i nostri racconti alla massima onestà. Ciò non significa che debbano riferirsi pedissequamente all’esperienza personale di chi scrive ma piuttosto che di ciò di cui non si ha avuto esperienza diretta o indiretta per averla studiata e onestamente ragionata, si debba evitare di fornire un’interpretazione. Ne ho buttate fuori di storie che non rispettano esattamente questi canoni, e credo che si avverta. Ma, nel complesso, e in modo speciale ultimamente, su questo blog ci sto mettendo vita vera.

E intanto intorno si scatenavano le tempeste tipiche della domenica mattina, i miei gioielli. Cosa sarei oggi senza loro? Il pensiero aveva cambiato direzione. Più tardi in edicola, per qualche minuto dopo il tuffo, sono rimasta conficcata dentro a una rivista. Era in inglese però e, visto il prezzo, dovevo capire se acquistarla o meno. Dopo un po’ mi si è avvicinato il giornalaio di soppiatto e, soffiandomi i capelli da sopra la spalla, ha detto “Che fa allora, la compra?” Io l’ho guardato di sottecchi e aperto il portafoglio senza dargli la soddisfazione di una risposta. Venditore di notizie al chilo, sparati i miei soldi in qualche gratta-e-vinci e godi.

Di nuovo a casa, la mente ormai è sgombra. Leggo di una ricerca* di quelle che confortano i risultati già raggiunti dal buonsenso. Si aggiunge ad altre, lette di recente, attestanti il fatto che l’essere umano, sottoposto a determinati condizionamenti preliminari, mette in atto inconsapevolmente pensieri e comportamenti meno etici di quanto non sarebbero in assenza di tali condizionamenti. Qui, in sintesi, viene verificato un metodo detto “perspective taking”, che prevede che due individui o gruppi in conflitto tra loro trascorrano del tempo esclusivo insieme e facciano lo sforzo di pensare intensamente all’esperienza dell’altro, fino a comprendere le similitudini e le affinità esistenti tra loro. Nel caso di contendenti in condizioni paritarie, decenni di ricerche dimostrano che gli esiti sono quasi sempre positivi e il metodo viene usato per risolvere conflitti etnici e politici.

La ricerca scopre, però, che mentre chi è in posizione dominante riesce a calarsi nei panni dell’antagonista e a creare i presupposti di un dialogo, l’altro, invece, spesso è talmente sfiduciato e stanco da non riuscire a immedesimarsi nell’avversario. Col risultato di pensarne male, e vederne soltanto gli aspetti negativi. Nel caso di contrattazioni commerciali poi, o di conflitti di coppia, tanta è la sfiducia da parte di entrambi da far loro mettere in campo, inconsapevolmente, i peggiori imbrogli e inganni per massimizzare il reciproco danneggiamento. Addirittura portando fuori dal terreno del conflitto lo stesso atteggiamento, tenuto con ignari soggetti estranei. Questa la conclusione:

“Immedesimarsi nell’altro, porta piuttosto spesso ad attuare comportamenti anti-etici”.

Ma, caspita: questo è un rischio che corre anche lo scrittore quando cerca di forzare la psiche del personaggio che non lo rappresenta. È un rischio che ha ricadute, quindi, anche su chi gli vive attorno. E io lo corro eccome questo rischio, coi miei esercizi iperrealisti di immedesimazione. Devo rifletterci. Riflettere soprattutto sui condizionamenti preliminari. Ma prima leggo le ultime battute:

“Entrare nei panni di un’altra persona è una delle più importanti attitudini degli esseri umani. Permette di cooperare su grande scala e spesso dà la spinta necessaria al nostro desiderio di fare qualcosa per il benessere degli altri”.

Ma la ricerca, oltre dare evidenza di dove fallisce il metodo, suggerisce anche uno stratagemma: dare l’opportunità al contendente in posizione svantaggiata di raccontare per primo (perspective giving) la propria visione del conflitto all’altro. Sempre che quest’ultimo sia e si dimostri seriamente interessato ad ascoltare, chi parla si sentirà, dopo, meglio disposto all’immedesimazione con l’antagonista più fortunato di lui. E l’intero processo di avvicinamento avrà qualche chance di buona riuscita.

Sébastien Thibault, illustrazione dell’articolo The curios perils of seeing the other side

Questo tema dell’immedesimazione mi perseguita. L’altra sera avevo letto l’imbufalito post di Luca Massaro dal titolo Una ragazza è una donna:

[…]è una donna quella che decide, insieme al proprio compagno, di abortire l’embrione perché affetto da una malattia genetica di cui loro sono portatori sani; e se lo fanno è perché è stata la scienza medica (ginecologica) alla quale si sono affidati per evitare di avere un figlio inutilmente sofferente, nella speranza, invece, di averne in futuro un altro che non abbia a patire le determinazioni della natura. E se una donna abortisce per tali ragioni, non è affatto sola e disperata e incapace di guardare la vita. Tutto il contrario: proprio perché ha visto che la vita sofferente per una malattia genetica è una vita di merda, ha scelto sia per l’embrione che per sé, avendone – come la Corte Europea dimostra alla faccia della Legge 40 – pieno diritto.

Il senso delle affermazioni è indiscutibile. Sono d’accordo con lui. Ma, al termine della lettura, mi ero ritrovata in compagnia di un’inquietante ossessione riguardante il potere della donna. Che può scegliere di dare la vita e anche la morte, all’occorrenza.

Passato poco tempo, mi è capitata sott’occhio l’Amaca del 26 agosto, dove Michele Serra, nell’ambito di una condanna alla piromania estiva, pronuncia un suo atto di fede nei confronti dell’incapacità della donna di esercitare il male nei confronti della Terra – Gea- e conclude l’articolo con queste parole:

[…] Ma avere l’ impulso di devastare un luogo per sottometterlo, per negarlo, per cancellarne le tracce di vita, è cosa solo dei maschi: la statistica non concede eccezioni. In questo senso il piromane è colui che trasferisce sul volto della Terra lo stesso sfregio che il maschio padrone infligge al volto della femmina che considera infedele o indegna, o più semplicemente non sua. Gea è femmina, accoglie il seme e lo fa germogliare. Piromani, stupratori e sfregiatori di donne andrebbero inclusi nella stessa branca del Male.

E mi è venuto da rincarare la dose: l’intero genere umano lo dovrebbe essere. Umanizzando Gea, mi sono chiesta: può forse scegliere -e per analogia può farlo la donna-? Il seme ormai lo porta non più soltanto il caso, ma soprattutto l’Uomo, la cui specie si estinguerebbe senza l’agricoltura. Il “corpo” di Gea è da tempo immemorabile, e irreversibilmente, al servizio dell’umanità, ma quale scelta.

Insomma, qui ci sono uomini che tentano di mettersi nei panni delle donne e che sbandierano certezze su ciò che è di esclusivo appannaggio della nostra esperienza. E intanto, invece di sentirmi più felice, io mi sento così incompresa. Ma com’è che la vivo tanto male? Ragioniamo.

1. il corpo è mio e lo gestisco io

Ma davvero il corpo è mio e lo gestisco io? Non vorrei mai essere fraintesa, e meno che mai dal movimento femminista**, che è gente che mena forte. Certo che il corpo è mio. È sulla libertà di scelta di come gestirlo che nutro qualche dubbio. Semplificando:

– Già da feto custodisco dentro di me gli ovociti che mi potrebbero consentire, un giorno divenuta adulta, la maternità. Ecco, mi pare che prima ancora di nascere la scelta sia segnata. Il mio corpo è uno strumento di propagazione della specie.

– Veniamo al momento clou. Concepire oppure no? La mia libertà di scelta finisce, come ogni libertà, laddove inizia la libertà dell’altro. In primis del mio compagno, mi sembra ovvio. Oppure no? Quante donne con o senza un compagno fisso si mettono in testa di concepire un figlio che sentono come necessario, indispensabile, irrinunciabile? In quel caso la loro scelta è libera? O forse condizionata dalla necessità che avvertono? E, poi, da dove arriva questa necessità? Dalla promessa di un benessere o di una felicità futura?

[Come sa benissimo chi ha già avuto figli, non è che la gravidanza sia sempre una passeggiata di salute. Nove mesi di disagio, di scompensi fisici ed emotivi, solo sporadicamente bilanciati dal -giusto- orgoglio (quando percepito) di detenere il potere di creare nuova vita; o dalla gioia -immensa- (quando percepita) di avere per il resto dei propri giorni la responsabilità e l’onore di costituire un modello per un essere umano al quale passeremo il testimone.]

Per cosa io rinuncio per sempre alla mia “singolarità”? Per delle felicità temporanee, non garantite, condizionate da tanti di quei fattori aleatori che verrebbe da pensare che (se non ci fossero di mezzo la misteriosa spinta di un istinto ancestrale, il supporto della serotonina prodotta a seguito agli eventi cardine -orgasmo, parto, allattamento- della vita di una madre, le questioni di orgoglio o di realizzazione sociale), in realtà, io sia l’oggetto di un raggiro universale (o di una sòla, come si dice a Roma).

[Fermo restando che sono la prima propagandista, specie tra le giovani indecise,  delle incommensurabili gioie della maternità e mai tornerei indietro sulle decisioni prese, tuttavia vale lo stesso quanto detto sopra]

– E infine, io, che nella maternità ho provato una realizzazione e un’esaltazione mai provata né immaginata prima d’allora. Che per tanto tempo ho sognato e cercato di ripetere il miracolo, nella malaugurata ipotesi che negli equilibri della mia vita attuale una gravidanza (voluta ma “difettosa” o  anche inaspettata) arrivi a minacciare di deflagrare come una bomba e rimettere ogni cosa in discussione, la scelta, quella di proseguirla o meno, mi apparterrà davvero in tutto? Quale sarà l’istanza prevalente che mi guiderà? Il pensiero che l’embrione sia una persona dotata di diritti, quello del figlio disabile che avrebbe di fronte a sé una vita di sofferenza, il rispetto della libertà o dei desideri del mio compagno, il bisogno di ottenere una mia personale gratificazione o, al contrario, di liberarmi di un peso insopportabile?

Io, strumento di continuazione della specie, davvero ho tanta libertà di scelta? Per me è fuori di dubbio che sceglierò la soluzione più conveniente per tutti coloro che ne sono coinvolti, in ordine di importanza, me compresa. Ma non sono affatto sola con il mio strapotere, non nel senso in cui ne parla Luca, che giustamente ricorda che la diagnosi preimpianto viene chiesta da una coppia con un preciso progetto di vita. Non sono sola perché non posso permettermi di scegliere soltanto in base a ciò che sento di desiderare nel profondo. Alla fine, la mia scelta sarà sempre, sempre, condizionata da fattori esterni. Anche quando questi non sono incarnati dal giudizio di una società ipocrita o da una Chiesa o (magari, peggio) da un’ideologia, che viene a ficcare il naso nelle mie mutande.

2. mi metto nei panni di una donna.

Ogni volta che sento un uomo proferire la frase mi metto nei panni di una donna, inizio a sentire un prurito su tutto il corpo e mi prende la frenesia di grattarmi. Ma chi sono questi uomini che si permettono di mettersi nei panni di una donna? Ma perché, cosa li spinge a farlo, a difendere loro a spada tratta -nel modo in cui farei io che donna sono- i miei diritti? Come presumono di conoscerli davvero, questi diritti, avendo soltanto come riferimento dei principi teorici?

Io ti voglio, io ti pretendo accanto, uomo. Non mi piace affatto pensare a un mondo in cui i due sessi non si trovino insieme e in equilibrio. E se, quando cerco di immedesimarmi in te prima di formulare un giudizio che riguarda la tua essenza, ascolto per prima cosa la tua campana (ovvero, fuor di metafora, leggo, ascolto e cerco anche di persona la tua opinione sulle questioni che ti riguardano), altrettanto mi aspetto che faccia tu. I concetti, visti dal di dentro, non sono così nitidi. Spesso mi sento confusa e non sono certa che quello che viene sbandierato nelle piazze come dogma sia sempre la Verità valida per tutte. Però, se mi venisse richiesto di dire la mia in riferimento a ciò che avviene sul corpo di altre donne difenderei il loro diritto ad autodeterminarsi a spada tratta, proprio come fai tu uomo, per conto mio, a ogni piè sospinto (e te ne sono grata, veramente).

[Di tutto questo ragionare ho sentito il bisogno di confrontarmi con un giovanotto “illuminato”, il quale per concludere ha esclamato È questo il principio liberale! Sì, è così. E allora:]

È bellissimo, io trovo, per le donne di oggi avere a disposizione una generazione di maschi cresciuti e formati al sole del pensiero egualitario. Adesso però andrebbe fatto quello scatto in avanti del quale ancora noto con dispiacere la mancanza: non limitarsi a riempirsi la bocca dei principi di parità e di reciprocità tra i sessi, ma anche dedicarsi all’ascolto profondo gli uni delle altre, alla discussione o anche all’invenzione di un nuovo dibattito (purché senza le inutili faziosità che è oggi così di moda e social agitare) sui temi dei diritti e del rispetto delle diversità tra uomini e donne. Questo, secondo me, porterebbe davvero al risultato di migliorare il mondo. Altrimenti continueremo in questo modo: tu che va in giro a predicare i miei diritti e io che me ne resto dentro la caverna ad aspettare fino a notte fonda che ritorni a scaldarti un po’ con me.

Forse, potremmo iniziare ad applicare lo stratagemma suggerito dai ricercatori del glorioso MIT, io di sicuro mi sentirei un po’ meglio.

.

Cheryl Barnes  – Easy to be hard

.

.

*) Articolo The curios perils of seeing the other side di Jamil Zaki, pubblicato su Scientific American Mind – Luglio/Agosto 2012. Studi e ricerche del neuroscenziato Emile Bruneau del Massachussets Institute of Technology (2009), dello psicologo Micheal Kraus dell’Università dell’Illinois (2011) e dello psicologo Adam Galinsky della Northwestern University (ancora non pubblicato).

**) Su questo tema posso davvero parlare solo per me, ma con la minima sicurezza di rappresentare molte altre donne. Riguardo al femminismo, non mi sento sufficientemente confortata da particolari studi o conoscenze. Ma posso ricordare che il movimento femminista, nato nella scia delle rivoluzionarie aperture del ’68, ne ha, di fatto, chiuso la breve stagione affermando una prima forma di negazione del principio base dell’”egualitarismo”, che aprì le porte alla separazione tra gruppi disomogenei (altre “negazioni” furono, ad esempio: la formazione di gerarchie interne al movimento, a causa del carattere di rivoluzione permanente che aveva assunto; o altre forme di diversità, incoraggiate dal successo del femminismo a portare avanti con orgoglio le proprie istanze -gay e lesbiche, portatori di handicap, nuove religioni…-), addirittura finendo col trovarsi in netta opposizione con esso (e il termine opposto a rivoluzione è restaurazione).

Con questo voglio dire che, a mio parere, le battaglie portate avanti per la difesa della dignità femminile dagli esordi del movimento femminista in poi, oltre a mietere i successi che consentono ancora oggi a tutte le donne del mondo di poter contare su diritti e leggi fondamentali e su una sicurezza e libertà della quale mai hanno potuto godere nel corso delle precedenti epoche storiche, quelle battaglie hanno purtroppo, però, trascinato con loro anche una pecca originaria: la segregazione del mondo femminile da quello maschile.

Si legga, al proposito, Guido Viale: Il Sessantotto. Tra rivoluzione e restaurazione Ed. Mazzone, 1978 (2a ed. Nda Press, 2008)

Iper Madeleine in tre atti (un sogno) /1

5 luglio 2012

1. Di foglie, di finestre e di fontane

5/07/2012

Mio caro Amico,

sono una frequentatrice di caffè, vi entro spesso, ogni volta che mi trovo in un posto nuovo e voglio conoscerne l’essenza. Che detto così ricorda la freddura “Un uomo entra in un caffè. Splash”. Qualcosa di simile però avviene davvero con me, quando mi trovo in questi nuovi luoghi io mi ci immergo. Stanotte non avevo sonno e sono venuta a cercarvi. Avete lasciato tracce, io le ho seguite. E mi hanno condotta guardacaso in un caffè, aperto alle ore piccole. Bene.

Un vecchio Juke Box coperto di ragnatele stava appoggiato al muro. Due uomini male in arnese sedevano ad un tavolo appartato. Sentivo freddo, dopo la lunga camminata all’aria aperta. Per riscaldarmi mi sedetti a un tavolo accostato al loro. Sfogliavano il giornale. Uno diceva:

– Ti voglio leggere questo: ACEA, cinque milioni di premi ai dirigenti

– Cos’è l’Acea? – rispose il più vecchio, che sembrava cieco.

– Ah, già, tendo a dimenticarmi che non sei italiano. Ma anche se lo fossi, se non vivessi a Roma te lo dovrei spiegare. L’Acea è stata, storicamente, la società monopolista per l’acqua a Roma, dal novantadue contende ad Enel l’energia elettrica della capitale e adesso è una grande multiutility italiana.

– Ah, bé, una multiutility!

– Ah! Ah! Vecchio mio… – Commentò l’altro,

– Allora, qual è il punto?

– Altro che emergenza democratica, qui il cancro ormai ha metastasi dappertutto. Io mi domando come sia possibile che avvengano cose come questa senza che nessuno si opponga. In questo momento, poi.

– Spiegati meglio.

– Niente di nuovo, certo. Però… Qui dice che non pagano i fornitori per mesi e intanto i dirigenti intascano gli utili come “premi” di produttività.

– Un’azienda così grande.

– Bella roba – Mi permisi di intervenire. Era stato il mio compleanno e avevo in circolo abbastanza alcol da farmi straparlare. I due si girarono verso di me, tesi loro la mano e così ci presentammo. Il vecchio, quello cieco, si chiamava Jorge, aveva origini argentine, appassionato di Germania ed Inghilterra. L’altro, Antonio, era un italiano fissato con il Portogallo. Strana coppia a quell’ora della notte. Ma non erano gli unici avventori, oltre a me, s’intende. Il posto era molto grande e ben illuminato. I tavoli venivano pian piano occupati da gente, come dire, diurna, come impiegati, suore, turisti e scolaresche. Davvero molto strano. Gli schiamazzi e il rumore di tazzine andarono aumentando.

– Sapete, – proseguii con chiacchiere da bar, a volte come mi soddisfano, – sono cose frequenti queste, in Italia. I dirigenti intascano e i dipendenti vengono vessati da continue minacce e proibizioni. Se proprio ci fosse la volontà di migliorare le cose, andrebbero tenuti da conto i meccanismi che regolano la risposta a premi e punizioni. Le neuroscienze…

– Carissima, – mi interruppe Jorge, – Senza dubbio la questione è appassionante, ma mal posta. Lei tratta le cose in termini di dipendenza.

– N-no, io… – balbettai.

– La prego, mi lasci proseguire. Come se gli uomini non avessero possibilità di scelta. Atteggiamenti scritti nei nostri geni governerebbero la nostra capacità di giudizio. Se quegli uomini, quegli impiegati e quei dirigenti, dico dell’Acea come di ogni altra azienda, riuscissero ad accostarsi al loro lavoro, ed alla vita, quindi, che spesso con il lavoro coincide in molti aspetti, cercando di intuirne la poesia, la visione, la ricerca della felicità, anziché accanirsi contro gli aspetti fallimentari…

– Cioé, cosa vuol dire, dovrebbero raccontarsi delle storie per fingere di star meglio?

– Lei è così giovane.

Non so che dirvi, amico mio, anche se voi sapete quanta gioventù vi sia ancora nella passione, ad esempio, che mi spinge a voi, il termine espresso da questo vecchio al termine dell’esistenza, se non forse già morto, mi estrasse dai polmoni un sospiro malinconico.

– Anch’io da giovane ero ossessionato dalla separazione tra romanzo e poesia.

– Ma cosa c’entra? E… come fa a saperlo? – Le orbite bianche di Jorge ruotarono nella mia direzione. Mi sorrise, di un sorriso dolce.

– Se lo conosco bene, Jorge vorrebbe proporle la sua soluzione: l’unione di una successione organizzata di circostanze, il racconto, con la riscoperta del valore originario delle parole operata dalla poesia, l’epica…

– Piuttosto le parlerei di lealtà verso i propri sogni* – lo corresse l’amico.

– Sia come sia, il romanzo è morto.

– Un brindisi al romanzo, allora.

– Cin cin, – risposi, incerta, alzando il bicchiere di the freddo.

– Sedevo in questo stesso caffè alcuni anni addietro, – riprese Antonio, sostituendosi all’amico, – e avevo in mente il colore delle foglie, il loro colore attuale (“ciò che è ora e che non è più subito dopo. Ciò che trascorre), mi venne in mente come quell’essere attuale impedisca a strade parallele d’incontrarsi. Giochi proibiti**. Pensai il poeta è un risentito, il resto è nuvole. E, guardi, giusto in una cartella come quella…

– Quale?

– Quella davanti a lei – Me la indicò. Era sotto il mio naso, ma la vedevo solo in quel momento. Una cartella azzurra, sopra c’era scritto “Tra sole e ombra” (io pensai a voi rabbrividendo, sentii le vostre labbra sulle mie spalle).

– …Trovai il mio senso dentro una Iper madeleine lì contenuta.

– La apra, su la apra. – mi incitarono, eccitati come bambini.

Sollevai il lembo superiore della cartella e ne tirai fuori dei fogli stropicciati. Non c’era alcuna logica. Tuttavia incominciai a leggere e, in quel momento, accadde qualcosa di imprevisto.

Coro Premiere ensemble de AGAO – Día europeo de la opera 2010

*) Jorge Luis Borges – “L’invenzione della poesia”, Ed. Mondadori, 2001

**) Antonio Tabucchi – “Si sta facendo sempre più tardi”, Ed. Feltrinelli, 2001

Forbidden games, racconto compreso in questa sorta di romanzo epistolare, era stato concepito come introduzione a un libro fotografico di Márcio Schiavone “And between shadow and light / E entre a sombra e a luz” (Dorea books and Art, São Paulo 1997). “La fontana comunale era di ghisa […] Una brocca, una donna nuda sul balcone, avrebbe voluto parlarti se avesse potuto, ma era un’immagine di sempre e il sempre non ha voce”.

[segue]


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: